GIORNATA MONDIALE DEL LIBRO E DEL DIRITTO D’AUTORE
Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...

Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...

COMMEDIA, PSICOPATOLOGIA E PSICANALISI: “IL DISCORSO E LA DISCORSA” NELLE “NUVOLE” D’ARISTOFANE E NEL “PERTURBANTE” DI FREUD
«Cω. γίγνονται πάνθ’ ὅτι βούλονται…» (“… diventano tutto ciò che vogliono…” – Aristofane Νεφέλαι v. 349) è l’approvazione esplicativa di Socrate verso la risposta affermativa di Strepsiade all’approssimativa somministrazione d’un primitivo test proiettivo, tipo Rorschach, ai fini d’una sommaria indagine psicologica di personalità: “Guardando in alto, hai mai visto una nuvola che somigliava a un centauro, o a un leopardo, a un lupo, a un toro?”.

Socrate si comporta da psicologo clinico, perché, come scrive Christian Scharfetter, “lo psicopatologo parte dalla convinzione che il paziente non abbia sintomi, ma viva delle esperienze” (1976).
Pareidolia
Quello citato, della possibile visione di animali tra le nebbie e le nubi, è il più classico degli esempi di pareidolia (da parà, παρά, vicino ed èidōlon, εἴδωλον, immagine), – tradizionalmente associata alle figure delle costellazioni celesti, osservate dagli astrologi, o all’illusione di volti umani (“sembiante della luna”), fornita dalla mescolanza di ombreggiature e luminosità, rispettivamente delle depressioni o della superficie più elevata del satellite, – e non una semplice battuta macchiettistica, come in precedenza quella sull’Eubea “di-stesa” perché “sconfitta sul campo” (v. 213) e successivamente (al v. 394) sulla somiglianza tra “im-peto” e “peto”, o la non troppo vaga allusione all’omosessualità d’un altro personaggio (al v. 675), oppure l’equivocare sui generi di cose e persone (al 691), in cui Socrate s’offre da “spalla” alla spontanea arguzia dello scurrile buffone (βωμολόχος) dall’intellettualizzante cafonaggine (αγροικία), protagonista d’un effettivo triangolo comico costituito con lo spettatore, che, all’interno della struttura medesima della burla messa in scena, renderebbe irrilevante la presenza d’un’eventuale vittima della derisione, dalla quale di per se stessa sarebbe da intendere esclusa.
In ogni caso, è pur vero, che è lo stesso “personaggio” Socrate a rivendicare con insistenza, e autoironia, quale tratto specifico della disciplina filosofica, quell’ozio improduttivo alimentato dalla Nuvole, lodate alla stregua di divinità protettrici degli άργούς, “scansafatiche buoni a nulla” ( vv 334).
Apofenìa
Siamo abbondantemente in largo anticipo sulla definizione di apofenìa (da ἀποφαίνω, «apparire, mettere in luce, far diventare»), quell’attitudine al riconoscimento di connessioni schematiche tra informazioni che in realtà non avrebbero significative correlazioni logiche, in quanto è la nostra personale tendenza interpretativa a indurci a vedere naturalmente ciò che ci aspetteremmo. Cosicché, allorquando le proprietà oggettive o materiali di quanto percepito sono ridotte o attenuate, l’attenzione viene maggiormente catturata dalle rimanenti qualità più “espressive” delle cose.
Microgenesi
Questo processo di impoverimento del campo percettivo, che può avvenire naturalmente durante l’addormentamento, viene indotto da una procedura sperimentale chiamata microgenesi, mediante una riduzione dell’illuminazione del campo medesimo, la visione periferica degli oggetti in questione, una diminuzione dimensionale dello stimolo, oppure attraverso l’accelerazione della presentazione, dalla durata spesso troppo breve per essere sperimentata consapevolmente (tachistoscopia, da táchistos, τάχιστος, superlativo di tachýs, ταχύς, veloce, e skopein, σκοπεῖν, guardare o vedere).
Qualcosa di indeterminato
Un “qualcosa di indeterminato” viene allora percepito ma non visto chiaramente né in maniera diretta e precisa. In una successiva fase “microgenetica”, lo stimolo viene mostrato gradualmente con un’illuminazione maggiore, in modo crescente, per durate tachistoscopiche un po’ più lunghe, ecc.
