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IL “SENSO” DELL’ARTE

L’Arte e l’Estetica sono oggi al centro del più importante e contrastato discorso sociale, in cui si intrecciano motivazioni diverse, spesso anche antitetiche tra loro.

In Italia nel XX secolo è stata fondamentale l’estetica crociana, la quale implica anche la negazione della pluralità delle arti, dei generi e degli stili. ‘Ogni opera d’arte è una “creatura” viva, unica e incomparabile come l’intuizione in cui si è espressa’. La centralità dell’opera non è per Croce legata al ‘genere’ in cui si può estrinsecamente collocare, ma è invece quella che risplende nella sua propria individualità. Il numero delle intuizioni esprimibili è potenzialmente infinito e impossibile da ridurre in un casellario di generi o classi. Esiste così solo l’arte stessa, che è arte o non lo è, e se lo è contempla una quantità innumerevole di opere.

Per Baudrillard a partire da Duchamp, per arrivare a Warhol e a Koons, ci siamo tutti (artisti, critici, pubblico) resi complici di una ‘derealizzazione’ dell’arte, diventata così prezioso oggetto di consumo, come qualsiasi altro ‘affare/fatto’ commerciale: ‘Tutta la duplicità dell’arte contemporanea sta proprio in questo: rivendicare la nullità, l’insignificanza, il nonsenso, mirare alla nullità essendo già nulla’. 

In realtà è proprio così che l’arte e la critica dell’arte sono scomparse, moltiplicando i loro segni all’infinito, riciclando forme passate e attuali, eliminando qualsiasi criterio di giudizio: tutto è arte, de facto, quindi, niente è più arte.

Dice E.M. Arnico nella sua premessa al profetico volume di E. Baj e P. Virilio, “Discorso sull’orrore dell’Arte”, che “Orrore dell’arte, che cosa può mai significare? Ebbene che parliamo proprio dell’orrore che l’arte prova verso sé stessa, ovvero dell’orrore che produce nel pubblico”. E afferma poi come in entrambi i casi ci sia un masochismo più o meno conscio, più o meno dichiarato: perché terrorizzare sé stessi o, in alternativa, coloro per i quali si esiste, coloro ai quali ci si dovrebbe rivolgere?

E continua nella sua prefazione, i due orrori non sono poi così distanti e sembrano risolversi nella mancanza di dialogo: l’arte ha orrore di sé stessa perché è diventata inutile, non richiesta secondo le modalità che le dovrebbero essere proprie, e produce orrore nel suo pubblico dal “momento che questo pubblico non la capisce; e si è sempre spaventati da ciò che può contenere qualcosa che sfugge, qualcosa di inaspettato.”

Sillogismo perfetto, e chiarificatore, e, sempre secondo Arnico, ‘’l’arte, che pure è vecchia quanto l’uomo, non ha più a che fare con l’uomo, forse perché l’uomo stesso, con il suo corpo, con i suoi pregi e i suoi difetti, con la sua fantasia casuale, sta scomparendo. Al suo posto c’è la grande programmazione mondiale. Tale programmazione comprende in sé anche l’idea di libera scelta che meglio si adatti alle esigenze di ognuno (esse stesse già previste).” Ma andando ancora più vicino al ‘ciglio dell’orrore’ possiamo constatare come oggi “l’opera d’arte non dialoghi più con i suoi fruitori perché usa un linguaggio incomprensibile, un linguaggio da marziani (quello dell’élite intellettuale), in ogni caso un linguaggio non umano”.

E, come continua Paul Virilio “È sicuro che quel che si è chiamato l’inflazione del mercato dell’arte è un delirio che non ha più niente a che vedere con l’espressione artistica, ma piuttosto con le multinazionali, con la possibilità di riciclare il denaro del ‘narcocapitalismo’ e partecipare così proprio alla sua creazione. Di fatto accanto alla droga, agli allucinogeni, vi è l’arte, e particolarmente l’arte moderna e contemporanea. Ciò spiega l’arrivo massiccio dei pubblicitari, di Saatchi e compagnia, in questo campo. Un pubblicitario può dunque trasformare chiunque in un artista che si vende a 25/50 mila euro a foto. Ma vi sono anche foto che hanno raggiunto cifre iperboliche, e d’altronde quasi tutti i Warhol sono riporti fotografici su tela. Non c’è più neanche la fatica di prendere in mano il pennello. Piuttosto si prende per modello un pupazzo, come fa Jeff Koons, o si prende un busto anatomico con polmoni, budella, coratelle e bulbi oculari in bella vista, lo si ingrandisce, come fa Damien Hirst, a sei metri d’altezza, lo si posa sopra un piedistallo ed ecco fatto il nuovo Colosso di Rodi”.

In quella che potremo definire una nuova Torre di Babele, l’Arte può apparire come svuotata di significato e di ‘senso’, ma a mio avviso è invece anche l’unico ‘demiurgo’ in grado di restituire alla molteplicità imperante il valore assoluto dell’unità/unicità. Se Allan Karpow è arrivato a dire che si potrebbe persino cancellare dal vocabolario la parola «arte», e come affermano Baj e Virilio, l’estetica della sparizione contiene anche la possibilità di sparizione dell’estetica.  

