Menomale che Giuseppe c’è
È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...

È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...
Aiace e Achille, Castore e Polluce: miti di Dei e/o di Eroi? “Aggiungi un posto a tavola che …” l’ospite è sacro!
«… ἐγὼ μὲν οὖν ὑμῖν λέγω τοῖς οὐδὲν εἰδόσι κριταῖς καὶ δικασταῖς, μὴ εἰς τοὺς λόγους σκοπεῖν περὶ ἀρετῆς κρίνοντας, ἀλλ᾽ εἰς τὰ ἔργα μᾶλλον.» (… io dunque dico a voi, che non sembrate essere giudici e magistrati, di valutare la virtù non con le parole, ma piuttosto con i fatti) – Αίας ή Αίαντος λόγος – Συγγραφέας: Αντισθένης (Discorso di Aiace o Aiantos – Autore: Antistene).
«… τούς τε άλλους ήρωας έκ μειλιξάμενος μάλιστα δέ τήν Αιαντος του Λοκρού ψυχήν…» (… l’altro eroe addirittura da encomiare [è] l’anima di Aiantos [Aiace] di Locri)– Κόνων, Conone.
Pausania il Periegeta racconta una leggenda tramandata sia tra i crotoniati che tra gli imeresi (Ἑλλάδος περιήγησις III, 19, 11-13), in cui si narra d’un’isola sacra ad Apollo, situata alle foci dell’Istro (odierno Danubio), nel Ponto Eusino (Mar Nero), e denominata Bianca, Leuca (Λεύκη o Λευκὴ νῆσος), Leucade o Isola di Achille (Ἀχιλλέως νῆσος, Ἀχίλλειος νῆσος) – e, oggi, Isola dei Serpenti (in russo Zmeinyj Ostrov, Змеиный остров, in ucraino Ostriv Zmiïnyy̆, О́стрів Змії́ний, in rumeno Insula Șerpilor, in greco moderno, come in quello medievale, Phidonisi, Φιδονήσι e, nelle carte nautiche italiane del xv secolo, Fidonixi).
Nel suo perimetro di venti “stadi”, tra folti boschi, dove abbondano gli animali selvaggi, sorge un tempio dedicato ad Achille (a cui è stata eretta anche una statua, o xoanon, ξόανον), frequentato pure dalle ombre di Patroclo, Antiloco ed Elena (divenuta oramai moglie del Pelìde), nonché dalle anime inquiete dei due Aiaci, il Telamone di Salamina e l’epicnemide figlio d’Oileo.
Oikeiotes
Di quest’ultimo, all’epoca del conflitto con Kroton (Κρότων), in virtù del forte legame di consanguineità (oikeiotes, οἰκειότης) che li univa, perorarono l’intervento, presso gli Opunzi, i loro lontani italici parenti locresi epizefìri.
Di quell’eroe Pindaro ricorda, nella IX Olimpica (108-113), l’offerta da parte di Epharmostos, l’atleta che ringraziò Aiace, non solo donandogli la corona sull’altare, ma imbandendo anche un sontuoso banchetto in suo onore (secondo la formula della Teossènia, Θεοξένια), allo scopo di promuovere la propria famiglia in seno alla più vasta comunità epicnemide. Nativo di Opunte, nel riportare importanti vittorie nella lotta, a Olimpia, consentì così ai suoi discendenti di succedersi sul trono della metropoli opunzia, stabilendo una stretta connessione tra storia etnica e civica, tra ideologia politica e genealogia familiare.
Leonimo
Uno dei due comandanti dell’esercito crotoniate, Leonimo, venuto a conoscenza di ciò, assalì i nemici laddove pensava si trovasse l’epifania dell’eroe giunto in soccorso dei più deboli avversari, ma mal gliene incolse. Ferito al petto, per porre rimedio alla sua insopportabile sofferenza, fu costretto a rivolgersi all’oracolo di Delfi, la cui Pizia lo dirottò giusto all’isola Bianca del Ponto per farlo curare e guarire direttamente da chi quel dolore aveva procurato, proprio l’Aiace Oileo.
Di ritorno da quella spedizione alle foci dell’Istro, gli fu ordinato dalla stessa Elena di raggiungere Himera (Ἱμέρα), dove s’era trasferito il Tisia di Metauro (Μέταυρος, o Ματαυρία), colonia di Locri, soprannominato Stēsíchoros (Στησίχορος, “colui che gestisce il coro”), per fargli sapere che la sopraggiunta inspiegabile cecità da cui era affetto la doveva attribuire proprio al risentimento della più bella figlia di Leda per come era stata indecorosamente maltrattata dal poeta, il quale, pertanto, onde placarla, si sarebbe dovuto impegnare a scusarsi e chiederle perdono, componendo la celebre Palinodia di risarcimento.
