GIORNATA MONDIALE DEL LIBRO E DEL DIRITTO D’AUTORE
Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...

Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...

“LE COQ EST MORT… IL GALLO È MORTO, NON CANTERÀ PIÙ E COCCODÌ E COCCODÀ…”. SE LA LINGUA LANGUE, IL VERNACOLO SVERNA IN RETRIVI IDIOLETTI?
«Ῥέων ὁ χρόνος ἀκάθεκτα καὶ ἀεί τι κινούμενος παρασύρει καὶ παραφέρει πάντα τὰ ἐν γενέσει καὶ ές βυθὸν ἀφανείας καταποντοῖ ὃπου μὲν οὐκ ἂξια λόγου πράγματα, ὃπου δὲ μεγάλα τε καὶ ἂξια μνήμης, καὶ τά τε ἂδηλα φύων κατὰ τὴν τραγῳδίαν καὶ τὰ φανέντα ἀποκρυπτόμενος.» («Nel suo scorrere, il Tempo, perpetuo e inarrestabile, trascina via tutte le cose create, e le sprofonda negli abissi dell’oscurità, siano esse di nessun conto o, al contrario, azioni grandi e degne di menzione, e pertanto, come dice il poeta nella sua tragedia, “rivela il non conosciuto e il manifesto avvolge nell’oblio”).
Ερωτηματικό
Questo scrive, citando Sofocle (Aiace 646-7), nella biografia dell’augusto genitore, la primogenita, Anna, dell’imperatore bizantino Alessio I Comneno, e pure prima storica di sesso femminile della nostra civiltà, fornendoci anche una lettura della nascita del segno grafico del punto interrogativo, per come lo conosciamo oggi, dalla sequenza virgolettato/punto e virgola (”; – o Ερωτηματικό), oppure dalla lettera dell’alfabeto greco Qoppa (maiuscolo Ϙ, minuscolo ϙ, poi caduta in disuso e usata solo come segno numerico per 90), che nella gematria ebraica assunse il valore di 100, e il significato di cruna d’ago, nodo, o scimmia dalla coda a penzoloni.
L’alfabeto greco occidentale
Dalla lettera qoppa, proveniente dalla fenicia qof, deriva la variante usata da Etruschi e abitanti della Magna Grecia che avevano adottato l’alfabeto calcidese (in cui i segni Φ, Χ, Ψ possedevano valore di ph, ks, kh, mentre il suono ps veniva reso ancora con il digramma ΠΣ o ΦΣ). L’alfabeto greco occidentale (rosso) dell’Eubea, presentava, inoltre, la peculiarità del lambda (λ) con l’angolo in basso, rintracciabile nella più antica serie dei grafemi latini, come nelle iscrizioni della Roma arcaica. Mentre la L maiuscola latina si è evoluta, sempre attraverso il lambda greco (Λ), dalla rotazione su se stessa della fenicia lamedh.
Zagba elaia
I paleografi fanno risalire la comparsa del punto e virgola greco, più o meno, allo stesso periodo del punto e virgola latino e della colonizzazione ellenica dell’Italia meridionale, con l’introduzione dell’alfabeto calcidese, all’incirca nell’VIII secolo a.C., mentre il primo simbolo conosciuto relativo alla modalità interrogativa fu probabilmente il “doppio punto siriano”, quale distico superiore o zagba elaia, cioè due punti verticali sopra una parola all’inizio di frase, come adesso (dal 1754, Ortografía de la Real Academia), avviene in Spagna con il segno di apertura dell’interrogazione (¿).
La consuetudine d’indicare le domande, all’inizio o alla fine delle frasi, siglandole qo, abbreviazione del latino quaestio (richiesta, problema, disputa), divenne tuttavia comune all’epoca dei monaci copisti.
Funzione prosodica
Essendo rivolto ai lettori, questo segno grafico, all’interno del testo, non ha funzione organizzativo-strutturale (come, invece, per esempio, il punto, e basta), bensì “interpersonale”; cosicché, posto alla fine della frase interrogativa diretta, assume carattere “prosodico”, nel fornire a chi si confronta con il testo, oltre a una dichiarazione problematica, un’informazione utile circa il modo di pronunciarla.