Vorgestalt
Le figure possono ovviamente essere differenziate rispetto allo sfondo, ma, in termini di stabilità, appaiono in un continuo sfarfallio; e sulla loro articolazione strutturale prevalgono ancora le qualità fisionomico-espressive degli oggetti. Una fugace, primitiva, differenziazione può emergere per scomparire di nuovo; e il soggetto avverte un’angosciosa sensazione di “non finalità”, mancanza di scopo, vivendo la sensazione d’essere colpito, quasi trafitto, e comunque restando incapace di distogliere lo sguardo. Volontariamente, non si è in grado di prendere le dovute distanze dalle cose percepite, d’esaminarle criticamente o di riflettere sull’esperienza appena vissuta, per cui la si subisce in un passivo e penoso atteggiamento di mera ricezione.
Klaus Conrad
Per Klaus Conrad, – che agli stadi iniziali (quali l’«atmosfera prodromica», stato d’animo delirante, o Wahnstimmung, oppure la “familiarità fuori luogo” per illusoria ed errata identificazione) e agli aspetti tipici (allucinazioni e disturbi gestaltici) della malattia schizofrenica ha dedicato un importante studio (Die Beginnende Schizophrenie. Versuch einer Gestaltanalyse des Wahns, 1958), – questa fase riproduce in modo più accurato nei soggetti sani e svegli, l’esperienza del sognatore, o dello psicotico, preoccupato da ciò che la gente non fa o non dice, in quella situazione “sinistra” dell’unheimlich. Come il sognatore, infatti, il paziente delirante non è in grado di distaccarsi del tutto dal significato percettivo incompleto, o pre-Gestalt (Vorgestalt).
Anastrophē
A coniare il termine “Apophänie“, connessa all’«Aha-Erlebnis» o “rivelazione” dell’«anastrophē» (ἀναστροφή), quel vissuto di trovarsi sempre al centro dell’attenzione (centralità, come modo specifico di “essere-nel-mondo”, a un passo dal delirio di riferimento, Beziehungswahn di Kretschmer; – Conrad parla di “ritorno al sistema tolemaico”), che impedisce qualsiasi superamento (Überstieg) d’una tale prigionia mentale, fu proprio questo neuropsichiatra di Göttingen.
«Prendere in prestito dal greco antico [ἀποφαίνω], il termine artificiale ‘apofania’ descrive questo processo di sperimentare in modo ripetitivo e monotono significati anormali nell’intero campo esperienziale circostante, per esempio l’essere osservati, chiacchierati, l’oggetto di intercettazioni, seguiti da estranei. ».
Quarta forma di esistenza mancata
Per gli autori francesi, la “centralità” potrebbe costituire una sorta di “quarta forma di esistenza mancata“, da affiancare alle classiche tre di Binswanger: esaltazione fissata, stramberia, manierismo, di cui la prima rende conto del concetto di “proporzione antropologica”: «l’esistenza umana, non solo si progetta in una dimensione orizzontale, nel senso dell’ampiezza, ma anche procede, sale verso l’alto… Se il rapporto tra l’ascesa e il procedere nel senso dell’ampiezza è felice, può essere definito “proporzione antropologica”» (Drei Formen Missglückten Daseins: Verstiegenheit, Verschrobenheit, Manieriertheit, 1956).
Questa forma di sproporzione spaziale della “presenza” rappresenta uno squilibrio nell’esperienza dell’intersoggettività, poiché per mostrarsi quale soggetto normale bisogna pure avere la possibilità di “defilarsi” (Überstieg) dall’ingombrante posizione d’essere al centro del mondo.
“La centralità è la situazione in cui tutta l’intersoggettività è al centro di un solo Io; …è l’esperienza in cui il sé e l’umanità tutta intera fanno un tutt’uno. Non esiste più allora un orizzonte comune, lo spazio intero è ridotto a un punto che non è altro che l’infinito…” (Grivois e collaboratori, 1999).
Paura da palcoscenico
L’intero campo psichico sembra occluso, come circondato da barriere limitanti qualunque tipo di libertà; si è già entrati in uno “stato d’allarme”, che richiede reazioni consone, ovverossia quella tale “paura da palcoscenico” (“Trema” per Conrad), determinata dalla sensazione che qualcosa di molto importante stia per accadere (qui, ora e proprio a noi!).
