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ANCHE IO HO UN SOGNO

Noi siamo oscurità e luce. Tutto è andato sempre così: crudeltà e bontà, ferocia e dolcezza, guerra e unione. Quando immagino il mondo vedo luoghi neri di dolore, e luoghi risplendenti di luce dove il tempo è un insieme di gesti quotidiani sereni: mangiamo, ridiamo, studiamo, amiamo, e soffriamo dei piccoli o grandi mali che a volte la vita ci riserva.

I territori occupati da Israele in Palestina da tempo sono luoghi scuri.

Quando nel 1948 avvenne la Nakba, la catastrofe, settecentomila e più arabi palestinesi persero tutto, costretti a un esodo senza più ritorno nelle loro case, nelle loro terre, ormai occupate da Israele, lo Stato nato nel 1948.

Già dall’Ottocento la Palestina aveva attirato sionisti stanchi di essere perseguitati e discriminati nel resto del mondo, aveva attirato i sopravvissuti ai continui pogrom, e poi gli ebrei sopravvissuti alla Shoah, il genocidio del popolo ebraico messo in atto dai nazisti non solo tedeschi, ma di tutta l’Europa. Una macchia indelebile per l’umanità, una tragedia immane che ha travolto un popolo inerme e innocente.

Lo scrittore ebreo Avraham Burg sostiene, però, che non è più possibile giustificare tutto con la Shoah, questo trauma terrificante, che forse ha spinto a una difesa talmente aggressiva da trasformare Israele da vittima a carnefice.

Oggi Gaza è un abisso di dolore dove bambini, donne, giovani e vecchi muoiono dilaniati dalle bombe, senza cure, senza acqua, senza elettricità, operati e amputati senza anestetici perché mancano i medicinali, e muoiono di fame perchè il governo israeliano ha bloccato l’ingresso degli aiuti umanitari.

Specifico governo perchè una parte del popolo israeliano è contrario sia all’occupazione sia alla guerra. A questo proposito mi viene in mente lo scrittore David Grossman, che nella guerra del 2006 ha perso il figlio ventenne; il già citato scrittore Avraham Burg, che nel registro della popolazione israeliana non vuole più essere definito ebreo, ma semplicemente israeliano perché non vuole sentirsi un privilegiato rispetto ai non ebrei; la rockstar pacifista Aviv Geffen, nipote del generale Moshe Dayan, che vorrebbe ridare ai palestinesi la parte araba di Gerusalemme conquistata dal nonno; mi vengono in mente gli ebrei ortodossi e, qui in Italia, l’insieme di ragazze e ragazzi italiani di religione ebraica, che per protestare contro l’occupazione israeliana e le discriminazioni verso i palestinesi sono apparsi sui social nel maggio 2021 con cartelli recanti la scritta Non in mio nome; e l’attore e musicista Moni Ovadia, che vuole vedere il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu processato, cosa che quasi sicuramente accadrà, visto che la Corte internazionale di giustizia dell’Aia ha accolto l’accusa di genocidio contro Israele presentata dal Sudafrica.

Il Primo ministro Netanyahu, condannato per corruzione e frode nel 2019, ha reagito con inaudita spietatezza al gesto disumano di Hamas del 7 ottobre 2023, che ha causato morti ebrei innocenti. E anche se molti israeliani non condividono la scelta di Netanyahu e molti palestinesi non amano Hamas, adesso stanno pagando i civili innocenti di Gaza. E se Netanyahu ordinerà l’offensiva contro il varco di Rafah, diventato un campo profughi per famiglie, saremo di fronte a un altro vile massacro. Quando si fermerà questa feroce reazione israeliana, che ha già causato quasi 30.000 morti palestinesi? Di questi, più di 10.000 sono bambini.

Eppure io, delusa, amareggiata, in pena per lo strazio che ascolto e che vedo, credo ancora nella pace. E come Martin Luther King ho un sogno. Sogno i due Stati proposti tante volte, uniti sotto un’unica bandiera o separati, comunque sia purché si fermi questo sangue. Non un’utopia, ma finalmente un’Eutopia, un luogo buono, un luogo dove poter vivere in pace.

Io ci credo perché oggi un piemontese è italiano come me che sono calabrese, eppure, come afferma il giornalista Pino Aprile -cito lui tra tanti valenti studiosi e scrittori perché è un ottimo divulgatore- l’Italia è nata in un mare di sangue.  A morire furono più di centomila uomini, donne, vecchi e bambini, e più di sessanta paesi furono distrutti, a volte incendiati con gli abitanti dentro le case, e stupri, torture: tutto quello che c’è di disumano in una guerra avvenne nel Sud d’Italia.

Malgrado ciò oggi siamo tutti italiani sotto un’unica bandiera.

E a un luogo buono dove vivere in pace ci credo grazie a Martin Luther King, e agli altri difensori dei diritti umani come lui, che nel secolo scorso hanno costruito una nuova società, giusta, sulle macerie della schiavitù. Gli africani venivano rapiti dai negrieri, strappati alla loro terra e ai loro affetti, trattati disumanamente, torturati, uccisi, comprati e venduti. E ci fu una guerra civile, la guerra di secessione americana (1861-1865), ovviamente nata da motivi economici, che vide schierati gli Stati del Nord, contrari allo schiavismo, contro quelli del Sud invece favorevoli. Vinsero gli Stati del Nord e finì la schiavitù. Anche qui un lago di sangue: i soldati morti degli Stati contendenti furono circa 750.000 mentre il numero dei civili morti resta imprecisato.

Eppure ormai non esiste per legge discriminazione, tutti sulla carta hanno gli stessi diritti e doveri. Che poi la realtà non sia così idilliaca è davvero un campo troppo vasto, come recita un proverbio berlinese, così come lo è il genocidio dei nativi americani. Quello che volevo sottolineare e che non spegne la mia speranza è che a poco a poco i popoli si mischiano, a poco a poco l’odio, il rancore, la vendetta perdono la loro carica negativa, vengono dimenticati in nome di un vivere sereno. Poi magari l’odio rinascerà o ne nascerà un altro in un altro posto perché appunto siamo luce e oscurità.

E infine ci credo perché c’è una piccola comunità di trecento persone, famiglie di ebrei israeliani e di arabi palestinesi che convivono nell’Oasi della Pace – Nevè Shalom in ebraico e Wāħat as-Salām in arabo- fondata nel 1972 da Bruno Hussar.

I sogni a volte diventano realtà. Si comincia sempre a piccoli passi.

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