Accenti e asterischi
Gli accenti e gli ‘spiriti’ erano stati introdotti in epoca alessandrina da Aristofane di Bisanzio, di cui è pure nota l’ipotesi che fissa la fine dell’Odissea al versetto 296 del libro XXIII. Come per Aristarco di Samo, sarebbe quello il punto d’arrivo finale nello sviluppo dei nuclei tematici evolutisi attraverso l’intera opera; da lì in poi, Odisseo, infatti, non fa che ripetere a Penelope l’iniziale “proposizione”, o protasi (dal greco: πρότασις, pròtasis), il racconto cioè di come dapprima vinse i Cicòni, e giunse poi dai Lotòfagi, e in seguito si vendicò del Ciclope divoratore dei prodi compagni, e così via. Le varie rielaborazioni del testo omerico, infatti, rendono pure conto dell’evidenza d’una stratificazione linguistica: dalle arcaiche convenzioni grammaticali e formulari del miceneo al greco classico, con prevalenza di dialetto ionico, non privo di apporti provenienti dall’attico e dall’eolico.
Sempre al filologo Aristofane si deve l’introduzione di vari segni diacritici, come C (σίγμα) e כ (ἀντὶ σίγμα) = sigma e anti-sigma, per indicare due versi consecutivi di identico contenuto e pertanto intercambiabili; T = κεραύνιον =keraunion, per indicare quelli atetizzati (ritenuti spuri); o l’asteriskos= * (ἀστερίσκος), utile a contrassegnare un’erronea reiterazione, ripetuta in altro luogo del poema.
Poliziano
All’epoca di Anna Comnena, nella nostra penisola, il greco si parlava soltanto al meridione, cosicché a poter insegnare la grammatica greca erano gli “stilitani” jonici. Secoli dopo, fu Poliziano a vantarsi di conoscerla a menadito, rammentando il contributo d’Aristofane di Samo, tanto che, per evitare l’anacronismo, la sua personale edizione del V inno di Callimaco apparve senza accenti, come naturalmente sarebbe stato in origine.
Demetrio Calcondila
Maestro di Gian Giorgio Trissino, al quale trasmise la passione per lo studio dell’antico idioma e l’amore per la letteratura classica, fu l’ateniese Demétrios Kalkokondýles (Δημήτριος Χαλκοκονδύλης), che alla corte milanese del Moro, riuscì pure a pubblicare, nel 1494, l’unica sua opera interamente dedicata all’apprendimento dell’ellenico, gli ᾿Ερωτήματα, poco dopo (1493) la riedizione del Περὶ διαλέκτων, un trattato sui dialetti greci antichi, elaborato dal grammatico e vescovo bizantino Georgios Pardos (Γεώργιος Πάρδος) di Corinto.
Diálektos
A introdurre nel tardo latino (dialectus) la parola femminile greca diálektos (διάλεκτος), composta dalla preposizione diá, reciprocamente, e légein, parlare, pertanto, con il significato originario di “conversazione”, fu il retore Quintiliano. Solo successivamente il significato si ampliò in “modo di esprimersi”, nel senso di varietà d’una lingua, con particolare cadenza o accento, nonché di idioma locale che abbia perduto autonomia, rispetto ad altro storico-geo-socio-politicamente dominante, oppure considerato irregolare, come in Francia il patois (dall’antico patoier, gesticolare, a sua volta da patte, zampa), o il patwah creolo-giamaicano, – anche se la definizione di creolo presuppone la combinazione di più lingue, senza che si sia verificata la prevalenza di alcuna, nonché l’evoluzione da un pidgin, quale mescolanza di parlate di popolazioni differenti.
A parte una dozzina d’eccezioni, i dialetti nostrani sarebbero varianti territoriali d’un generico volgare neo-latino con forte risentimento regionale soprattutto negli aspetti prosodici e di pronuncia, e solo parzialmente nel lessico e nella sintassi.
«Αἴας ἅπανθ᾽ ὁ μακρὸς κἀναρίθμητος χρόνος φύει τ᾽ ἄδηλα καὶ φανέντα κρύπτεται·» (Aiace: Il tempo ritmo cosmico immenso germina mondi latenti e in un battibaleno di nuovo li affonda nel nulla… – 646-7). Nella citazione sofoclea nell’Alessiade, troviamo quella verità storica valida anche per lingue e dialetti. Le parole infatti non nascono eterne, ma cambiano nel loro significato.