Hera lacinia
Lo stesso Stesicoro celebrava la battaglia della Sagra non solo per l’apparizione dei Dioscuri, ma anche per l’intervento della coppia Aiace e Achille, pur sapendo che quest’ultimo era molto venerato anche a Kroton, dove sul promontorio lacinio (da alcuni ritenuto suo improbabile luogo di sepoltura, ma forse di culto), una processione di donne abbigliate a lutto sembra ne piangesse la dipartita giusto al passaggio di Menelao. Del resto, quei medesimi luoghi ad Hera sarebbero stati offerti in dono dalla madre del Pelìde, la nereide Teti.
La battaglia della Sagra
La battaglia della Sagra, o sul Fiume Sagra (Torbido, Allaro o Amusa?), se combattuta in quello spazio ristretto, di circa 200 metri, tra il mare e la rupe dell’attuale Roccella, avrebbe preceduto di poco meno d’un secolo la scelta di campo di Leonida alle Termòpile (Θερμοπύλαι), proprio per la possibilità di fermare il numeroso esercito crotoniate (130.000 uomini?) con delle truppe davvero risicate (non più di 15.000 cavalieri). Vista la forte superiorità militare degli avversari, la decisione locrese d’aspettare il nemico al guado si sarebbe infatti rivelata la più azzeccata.
Gli alleati
In difesa di Lokroi Epizephyrioi (Λοκροὶ Επιζεφύριοι), si mossero le sue colonie di Hipponion (Ἱππώνιον), e Medma (Μέδμα o Μέσμα), nonché Reghion (Ῥήγιoν), momentaneamente alleata dall’esigenza di dover arginare un potenziale pericoloso invasore. Ma l’aiuto richiesto a Sparta si limitò al consiglio di rivolgersi ai figli d’una delle loro regine, assunti in cielo nella forma della costellazione dei Gemelli. Quindi, se il contingente locrese non sembrava umanamente adeguato, risultava stranamente affollato di eroi semidivini, o divinizzati, a cui gli Epizefìri, in seguito, grati per aver riportato una decisiva vittoria, dovettero senza dubbio edificare edicole di culto lungo una linea di confine che estromettesse la Kaylṓn (Καυλών) tradizionale confederata di Kroton. – Da quello dedicato a uno dei due lacedemoni Diòscuri potrebbe essere nata la denominazione del torrente Castore (a Placanica) e dalla consacrazione ad Aiace (Aiakeion, Αιάκειον) la cittadina di Riace, in alternativa all’etimo sumero-accadico “Ruha ake”, luogo del vento?
Nel centro della capitale di Egina, per esempio, un muro di marmo circondava uno spazio (prònao) preceduto da colonne (pròdromo, πρόδρομος, «che corre avanti»), dinanzi la cella, un vano quadrato e un altare con un ulivo sacro; e, secondo la leggenda, proprio in corrispondenza dell’altare, c’era la tomba dell’eroe. In prossimità del tempio si tenevano regolarmente feste e gare sportive; e, anche se per lo più di carattere locale, ad alcuni giochi hanno preso parte atleti provenienti dalla Grecia continentale, le corone onorarie dei quali venivano affidate al pronao (πρόναος, da προ- «avanti» e ναός «tempio»).
I due Áiās
Per distinguere i due Áiās (Αἴας) si ricorre al patronimico “Telamonio” (ovvero figlio di Telamone) per “il Maggiore”, poiché il più alto tra gli achei, dotato di corporatura robusta, e secondo solo al cugino Achille quanto a forza, od Oileo per chi, seppur abile nella corsa, nel lancio del giavellotto e nel tiro con l’arco, si mostrò arrogante e rozzo: issò in cima alla sua lancia il capo mozzato dell’appena trucidato Ilioneo; troncò di netto la testa al cadavere di Imbrio, scagliandola poi contro gli avversari per dimostrare agli altri troiani il suo totale disprezzo; e non esitò a violentare la profetessa Cassandra aggrappata al simulacro ligneo della vergine Pallade (il famoso Παλλάδιον o un qualsiasi altro xoanon?), rovinandolo a terra, proprio dinanzi all’altare di Atena.
Aiace o Aiaci?
Insieme con il suo omonimo, si distinse, però, nel far barriera a difesa delle navi argive ed entrambi erano stati tra i numerosi pretendenti di Elena. È forse per questo che molti ritengono Αἴας ᾿Οϊλέως un banale sdoppiamento dell’altro Τελαμώνιος?
Teucro
Di quest’ultimo è certo l’accoppiamento effettuato dal poeta, a volte, con il suo omonimo, l’Oileo, che, piccolo, buon corridore, arciere, sembra quasi il suo naturale opposto, altre volte con il fratellastro Teucro (Τεύκρος), dal nome singolarissimo (“di colore nero”), perché fin troppo simile a quello (Τεῦκρος) dell’eponimo dei Teucri (Τεῦκροι) della Troade, nonché progenitore della famiglia regnante di Troia, per via del matrimonio della figlia (Batiea o Arisbe) con Dardano, da cui nacque Erittonio, padre di Troo.