«Il … ‘mondo’ [del malato] si trasforma in una situazione specificamente destinata a ‘testarlo’» e a metterlo ripetutamente alla prova, a più livelli.
Una volta che l’apofania prende il sopravvento su tutto il campo percettivo, nessun aspetto di esso ne rimane escluso: «… tutto diventa vistosamente saliente. Il paziente spesso interpreta il corso degli eventi come se si stesse girando un film o si fosse messa in scena una pièce teatrale».
Überstieg
Il principale contributo di Klaus Conrad alla fenomenologia della psicosi s’è concentrato sulle esperienze del paziente durante le fasi d’esordio e precoci della malattia schizofrenica. Ma il suo lavoro, contenendo concetti piuttosto complessi che perdono molto nella traduzione dall’originale tedesco, risulta ancora abbastanza poco conosciuto. Per esempio, l’Überstieg di cui parla Conrad sarebbe piuttosto quel “passaggio” da una “posizione” a un’altra, “da quella di chi osserva a quella di chi è osservato”.
Un’automatica e istintiva tendenza a ricomporre un certo ordine “familiare”, perché già a noi noto, in strutture e forme scompigliate, al fine di riconoscerle come consuete immagini sistematiche e ben assestate, sembra sia stata favorita dall’evoluzione, proprio perché, anche in presenza di pochi indizi, sarebbe stata d’aiuto a individuare situazioni di pericolo; per esempio, nel riuscire a scorgere un predatore altrimenti troppo ben mimetizzato.
Sarebbe forse questo mancato riconoscimento all’origine del “perturbante”?
Unheimlich
Affrontando in modo ragionato la tematica di ciò che consideriamo “sinistro”, lo psichiatra tedesco Ernst Jentsch compilò un saggio dal titolo “Zur Psychologie des Umheimlichen” (Circa la psicologia di “ciò che è sconosciuto”, 1906), ricorrendo al termine “unheimlich” per indicare quello stato mentale derivante dall’esposizione a stimoli ambigui nei confronti dei quali non si riesce ad assumere una “posizione” sufficientemente netta. Quest’incertezza cognitiva nasce ogni qual volta uno stimolo non può essere assegnato in modo rapido e definito a una determinata e specifica classe di esperienze.
Uncanny valley
Ma, nella lingua italiana, un corrispettivo esatto alla voce tedesca unheimlich non esiste, per cui s’è fatto spesso ricorso a traduzioni approssimative e differenti, in relazione al contesto, quali “sinistro” (Francesco Orlando, 1982), “spaesamento” (Graziella Berto, 1999), spaventoso, misterioso, o ignoto preferendo più spesso in passato la locuzione “perturbante”. Come nel caso della traduzione dal nipponico “bukimi no tani genshō” (fenomeno della valle misteriosa), resa in inglese “uncanny valley”, per definire la relazione ipotizzata tra il grado di somiglianza d’un oggetto con un essere umano e la risposta emotiva a esso. Con tale concetto si suggerisce che gli oggetti umanoidi che assomigliano imperfettamente a esseri umani reali provocano negli osservatori sentimenti “inquietanti”, e al contempo stranamente familiari, di disagio e repulsione.
Sigmund Freud definiva unheimlich quella sensazione sfumata, che cioè non può essere definita con certezza, ma indubbiamente appartenente alla sfera della paura, riconoscendo fin da subito le difficoltà d’affrontare in modo scientifico e oggettivo un tale argomento, sia per le più svariate situazioni scatenanti, ma soprattutto in funzione della diversa sensibilità nei confronti di questa peculiare percezione, piuttosto variabile da persona a persona.
Heimlich unheimlich
In tedesco, nel suo aspetto “non negativo”, la parola Heimlich indica un non so che di familiare, intimo, abituale, domestico, in quanto relativo alla casa, Heim. Nell’essere le cose intime destinate a rimanere nascoste in ambito domestico, affiora così il significato di “segreto”, presente nel dizionario della lingua tedesca (“Wörterbuch der deutschen Sprache”, 1859-1865) di Daniel Sanders. L’aggiunta del prefisso un-, quale segno della rimozione che ne annulla ogni “positività”, lo rende un elemento inusuale ed estraneo, e come antonimo del secondo gruppo di significati, anche qualcosa che non è più celato, anzi viene allo scoperto, riaffiora vulnerabile ed esposto, e quindi ben riconoscibile.
