Fondazione Corrado Alvaro, il TAR annulla il commissariamento: bocciata la decisione della Prefettura
SAN LUCA – Il Tribunale Amministrativo Regionale della Calabria ha annullato il provvedimento con cui...

SAN LUCA – Il Tribunale Amministrativo Regionale della Calabria ha annullato il provvedimento con cui...
I cognomi hanno valore di segni distintivi di famiglia, da considerare come elementi d’unione delle persone ai propri consanguinei, e dal momento che, nella nostra società, sono notoriamente a trasmissione patrilineare, ossia tradizionalmente trasmessi lungo la linea maschile, paragonabili pertanto alle diverse forme – i cosiddetti alleli – d’un ipotetico “gene” posto sul cromosoma Y, quello sessuale tramandato di padre in figlio.
Nell’accoppiarsi, nel nucleo della nuova cellula, con l’altro cromosoma X, Y contraddistingue il sesso maschile da quello femminile, in cui tale coppia sessuale corrisponde invece a una doppia X.
Processo di cognomazione
Con l’eccezione di poche altre culture, – in cui:
– la discendenza patrilineare del cognome sarebbe la consuetudine più diffusa.
Distribuzione areale
I raggruppamenti umani sono però costituiti da individui soggetti ad apporti o imposizioni di tipo culturale, nonché agli eventi storici e socioeconomici che spesso condizionano le migrazioni, o anche viceversa. A seguito di spostamenti della popolazione, la distribuzione areale presenta casi emblematici, come sottolinea Emidio De Felice (a p. 62 de I cognomi italiani, 1980): per esempio, quello del cognome d’origine meridionale Russo (che corrisponde a «rosso») insediatosi a Milano; o, magari, dove de Rossi (min ha-adumim), dal XIII secolo, è cognome prevalentemente ebraico.
Altri cognomi, piuttosto diffusi, in Calabria: Romeo, Morabito, Laganà, Marino, Foti (nel reggino), Lo Bianco, Franzé, Iannello (vibonese), Rotundo, Procopio, Mancuso, Nisticò, Critelli (catanzarese), Greco, Vrenna, Arcuri, Pugliese (crotonese), Filice, Spadafora, De Luca, Gallo (cosentino), Perri, Ferraro, Martino, Tripodi, Talarico, ecc. possono avere provenienze disparate, in massima parte latina (Filice da felix; Carteri dal tardo romano Carterius; Spadafora da spatham fero, porto un’arma più lunga del comune gladio) o greca (Filaci da filake, φιλάκη, “custode”; Romeo da Ῥωμαῖος, bizantino, romano; Pilogallo da pìlos kalòs, πίλος καλός, copricapo grazioso; Pitarelli diminutivo in -elli del bizantino pithárion, πιθάριον, a sua volta riduttivo di píthos, πίθος, tazza), anche se con prevedibili eccezioni: Talarico, per esempio, dall’aferesi d’un nome ostrogoto (Atalarico, Aþalareiks, figlio di Amalasunta e nipote di Teodorico); Vrenna, risultato dal betacismo del toponimo Brenna (dal celtico brian, fertile); Perri, dallo spagnolo “cane” (perro), o da una variante dialettale di Pietro (come Perrone?).
Innocenti, Projetti ed Esposti
La formazione cognominale resta, talvolta intuibile, ma non di rado di difficile comprensione, per via delle molteplici interpretazioni possibili. Anche qualora l’etimo fosse abbastanza evidente (come nel caso appunto di Rossi), la motivazione della sua origine rimane spesso congetturale, proprio perché non sono più ricostruibili i valori metaforici o le circostanze che possono aver prodotto quel particolare “aggiunto”, determinante o soprannome, poi divenuto cognome, che può benissimo derivare da un toponimo o da un nome personale, a sua volta derivato da qualcos’altro; per esempio, l’osservanza del digiuno (νηστικός) Nisticò, o la condizione di trovatello, o “esposto”, che dà origine ai cognomi Esposito, Innocenti, Projetti.
Il termine greco che definisce il ministero sacerdotale, pápas, πάπας, in latino e nel tempo, usato, con valore di soprannome, per indicare personaggi di rilievo d’una comunità e, nelle regioni meridionali, esteso anche ai componenti anziani e saggi delle famiglie, come “zio” o “padrino”, ha finito per produrre Papalia, Papandrea, Paparo, Papasidero.
Il riferimento etnico
Anche il rapporto con un riferimento etnico (o demotico, come Gallo, per esempio, Gricus, poi Greco, De Luca, in quanto “abitante della Lucania”, o Albanese, Pugliese, con suffisso, per lo più, appunto, dal latino volgare -e(n)se in –ese, oppure in –ano, come in Siciliano) può essere abbastanza complicato da accertare: Gallo potrebbe infatti derivare pure da soprannomi legati all’animale, al culto del santo monaco irlandese, o da toponimi; in relazione a questi ultimi, Caridi potrebbe essere connesso a una località dell’Aspromonte, come alla formula dialettale cariddi, per “cari”, o al nome del gorgo personificato nel mostro marino Cariddi, dirimpettaio di Scilla.