Teucri
Si trattava d’un gruppo di tribù che abitavano l’Anatolia nordoccidentale, il quale gruppo, secondo l’antica mitologia ellenica, anche se la loro élite parlava greco e assumeva spesso nomi greci, risentiva dell’influenza ittita, seppure non fossero etnicamente neppure ittiti, anzi in conflitto con essi. Alcuni hanno sostenuto che fossero anzi uno dei tanti rami (Tjekker o Tjeker) dei “popoli del mare”, altri li davano d’origine dorica. Nella sua “Geografia“, Strabone indica in Creta la loro patria ed Erodoto “discendenti dell’antico e glorioso Teukris” chiama gli Sciti-Georgiani.
Il suicidio e il sepolcro
Il Maggiore dei due Aiaci si suicida piuttosto che continuare a vivere nella vergogna d’essere impazzito per le armi di Achille andate in sorte a Odisseo. E quelle stesse armi, secondo una leggenda, dopo il naufragio dell’astuto figlio di Laerte, autonomamente i flutti le spinsero sino al sepolcro di Aiace.
Satlna
Molte famiglie illustri, tra le quali quella di Milziade, Alcibiade, Cimone, o dello storico Tucidide, vantavano una discendenza dal figlio della regina di Salamina, Peribea, che, in quanto nipote di Eaco, li riconnetteva direttamente a Zeus. Anche in Italia era diffuso il suo culto, tanto che su una tomba etrusca risalente al V secolo a.C. e dedicata a Racvi Satlnei, si legge l’espressione ‘aivastelmunsl = della stirpe di Aiace Telamonio, e la famiglia etrusca Satlna come insegna araldica usava espressamente una raffigurazione di quel suo tragico suicidio.
Exekias
Data la sua predilezione per i temi riguardanti questo eroe, si ritiene potesse provenire appunto da Salamina l’Exekias attivo nella ceramografia attica a figure nere, nell’Atene nella seconda metà del VI secolo a.C., quasi cento anni prima della fattura dei bronzi di Riace. Tra pinakes (πίνακες) e vasi, gli vengono attribuite una quarantina di opere, di cui solo quattordici firmate. Ritrae per lo più scene estratte dalla guerra di Troia, proprio come i preparativi del suicidio per la mancata attribuzione delle armi di Achille, oppure quest’ultimo che uccide in duello la regina delle Amazzoni, Pentesilea. È comunque celeberrima anche la kylix (κύλιξ, coppa) con l’episodio dei pirati ispirato all’Inno omerico a Dioniso.
Aiace e Achille imparano il gioco inventato da Palamede?
Nei Musei Vaticani (n. inv. 344 del Museo Gregoriano Etrusco), si conserva l’anfora campaniforme, autografata nella forma metrica del trimetro giambico: |ΕΧΣΕ|ΚΙΑΣΕΓΡΑΦΣΕΚΑΠΟΙΕΣΕΜΕ “Eksekias egraphse kapoieseme” (Exekia mi fece e mi dipinse), che ritrae, in posizione assisa su sedili cubici, Aiace Telamonio e Achille (riconoscibili dalle iscrizioni sopra le loro teste), intenti in un gioco da tavolo, forse quello inventato da Palamede per distrarli durante la pausa tra gli scontri, simile alla dama o agli scacchi, e chiamato pessoi (πεσσοι), oppure, più probabilmente, i comuni dadi o aliossi (αστράγαλοι). Non trovando riscontro in alcun testo letterario ed essendo inedito anche per l’iconografia omerica, si ratterebbe d’un soggetto originale, creazione del nostro artista, replicato di lì a poco anche in un gruppo scultoreo dell’acropoli di Atene.
Un arcaico fumetto
Come in un fumetto moderno, Achille dichiara un quattro (ΤΕ|Σ|ΣΕΡΑ), e Aiace rilancia un tre (ΤΡΙΑ), auspicando il risultato che stanno per gettare. Impugnano, ciascuno, due lance onde non trovarsi impreparati al momento della ripresa dei combattimenti, e sono pertanto muniti di schinieri e protezioni per le cosce, e Achille pure di quelle per braccio, avambraccio e spalla, oltre a indossare corazza ed elmo, mentre Aiace quest’ultimo l’ha appoggiato sullo scudo dietro di lui, il cui emblema è un Gorgoneion (Γοργόνειον) tra due serpenti. Sullo scudo d’Achille, in altorilievo, c’è una testa di satiro, tra un rettile e una pantera.
L’impavido Aiace
L’elmo corinzio d’Achille forma l’apice d’un modulo sostanzialmente triangolare, a riprova dell’importanza attribuita allo spazio da un ceramografo che conosce molto bene anche l’utilizzo dei dettagli nell’accentuare le emozioni dei personaggi raffigurati: non posizionando i due elmi uno accanto all’altro e mostrandone uno appoggiato sullo scudo dell’impavido Aiace, ne ha evidenziato lo sprezzo del pericolo. E, forse, ostentando maggiore esperienza, Aiace ha difatti la barba più lunga rispetto a quella del giovane cugino, dato che gli argonauti Telamone e Peleo erano fratelli.