Strana ambivalenza che giunge a far letteralmente coincidere il senso dei due opposti Heimlich e unheimlich, in una specie di “dualismo affettivo” da “ritorno del rimosso”, che anticipa la coazione a ripetere di “Al di là del principio di piacere” (Jenseits des Lustprinzips, 1920).
In questo caso, la lingua tedesca sembra aver prodotto una combinazione semantica particolarmente fortunata nel poter esprimere quel tal “perturbante” che, in una determinata situazione dimostratasi estranea, capita a qualcuno che non si sente del tutto “a proprio agio” o, secondo il pieno significato della parola, “a casa” propria. L’impressione suggerita sarebbe, allora, quella d’una mancanza d’orientamento, o più precisamente d’uno “spaesamento”.
Misoneismo
Maggiore difficoltà s’avrebbe nel pensare a un comun denominatore inquietante in assoluto, in quanto ciò che risulta consueto appare d’emblée familiare alla maggior parte delle persone che invece non accolgono con la medesima fiducia il nuovo e l’insolito, bensì piuttosto con disagio e persino a volte con netta ostilità (misoneismo). L’eventuale incertezza nello stabilire rapide connessioni concettuali che l’oggetto impone con la precedente sfera cognitivo-ideativa dell’individuo, ovverossia la padronanza intellettuale del nuovo, sarà dirimente, perché all’assimilazione del fenomeno sopraggiunto s’oppone una certa riluttanza a superare o ad abbattere le resistenze variabili in proporzione con età, intelligenza, rapidità e vivacità di pensiero, mentre una più temprata tendenza a valutare con severità l’ignoto e a reagire di conseguenza con rigidità, come nella disposizione isterica, determinerà l’avversione totale e permanente.
Non di rado, una sensazione di dubbio insorge, spontaneamente, negli intelletti più portati alla discriminazione costante, in relazione a un’ossessione nei confronti di quella ricerca che spinga all’approfondimento della conoscenza d’ogni cosa. In un caso, l’ombreggiatura del misterioso potrebbe costituire una sfida alla corrispondenza “nuovo/ estraneo/ ostile”, nell’altro il disorientamento s’appaleserà alla coscienza nella confusione d’una totale equivoca “evidenza”.
«Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare.», concludeva Sigmund Freud, nel 1919 (su Imago: Das Unheimliche).
Dissonanza cognitiva
Non necessariamente però tutto quanto si presenta con queste caratteristiche di notorietà diventa in automatico cagione d’inquietudine. Freud si sofferma su tutta una serie di elementi (la ripetizione, lo specchio, la dissonanza cognitiva…) che possono ingenerare una sensazione di turbamento, ma in soggetti predisposti e in totale assenza d’ambiguità. Per esempio, al cospetto della ripetizione continua, “automatica”, d’una stessa situazione, d’uno stesso movimento, come d’innanzi a crisi convulsive o a manifestazioni di follia, oppure al mancato riconoscimento di se stessi riflessi in uno specchio, con conseguente scambio per un altro o per un sosia.
– La teoria sulla dissonanza cognitiva, che spiega la conclusione del celebre racconto “La volpe e l’uva”, tratto dalle Favole di Esopo (“l’uva è acerba” per l’incapacità di prenderla nonostante il forte desiderio), sarà introdotta in psicologia sociale solo nel 1957 da Leon Festinger.
Distinguere la vita dalla morte
Jentsch il suo interesse lo rivolse agli oggetti inanimati, come statue di cera, iperrealistiche, manichini, o automi, che con il loro aspetto ricordano creature viventi, ponendosi così apparentemente al confine tra due categorie incompatibili: attività passività, vita morte.