La forma del cognome odierno può aver subito, infatti, numerosissimi cambiamenti, attraverso la trasmissione a livello sia di tradizione scritta che di lingua orale: fraintendimenti, ritrazione dell’accento, tendenze nobilitanti (Morfea da Morfeo od Orfeo, piuttosto che da μορφή, figura), altri adeguamenti all’italiano d’un termine dialettale e viceversa (Mancuso da mancino), modificazioni di diminutivi di nomi propri (Iannello da Giovanni); forme tronche di termini vernacolari (Franzé da franzeso, “francese”), ecc..
Paretimologie
Procedure paretimologiche possono avere in vario modo condizionato, inoltre, la forma di partenza, svisandola non poco. Di conseguenza la forma che si possiede al presente potrebbe rappresentare il risultato di tutto ciò che è avvenuto in passato, e solo in pochi casi si è ancora in grado di ricostruirne una storia sufficientemente veritiera, o quanto meno attendibile.
Nicastro
Il cognome Nicastro potrebbe derivare dal toponimo, ed essere quindi affine a Castro (Κάστρον); anche l’ambiguo etimo, tardo greco, della città (νέον e κάστρον, latino castrum) la farebbe appartenere a una grecità bizantina.
Lenormant
Charles-François Lenormant, che la traduce Castelnuovo (Nèocastrum), aggiunge la considerazione: “Vi sono poche città in Calabria per le quali, se si voglia narrare la loro storia, non si sia innanzitutto obbligati, per stabilire l’epoca della loro origine, a sgombrare il terreno di una folta vegetazione di favole accolte con una singolare credulità o anche inventate di sana pianta dagli scrittori indigeni del XVI e XVII secolo e poscia ripetute come parole di evangelo, ma in nessuna parte, forse, noi incontriamo più favole di questo genere e falsificazioni di ogni natura che a Nicastro“.
La Grande Grèce
Con “La Grande Grèce” (vol. 1 et 2: Littoral de la mer Ionienne; vol. 3: La Calabre, A. Levy, libraire-editeur, Paris 1881), l’archeologo francese ispirò sia George Gissing (By the Ionian sea: notes of a ramble in Southern Italy, Chapman and Hall, London 1901), sia Norman Douglas (Old Calabria, Secker, London1915) a ripercorrere lo stesso itinerario.
Lissania
Nicastro: colonia ellenistica, etrusca, ausonia, enotria; e poi Lissania, con riferimento alla furia Lýssa, Λύσσα, più che alla sirena Lighèia, Λιγεία?
Terina/ Temesa
Del resto, la successione ereditaria d’una “pòlis parathalàssia” (πόλις παραθαλάσσια), quale l’antica Terina (Tirrena, in relazione al mare, o Tirena, in assonanza a Sirena?), certamente costiera e marittima (e per Plinio proxima, per Strabone addirittura sunechés, συνεχής, contigua, a Temesa), è stata rivendicata da località montane o d’entroterra, tipo Longobucco (Longus Burgus) o Tiriolo (da Teriniolo, invece che da Tryoros – τρία ὄρος, tre cime – da cui il cognome Triolo?).
Les moutons de Panurge
Lenormant non avrebbe nutrito troppi dubbi, a questo punto, sulla contrada Panurgo di Melicuccà: è più probabile abbia avuto a che fare con argilla, creta o fango (πηλός), e non con “les moutons de Panurge”, di rabelaisiana memoria, dall’etimo che apertamente suggerisce scaltrezza, da πανοῦργος, “capace di tutto”, e quindi “briccone”.
Volksetymologie
L’intenzione di Vittore Pisani di rimpiazzare la denominazione di “etimologia popolare” (traduzione letterale da quella tedesca, Volksetymologie, del filologo Ernst Wilhelm Förstemann), relegata agli indebiti slittamenti di significato comunemente accettati dai parlanti non addetti ai lavori linguistici, era stata preceduta dalla definizione attraction homonymique di Albert Dauzat (1922), e poi seguita dalla pseudoetimologia (Walter Belardi 2002: 467).
Male/Bene
Un classico travisamento lo si lesse nel cambio di denominazione dall’originario toponimo irpino-sannitico Malies («ricca di mele»), dai romani interpretato “male” (è proprio il caso di sottolinearlo, in ambedue i sensi) come Maleventum e quindi corretto, per via dell’associazione negativa da esorcizzare, con un’alterazione intenzionale di tipo apotropaico, quale contrappeso, in Beneventum (Bertolotti 1958: 27).
Stoccafisso
Altre pseudoetimologie: il persiano yāsamīn accostato al gelso, da cui gelsomino; la bergamotta dal turco beg armūdî «pera del padrone»; oppure stocco, o stoccafisso, dal norvegese stokkfisk, o dall’olandese stocvisch (stoc «bastone», visch «pesce»), per la procedura di essiccazione (appendendo varie specie di merluzzo dalle carni bianche, Gadus morhua), in inglese divenuto “da stoccaggio” (stockfish, cioè di scorta, o da approvvigionamento), distinto dal merluzzo nordico grigio (Gadus macrocephalus) conservato mediante salagione, come baccalà.