Un’iconografia, quella della barba che contrasta nettamente con quella dei Dioscuri, eppure abbastanza in linea con la statuaria dei bronzi riacesi.
L’atarassia del giusto
Anche nel gioco che stanno praticando, gli eroi greci, esibiscono la sicura aspettativa dei vincitori, nella piena convinzione di portare avanti un’impresa legittima, così pure confermando l’adagio epicureo: “Il giusto è irremovibile, l’improbo per lo più colmo di tumulti” (Ο δίκαιος αταρακτότατος, ο δ’ άδικος πλείστης ταραχής γέμων).
Leda e Tyndareos
Sul retro dell’anfora venne rappresentato il ritorno dei Dioscuri alla reggia paterna, accolti dai loro genitori: Leda e Tyndareos. La figura di Leda, in particolare, è stata accostata alla “Kore col peplo” del Museo dell’Acropoli di Atene, ma anche l’himation di Tindaro presenta molte pieghe tridimensionali, tipiche della prima fase del tardo arcaismo. Nell’iconografia classica, in memoria della loro nascita dall’uovo divino, portano in testa un copricapo a forma di porzione cava superiore del polo acuto del guscio e, quali kouroi (κοῦροι), sono raffigurati imberbi come nei noti complessi scultorei di Marasà o del Quirinale (forse copie da Fidia e Prassitele), oppure nei reperti archeologici del Museo Jatta, a Ruvo di Puglia (cratere attico a volute del pittore di Talos), o di Sarmizegetusa Regia nell’antica Dacia (bronzetto attico, sempre copia da Fidia, raffigurante Polluce), o ancora in quelli numismatici (pentonkion reginon, πεντονκιον ρηγινον della II guerra punica, o moneta argentea di Mnenio Fronteio, al British Museum).
Kyllaros
Al centro della composizione, un cane affettuoso accoglie il nudo Polydeukis, saltandogli addosso; e verso di lui si dirige pure un giovinetto, recante in capo uno sgabello con un indumento poggiato, ripiegato, su di esso, mentre il suo avambraccio è impegnato a sorreggere un panciuto ariballo. Quale benvenuto, Castore riceve invece un fiore da parte di sua madre, unitamente al suo tanto glorificato cavallo preferito Kyllaros.
Gli altri destrieri immortali, donati ai Dioskouroi dagli dei Hermes ed Hera, si chiamavano Harpagos, Phlogeus e Xanthos. Riconoscendo Cillaro il migliore dei cavalli, Virgilio, lo dice domato dalle redini di Polluce Amicleo (da Amicla, figlio del fondatore di Sparta, Lacedemone), e appartenente alla coppia dei destrieri di Marte, mentre l’altra era quella appaiata al carro di Achille (“Talis Amyclaei domitus Pollucis habenis/ Cyllarus, et, quorum Grai meminere poetae,/ Martis equi biiuges et magni currus Achilli” – Georgiche III, 89 ss.), dono di Poseidone per le nozze di Peleo e Teti: Balios (“pezzato”) e Xanthos (baio).
Il culto di Achille pontico
Il culto di Achille risulta attestato in parecchi luoghi del mondo greco antico, dove spesso viene menzionato esplicitamente come tale, oppure, indirettamente, attraverso il toponimo Ἀχίλλειον, che propriamente significa «santuario di …». Il carattere del culto tributato ad Achille, era di semplice venerazione in quanto eroe, ἥρως; ma a Sparta, la polis della madrepatria a cui si rivolsero per ricevere soccorso i locresi epizefìri italici, il semidio era considerato un θεός, insinuando così la supposizione d’un plausibile risultato di metamorfosi d’una più arcaica credenza religiosa in base alla quale sarebbe esistita anche in precedenza, rispetto ai racconti epici, una primordiale divinità con tale nome del tutto “autonoma” dal resto del racconto letterario e della poesia epica.
In quella piccola isola deserta, situata a ca. 40 km a est del delta del Danubio, e nei luoghi appartenenti al territorio della polis (πόλις) dell’Olbia Pontica (in greco antico: Ὀλβία Ποντική, in ucraino Ol’vija, Ольвія), la più antica colonia milesia sulle rive del Mar Nero, come pure sulla rispettiva costa settentrionale, qual era il culto tributato al Pelìde?
Una divinità autoctona?
Qui ci si rivolge ad Achille concependolo come “immortale” abitatore e signore dell’Isola Bianca. Non ci sono però molti indizi che inducano a pensare che il culto di “un” tale Achille immortale sia esistito ancor prima dell’inizio della colonizzazione milesia. Anche se Mikhail I. Rostovcev ha ritenuto presumibile un qualche rapporto con la pratica devozionale trace d’un “divino Cavaliere”, propölaios (προπύλαιος, posto dinanzi alle porte), e Valery P. Yailenko (2017 – p. 95-120) ha ipotizzato un’originale spiegazione etimologica del nome Ἀχιλλεύς da quello d’un arcaico dio della popolazione scitica locale, avvalorando la tesi d’una derivazione da qualche lingua pre- o proto-ellenica, piuttosto che quella semplicistica dalla composizione di ἄχος (áchos) “dolore” e λαός (laós) “popolo” (e, dunque, gente che soffre o che fa soffrire?).