E allora l’arte e la critica dell’arte sono scomparse proliferando i loro segni all’infinito, riciclando forme passate e attuali, eliminando qualsiasi criterio di giudizio: tutto è arte, quindi niente è più arte. Ed è così che nella nostra era “del simulacro e della simulazione”, delle fake news imperanti, in cui il vero non si distingue più dal falso, e possiamo constatare come il veicolo del messaggio diventi più importante del contenuto.

Il complotto dell’arte, raccolta di saggi che Jean Baudrillard scrisse negli anni ’90, ha provocato per più di un decennio roventi polemiche tra critici, artisti e appassionati per il tono irrisorio e requisitorio con cui il sociologo francese metteva alla berlina la produzione pittorica del ventesimo secolo. “Tutto il movimento della pittura ha rinunciato al futuro e si è volto al passato. Citazione, simulazione, riappropriazione, in pratica l’arte attuale si limita a riappropriarsi in modo più o meno ludico, o più o meno kitsch, di tutte le forme e le opere del passato, vicino o lontano, o addirittura già contemporaneo”.

Eppure dobbiamo rilevare come l’Arte sia appunto oggi spesso ‘citazione’, citazione e frammento del ‘reale’ così come dell’immaginario, e riesca proprio così, invece, a ricostruirsi, e possiamo constatare come oggi tutto si racconti in una sorta di frame dilatato, onirico come un Nuovo Surrealismo, che però attinge proprio alle avanguardie di tutto il XX sec. A tal proposito vorrei citare il lavoro dell’artista multimediale David Szauder (nato nel 1976 in Ungheria), che è stato docente in visita presso l’Accademia del cinema di Potsdam, oltre a tenere seminari sui media interattivi a Berlino e Budapest dal 2010.  Dal 2023 insegna corsi di “AI” presso la Moholy-Nagy University of Art and Design. I suoi lavori attingono alla memoria artistica collettiva, e per rifarsi proprio all’estetica Crociana di cui sopra, l’arte rientra nella sfera conoscitiva come intuizione, ma è un’intuizione pura, dotata di un principio assoluto, anteriore quindi alla percezione (che è già “giudizio”). L’Arte è “intuizione = espressione”, per cui contenuto e forma coincidono in maniera indissolubile. E l’AI è oggi mezzo privilegiato, e appena nato, per dare nuova forma alla nostra natura più antica, e per questo più vicina, paradossalmente, al nostro essere uomini.

Ma ricordiamo quindi Adorno, per cui qualora l’arte riesca nuovamente a parlare dell’altro del mondo, seguendo il mondo, potremo riuscire finanche ad avere nuovi Dalì e nuovi Picasso, ad esempio, ma sempre che il consumo non si confonda con l’arte.  

L’Arte si manifesta nel suo legame con la vita, che non può essere opzionale.

Ed è qui che assistiamo ad una forma di rigenerazione del pensiero artistico, che continua a vivere (o sopravvivere) nel ‘gesto’ dell’artista, che altro non è che stimmate contemporanea dell’eterno demiurgo. Ed è importante in questo discorso sull’Arte e per essa, questa operazione che è quasi una metafora linguistica della realtà, sviluppare questi ragionamenti qui al Sud, in contrasto con una tendenza attuale che vuole il dibattito artistico e culturale in altri luoghi, più a Nord, e invece sottolineare la grande tradizione nostra che affonda le sue radici nel pensiero di studiosi come T. Campanella, qui in Calabria, ma anche Croce, a Napoli, e Camus che si è spinto in Algeria.

Fare riferimento alle nostre radici per costruire il nuovo, in uno scambio appunto dialettico col nostro territorio, con la nostra Terra.

Una sorta di chiamata alle armi, nel segno di un’estetica che è sempre più vicina all’etica, proprio nel contemporaneo.

Una fascinazione che viene da lontano, da quando in Calabria e nel Cilento si ‘inventò’ la filosofia, e in Campania pure.

Una Storia che parla di Neo Antico, legata alla stessa Alchimia dei luoghi, una sorta di profezia delle Scuole del Sapere, che sono nello stesso nostro Dna, ma che una sorta di dio distratto ci ha fatto troppo a lungo dimenticare.

D’altronde come non ‘vedere’ che la Storia umana si regge spesso, più che sulla memoria, su una antica ‘dimenticanza’, che ci ha sempre impedito di imparare dagli errori del passato, per cui abbiamo spesso potuto constatare come secoli di crescita sociale e culturale vengano spazzati via dal vento improvviso di una guerra per ricondurci nella barbarie di un sonno senza ragione. E ‘Il sonno della ragione genera mostri’ (El sueño de la razón produce monstruos) , come nella famosa acquaforte e acquatinta realizzata nel 1797 dal pittore spagnolo Francisco Goya, a cui si è ispirato anche il grande Borges, nel suo argomentare proprio sui sogni.

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