Sermones
Varrone parlava addirittura di sermones, per “linguaggi” e, secondo Giovanni Lido (De magistratibus 2, 13), sosteneva che il latino fosse una “strana” variante del greco eolico, determinata dalla presenza arcadica nel mito delle origini di Roma, mescolatosi all’etrusco, con un minimo ed episodico influsso del gallico, trascurando così la pur importante influenza del sabino. S’è inteso allora interpretare quel tusco come osco. Ma la mediazione tra osci e sabini sarebbe più giustificata dai sanniti con cui si ricollegherebbero grazie alla nota consuetudine del ver sacrum, l’arcaica ricorrenza rituale di fondare nuove colonie.
Variante eolica
Quel che è certo è che Varrone non sosteneva proprio la totale origine del latino dal greco, sia pur eolico, neppure per il tramite della mediazione sabina.
Eppure, la variante eolica del greco classico, insieme al dorico, all’attico e allo ionico, ne costituisce indubbiamente un importante sottogruppo, anche perché strumento espressivo della poesia lirica monodica di Alceo e di Saffo e, insieme al remoto sostrato miceneo, in minor misura forse, fondamentale componente della lingua di Omero.
Gli elementi costitutivi del latino (De lingua latina V, 1, 10), il reatino, – quindi originario dell’alta Sabina, – li classifica in: nostra, aliena, od oblivia, difendendo l’esistenza d’un patrimonio lessicale autoctono, progressivamente arricchitosi di contributi percepiti come peregrina e non vernacula.
Fidius, Semon, Sancus … Santus
Piuttosto che dagli “spartani” (quindi come i Locresi, forse), per Catone (Origines), i sabini discendevano da un eponimo Sabus, figlio del dio epicorio Sancus, Fidius o Semone, indigeno protettore dei giuramenti, costituendo la radice etimologica del verbo «sancire», da cui “sanzione” (in caso di mancanza di rispetto dei patti), e pure “santità”. Varrone li identifica quali più antichi abitatori della porzione centro- meridionale della penisola, diretti discendenti degli aborigeni, accostandoli dunque agli Enotri, o meglio Oinotroi (da οινωθρον, sostegno della vite, od οι νοτροι, gli unici?), ritenuti da Dionigi di Alicarnasso tra i più antichi colonizzatori achei, piuttosto che dei semplici proto-paleo-osci.
Un’indo-europeizzazione complessa
In realtà, in un quadro contestualizzato di indo-europeizzazione complessa del territorio italico, sembra più agevole definire, in maniera approssimativa, una sorta di suddivisione linguistica in base alle migrazioni, con una prima ondata venetico-latino-nordpiceno-falisca, e relative appendici di ausoni, aurunci, opici, enotri e italo-siculi, alla quale si sovrappose, mescolandosi, anche attraverso la procedura del Ver sacrum, una successiva da parte sabino-osco-sudpiceno-umbra, comprendente i dialetti di Ernici, Volsci, Marsi, Vestini, Marrucini, Peligni ed Equi, nonché la lingua osca delle genti di stirpe sannitica (Campani, Lucani, Bruzi), testimoniata pure da celebri attestazioni epigrafiche, per l’umbro, nelle Tavole iguvine e, per l’osco, nel Cippo abellano, Tabula bantina, e quella di Agnone.
La colonizzazione ellenica
Gli ecisti che colonizzarono la Magna Grecia (ή Μεγάλη Ελλάς) parlavano la variante dorica del greco antico diffuso soprattutto nella Doride (tra l’Etolia e la Locride, la Tessaglia e la Focide), a Creta e nel sud-est del Peloponneso. Forse con la sola eccezione della Locri Epizefiri, fondata, secondo Polibio (Storie, XII, 5-10), da un contingente misto, comprendente anche delle nobildonne spartane, si trattava per lo più di giovani maschi costretti a procreare con le indigene incontrate in loco, per cui già i figli della prima generazione cominciavano a parlare un idioma ellenico imbastardito dalle parlate autoctone, con una forma di compresenza socio-funzionalmente diversificata in un contesto pubblico, l’uno (quello dei padri) e in ambito familiare, l’altra (materna). A Cuma, Capua e Pithecusa, quest’incontro rinvigorì l’etrusco, a sua volta di più antica origine orientale, e precisamente lemnia, con l’assimilazione dell’alfabeto calcidese introdottovi nell’VIII secolo a. C..