Kαλόν βρῡ́ω
Provenendo dall’etnonimo illirico (Galábrioi, Γαλάβριοι) d’una tribù di Iapigi, affini ai balcani Iapodi, come documentato da Robert Gordon Latham (Descriptive ethnology of Europe, Asia, Africa, John van Voorst, London 1859 – vol. II ., p. 34), anche l’etimo di Calabria è molto difficile che corrisponda al greco καλόν βρῡ́ω (bello prorompo), come suggerito, in “De situ laudibusque Calabriae”, da Francesco Grano da Cropani (“Ed è la Calabria ben a diritto degna del suo nome, se è vero che nella lingua greca il termine kalon significa bello, e brio indica lo zampillare […]”).
Calabria/ pernice, calabrosa, calaverna
Anche l’affinità con il nome comune della pernice di monte (Lagopus muta), o con calabrosa, e galaverna, sembra suggestione di assonanze con alcuni dialetti settentrionali (in forma abbreviata, per esempio, nel veneto bróxa), più che un richiamo vero e proprio a “concrezione ghiacciata”, o calcarea.
Vincenzo Padula
Il presbitero, poeta, giornalista e patriota d’Acri, Vincenzo Padula, nello scoprire sorprendenti e spericolate origini semitiche nella più lontana preistoria locale, s’é azzardato a rintracciare improbabili etimologie nella toponomastica calabrese, raccogliendole in “Protogea” (Stabilimento tipografico di P. Androsio, Napoli 1871), un’opera frettolosamente scritta, forse nella speranza d’intraprendere una carriera universitaria.
Πανακτεϱής, «tutti insepolti»?
A partire dall’attribuzione dell’etimo israelita Mòren, con il significato di castello, a Morano; Sarucha (piacevole alloggiamento) a Saracena; Bethsakia (luogo dove si irriga, ma lui ricorre al tardo latino “s’adacqua”) a Trebisacce; Ke-gahhal (monte fumante) a Cicala (ai piedi della Sila Piccola); Kap-har-Hazan (cavità del monte fumante) a Carpanzano; Paneth-Hother (superficie fumante) a Panettieri (invece che dal greco, Πάνακτον, o meglio Πανακτεϱής, «tutti insepolti», magari per ciò che fu un campo di battaglia); il poco arrosto e il troppo fumo avrebbe offuscato l’intera zona di paretimologie.
Pethor
Per Pittarella, le cui donne avevano fama d’essere esperte nell’arte della divinazione, e quindi magàre, Padula (il cui cognome deriva dal greco παιδούλα, bambina) tirò in ballo un vocabolo associato in lingua ebraica all’interpretazione dei sogni, Pethor.
Balaam
E in effetti, la radice ebraica “ptr”, corrispondente a quella aramaica “pšr”, si riferisce, quale verbo e sostantivo, all’interpretazione dei sogni, una delle occupazioni di Balaam, figlio di Beor, che la Vulgata traduce con “ariolum“, sortilego o cleromante (da κληρομαντεία). Ciò escluderebbe che si tratti della “casa del profeta”, sita “presso il fiume della terra dei figli del suo popolo” (Eufrate), o della città di Pitru, menzionata negli antichi documenti assiri.
Il profeta maledicente
La vicenda di Balaam, narrata nel quarto libro della Torah ebraica (bemidbàr, dall’incipit: “nel deserto”; in greco arithmòi, Αριθμοί, “numeri”, per la descrizione d’un censimento) contiene un’evidente contraddizione tra il testo jahvista, più antico, e il successivo elohista, nel riferire dapprima d’una “visione notturna”, favorevole ad accompagnare gli anziani di Moab, con la susseguente apparizione dell’angelo del Signore in grado d’essere visto solo dall’asina, la quale ripetutamente prova a deviare l’itinerario del “profeta maledicente”.
Cariddi e Creteo
Se Careri e Carelli provengono da κάρα, cranio, o da κάρις, noce, come Caria e Caridi, a quest’ultimo s’attribuisce pure un nesso mitologico con il mostro Χάρυβδις, Cariddi, allo stesso modo di Critelli inteso diminutivo di Krētheus, Κρηθεύς, re di Iolco, da cui partì la spedizione degli Argonauti.
Plutino da πλουτίζω, arricchisco, πλούτος, ricco, o dalla forma latinizzata del greco Πλούτων, identificabile con Pluto (Ade), Plutone (e Plotino?).
Cullari, e Scullari, da κύλλαρις, o σκύλλαρος, un “granchio nudo”, tipo il paguro Bernardo, o le stagionali moeche venete, oppure da Κύλλαρος, il centauro di bell’aspetto, o ancora dal nobile destriero di Castore?
Riace
Il toponimo Riace, se non deriva dal greco bizantino Ῥυάκη, ruscello, potrebbe riprendere l’antica consacrazione ad Aiace d’un Aiakeion (Αιάκειον), oppure, come Ricadi (da Rhegàdion, Ρηγάδιον, ossia da Rhéghion, Ῥήγιoν, nel senso di colonia di Reggio) o Roghudi (da rachùs, ραχύς, roveto, macchia di rovi), la radice semitica ruha (respiro, vento), seguita da un suffisso indicativo di località (-ake, -adi, tipo Laganadi e Bagaladi), ossia “il posto del vento”, per come Strabone giustifica la denominazione Epizefiria di Locri (Geografia VI, 7)?
