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STRATEGIE DELLA PAROLA

Occidente senza utopie di Massimo Cacciari e Paolo Prodi

«La forma utopica non fornisce progetti politici determinati» scrive Massimo Cacciari – in Occidente senza utopie (Il Mulino, Bologna, 2016), il cui altro autore è lo storico Paolo Prodi. In tale vaghezza astratta o astrazione vaga, non si muove solo l’utopia; ma anche la profezia stessa. Paolo Prodi, nell’Antico Testamento, rinviene «la contestazione del potere politico da parte di un personaggio escluso o esterno (…) al sistema, una persona che sa leggere i segni dei tempi al di là degli interessi consolidati e rappresenta la voce di Dio». Il profeta e l’utopista partecipano di un eguale inizio; «prima della democrazia (…) nasce la “parola” come contestazione del potere dominante». La parola sacra è quella profetica; la parola profana, quella utopica. In mezzo alle molteplici, ora velanti ora disvelanti, strategie della parola (rincorse dai due autori nel corso della storia di profezia e utopia) rimane fermo un quadrilatero. L’Europa costituisce il luogo. Il futuro, il tempo. Politica e religione, gli oggetti in movimento. Le forze che muovono il quadro, infine, sono, volta per volta, l’osmosi, l’incontro, gli scambi continui e la concorrenza. Man mano che il Moderno si va delineando, si prospetta una divaricazione sempre più netta tra la politica e il sacro. Cacciari e Prodi rigettano le teorie del giurista tedesco Carl Schmitt. Non si tratta, affatto, di teologia politica ovvero di secolarizzazione politica di categorie teologiche. Quello che avviene tra XIX e XX secolo è che «mentre la profezia nella Chiesa si trasforma, da Fatima in poi, in visione e previsione di eventi futuri, al servizio della gerarchia romana, del potere ecclesiastico (…), l’utopia delle nuove religioni politiche, in particolare del comunismo e del nazismo, assimila in sé stessa il sacro della profezia come scheletro e programma dei comportamenti collettivi delle masse». La profezia si trasforma in utopia e l’utopia in profezia, insomma. Cacciari ci avvisa: «nella misura in cui il pensiero rivoluzionario passa dalla conoscenza del capitalismo vittorioso (…), alla forma della profezia, i suoi giudizi divengono giudizi di valore e perdono ogni scientificità». E, del resto, «se l’utopia si intende davvero come profezia, qui e ora, della realtà del mondo redento,  perderà se stessa non appena elimina la trascendenza di quest’ultimo rispetto a ogni figura del divenire storico e a ogni progetto mondano». Il cuneo che batte tra suicidio ed evanescenza, dunque, a questo punto, conduce all’epoca a noi più vicina. Paolo Prodi, a questo proposito, è perentorio: «siamo davanti a un enorme processo di omogeneizzazione». Lo Stato è in crisi, la Chiesa idem. «Stanno venendo meno i punti di riferimento alternativi». Ma soprattutto: «è la carne a evaporare nella parola». L’ipertesto digitale raccoglie in sé questa nuova incarnazione al contrario, nella quale «la perdita della dimensione trascendente di teorie e prassi sembra totale e definitiva». Siamo nella diaspora assoluta. L’immanentismo globale esilia la profezia tra i relitti della storia e l’utopia nel cuore della sua tragedia. Le strategie della parola (ora divina, ora profana) incontrano il fatto che «il fine si riduce all’infinito procedere del presente e i conflitti al suo interno (…), non appaiono più riconducibili a un orizzonte». «Tra Babele e il Villaggio Globale», cantava Francesco De Gregori, «l’avevi creduto davvero/Che avremmo parlato Esperanto?/L’avevi creduto davvero/ O l’avevi sperato soltanto?». Commentando Il principio speranza di Ernst Bloch, Cacciari dice che «il linguaggio della speranza è quello dell’utopia». E, in altro contesto, Paolo Prodi aggiunge che il «sorgere della libertà di espressione all’interno di un gruppo sociale in cui il governo politico-sacerdotale ha il monopolio del potere (…) nasce proprio con la profezia, quando la parola pronunciata da un dio che non ha nome (il dio dell’Antico Testamento) non si identifica con l’identità collettiva  dominante e con la legge positiva dei governanti  ma si esprime potenzialmente mediante tutti i membri del gruppo, anche se non risiedono nei palazzi e nei templi». Da un lato, dunque, la speranza; dall’altro, lo spirito critico. Il discorso potrebbe dirsi chiuso a questo punto; l’essere umano è ragione, ma è anche «un animale che spera e che crede», fatto di «miti, favole e dogmi». In realtà, l’antica profezia una volta divenuta la moderna utopia – La profezia degli Antichi e dei Moderni parafrasando Benjamin Constant – ci conduce, in fondo, a un passaggio concettuale: dal semplice sperare, al dirigere. Due esiti paradossali, è vero! «”State pronti”, questo solo dice il profeta»; e noi potremmo, anche dire che «State attenti» sarà la parola dell’utopista. Il futuro, da un momento all’altro, potrebbe essere in grado di manifestarsi. Il futuro, grazie al nostro «lavoro», potrebbe avere la forza di essere qui. Immediato e mediato, il futuro profetico e utopico, ora ci fa sperare ora ci orienta (in qualche modo). Oppure… Non ci resterebbe che concludere col poeta: «Povera, e nuda vai, Filosofia»…

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