Un’apoteosi mancata?
Quel passo di Pindaro (Nem. III, 22) in cui Herakles è detto ἥρως θεός (ma forse si sarebbe dovuto leggere meglio: ἥρως θοός, «eroe impetuoso»?), non ci aiuta molto, visto che la letteratura anteriore all’età imperiale, non parla di ἀποθέωσις (apoteosi) di Ἀχιλλεύς, bensì solo di quella di Herakles. Difatti, la testimonianza di Erodoto (II, 44, 5) differenzia il culto di Herakles come θεός da quello come ἥρως.
Semmai, venendo venerato in molti luoghi di quella costa, oltre che dagli Olbiopoliti (da ὄλβιος, felice, e polítes, πολίτης, cittadino – di “Feliciopoli”?) il «signore dell’Isola Bianca» sembra essere pure «signore della Scizia», mentre nell’Isola gli rendono omaggio i naviganti provenienti da tutto il mondo greco (perché, come i Dioscuri, ritenuto un loro protettore?). Comunque, un ἥρως molto più importante di tanti altri ἥρωες locali, o poliadi (πολιάς -άδος, cittadini, da πόλις, polis, ‘città’), che, per lo più onorati presso la loro tomba, costituiscono una categoria religiosa piuttosto differenziata ed eterogenea.
Una confusione geografica
Pomponio Mela (II, 98) e Plinio (Nat. hist. IV, 83) dicono che quell’isola detta Bianca, e (oltre che Λευκὴ νῆσος) Isola di Achille o Achillea, sia il luogo di sepoltura del suo cadavere. La collocazione, nel passo di Pomponio Mela (e in Plinio IV, 93, e IV, 83), è però confusa con quella di Berezan’ (in ucraino: Береза́нь; in greco antico: Borysthenes; in turco: Pirezin), posta dinanzi alla foce del Borysthenes, attuale Dnieper o Dnipro.
«Isola dei Beati»?
Questa confusione può essere stata operata o da Pomponio Mela stesso, o dall’autore da cui egli ha preso l’informazione sulla sepoltura di Achille; in ogni caso, un disorientamento sopraggiunto molto tardi, in un’età in cui ciò che oggi si chiama Berezan’ non era più l’originale penisola qual era un tempo; ma, a questo errore, Plinio (Nat. hist. IV, 93) ne aggiunge probabilmente un altro, nel denominarla makàron nesos (µακάρων νῆσος, «Isola dei Beati»).
Oggetto o soggetto di culto?
Negli Èrga kài hēmérai (Ἔργα καὶ Ἡμέραι) di Esiodo, l’immagine della, o meglio “delle” mitiche «Isole dei Beati» (µακάρων νῆσοι), era collegata all’insediamento divino di alcuni degli ἥρωες uccisi in battaglia, in particolare sotto le mura di Troia (Aiace e Achille) o quelle di Tebe (Polinice ed Eteocle), che vi avrebbero vissuto una nuova vita immortale e felice. Rhadamanthys e le “bevande” di Oceano ne avrebbero resuscitato il corpo rendendolo simile a quello degli Dei, ma invisibile agli occhi umani, e in ogni caso lontano da essi, «ai confini della terra». Ma questi ἥρωες non venivano concepiti in grado di agire sulle vicende dei comuni mortali, i quali a loro potessero mai rivolgere sacrifici e preghiere. Dunque, non tanto “s-oggetti” attivi d’un qualche credo religioso?
L’immortalizzazione
Ciò che espone Pausania (III, 19, 3-4) a proposito di Hyakinthos, proverebbe la coesistenza, almeno in età arcaica, del mito dell’«immortalizzazione» con una devozione presso la tomba d’un medesimo ἥρως. Quanti vi si rivolgevano con offerte o sacrifici (entrambi “ἐνάγισμα”) lo concepivano prevalentemente come una potenza soprannaturale di carattere «ctonio», – alla stessa stregua dell’Achille dell’Isola Bianca, pure venerato in determinati altri luoghi della costa settentrionale del Mar Nero?