Lagane o castagne?
Così il toponimo Laganadi, da Laganà, λαχανάς, pollone di castagne, λαγάνα, vimini, λάγανον ortolano, o pasta fatta con acqua e farina, oppure λάχανα, e quindi Laganadi campo di cavoli, o ancora dall’ebraico haganah, difesa?
Catamite o balbuziente?
Allo stesso modo di Bagaladi, “terra della famiglia Bagalà”, dall’arabo “Baha’ Allah“, bellezza che viene da Dio, o dal cognome greco βαδαλάς, da cui Vadalà, connesso in alternativa con βάταλος, catamite ed effeminato, oppure balbuziente, sciocco (da cui il dialettale batalòccu). Per alcuni ricollegabile al verbo βατέω (batéō, “montare”), per altri più correttamente con σπάταλος (spátalos, “lascivo”), che, secondo Edzard J. Furnée, concorda su d’una comune origine preellenica.
Polifemo
Polimeni da πολύς μένος, ricco di coraggio, alla maniera di Polifemo antepone l’aggettivazione πολύς a φήμος «conosciuto», «chiacchierone», che parla troppo, oppure che ha tante canzoni da cantare.
Polìstena
Polistena da πολίτσζα, ossia Πόλ(ις) (Κωνσταντινούπολις) + -ίτης, cittadino (sottinteso) costantinopolitano, πολίς Αθήνα in relazione ad Atena o Atene, πολίς Ασθήνου sede del (dio, Διός, Zeus) Asteneo (epiclesi), πολύτζεινα (multigenere), oppure πολύς στενής, troppo angusto o stretto, πολύς τένων, tanto teso, o πολύς ἀσθένεια, eccesso di stanchezza, o più semplicemente πολύς ξένοι o ξενία, numerosi ospiti, ovvero piuttosto ospitale, come Polissena (Πολυξένη), epiclesi di Persefone, che accoglie tutte le anime dei defunti?
Sinopoli
Sinopoli (arcaico Senòpoli: ξένοι πολίς), come appunto Costantinopoli, l’«epiteto» (ἐπίθετος , che significa “aggiunto”) πολίς lo pospone in appendice, quale suffisso, e difatti Napoli, Gallipoli, Agropoli, Monopoli, Tripoli.
Patronimico
La formale identificazione degli antichi greci prevedeva, banalmente, il “luogo d’origine” e, in altri periodi, s’aggiungevano comunemente il patronimico (“figlio di”) o il “clan” d’appartenenza. In epoca ellenistica, per esempio, quello che noi conosciamo semplicemente come Alessandro il Grande, – che traduce il latino Magnus, a sua volta corrispettivo del mégas (μέγας) di O Megalexandros (Ο Μεγαλέξανδρος), – sarebbe stato identificato come “il Macedone” (ὁ Μακεδών), per il luogo d’origine, figlio di Filippo (Φιλίππου Υιός), “l’Argeade” (ὁ Ἀργεάδας) dal nome dinastico dei temenidi di Argo, nel Peloponneso, – da cui il primo re macedone Perdicca, figlio di Carano, a sua volta figlio di Temeno, pronipote di Eracle, – e infine Eraclide, appunto in quanto presunto discendente del semidio.
Trinomia
La progressiva perdita di funzionalità degli elementi del sistema nominale romano, affermatosi verso la fine del VII secolo a. C. e riguardante la classe sociale dei liberi cittadini (formula inizialmente trinomia: praenomen individuale, nomen gentilizio, e cognomen, soprannome – con la sporadica aggiunta d’un supernomen, e dunque tetranomia) va attribuita alla diffusione del cristianesimo, che favorisce l’uso del nome di battesimo, per lo più un agionimo (connesso al culto d’un santo: Petrus o Paulus, Maria o Anna), così come d’un “augurale”, esprimente un auspicio per il denominato, o “gratulatorio”, di ringraziamento alla Provvidenza per il figlio concesso (Donatus, Florentius, Fulgentius, Gaudentius, Sperantius, Renatus, Felix e Felicitas, di tradizione latina, o Anastasius ed Eugenius di tradizione greca), “dedicatorio”, ovvero teoforo («portatore di Dio», e contenente quel Nome: greci, come Cyriacus «del Signore», o Theophilus «amico di Dio», o latini, come Deogratias, Servusdei, Adeodatus), ovvero anche tratto da ricorrenze festive (come Paschasius, Epiphanius).
Successivamente, il prenome poté essere portatore di significato, nel conservare traccia del senso dell’aggettivo o delle espressioni da cui derivava: Amato, Fortunato, Fedele, Bruno, Primo, Secondo, Natale, Pasquale, Graziadio, Romeo, Rosario ecc..
