Pierfranco Bruni
E menomale che si parla che leggendo più libri si dovrebbe essere più liberi. Che contraddizione. Siamo sul terreno dell’inverosimile. Abbiamo toccato il colmo e il fondo con la non cultura. C’è un punto in cui il paradosso diventa specchio. Un punto in cui la Storia, che non ama le ripetizioni ma spesso le subisce, si guarda e non si riconosce. Sta accadendo con “Più libri più liberi”, Fiera nata a Roma (nella prima settimana di dicembre, alla quale sono stato sempre presente) per celebrare la bibliodiversità, il rischio dell’editore, la libertà della pagina. Ed è accaduto con una richiesta: firmare una dichiarazione di antifascismo per poter esistere nello spazio pubblico della cultura.
Il colmo è stato toccato. Il fondo, forse, anche. Perché quando la libertà deve essere dichiarata per essere concessa, allora non è più libertà: è lasciapassare. È dogana dell’anima. È l’abiura preventiva chiesta a chi, per mestiere, dovrebbe avere come unico dogma il dubbio. Qui la cultura abdica. Si fa burocrazia. Si fa modulo. Si fa funzionario di un’idea, e tradisce la sua natura più vera. La cultura non giura: interroga. Non firma: scrive. Non si autentica: si rischia. È praticamente il modulo comunista che si vuole applicare-imporre. Quello degli anni terribili dei Gulag sovietici.
Chiedere a un editore di sottoscrivere l’antifascismo è gesto che rivela due malattie del nostro tempo: l’anticultura e l’ignoranza storica. Anticultura perché riduce il valore a bollino, la coscienza a certificato, l’ethos a compliance. È la logica dell’algoritmo applicata allo spirito: spunta la casella se non sei fascista. Ma la cultura, da Omero a Dante, da Agostino a Gramsci, non ha mai avuto caselle. Ha avuto ferite. Ha avuto domande. Ha avuto l’inquietudine di chi non sa e per questo cerca.
Ignoranza storica perché confonde il piano della memoria con quello della milizia. L’antifascismo è valore fondativo della Repubblica, è sangue della Costituzione, è lezione della Storia. Ma la Storia non si difende con le firme. Si difende con il pensiero. Con il libro che sta sul banco anche se non ci piace. Con l’editore che pubblica ciò che interroga, non ciò che rassicura. Trasformare l’antifascismo in pedaggio significa svuotarlo. Significa farlo diventare folklore, rito civile, liturgia senza dei. È il rovesciamento tragico: per difendere la libertà, si impone un giuramento. Per salvare la democrazia, si nega il suo fondamento: il conflitto delle idee.
Non è un caso che a insorgere siano state voci come Massimo Cacciari e Luciano Canfora. Non sono editori. Sono coscienze. Sono uomini che hanno attraversato il Novecento senza scorciatoie, che conoscono il peso delle parole e il pericolo delle patenti.
Cacciari pare che abbia detto: “Penso si siano bevuti il cervello, chiedono di firmare una dichiarazione come quella in cui dichiari di non essere mafioso. Una dichiarazione di questo genere supera ogni limite, tra poco dovremo firmare le dichiarazioni per dire che si è contro Putin o contro Trump”. Non è provocazione: è teologia politica. È il monito di chi sa che la libertà muore quando diventa obbligo. Che la morale, se imposta, diventa morale di Stato. E lo Stato etico, da Hegel in poi, è cosa seria: non è ufficio anagrafe delle opinioni. Vuole dire che chi impone ciò non ha mai letto un rigo di filosofia. Oppure quel rigo non lo ha capito.
Canfora, con l’ironia del filologo che ha visto cadere imperi, sembra aver chiosato: “È una cosa che fa ridere, gli editori non sono partiti politici. Il problema è molto semplice. Io ritengo l’antifascismo un valore positivo, ma c’è anche un grande storico come il mio amico Franco Cardini che quando gli chiesero in una trasmissione televisiva se fosse antifascista rispose: ‘lo diventerò’… è una decisione dissennata che si espone a critiche di ogni tipo, l’editore non è un funzionario pubblico che deve giurare sulla Costituzione ma una figura che fa impresa e può fare quello che gli pare”.
