LA FONDAZIONE CORRADO ALVARO SALUTA IL NUOVO VESCOVO DI LOCRI-GERACE
Ecco il testo della lettera che Franco Arcidiaco, Presidente della Fondazione Corrado Alvaro, ha inviato...

Ecco il testo della lettera che Franco Arcidiaco, Presidente della Fondazione Corrado Alvaro, ha inviato...

Pierfranco Bruni
«Solo ciò che è trascorso o mutato o scomparso ci rivela il suo volto reale». Un reale che lascia il suo realismo e si fa metafora. Il 15 marzo del 1936 Cesare Pavese lascia Brancaleone di Calabria e ritorna nella sua Torino. Non lascia un luogo. Lascia una soglia iniziatica. Se ne va col carcere addosso, col mare negli occhi, col mito nelle mani. Se ne va portando la grecità come un peso lieve, come sale che non si scioglie.
Brancaleone è confino politico. Ma è anche ierofania. Qui i simboli smettono di ornare e cominciano a rivelare. La pietra, il vento, la distesa non sono paesaggio. Sono segni. Il mare non è acqua. È memoria. È «cosa antica» che parla greco. La sua discesa nel rito inizia proprio da Brancaleone. Il carcere di Pavese non è solo cella. È infatti discesa agli inferi. È il tempo sospeso in cui l’uomo si spoglia e incontra le ombre. E le ombre, se le nomini, diventano figure. «Non ci si libera di una cosa evitandola, ma solo attraversandola». Pavese ha attraversato grazie alla parola il tempo del suo vissuto in una alchimia di suoni che sembrano onde sulle pietre levigare dagli anni.
Ha attraversato Brancaleone. L’ha attraversata fino in fondo. E da quell’attraversamento è nata una lingua nuova: asciutta, dura, sacra. Il confino gli ha dato due doni: silenzio e misura. Silenzio per ascoltare. Misura per non mentire. Il suo carcere invisibile è solitudine metafisica.
Il sacro in Pavese filtrando il mito è eco popolare. È segno di una profondità etnica. Penso ai versi del Lo Stendazzu in cui il mito di fa lingua popolare e sacro. Una attrazione che nasce dalla tentazione.
Dedica alla Calabria pagine di prosa e poesie che restano. Infatti stendazzu. Titolo di terra. Parola che sa di legno e di vento. Qui il popolare non è folklore da cartolina. È struttura dell’anima. È il modo in cui il sacro entra nel quotidiano senza chiedere permesso. Da questa terra nasce il selvaggio e la donna-mito. Non è favola. È archetipo mediterraneo. Il selvaggio è forza senza nome, istinto che resiste. Una percezione oltre il reale. Fissi nell’anima.
La donna è attesa, promessa, destino di donna e di terra. Tra i due scorre il mare. E il mare è greco: «Venivano dal mare gli dei», e con gli dei venivano le storie, le colpe, i ritorni. In Lo stendazzu la Calabria non è descritta. È abitata. E nell’abitare diventa mito. La sua grecità si fa geografia interna. Pavese porta via la grecità. Non come erudizione. Come modo di stare al mondo. Grecità è misura e hybris. È rito e parola. È il senso che le cose hanno quando le guardi a lungo. I simboli a Brancaleone diventano ierofania. Come tale mostrano tutto ciò che non può essere perduto. Il kito così entra nel pensare filosofico.
La conchiglia trattiene il suono del tempo. La caverna trattiene il silenzio degli antenati. Il labirinto trattiene il cammino dell’uomo tra perdita e riconoscimento. Tutto questo Pavese lo carica e lo porta al Nord. Lo versa in Lavorare stanca, in Paesi tuoi, nei Dialoghi con Leucò. E prima nel suo romanzo incipit dal titolo Il carcere.La Calabria diventa Leucò. Il mare diventa voce di dei. Di quegli dei greci che ancora resistono in un immaginario poetico.
Per Pavese Brancaleone è frontiera. È dove Oriente e Occidente si toccano senza confondersi. Il popolare calabrese incontra il mito greco e lo rende carne. Il sacro non ha bisogno di templi. Gli basta una riva, un tramonto, un nome detto piano. Pavese lo capisce. La letteratura non spiega il mito. Lo continua in una geografia di simboli.
Il poeta è legislatore del mito perché gli dà corpo nuovo. Alla finr è l’andare che resta. Parte il 15 marzo. Ma la Calabria non lo lascia. Resta come suono nella conchiglia del tempo. Resta come nostalgia che lavora, che scava, che forma.
Da Brancaleone Pavese porta via tre cose. Dunque. Il carcere indelebile e invisibile come rito di passaggio. Il popolare come lingua del sacro. La grecità come misura per dire l’infinito. Il selvaggio e la donna continuano a camminare nei suoi versi. Il mare continua a rispondere. E l’uomo, tra confino e libertà, impara che per dire il mondo bisogna prima averlo attraversato. Come ha fatto lui, quel giorno, lasciando Brancaleone e portandosi dentro un’intera Magna Grecia. Quella grecità che non smetterà la sua insistente presenza nel vocabolario di Pavese sino al punto in cui la fine dell’immortalità degli dei toccherà il gorgo muto.
«…era felice del mare, venendoci, lo immaginava come la quarta parete della sua prigione, una vasta parete di colori e di frescura…».