Nomen unicum
La conseguente radicale riduzione a nomen unicum, produsse il parziale rafforzamento del fulcro stesso del sistema onomastico romano, come dimostra la designazione del principale elemento della formula nominale: “praenomen est quod nominibus gentiliciis praeponitur”, cioè del carattere formale che lo distingue, proprio per la sua collocazione prima del nomen della gens d’appartenenza; l’altro sarebbe stato l’appellativo derivante da “cum nomen“, ossia un “soprannome” evidentemente resosi necessario per le inevitabili omonimie che potevano crearsi e che eventualmente poteva poi venire trasmesso alla discendenza (stirps).
Lucio Emilio, Quinto Fabio, Appio Claudio, Publio Cornelio…
Dopo il gentilicium, i vecchi nomi individuali divennero prenomina, e il loro numero notevolmente ridotto e molto limitato: per esempio, tra gli Aemilii prevalevano Marcus e Lucius, tra i Fabii, Quintus e Marcus, tra i Claudii, Appius e Gaius, tra i Cornelii, Publius e Lucius, ecc..
Fu allora che nacque l’inalienabile esigenza d’una nuova nominazione personale, soddisfatta da quel cognomen spesso semplicemente assegnato a un adulto sotto forma di “soprannome” caratterizzante il singolo individuo in maniera talmente indelebile da renderlo subito riconoscibile senza fraintendimenti.
Praenomen
Il prenome era già stato dunque il vero “nome personale”, usato però soltanto in tutta confidenza, in ambito familiare e nella ristretta cerchia di amici e conoscenti. Assegnato al bambino al suo nono giorno, diventava ufficiale solo al momento d’indossare la toga virile.
Nelle iscrizioni si trova sempre designato da un’abbreviazione apotropaica, per evitare ogni iattura. In ogni caso, erano soltanto poco più d’una quindicina i prenomi in uso; molto raramente se ne rintracciano pochissimi altri. Terminando quasi sempre in –ius, prevalentemente indicava anch’esso la gens d’appartenenza, anche se parecchi di questi nomi, specie per via delle frequenti adozioni, passarono da una famiglia all’altra.
Patrimonio antroponimico
Oggi il patrimonio antroponimico continua a comprendere nomi tradizionali romani (come Iulius, Flavius, Antonius, Valerius, Severus, Alexius, Cyprianus, Maximus, Ursus, Apollus, Mercurius, Leo, ecc.), insieme con molti nomi greci penetrati nell’uso latino, soprattutto nelle aree che in epoca altomedievale restarono sotto l’influsso bizantino (Cosma, Nicola, Oronzo, Demetrio, Agata, Calogero, Antioco, Leonzio, Apollonio, Basilio), e vari altri esotici (celtici, germanici ecc.), che, già sul finire dell’impero, dopo le invasioni barbariche, tra V e IX secolo, entrarono nel patrimonio antroponimico, ormai cristiano, di tutto il mondo romanzo: dai nomi germanici (Arrigus, Fredericus, Ubertus, Ugo, o Bruno, dall’appellativo brun, ossia “scuro”, che s’attribuiva anticamente alle persone di tale carnagione), e successivamente d’origine tedesca (Corrado, Enzo, Ernesto, Osvaldo, Irma), a quelli in particolare di tradizione longobarda (Alipertus, Anselmus, Prandus, Lampertus, e ancora Aldo, Ermanno, Rodolfo), franca (Francus, Albertus, Aldobrandinus, Bernardus, Gerardus, Guido, Guillelmus e ancora Ivo, Leonardo, Roberto, Umberto, Adele), e dopo francese (Francesco, Carlo), oppure normanna (Guicciardus, Tancredus), oltre a quelli, man mano, estrapolati dalla tradizione letteraria (Ettore, Virgilio, Orazio, Dante, Renzo…).
Agionimi
Il repertorio s’arricchisce, tra la fine del XII e l’inizio del XIV secolo, con formazioni originali e nuove: agionimi connessi con culti dei grandi santi contemporanei, da quello d’Assisi, per esempio, a quello da Padova; nuovi nomi formati da determinativi etnici (per es. Romano, Alemanno), di condizione sociale (Nobile, o Innocente, che allude a figlio di ignoti).
Altri (Emidio De Felice: “I Nomi degli Italiani”, 1982 – pag. 151-153) sono ancora nomi augurali o/e gratulatori (come Benvenuto e Benvenuta, Bonaventura, Bonifacio, Graziadio, Ristoro), affettivi (Bello e Bella), oppure semplici soprannomi identificativi (Nero e Nera, Rosso e Rossa), ovvero stranieri di prestigio politico, sociale, letterario, o comunque di moda (come quelli degli imperatori tedeschi: Enrico od Ottone), oltre a quelli alterati, o derivati da già esistenti (Agostino, Antonello, Gianni, Duccio, Diego).
Diego
Lo spagnolo Diego (oppure Diago, Diaco, portoghese Thiago) è forma ipocoristica di Santiago, equivalente a Giacomo (Jaime, Jacopo…); la variante medievale latinizzata in Didacus potrebbe derivare dal greco διδαχή, insegnamento (dal verbo διδάσκω), come pure dall’inserimento d’un’epentetica –d– a spezzare il dittongo –ia– di Diaco (e non viceversa), alla stregua del nome Giovanni, dal latino Iohannes, in cui l’epentesi della consonante -v- evita lo iato -oa-.