Ecco il nodo: “lo diventerò”. Cardini, con una battuta, smaschera l’inganno. L’antifascismo non è un dato anagrafico. È una scelta, una conquista, un cammino. È krisis, giudizio, discernimento. Imporlo per decreto significa negare proprio quella libertà di coscienza che il fascismo calpestava. È la nemesi: per combattere il fantasma del totalitarismo, si usa il suo metodo. Il timbro.
L’editore, dice Canfora, “…non è un funzionario pubblico che deve giurare”. È parola antica e fondativa. L’editore è colui che edita, che porta alla luce. È ostetrica del pensiero, non gendarme del pensiero. Può pubblicare Gentile e Gramsci, Evola e Gobetti, perché la cultura non è selezione morale: è complessità. È tenere insieme ciò che brucia. È far parlare anche il nemico, perché solo così lo si conosce, lo si smaschera, lo si supera.
Quando l’editore diventa funzionario, la cultura diventa nomenclatura. Le nomenclature dei partiti, lo insegna il Novecento, hanno sempre amato i moduli. Hanno sempre amato i registri. Hanno sempre amato le liste: di buoni e di cattivi, di puri e di impuri. È la tentazione eterna della cultura ideologizzata. Ovvero la pseudo cultura. Che sia fascista o antifascista, quando la cultura è ideologia di fazioni, smette di essere cultura. È faziosità.
Che a intervenire sia stata anche Giorgia Meloni, aggiunge un ulteriore strato di tragedia. Perché il tema non è destra o sinistra. Il tema è libertà. Quando la politica entra nella fiera del libro con il metro del giuramento, perde. Perde tutta. Perde la destra, che vede confermato il sospetto di una egemonia culturale che esclude. Perde la sinistra, che vede l’antifascismo ridotto a lasciapassare. Perde la cultura, che diventa campo di battaglia tra fazioni, non luogo di incontro tra anime. La politica ha il dovere di difendere la Costituzione. Non ha il diritto di chiedere abiure. Perché la Costituzione è casa comune, non contratto di affitto con clausola etica. E in quella casa entrano tutti: anche quelli che non ci piacciono. Anzi, soprattutto quelli. Perché la democrazia non è il consenso dei simili. È la convivenza dei diversi.
Siamo al colmo, sì. Siamo al fondo anche. Perché abbiamo sostituito l’auctoritas con l’autorizzazione. Abbiamo messo il timbro al posto dell’ala. Ma la cultura, quando è vera, non chiede permesso. Non firma. Non si autentica. È. È il libro che sta sul banco e interroga. È l’editore che rischia. È il lettore che sceglie. È la pagina che brucia le dita perché non è tiepida. L’antifascismo non si dichiara: si pratica. Si pratica leggendo, discutendo, dubitando, scegliendo. Si pratica lasciando che anche l’idea che detesto abbia diritto di cittadinanza, perché solo così la mia idea diventa forte. Il resto è anticultura. È ignoranza storica. È la paura che si fa legge. È l’ancora che abbiamo scambiato per patria.
E allora, a “Più libri più liberi”, non servono firme. Serve coraggio. Serve il coraggio di essere davvero più liberi. Di non chiedere a nessuno di giurare. Di lasciare che i libri facciano il loro mestiere: inquietare.
Perché la cultura, quando firma, smette di essere viaggio. E noi, da sempre, siamo viandanti. Non funzionari. Più libri più liberi. Ma si sono chiesto il significato di ciò? È uno scandalo. Gli uomini veri di cultura e seriamente attrezzati facciano sentire il loro sdegno su una tale questione drammaticamente ridicola.