Solo in virtù delle conquiste romane il latino divenne poi lingua egemone sugli altri dialetti italici e sul lessico tirsenico che aveva adottato l’alfabeto euboico della Calcide, sull’isola a oriente della Grecia Centrale.
La cartina geolinguistica di Giovan Battista Pellegrini
Da quanto sopra derivano i successivi confini tra un nordovest “gallo-celtico” e il triveneto, da una parte, e, dall’altra, un centro italoromanzo e il meridione, all’incirca lungo l’asse Senigallia-Massa Carrara (cartina geolinguistica di Giovan Battista Pellegrini), nonché l’oriente neolatino, dalla Dalmazia alla Romania, e quell’occidente che dalla Toscana s’espande fino alla penisola iberica.
I seicento anni della lingua siciliana
Il dato relativo al fatto incontestabile che gli abitanti della Sicilia per sei secoli (dai tempi degli Altavilla alla spedizione dei Mille) abbiano creduto di parlare una vera e propria lingua, rende ragione di quanto i codici linguistici risentano della loro maggior portata socio-politica condivisa, ridimensionata a dialetto, magari dalla minore rilevanza storica.
La koiné greca
La questione di unificare socio-linguisticamente un regno, che si apprestava a diventare impero, se l’erano posta Aristotele e Filippo il macedone, probabilmente dopo la vittoria nella battaglia di Cheronea (338 a.C.), che aveva imposto l’adesione delle poleis (πόλεις) sconfitte alla Lega di Corinto, risolvendosi entrambi, il filosofo e il monarca, per una base comune (koiné, κοινή), unitaria e popolare, che potesse assurgere a lingua franca dell’intero mediterraneo, attraverso una ricomposizione dei quattro antichi dialetti ellenici (attico, jonico, dorico ed eolico), con prevalenza dei primi due, e in particolare un nucleo stabile di attico mescolato a molti elementi jonici, come, per esempio, il doppio sigma [σσ] invece di doppio tau [ττ] (tipo θάλασσα, e non θάλαττα), o la sequenza ro sigma [ρσ] al posto del raddoppio di ro [ρρ] (ἀρσενικός, invece di ἀρρενικός).
Una profanazione per i latini
La politica augustea creò una nuova geografia linguistica e, nonostante la prolungata diglossia con il greco, nel mondo latino classico accadde una movimentazione socio-politica quasi opposta, in base alla teoria d’una perfezione e sacralità dell’idioma dei padri, ideale, divino, scritto e immutabile, che man mano andava degradandosi nel continuo uso quotidiano, orale, reale, umano, che non fa che profanarlo nella mutabilità delle parlate dialettali.
Un progressivo impoverimento
Difatti, una lingua subisce un progressivo impoverimento anche a causa del suo prolungato percorso storico, pure di tipo letterario, scritto, che contribuisce non poco a renderla meno sciolta del comune linguaggio familiare, e dialettale, derivato da un latino localizzato in una determinata area, il quale pertanto acquista molto in prontezza, concretezza, specificità territoriale, e meno in autorevolezza; e questo con poche eccezioni, come, nel meridione, siciliano e napoletano, che in certi periodi ambirono a dignità da idiomi nazionali.
Il napoletano boccaccesco
I sovrani aragonesi erano quasi costretti a esprimersi nella parlata isolana. Boccaccio rimase affascinato dal volgare campano, lasciando una delle prime testimonianze di letteratura dialettale riflessa, dalla notevole forza espressiva, nella musicalità cadenzata di quella famosa epistola a Franceschino de’ Bardi. Più recentemente, a frequentare il dialetto sono stati prevalentemente i poeti, come Andrea Zanzotto, in Veneto, Tonino Guerra in Romagna, Albino Pierro in Lucania e, perché no, De André, a Genova.
Un’operazione discutibile
Ciò in quanto alla lingua, come diceva l’illustre figlio di Pieve di Soligo, viene spesso a mancare la dimensione emotiva, perché incapace di render conto dei vari gradi del vissuto. Il dialetto può pure riemerge in determinati momenti in cui l’italiano non sembra in grado di fornire le stesse risposte nei giochi di parole verbali, nello scherzo, nell’effetto comico che, per esempio, provoca le risate nelle barzellette e nelle battute estemporanee. Per cui è spesso forte la tentazione di tradurre in vernacolo perfino certi classici. Operazione tuttavia discutibile, a meno che non si tratti piuttosto di ricercati effetti letterari, colti o poetici, e da lingue straniere.