Cum nomen
Per lungo tempo, quindi, il cognome gentilizio (nomen) rimase privilegio dei patrizi, e in seguito delle famiglie plebee più distinte, fissandosi soltanto in età sillana, ed è raro che manchi alla fine della repubblica.
Per un periodo abbastanza lungo non fu ufficiale il soprannome (cognomen), solitamente attribuito a un adulto, per registrarne un tratto fisico, il suo luogo di residenza, le sue occupazioni o altre peculiarità.
Per Iiro Kajanto (The Latin cognomina, 1965), i primi cognomina erano dunque in gran parte soprannomi individuali trasmissibili ai figli, e molti di loro divennero poi cognomi di famiglia, arrivando a designare intere ramificazioni di gentes.
Binomia
L’antica binomia latina d’età repubblicana ritorna nell’Europa romanza dal IX al XIV secolo, fissando i vari tipi di “aggiunti”, in origine con funzione distintiva per evitare ambiguità ed equivoci creati dalle omonimie, e poi divenuti ereditari, finché non giunsero ad assumere ai fini pubblici un’importanza superiore al nome personale, soprattutto dopo l’emanazione, da parte del Concilio di Trento (1563), della norma relativa alla regolare trascrizione nei registri di battesimo.
Anagrafe battesimale
Come precisa Guido Alfani: “L’annotazione del cognome dunque, al pari di quella del nome, costituiva una parte essenziale della redazione di un libro dei battesimi rispettoso dei decreti tridentini. […] Per quanto nell’uso quotidiano il cognome rimase concorrente con altre modalità d’individuazione, nei registri parrocchiali esso conseguì ex lege la sua definitiva vittoria su ogni ipotesi alternativa. Verosimilmente, la scelta delle autorità religiose di preferire il cognome ad altre modalità d’identificazione influenzò col tempo sia le autorità civili, sia i comportamenti individuali, confermandolo nella sua posizione di strumento identificativo assolutamente predominante” (alle pp. 338-339 de Il cognome nei registri parrocchiali pre-tridentini dell’Italia Settentrionale e gli effetti del Concilio di Trento, in Addobbati A., Bizzocchi R., Salinero G. (a cura di), L’Italia dei cognomi. L’antroponimia italiana nel quadro mediterraneo, pp. 325-344, 2012).
La consuetudine sancì la fissità d’una trasmissione ripetitiva: “Per i cognomi non esiste più alcuna possibilità di scelta almeno dall’ultimo Medio Evo e dal Rinascimento, da quando cioè l’insorgere e l’affermarsi per larghi strati delle collettività di più complesse e rigorose istituzioni e procedure sociali sia civili (economiche, amministrative, giuridiche e notarili) sia religiose, hanno comportato l’obbligo – poi sancito e regolato per legge – della immutabilità del cognome” (Emidio De Felice: Dizionario dei cognomi italiani, 1978 – p. 11).
Il patrimonio cognominale
Anche se più contenute rispetto ai nomi, sono altrettanto riscontrabili modificazioni nel patrimonio dei cognomi; e parte delle forme storiche può scomparire per l’estinzione delle famiglie corrispondenti, quanto meno in linea maschile, con alcune dovute eccezioni, in specie nel patriziato; mentre altre variazioni si registrano circa la frequenza in rapporto alla consistenza numerica dei gruppi familiari e dei loro membri maschi, e un ulteriore incremento proviene dall’ingresso di forme cognominali non proprio autoctone o del tutto straniere.
La varianza d’uno stesso cognome
Specialmente nei piccoli paesi, ancora nei secoli XVII-XVIII, si notano designazioni generiche od oscillazioni. Per questo non è così raro il caso di membri della stessa famiglia che si ritrovano con lievi varianti d’un medesimo cognome iniziale.
A livello burocratico, uno stabilizzarsi del cognome comporta la perdita dell’originaria flessione cognominale, vale a dire la presenza d’una forma femminile e d’una plurale, ancora presenti colloquialmente a livello popolare (Bruno Migliorini 1935: 379), e a volte aristocratico.
Doppi cognomi o subcognomi
Nelle località minori, inoltre, dove i cognomi sono pochi, per evitare omonimie, si ricorre all’uso di ulteriori soprannomi individuali che poi spesso diventano di famiglia («detti») per finire, talvolta, ufficialmente omologati dando origine a doppi cognomi (ma che Migliorini 1935: 379 definisce anche “subcognomi”).
Processo di fissazione
L’ipotesi più realistica propende a considerare le popolazioni onomastiche quale prodotto di antichi insediamenti che risentano dell’attualizzazione del linguaggio e delle influenze culturali conseguenti e concomitanti nel corso d’uno storico processo di fissazione, il quale, sino al riconoscimento ufficializzato, abbia operato assunzioni e filiazioni di specifiche strutture cognominali, anche in base a vicissitudini di famiglia destinate a una progressiva stabilizzazione, come la vicenda migratoria che va a slegare completamente i cognomi tipici d’una regione, il cui specifico toponimo, di solito, difficilmente varia.