Der Sandmann
L’espediente dell’ambiguità viene ancora oggi, ampiamente impiegato da molti autori creativi, allo scopo d’evocare la paura in una delle sue forme più elaborate e sofisticate. Lo psichiatra e psicopatologo tedesco considerava però particolarmente significativo un esempio a lui prossimo, inserito nella “romantica” raccolta “Notturni” di Ernst Theodor Amadeus Hoffman, che indaga l’immaginario caratterizzato dalla bambola Olympia, in “Der Sandmann” (1815). Mentre lo psicanalista austriaco attribuisce maggiore rilevanza alla figura dell’Orco Insabbia capace di cavare gli occhi dalle orbite, e quindi alla possibilità che un adulto possa mutilare un bambino, con chiaro riferimento al processo di castrazione. Altre tematiche delineate dal padre della psicanalisi, oltre all’animazione dell’inanimato e alla ripetizione ossessiva (coincidenze fortuite, insistenza dei numeri, superstizioni), il ritorno dei morti, la sepoltura dei vivi, il doppio (gemello, o sosia che sia).
Macchie d’inchiostro
Justinus Kerner si limitava a includere nei suoi libri di poesia quelle kleksografie (macchie, o inkblots) prodotte dal ripiegamento di fogli contenenti dell’inchiostro spruzzatovi sopra e in seguito sparso sulle due metà a formare immagini riflesse in modo simmetrico. Secondo Alfred Binet e Victor Henri, la loro interpretazione sarebbe potuta essere impiegata nello studio delle variazioni di quella “imagination involontaire, semi-consciente, qui se mêle à un grand nombre d’autres processus, qui peut les secourir et parfois les dénaturer…” (immaginazione involontaria, semicosciente, che si mescola con un gran numero d’altri processi, che possono aiutarli e talvolta distorcerli… – La psychologie individuelle, 1895).
Il linguaggio metaforico
Tutti gli esseri umani sono sorprendentemente suscettibili alle immagini suggestive come a un linguaggio figurato, tanto da riuscire assolutamente indivisibile la nostra realtà dal linguaggio che usiamo per descriverla; in particolare, nella definizione delle percezioni, fondamentale resta il ruolo delle metafore.
I Is an Other
James Geary ha messo in evidenza come le metafore non siano semplici fronzoli retorici, e del tutto periferici e insignificanti, rispetto al modo in cui siamo soliti pensare, bensì il linguaggio rivelatore per eccellenza, e il maggiore aiuto alla comprensione in ogni ambito della vita, dalla pubblicità alla politica, dall’arte alla musica, dall’antropologia all’economia comportamentale, dalla psicologia sociale alla psicologia cognitiva, o alle neuroscienze, e a maggior ragione alla psicoanalisi. Sono il piatto forte e non il contorno, visto che, attraverso l’uso delle metafore mettiamo in moto la nostra personale descrizione di idee, concetti, sentimenti, ed emozioni.
Poesia e creatività
Dandole per scontate così a lungo, abbiamo un po’ perso degli importanti indizi sull’architettura di base della nostra mente, perché le metafore non rappresentano solo la principale modalità di comunicazione tra umani, ma persino il modo in cui lo stesso corpo trasmette significativi messaggi al cervello. Non si tratta di stravaganze da poeti creativi, poiché, nel cogliere nuove esperienze, modellano sentimenti elevati altrettanto bene delle sensibilità più prosaiche. E la loro inaspettata concretezza ci fa capire qualcosa di più sia dell’evoluzione semantica sia dello spettro autistico.
Un’euristica sintesi diagnostica
Insieme con metafore e apofenia, anche e soprattutto la creatività è indice di produzione ideativa. Perciò, partendo dal presupposto che i disturbi mentali non possono venire schematizzati in categorie rigide, in quanto, al di fuori degli stretti confini del contesto clinico, ciascuno rientra, in qualche misura, in un certo “spettro”, che sia quello dell’autismo, della schizofrenia, dei disturbi dell’umore, e così via, nella popolazione generale, assumerebbe un senso di maggior praticità, piuttosto che etichettare con diagnosi preordinate, riferirsi a comportamenti o caratteristiche di un tal tipo o talaltro, fino a ridurre questi ultimi a solo due fattori principali: uno riconducibile ai disturbi dello spettro autistico, generalmente associati alla cosiddetta “schizotipia negativa” (inibizione affettiva, ansia sociale, scarsa capacità di concentrazione e comunicazione, basso livello d’immaginazione e relazione interpersonale); l’altro da ricondurre al versante opposto della “schizotipia positiva”, il cui maggior fattore appare di natura cognitivo-percettiva (quindi apofenia, eccessiva fissazione sui dettagli, deliri di autoriferimento, esperienze percettive insolite, credenze bizzarre o pensiero magico), la qualcosa spiega, con la maggiore indole all’autoefficacia, all’identità personale e al concetto di sé creativo, la correlazione con le attività artistiche e l’esplorazione conoscitiva, sostenute queste da produzione e funzione della dopamina.