Un sepolcro vuoto
Proklos, nella Crestomazia (Χρηστοµάθεια), in cui riprende il racconto dell’Aithiopis (Αἰθιοπίς) di Arktinos di Mileto, dice che Eos, avendola ottenuta da Zeus, fornisce l’immortalità al figlio Memnon, ucciso da Achille, mentre il cadavere di quest’ultimo, assassinato da Paride e da Apollo, viene lasciato esposto, fin quando Thetis, giunta insieme con le sorelle e le Muse, non ne fa il lamento per poi sottrarlo al rogo e trasportarlo all’Isola Bianca (καὶ µετὰ ταῦτα ἐκ τῆς πυρᾶς ἡ Θέτις ἀναρπάσασα τὸν παῖδα εἰς τὴν Λευκὴν νῆσον διακοµίζει); gli Achei, dopo aver fatto il tumulo (τὸν τάφον χώσαντες), organizzano i ludi funebri a causa dei quali sorgerà la contesa tra Odisseo e Aiace per accaparrarsi le armi del defunto. Visto che la salma è “scomparsa”, quel «τὸν τάφον χώσαντες» non è da intendersi un vero e proprio sepolcro vuoto (χώµατα χῶσαι κεινά), bensì una sorta di “simulacro”?
L’etimo latino di simulacrum
L’etimologia latina (da simulare ‘rappresentare’, a sua volta da similis ‘simile’) ci parla, non tanto di generica simulazione, quanto di venerabile apparenza, proprio perché “vuota”. Il suffisso “-acrum” relativo ai mezzi, oltre che ai luoghi, lo rende soprattutto “strumento di rappresentazione”, e nel suo primitivo significato lo è letteralmente. La riproduzione dell’immagine, in particolare come statua (xoanon) ed effige, amplia il campo di “presenza” di chi v’è rappresentato. L’estensione di senso allo spettro, fantasma, od ombra, lo rende soltanto riflesso di ciò che sostituisce, senza esserlo nella sostanza. L’immagine esteriore, priva dell’originaria vitalità oscilla pertanto tra la vuotezza del guscio e la pienezza del simbolo.
L’Elisio
Nell’Iliade, Omero canta la morte degli eroi in battaglia come un drammatico passaggio dalla vita piena, luminosa ed “eccellente” di magnifici ἀριστῆες alla scialba semi-esistenza di impotenti ombre (ψυχαί), avvolte dalla tenebra dell’Hádēs (Ἅιδης). L’idea del Campo Elisio (Ἠλύσιον πεδίον), quale immensa distesa fiorita, dove si vive perennemente sereni, compare nell’Odissea (IV, 561-569), in riferimento al solo privilegiato Menelao, marito di Elena, e quindi «genero di Zeus».
La Nekyia omerica
Nella «Nekyia» (νέκυια) omerica (Odissea XI, 465-564), l’incontro nell’Hades con le ψυχαί di eroi morti durante la guerra troiana, trova invece il suo culmine proprio nelle memorabili parole della ψυχή di Achille, ai vv. 488-491, che descrivono la sua quanto mai infima condizione ultramondana.
La Λευκὰς πέτρη accanto alla quale passano, andando verso l’Hades, le ψυχαί dei proci (Odyss. XXIV, 11), o la Λευκὰς πέτρα da cui Saffo si sarebbe gettata in mare, nonostante siano entrambi associabili all’idea del decesso, del trapasso e del suicidio, potrebbero non corrispondere all’antichissima rappresentazione della Λευκὴ νῆσος, intesa come «Isola dei Morti», rassomigliando di più a un’idea tardo-romantica da cui avrebbe semmai potuto trarre ispirazione un Arnold Böcklin.
Potrebbe la Λευκὴ νῆσος, di cui parlava Arktinos, essere una variante dell’immagine della µακάρων νῆσος, ove gli eroi morti godrebbero d’una esistenza «paradisiaca», appartenente alla tradizione della poesia epica orale?
La singolare resurrezione di Rhesos
Stando al finale della tragedia pseudo-euripidea, Persephone esaudisce la richiesta della Musa, di cui non si fa mai il nome, madre del protagonista Rhesos e ne lascerà libera (ἀνεῖναι) la ψυχή, cosicché questi, sacerdote divinatore (προφήτης) di Bakchos (Βάκχος), sia pur nascosto nelle grotte del Pangaion (Παγγαίο, ma in greco omerico ancora Nysa, per via dell’oracolo di Bakchos Dioniso, Διώνυσος, dio di quel luogo, e isola?) continuerà a vedere la luce del sole (e a vivere) quale antropodaimon (ἀνθρωποδαίµων). La ψυχή di Rhesos sarà trasformata dunque in un essere divino, più simile però a un uomo invisibile?
Uno sdoppiamento?
Allora, nel riassunto fatto da Proklos, le parole τὸν τάφον χώσαντες si riferiscono a una generica sepoltura del cadavere di Achille nella Troade, mentre Arktinos immaginava uno “sdoppiamento” dell’eroe in una parte del corpo d’origine umana andata bruciata sul rogo e in una d’origine divina che Thetis avesse infine trasportato all’Isola Bianca?
Differenti consacrazioni?