Il toponimo Calabria
Un’eccezione alla persistenza del medesimo toponimo è costituita proprio dalla “Calabria”, etnonimo dapprima legato alla penisola salentina, o meglio al nord-est della Messapia, altro etnonimo derivante dalla tribù japigia che nell’antichità classica occupava il territorio corrispondente all’ultimo lembo meridionale dell’attuale Puglia. Un toponimo questo derivato dal latino Apulia, proveniente dagli Apuli, etimologicamente correlato al greco Iápyges (Ἰάπυγες: Iá-pyges).
Gli storici greci ne distinguevano tre tribù: Messapi a oriente di Tarentum, Peuceti a nord di essi, lungo la costa da Brundusium a Barium; quindi, fino al monte Gargano, Dauni. I Messapi, a loro volta, venivano divisi, almeno da Strabone, in due grandi famiglie di Sallentini e Calabri; i primi a Leuternia, sulla costa orientale jonica del golfo tarantino, i Calabri dal promontorio japigio a nord, sull’Adriatico.
Il Ducato longobardo
Quando, però, i nordici Longobardi crearono a Benevento il loro potente ducato, i bizantini unificarono quanto erano riusciti a conservare, delle due estremità della punta e del tacco della penisola, in una medesima denominazione di “Calabria”, in precedenza, precipua soltanto del secondo sito. E, quando, nel 680, si tenne un Concilio a Costantinopoli, i vescovi che vi parteciparono, nel sottoscriversi e aggiungere al nome proprio e a quello della diocesi anche la provenienza provinciale o regionale, la fecero coincidere tra Tauriana, Tropea, Turii, Locri, Vibona, con Otranto e Taranto, dichiarandosi tutti della “Calabria”, mentre Cosenza, Crotone, Squillace e Tempsa continuarono a ricadere nel “Bruzio”.
Calabria japigia, romana e salentina
Allorché, poi, i Bizantini riuscirono a riconquistare Taranto e Brindisi, riprendendo il controllo di quei territori longobardi che avevano separato l’antico Bruttium dall’antica Calabria japigia (e di conseguenza compreso nell’unica denominazione di Ducato di Calabria due porzioni distinte e distanti), fondarono, con capitale Bari, il Thema di Langobardia, mentre il Thema di Calabria ebbe capitale Reggio, con l’esclusione di quell’antica “Calabria romana” (e salentina), che invece fecero rientrare nel nuovo Thema di Langobardia.
Calabria Citeriore (o latina) e Ulteriore (o greca)
Infine, col Giustizierato normanno del Regno di Sicilia, istituzionalizzato da Federico II, la Calabria fu distinta da Valle del Crati e Terra giordana, destinate entrambe a venire ribattezzate Calabria Citeriore (o latina), distaccata dalla Ulteriore (o greca). Da qui le diverse aree d’influenza d’un dialetto più settentrionale, il cosentino, dalla lingua napoletana (che dà origine al campano, al pugliese, al lucano, e all’abruzzese), e di quello più meridionale, il calabrese vero e proprio, dalla lingua siciliana (da cui siculo e pure salentino).
Migrazioni e matrimoni
Mentre i toponimi sono, insomma, per loro stessa natura, quasi indissolubilmente legati al suolo d’una regione, i cognomi originariamente tipici della stessa, essendo invece soggetti alle vicissitudini della migrazione, possono banalmente diffondersi per effetto di essa e ulteriormente moltiplicarsi mediante le unioni matrimoniali. Per esempio, dal sostantivo siciliano “caruso”, che significa “ragazzo”, il cognome Caruso, che in napoletano può diventare Carosone.
Romanizzazione della Grecità
Quando i paesi greci del mezzogiorno d’Italia furono coinvolti nel processo di romanizzazione, era ancora in corso la fase di formazione dei nomi di famiglia e, anche dopo il XIII secolo, epoca di affermazione della supremazia del volgare romanzo, molti cognomi stabili derivarono da soprannomi individuali.
“Dai documenti risulta che in Italia a partire dal XII secolo per l’identificazione delle persone si utilizza un nome aggiunto che in alcuni casi risulta nome di famiglia o cognome, cioè collettivo e trasmesso ereditariamente. La cristallizzazione dei vari aggiunti in cognomi è avvenuta dunque in momenti diversi nelle varie regioni e tra le prime vi sono città dell’Italia settentrionale, stando alle documentazioni, per quanto sia sempre molto difficile sapere fino a che punto gli aggiunti presenti nei documenti siano usati nella vita civile” (Caffarelli E. e Marcato C. “I cognomi d’Italia”, 2008 – p. XI).
Diffusasi e resistente sino a quando la popolazione è rimasta isolata sulle montagne dell’Aspromonte, la lingua greca aveva già subito il primo vero declino con la caduta di Reggio nel 1059 e soprattutto con la soppressione del rito greco-bizantino nel 1572. Successivamente (Fiorenzo Toso: “Frammenti d’Europa. Guida alle minoranze etnico-linguistiche e ai fermenti autonomisti”, 1996 – p. 95) la “crisi” dei dialetti grecanici si sarebbe collegata a diversi fattori culturali, tra i quali ovviamente i fenomeni migratori, la crisi dell’agricoltura, e il basso status sociale del dialetto, tradizionalmente considerato lingua di pastori e contadini.