La creatività artistica è infatti associata alle persone costantemente sovraeccitate, che hanno bisogno d’uno sfogo per esplorare una vasta gamma di idee, sensazioni ed emozioni; e ciò giustifica pure il legame della creatività con la fase ipomaniacale del disturbo bipolare. In genere, quindi, sono le persone eccentriche e stravaganti più portate alla creatività, avendo forse menti più disordinate, anche se questo non necessariamente deve coincidere con l’espressività d’una vera e propria malattia mentale, che nasce, in ogni caso dall’impatto, con altre condizioni non sempre prevedibili o attenuabili.
Sul piano simbolico, prim’ancora che scenografico, appare davvero geniale l’entrata in scena del filosofo per antonomasia, nella posizione dalla quale pensa di meglio indagare i fenomeni celesti, sospeso dal suolo su una cesta, “con la testa tra le nuvole”. Del resto, era risaputo che proprio questo rimproverassero, senza mezzi termini e, letteralmente “fuor di metafora”, gli abitanti di Mileto al loro Talete. E a chi gli chiede cosa stia facendo, Socrate risponde: “vo’ per aria e scruto il sole.” (ἀεροβατῶ καὶ περιφρονῶ τὸν ἥλιον.– v. 225).
In lingua greca, poi, il termine τόκος non significa solamente figlio, come in Omero (Iliade VII 128), Eschilo (Eumenidi 402) ed Euripide (Andromaca 1254), ma anche interesse d’un credito. E, come i figli crescono (e “le mamme imbiancano”), gli interessi “corrono” (χωρούσιν). L’eccezione, pensa Strepsiade, sia costituita dal mare (vv. 1293-4), άρχαίον, vecchio, come lui stesso si sente, e come “il capitale” che non aumenta certo da solo.
Il “mister Wolf” della situazione
Lo spaesamento di questo campagnolo, frettolosamente inurbato, sarebbe giustificato dall’incertezza nell’affrontare un’incresciosa situazione di dissesto finanziario a causa d’una moglie altolocata, non proprio oculata nelle spese, e d’un figlio scapestrato, Fidippide, dedito alle scommesse clandestine sui cavalli, con conseguente assillo dei numerosi creditori.
L’ardita intuizione nata dall’ansietà che sorge alle prime luci dell’alba gli suggerisce di rivolgersi a chi gli è stato descritto come una specie di “mister Wolf” (alla Harvey Keitel nel film “Pulp Fiction”, 1994), uno cioè che aiuta a “risolvere problemi”, indipendentemente dalle teorizzazioni di Bärbel Inhelder e Jean Piaget (1955), magari suggerendo praticamente come fregare il prossimo. Socrate ha fama di sapiente “psicanalista” ante litteram, anche se insiste col definirsi maieutico, μαιευτικής, come sua madre.: «Sdraiati qui … e cerca di pensare a qualcosa per i tuoi problemi» (v. 694-5).
Una posizione da double bind
La soluzione dei problemi si trova esclusivamente a patto di continuare a subirne le conseguenze, anche metaforiche sotto forma di prurito da punture di cimici, equiparato alla stretta dei creditori che vorrebbero svaligiargli denari e proprietà. In questa sorta di double bind, la paura d’essere “scassinato” dei beni si formula in termini umoristici: “mi sfondano il didietro” (τόν πρωκτόν διορύττουσιν, v. 714), non più con la timida aposiopesi dei precedenti versetti 438-56 (“Ecco il mio corpo:… possono farne quello che vogliono… anche salsicce per i pensatori”), anzi come mera fobia di castrazione: “mi strappano i testicoli” (τούς όρχεις εξέλκουσιν, v. 713).