Arriano riporta (ἀκοὴν ἀνέγραψα) quanto gli è stato riferito: «Si dice che Thetis l’abbia consacrata a suo figlio (ταύτην λέγεται Θέτις ἀνεῖναι τῶι παιδί), e che Achille vi abiti. E c’è in essa un tempio (νεώς) di Achille, e uno xoanon della maniera antica (ξόανον τῆς πάλαι ἐργασίας). L’isola è disabitata ed è pascolata da non molte capre; e queste, a quanto si dice, sono delle capre che coloro che sbarcano qui dedicano (ἀνατιθέναι) ad Achille. Nel tempio si trovano, come oggetti consacrati (ἀνάκειται), molte offerte (ἀναθήµατα): coppe e anelli e pietre preziose, tutte offerte fatte ad Achille a titolo di ringraziamento (χαριστήρια); e tra esse anche iscrizioni (ἐπιγράµµατα), le une in latino, le altre in greco, poeticamente composte in diversi metri, lodi di Achille, e alcune anche di Patroclo, perché coloro che vogliono fare cosa grata ad Achille onorano anche Patroclo insieme con lui».
Protettore di naviganti?
L’esistenza d’un tempio, d’uno xoanon (o un simulacro) e d’un oracolo, ad Arriano non è sembrata incompatibile con il culto né d’un ἥρως, né d’una potenza ctonia; piuttosto, lo storico, e politico romano d’etnia greca, si sofferma su d’un’altra importante distinzione: ad alcuni Achille sarebbe apparso sull’albero della nave, o sull’estremità del pennone, similmente ai Dioscuri, ma, mentre Castore e Polluce (associati alla costellazione dei Gemelli e alla comparsa della stella Sirio, in prossimità dell’equinozio di primavera) possono apparire, in specie durante le tempeste marine, ai loro protetti in qualsiasi luogo, Achille può farlo soltanto qualora essi s’avvicinassero abbastanza al sito della sua “dimora”.
Un ἥρως, quindi, che aspetta d’essere venerato in loco mediante delle capre offertegli in dono, poi sacrificate o lasciate libere nell’isola come fossero ormai di sua proprietà. Quanti dovessero approdare senza disporre di offerte lascerebbero nel tempio del denaro, per scegliere di immolare qualcuno dei ruminanti del posto. Arriano usa i verbi καταθύειν o θύειν, e il sostantivo θυσία, impiegati per designare un “sacrificio” di pertinenza al culto degli dèi, mentre i termini più appropriati a un rito di carattere ctonio sarebbero stati ἐναγίζειν (uccidere) ed ἐντέµνειν (macellare), anche se poi non è precisata più di tanto la peculiare tipologia di tali cerimonie propiziatorie.
Il culto di Achille taumaturgo
Pausania (III, 20, 8) offre testimonianza del culto di Achille anche nella Laconia peloponnesiaca: «Andando per la via che da Sparta conduce in Arcadia v’è a cielo scoperto la statua di Atena dall’epiclesi [ἐπίκλησις, “invocazione”, da ἐπικαλέω, epikalêo, “chiamare”] di Pareia [o Paria, da Παρείας, ovvero “serpente bruno-rossastro”, epiteto pure d’una ninfa concubina del re Minosse di Creta, madre d’Eurimedonte, Nefalio, Crise e Filolao] e dopo di essa c’è il tempio di Achille».
Achillea millefolium
A questo Achille che godeva d’ampio credito tra i pitagorici, s’attribuiva un ruolo taumaturgico, mediato dal contesto incubatorio (Hermias alessandrino, per esempio, afferma che Leonimo lo vide in sonno), ma anche dall’esperienza erboristica, particolarmente in relazione alla guarigione di Telefo, la cui ferita era stata aggravata dal tralcio fattogli spuntare da Dioniso per punire l’empietà del sovrano della Misia. Come al solito, l’oracolo rispose che solo chi l’aveva prodotta avrebbe potuto porvi rimedio e Achille, interpellato, fece ricorso a una pianta delle Asteracee dalle capacità cicatrizzanti e antinfiammatorie, mostratagli a suo tempo dal maestro Chirone, ma che da allora avrebbe preso il nome di achillea (A. millefolium).
“Crotone/ Aiace/ Delfi”, “Locri/ Dioscuri/ Sparta”?
Tipico di Crotone appare il rapporto privilegiato con Delfi, quasi fosse una speculare risposta all’appello a Sparta da parte dei Locresi, i quali dimostrano di possedere infine una pietas maggiore, guadagnandosi il favore divino ben prima del trionfo sul campo. La tradizione che Pausania tramanda, relativa all’intervento di Aiace, manca d’espliciti elementi filo-locresi e pertanto apparterrebbe interamente al patrimonio crotoniate?
Taumaturgia o magia simpatica?
L’applicazione sulla ferita della raschiatura della ruggine sulla punta della lancia va a mischiarsi con l’uso erboristico delle piante medicinali, quali l’achillea, o il silfio dei Dioscuri, in un accostamento forse di maldestra contaminazione che sovrappone feriti e feritori, i quali, nello stesso tempo, come in un contrappeso, fungono anche da guaritori?