La componente oro-geografica
In certe zone ben definite, il particolare contesto geografico e, specificatamente, orografico ha accentuato ancora di più la cristallizzazione di certi cognomi, nonostante la progressiva dimenticanza della loro etimologia. Poco meno di mezzo secolo fa, il celebre linguista Gerhard Rohlfs, studioso della Bovesia, si esprimeva in questi termini:
“Gli ultimi 40 anni hanno portato alla grecità di Calabria, col progresso della moderna civiltà (strade che fino a 40 anni fa non esistevano, autocorriere, emigrazione, radio e televisione) gravi e nefasti colpi. Nel capoluogo Bova, in greco locale chiamato Vúa = Boṽα, una volta sede di vescovo, sono rimaste poche famiglie di contadini (viventi fuori paese in campagna) e alcuni vecchi che usano ancora in famiglia la vecchia lingua. A Condofuri, dove 50 anni fa la maggiore parte della popolazione anziana (oltre i 50 anni) rimaneva ancora attaccata al greco, l’antica lingua è oggi scomparsa. Non molto diversa è la situazione a Roccaforte, dove oggi solo alcuni vecchi sanno esprimersi in greco. Rimangono come ultimi rifugi alcuni villaggi geograficamente più isolati e ancor oggi di non facile accesso: Gallicianò (frazione di Condofuri) e Roghudi col suo casale Ghorío. Ma anche in questi paeselli la situazione del greco, aggravata da una tremenda depressione economica, si può ormai dire disastrosa. A questa generale calamità, in questi ultimi tempi, si sono aggiunti gravi danni causati da frane e alluvioni, in modo che gran parte della popolazione ha dovuto essere sfollata e trasferita verso le marine.” (Grammatica storica dei dialetti italogreci, 1977 – pp. XIX-XX).
Dalla diglossia alla difformità dialettale
La Calabria non sembra possedere, all’interno dei propri confini geografici, quella che potremmo definire come un’uniformità dialettale, in quanto, fin dal IV secolo a. C., il massiccio del Pollino ha costituito una naturale barriera, peraltro difficile da valicare, tra Lucani e Bruzi. Inoltre, questi ultimi, anche grazie agli scambi con la popolazione ellenica della Magna Grecia, hanno resistito a lungo all’avanzata romana, perdendo la propria autonomia soltanto in seguito alle guerre puniche. L’influsso megalo-elladico li avrebbe resi pure praticamente bilingui, al contrario forse delle popolazioni joniche a Sud di Squillace, che non sarebbero state molto latinizzate da quella dominazione, e presumibilmente fino all’arrivo dei Normanni (1060).
L’istmo di Catanzaro
Schierato per un’ininterrotta continuità dell’elemento ellenico fin dai tempi della Magna Grecia, nella zona grecanica dei comuni di Bova, Roccaforte, Roghudi, Gallicianò, Condofuri e Amendolea, dove in qualche modo questa grecità ancora sopravvive, il glottologo tedesco Gerhard Rohlfs considerava la porzione più stretta della penisola, o istmo di Catanzaro, e spartiacque Ionio-Tirreno, alla stregua d’una precisa linea di confine tra una porzione settentrionale, precocemente latinizzata, e una centro-meridionale, rimasta più a lungo ellenica.
Cappiello vs barritta
Rohlfs indicava delle prove di tale diversa storia linguistica in differenze fonetiche, sintattiche e lessicali, come pure in una certa duplicità culturale ed etnica, manifestata, per esempio, nei diversi tipi di copricapo maschile: il “cappiello pizzuto” a Nord, contro la meridionale “barritta longa”.
Il primo, a forma conica, diminutivo di “cappa”, dal latino “capere”, coprire (italiano «cappello»); il secondo, («berretto») a forma d’un lungo sacco, birretum, sempre dal latino birrus, mantello con cappuccio di stoffa colorata di rosso, e quindi più propriamente dal greco pyrròs, πυρρός, fuoco.
Lingua ufficiale (scritta), dialetto familiare (orale)
Il latino potrebbe esser penetrato, tuttavia, dove più dove meno, un po’ in tutta la regione, e fin dalla colonizzazione romana, per poi mantenere una qualche continuità, forse persino durante la dominazione bizantina, in una situazione diglossica, che in età imperiale romana potrebbe aver destinato alle comunicazioni ufficiali la lingua latina, relegandola poi, in epoca successiva (bizantina), a una bassa varietà d’espressione verbale discorsiva (Alberto Varvaro: “La parola nel tempo: lingua, società e storia”, 1984).
Questo bilinguismo ha certo influito su quelli che sono gli attuali irregolari confini linguistici calabresi, disegnati sulla base dei caratteri fono-morfologici e sintattici, a partire soprattutto dalle isole alloglotte, dove ancora si conservano, oltre a echi semitici, varietà di greco, albanese o franco-provenzale.