Per il Gadda di “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” (1957) il vernacolo costituì un importante supporto espressivo per aggredire sia il conformismo letterario che il “senso comune” del linguaggio. Camilleri s’è inventato invece una ricetta che inserisce l’ingrediente principale a un moderato dosaggio farmaceutico di q. b., quanto basta.
La cadenza regionale
A parte le lingue riconosciute di minoranze, come il sardo o il friulano, in molte zone, per esempio in grandi città, come Roma, s’evidenzia maggiormente una calata vernacolare, riconoscibile a orecchio, per via dell’intonazione, nei tratti fonetici e prosodici. Di solito ci si esprime alternativamente, con gli estranei, in italiano per la maggiore condivisione lessicale, e in dialetto soltanto con gli intimi (per giungere, con gli intimissimi, all’esasperazione della criptofasia, o dell’idioglossia, fino a un retrivo idiolètto?).
Geosinonimi
Componenti regionali sono evidenti nei geosinonimi territoriali; per esempio, di quell’accessorio usato per reggere gli abiti da riporre in armadio o negli espositori appositi: appendiabiti, attaccapanni, appendino, ometto, omino e, per estensione, gruccia o stampella, con cui s’intenderebbero, forse più propriamente, quegli strumenti ortopedico d’ausilio alla deambulazione. Altri esempi: il cornetto (a forma di mezzaluna, da kipferl) viene confuso al Nord con la brioche (tonda e lievitata), dall’adattamento centro-meridionale italianizzato in brioscia, – “col tuppo”, in Sicilia, s’inzuppa nella granita –, mentre è più simile al croissant (crescente, senza uova ma più burro), particolare tipo di viennoiseries a base di pasta sfoglia alla francese. Nel settentrione il cocomero diventa anguria, in Calabria si fa zipangolu, e così via.
Asse Lamezia-Squillace
Come la complessità, anche le variazioni fanno parte d’una qualche normalità del linguaggio comune. Cosicché, in Calabria, è davvero difficile insistere su d’una territoriale suddivisione (asse Lamezia-Squillace) in perfetta purezza tra grecità e latinità. La definizione di cōnsocerī, per esempio, sembra spodestata da quella ubiquitaria di sumpessari (da συμπεθεριάζω, imparentarsi con un matrimonio).
Qualcosa di analogo vale per altri apporti culturali: il Wotan normanno, che i longobardi, collegandolo alle letture bibliche di Daniele (12, 1) e dell’Apocalissi (12: 7–12), portarono sul Gargano (Monte Sant’Angelo), dopo la sosta sulla Manica (Mont Saint Michel), nella nostra regione, diventa il San Michele di Mileto, Rombiolo, o Cinquefrondi, nonché il celebrato patrono delle ‘ndrine, più che della polizia (ben strana correlazione, del resto!).
La nobiltà d’una lingua
Mentre il Rinascimento ha riscoperto il classicismo, il romanticismo restò affascinato dal medioevo, dal greco bizantino, mescolando la dialettologia con l’etnologia, fino a far sintetizzare al cosentino Pasquale Rossi, medico con interessi sociologici per folklore e “Rumanze”, l’iconica affermazione sulla nobiltà della lingua (a cui continuare ad aspirare?).
Doricità versus bizantinità
Il dialetto trasmette indubbiamente la latinità augustea creata da una geografia politica imperialistica, contaminata però da altre commistioni con oscismi e sovrapposizioni sulla più antica doricità di medievali bizantinità, alle quali andrebbe attribuita persino l’introduzione di termini turchi o iranici. Il risultato sembra quello d’una sorta di carsismo linguistico in grado di far percolare i termini da una sponda a un’altra dei mari come un moto di risacca dopo l’urto più forte sulla costa.
Entrambe le spinte sono comunque soggette allo “scorrere, perpetuo e irresistibile, del Tempo, che trascina via tutte le cose create, e le sprofonda negli abissi dell’oscurità…”. E, come gli uomini che le parlano, anche le lingue e i dialetti sono mortali e, se non più parlati, destinati, man mano, a scomparire.
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