Formione
Al termine della battaglia della Sagra, che vide fronteggiarsi le truppe locresi, fiancheggiate da Aiace, e crotoniate, comandate proprio da Leonimo e da Formione, anche quest’ultimo, ne uscì gravemente ferito e dovette consultare l’oracolo sulle pendici del monte Parnaso, ricevendone l’imposizione di recarsi a Sparta e rivolgersi al primo “medico” (ed ex combattente?) ivi incontrato per strada, che l’avrebbe poi ospitato in casa propria in un sacrale xenismos (ξενισμός, ospitalità rituale), finalizzato al tradizionale procedimento “simpatico” d’una tipica guarigione miracolosa (Heilungswunder). Si trattava, evidentemente, del feritore, curante all’occasione, abitualmente residente a Sparta (uno dei Dioscuri, o Achille?).
Teossènia o manuṣyayajñaḥ?
Il banchetto in onore d’una o più divinità considerate presenti in qualità di ospiti, Teossènia (Θεοξένια), come dimostra l’offerta di Epharmostos, non è prerogativa dei soli Dioscuri, ma pure di Aiace, Asclepio ed Eracle, anche se nell’episodio di Formione il rapporto d’ospitalità risulta invertito, essendo egli invitato e non invitante, in una formulazione rituale più simile alla pratica vedica Manuṣyayajñaḥ (o Nṛyajña), compresa nelle “cinque grandi osservanze quotidiane” (il quinto dei Pañcamahāyajñas), e quasi la prima delle sette, cristiane, opere di Misericordia.
Wundermänner
Già l’arrivo del comandante crotoniate a Sparta sa d’una specie di sovrumana impresa ascensionale (Himmelsfahrt), gli spostamenti tra Crotone e Cirene appaiono addirittura veri e propri “viaggi estatici” specificamente pertinenti a figure arcaiche di Wundermänner (miracolosi) miracolati, quali Aristea, Abari, Ermotimo, Epimenide, Empedocle e lo stesso Pitagora.
Laserpiciferis Cyrenis
La leggenda, infatti, continua aggiungendo che, durante la festa dei teogeni, appunto in onore dei Dioscuri, contro cui Formione aveva combattuto, questi venne miracolosamente riportato a Crotone, dopodiché, medicato e guarito, nuovamente trasportato a Cirene per incontrarvi re Batto II, e poi di nuovo restituito a Crotone con un “souvenir” tipico del viaggio in nord-Africa, composto da una canna di Silfo, o silphion (laser o laserpicio), una specie, ormai estinta, di “finocchio gigante”, Ombrellifera della famiglia Apiaceae, genere Ferula, di cui era ricchissimo il deserto libico, tanto da far dire a Catullo, nel VII carme (“Quaeris, quot mihi basiationes/ tuae, Lesbia, sint satis superque.”, Mi chiedi, quanti per me dei tuoi baci, Lesbia, possano riuscire a saziarmi), in cui enumera le effusioni richieste a Lesbia paragonandole ai granelli di sabbia (“Quam magnus numerus Libyssae harenae/ laserpiciferis iacet Cyrenis…”, Quanto grande il numero dei granelli di sabbia Libica,/ sparsi nella Cirene, che di laserpizio abbonda), come la capitale della Cirenaica fosse davvero “lasarpiciferis”.
Silphion
Questa pianta era così importante per l’economia di quella regione da divenirne il simbolo rappresentativo nel conio di molte delle sue monete. Il valore era costituito dalla resina (detta appunto laser o laserpicium), ricavata dalla pianta, la cui raccolta era abbastanza simile a quella della Ferula assafoetida, che, assieme alla “carota selvatica”, potevano sostituirla come abortivo e contraccettivo, per via di certe loro proprietà estrogeniche.
Assurto agli onori d’una quasi panacea, oltre che come regolatore del flusso mestruale o come contraccettivo (specie se associato all’emmenagogo Opopanax chironius, mirra bisabololo o dolce, pianta anch’essa della famiglia delle Apiacee), l’assai costoso e pregiato succo resinoso dell’Opos kyrenaikos veniva prescritto per la cura d’un’innumerevole quantità di affezioni, dai dolori articolari (gotta, sciatica, angina, epilessia, tetano, cataratta, verruche …), fino all’impotenza ed era considerato antidoto ai veleni di molti animali. Non rientrava, in ogni caso, in un trattamento adeguato delle ferite (se non giusto quella di Formione?), costituendo però sicuramente l’iconico simbolo d’una Cirene battiade, nella sua peculiare qualità di sede del culto dei divini Gemelli, di cui l’Eudaimon (ὁ Εὐδαίμων), o “benedetto” sovrano locale sarebbe stato il fondatore.
Anche questa un’ulteriore contaminazione di differenti versioni dell’oscuro “pellegrinaggio d’espiazione” (come di Leonimo all’isola Bianca e a Imera) d’un duce sconfitto, e senza plausibili motivazioni razionali, presso le sedi privilegiate (Sparta e Cirene) di quel culto dorico dei Dioscuri, il cui soccorso, vanto dei Locresi, poteva sembrare, di quella cocente disfatta, l’unica accettabile giustificazione “sovrannaturale”?