Nell’incipiente primavera del 423 a. C., l’Atene post-periclea, coinvolta nella fase archidamica (dall’Euripontide re spartano Archidamo II) della guerra del Peloponneso, era pervasa da un febbrile fermento intellettuale, visto con sospetto dagli ambienti più conservatori arroccati in difesa dei valori tradizionali.
Le novità sono avversate come metodi pretestuosi di cambiare le carte in tavola, rimescolando, tra i vari sistemi (κρείττων ed ήττων λόγοι) di ragionamento, quello “migliore” per rivoltare il discorso più lineare al fine di rigirarlo in uno sufficientemente contorto da confondere le acque e, senza tenere nel debito conto la difesa della giustizia e della religione, ricondurlo comunque a proprio favore.
Aristofane O. (Pappenheim)
Aristofane era critico nei confronti della “nuova scienza e arte dell’inconscio” che successivamente sarà di Freud, ma allora era forse proprio solo di Socrate, e per vendicare l’onore di quest’ultimo intervenne Platone che, nel Simposio, descriverà il “personaggio” Aristofane impacciato di fronte all’argomento erotico; quando arriva il suo turno, in preda a un singhiozzo irrefrenabile, il quale ricorda i tic nervosi delle pazienti del padre della psicanalisi, che tanto più furiosi erompono quanto più si cerca di reprimerli, Aristofane non riesce a profferire parola; e questo “sintomo” ne avrebbe dovuto rivelare, nelle intenzioni platoniche, il punto debole, come la tosse nervosa rivelava quello di Anna O. (nome fittizio che nasconde l’isterica Bertha Pappenheim).
Il contrappeso
Per quel letterato scrittore, reale frequentatore del Pensatoio (Φροντιστήριον) di Socrate, e perciò alla ricerca d’un idoneo contrappeso, il moralista spregiudicato commediante in fondo non è, senza saperlo, se non come una fragile damigella della borghesia viennese; e, certamente, a lui commediografo insolente sarebbe d’aiuto la futura psicoanalisi per fare chiarezza dentro di sé, mentre per il momento, quanto meno allo scopo di convivere con i suoi problemi esistenziali, deve accontentarsi della filosofia contemporanea che per giunta denigra.
Dati storici e finzione teatrale
Già nell’Apologia s’insinua che la vera cagione della condanna capitale del Maestro non fu tanto l’accusa occasionale di Meleto, su istigazione di Anito e Licone, quanto piuttosto la diffamazione della commedia in questione, senza tener sufficientemente in conto il peso dell’opposizione di Policrate, di cui parla Diogene Laerzio (II, 39), o dell’odio dei democratici per il condiscepolo (di Platone) e tiranno Crizia, ragionevolmente proposto da Eschine (Contro Timarco 173). Ciononostante, occorre anche riflettere sulla funzione del “personaggio” Socrate nell’ambito prettamente teatrale delle Nuvole, che andrebbe considerato alla stessa stregua d’un semplice riflesso della comune prassi letteraria, laddove il suo “nome” servirebbe solo a dar credibilità drammatica a una vicenda dai tratti eterogenei, o quanto meno ricoprirebbe il ruolo d’un’equivoca combinazione antonomastica di pura rappresentanza di tutta una categoria, peraltro disomogenea, di quella filosofia naturalista dell’epoca.
Insomma, difficile discernere il dato storico dalla finzione come dai frutti dell’idealizzazione. Basti pensare a “Il discorso e la discorsa” di Epicarmo, citato con quei κρείττων ed ήττων λόγοι, o all’«euripidaristofaneggiare» scherzosamente coniato da Cratino, per presumere rivalità senza dubbio artisticamente espresse, ma non certo belligeranti.
Al di là del principio del Simposio
Eppure, l’unico omaggio al Simposio di Platone Freud lo fa in “Al di là del principio di piacere”, con l’ammettere che la sua teoria più audace era stata anticipata proprio da quell’Aristofane (più personaggio del dialogo conviviale, quindi, che non il reale commediografo, autore delle Nuvole), quando, finalmente liberatosi dal sintomo psicosomatico, illumina con chiarezza i misteri della nostra intera vita, scandita dall’incessante conflitto tra le contrastanti forze di Eros e Thanatos, sbilanciato comunque dalla parte della quiete perfetta che nell’inerzia della materia organica trova l’appagante e nostalgico epilogo finale.
