LA SBANDATA

Le identità multiple di Maria Lazar
Noi, sempre «scriviamo quello che è stato!». Un effetto straniante, alienante, è «quello che è stato» nel formidabile romanzo Quattro volte me di Maria Lazar (A cura di Albert C. Eibl, Traduzione di Laura Ragone, Adelphi, Milano, 2026) scritto tra il 1928 e il 1929. Perché «alienante»? Perché le vicende narrate dall’autrice sono frutto di «una vita come un placido gioco di incastri», nel quale, per esempio, l’anonima narratrice della storia esclamerà: «Ma Dio santo, cosa c’entro io con Horky?». E con Grete, e con Ulla e con Annette? E, probabilmente, anche con l’Estranea? Maria Lazar accorpa pezzi irrelati e ne fa qualcosa; un insieme – un effetto che funziona, alienante come lo stesso io-plurimo (e disperso e disseminato) della stessa narratrice; «sono io, no, che scrivo questo libro, io o l’Estranea, che se ne sta nello specchio. E fa sempre la stupita, proprio così, perché in realtà sa tutto benissimo». Una volta appurato e ammesso che l’effet(tiv)o straniamento è stato raggiunto, non resta che riflettere; per questo, c’è sempre uno specchio, o tanti specchi. «Lo specchio lo metterò via. Non servono quadri alle pareti. Gli specchi sono quadri. Quadri sempre diversi, insopportabilmente nuovi». Già, lo specchio riflette e questa sua riflessione conduce alla constatazione che tra l’anonima scrivente e la (sua) Estranea accompagnatrice «non c’è spazio e non c’è luce. Non posso raggiungerla». Maria Lazar procede per accostamenti in una storia che racconta di una quadruplice amicizia, o forse quintupla, considerando la presenza dell’Estranea. La donna che sta raccontando questa storia ha tre amiche, dai tempi della scuola: Grete, Ulla e Anette. «Io ho osato forzare il destino» delle tre, dice di sé stessa l’anonima. In un crescendo di allucinazioni e deviazioni – Axel, l’uomo amato, la chiama, non a caso, «la sbandata» -, questa «bibliotecaria con stipendio fisso, persino il diritto alla pensione» riesce a entrare nel cuore di un intero periodo storico e in quello delle donne. Siamo in un altrettanto sconosciuta città, evidentemente di lingua tedesca, nel periodo degli anni Vento, prima ancora, ma non tanto prima, che Hitler cambiasse, una volta per sempre, le carte in tavola del mondo. Maria Lazar ha capito i suoi tempi; e, da ebrea, ha dovuto anche capire i propri tempi sulla sua pelle. Vivrà in esilio, morirà suicida, ma questa è (già) un’altra storia. «Scriviamo quello che è stato», afferma la Lazar. «L’Estranea non è mai stata una di noi quattro», dopo, aggiunge. In fondo, l’intero romanzo ruota attorno a queste due piccole frasi. «Quello che è stato» non ci è mai appartenuto del tutto. Anette, «che mestiere improbabile, cantare scempiaggini e poi bere champagne, o anche solo vino rosso, con uomini orrendi». Eppure, è vita! Le donne hanno dovuto imparare a viverla.









