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Mediterranea

KRISIS καί KRASIS

«Costruire un pensiero significa: definire la specifica forma di pensare che è questo gioco dell’architettura». Una crasi, invece, è sempre fusione, in un unico suono, di due parole (di due elementi contigui). La crisi, del resto, ha come sinonimi: peggioramento, scompenso, accesso, parossismo, acme, modificazione. Adolf Loos e il suo Angelo, «Das Anden» e altri scritti (Electa, Milano, 2002) di Massimo Cacciari mette, dunque, assieme questi quattro oggetti/soggetti. Un pensiero, la crasi, la crisi e l’Angelo. Quest’ultima creatura celeste (nel Walter Benjamin che interpetra l’Angelus Novus di Paul Klee), si trova alle prese con la storia, o, come dice l’ottimo Cacciari, con delle lunghe «catene di eventi». Le quali, per parte loro, vanno messe in relazione con «un’unica catastrofe». La crisi della civiltà occidentale all’ inizio del XX secolo, è tutta negli «occhi» dell’architetto Adolf Loos. «L’opera di Loos è, in questo quadro, un programmatico atto d’accusa contro ogni idealismo architettonico. Ciò che differenzia metafisicamente Baumeister e Architekt sta proprio in ciò: che l’intenzione produttiva del primo concresce al linguaggio, alla casa, a ciò che in essa si tramanda, che la “abita”, mentre quella del secondo si immagina e vuole “libera”, non avverte su di sé il diritto del passato». La civiltà occidentale è in crisi; Loos «abita» una crasi, quella tra l’effimero e la durata. «L’infranto» – davanti e dietro l’Angelo – conduce il suo sguardo verso la tradizione e le sue ali  alla modernità. «Come va inteso quel costruire un pensiero?». Tutto quello che è dietro – cioè davanti all’Angelo – è una specie di frollo idealismo dell’ornamento; il bello per il bello, e per l’ancora più bello. Tutto quello che vi è davanti (cioè dietro l’Angelo) è dentro la constatazione che «l’artigiano ha lo sguardo al passato, ma così, ad un tempo, in Loos, va verso il futuro. Futuro che si forma nel suo fare, che si comprende in questo fare, mai semplicemente prodotto di un “progetto”, mai semplicemente prefigurabile». «Vecchi maestri viennesi» sono quella tradizione che va confermata; «quella che ha custodito nel linguaggio la “ricerca di una perduta immagine primordiale”, che non ha confuso la differenza tra attimo e evento»; quella che «non si dipana da libro a libro, da disegno a disegno, da “linea” a “linea”, ma segue le lunghe diversioni, le attese, i labirinti dai giochi tra i linguaggi». Modernità è innanzitutto polemica, oltre che con i maniscalchi dell’ornamento, anche col «processo complessivo di sradicamento della casa dall’abitare» e con la «pretesa dell’ Architekt di “trasferire nello spazio che ha a disposizione” il suo “libro dei modelli”». Ma modernità (in architettura) più che un gioco di forze, è un semplice forse. L’opera di Loos vive in «polifoniche dissonanze»; «costantemente», in una «tensione non risolta». Il problema di Adolf Loos è presto detto. Davanti alla crisi della modernità c’è un certo passato che potrebbe andare ancora bene e c’è l’esigenza di «provare» un futuro che si costituisce/costruisce solo nella concreta «prassi»; «agli “artisti” che cercano di “catturare” l’arte tra le pareti domestiche, fino ad applicarla al suono dei campanelli, Loos oppone la modernità dell’artigiano che attinge da sé stesso e le cui forme nascono dalla sua prassi e dalla ricerca della funzione». E’ questa la crasi tra tradizione e moderno, forma e materiale, pratica e pensiero. Veri e propri corollari, a questo punto, sono il gioco, l’ironia, l’ascolto, il caso e il fatto che la stessa opera di Loos, (vista complessivamente) si risolva in un «commento», cioè in un’interpretazione a un testo che probabilmente non c’è (come quello che, in letteratura ha scritto Giorgio Manganelli). La verità dei fatti è che Loos sta cercando «ciò che rende architettonico un pensiero». Ma essendo egli stesso un «forse», non può che interpetrare, interpretare, interpetrare fino all’ultimo. Nell’assoluta certezza che l’idealismo del progetto (quello nel quale l’architetto ha già tutto nella testa) è da buttare e che la «catastrofe» può essere evitata solo facendosi acciuffare dal futuro.     

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