Commedia o tragedia, la difformità della realtà è destinata a venire ricomposta nell’eterno riposo dal definitivo compimento della libido. La divisione della primitiva unità rese gli individui costretti a ricercare la propria “anima gemella” in una continua, sofferente sollecitudine chiamata amore, che, una volta appagato nel ritrovamento dell’antica perfezione perduta, esaurisce ogni altro desiderio esistenziale.
La polisemia del dormire
Come il Freud di due millenni dopo, il Socrate di Aristofane spiega che ci crediamo morali e razionali, mentre invece non lo siamo affatto, per giunta restando inconsapevoli d’essere dominati da incontrollabili impulsi e passioni e da quei bassi istinti a cui si riferiva Charcot nell’apostrofarli: «C’est le sexe, toujours le sexe».
Anche nelle commedie aristofanee, il punto cruciale del discorso gira intorno alla passione erotica (Ecclesiazuse 611, 618, 1016; Rane 52-67) e ogni altro desiderio (o epitimia, έπιθυμία), diretto verso realtà emotive fondamentali, come il cibo (Uccelli 78, 984), il potere (Pace 444), il guadagno (Rane 360), la capacità di sopportazione (ταλαίπωρον) o di far presa sul reale, per il quale si nutre preoccupazione, grazie all’esercizio del pensiero (φροντίζειν).
Non meno rilevante del sesso e del cibo, è il sonno, per la sua matrice occasionalmente dionisiaca (nelle Vespe 7-9), o quale sinonimo di tranquillità esistenziale (Acarnesi 713; Pace 341 e 867). La polisemia del dormire, dello “sdraiarsi” e dell’andare a letto, anche se obliqua, nella connessione con il piacere carnale, è implicita in Aristofane (Acarnesi 1147 e 1220 ed Ecclesiazuse 894, 938, 1039, 1051), come in noi moderni.
L’asocialità “risolutoria”
Le leggi che proibiscono il libero soddisfacimento di quei desideri che non si riescono a contenere sono ripetutamente violate. Avrebbe detto Freud che il disagio, o malessere, nella civilizzazione (“Das Unbehagen in der Kultur”, 1939) è radicato in questa contraddizione di non poter esprimere apertamente le pure esigenze animali. E Fidippide, per superare il suo “complesso edipico”, ricorrerà a un’insolita formula terapeutica di patrotypsìa (πατροτυψία), malmenando il genitore quale ritorsione da contrappasso, ed esaudendo così la previsione del Coro: “otterrai ciò che brami; non desideri poi grandi cose” (τεύξει τοίνυν ὧν ἱμείρεις· οὐ γὰρ μεγάλων ἐπιθυμεῖς. – v. 435). Nel mantenere permanente lo squilibrio drammatico dell’inizio, al ritorno dal Pensatoio (Φροντιστήριον), Strepsiade offrirà tuttavia un banchetto in onore del figlio, ormai divenuto “sapiente” (σοφός) quanto il padre.
Predeterminazione o aspettativa
Per queste “nevrosi”, George Steiner ipotizzava piuttosto un meccanismo da profezia auto-avverantesi, nel senso che sarebbero sorte giusto con l’avvento della psicanalisi, tipo: è l’offerta terapeutica che genera la sintomatologia adeguata poi per quel trattamento?
Franca sociopatia
Aristofane ci dimostra il contrario. Non solo ci spiazza, dandoci l’impressione d’averla anticipata, la rivoluzione freudiana, anzi d’averla pure ben metabolizzata e apertamente criticata in tempi assolutamente non sospetti, quando ancora i meccanismi che ricacciano nelle profondità dell’Io le pulsioni più bestiali, occultandole alla coscienza, non si poteva comprendere quanto fossero attivi, e quanto poco efficace potesse dimostrarsi la psicoterapia nei casi eclatanti di disturbi di personalità, di cui non è affetto solo il figlio, ma anche il padre piromane, che aggredisce il suo terapeuta dedito alla tecnica di fingersi ignorante per instillare dubbi e accelerare il percorso verso la verità e il processo di individuazione. Ciononostante, genitore e rampollo riescono infine a riconoscersi per quello che sono: due sociopatici devianti dalla bassa, scarsa, e discutibile moralità.
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