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L’AI E L’ARTE, DISCUSSIONE APERTA

Oggi giorno dobbiamo interrogarci sempre di più sul significato dell’immagine e del ruolo dell’artista, senza cadere in stereotipi di alcun tipo.

Se infatti riflettiamo in termini storici, in passato si guardava innanzitutto al ‘gesto’ d’artista, alla capacità di questi di sorprendere con impeto e velocità.

Eppure nelle tante botteghe d’arte abbiamo sempre assistito alla collaborazione, sotto un maestro, di più artisti, tanto è vero che sono diventate comuni espressioni come ‘alla maniera di…’, o, anche, ‘della scuola del…’, sottolineando così la cooperazione di più menti e mani all’interno della realizzazione di un’unica opera, specialmente se di grandi dimensioni o per necessità di velocizzare i tempi di realizzazione.

Eppure si è comunemente portati a pensare che l’artista abbia sempre lavorato da solo, come unico e solitario demiurgo capace con il suo genio di donare bellezza e grandezza all’umanità, di innalzarla quasi, talvolta, alla capacità creatrice di Dio.

Ci si stupisce oggi dell’interazione tra l’intelligenza artificiale e la ‘mano’ dell’artista nella creazione di un’opera, eppure l’intelligenza artificiale nasce proprio dalla volontà di voler riproporre il sistema mentale umano attraverso un computer, che va così a staccarsi almeno apparentemente da quello che è il vecchio ragionamento del sistema binario, su cui si è sempre basata la ‘macchina computer’ fin dalla sua genesi.

E forse è proprio qui che nasce anche la commistione tra tutta una letteratura e filmografia distopica e l’Arte nelle sue numerose rappresentazioni.

Sovviene così di pensare a certi romanzi appartenenti ormai alla nostra ‘storia’ del racconto, come quelli di Giulio Verne, dove l’uomo utilizzava In maniera quasi contemporanea le macchine, allora solo ‘immaginate’, addirittura ancor prima della loro effettiva realizzazione, per non parlare poi di film che hanno fatto non solo la storia del cinema ma anche di una nuova sensibilità tutta contemporanea, come Blade Runner, sia il primo che anche nell’ultima rivisitazione.

In realtà oggi giorno nell’arte contemporanea l’artista si serve spesso di una schiera di collaboratori, così come d’altronde era anche in passato, ma con una consapevolezza diversa. Molto interessante un articolo di Dario Buratti che parla proprio di un’autorialità decentralizzata nell’era dell’intelligenza artificiale, è così che l’artista non è più solo un creatore, ma come dice Buratti una sorta di regista tra diverse entità generative.

Secondo questo ragionamento, in un momento sociale in cui l’interazione tra le persone è sempre più rara e complessa, sempre più filtrata da elementi appartenenti non al mondo degli uomini ma delle macchine, la comunicazione diventa sempre più corale, l’artista è sempre meno genio e sempre più ingegnere di mondi paralleli, la realtà sempre più da interpretare e, come dice Buratti, questo veniva già anticipato da Roland Barthes nel suo saggio sulla morte dell’autore.

Strano che in una società dove l’interazione tra gli uomini è sempre più rara e ci si nasconde sempre di più dietro delle macchine, vuoi che siano pc vuoi che siano cellulari, si inizi ora a parlare proprio di arte partecipativa e collaborativa. E tutto estremamente in velocità e in divenire, d’altronde la velocità è proprio la cifra che contraddistingue la società contemporanea, basti notare a questo proposito come il ritmo narrativo, sia in letteratura che in cinematografia, sia diventato estremamente più veloce, al punto che le storie possono essere a volte solo percepite nella loro interezza, e l’attenzione si fissa così sul dettaglio, sul ‘frammento narrativo’.

 

In questo incredibile susseguirsi di momenti artistici, ma anche di vita normale, noi umani stiamo mutando, muta il nostro corpo, come non ricordare il lavoro di Orlan, artista francese che per prima comprese come la chirurgia Estetica potesse essere funzionale all’arte per modificare il proprio corpo, e come il proprio corpo modificato potesse diventare appunto opera d’arte in divenire, infatti fu la prima negli anni ‘80 a filmare delle sue operazioni in cui il suo corpo mutava facendosi inserire ossa, protuberanze e filmando il tutto.

D’altronde il nostro corpo è sempre stato portatore di un meta linguaggio in cui l’estetica del corpo, insieme al gesto, parlavano una lingua aldilà della nostra stessa volontà, oggigiorno in questa apparente diminuzione della fisicità per cui si è sempre più filtrati attraverso uno ‘schermo’, pensiamo alle videochiamate per esempio, ebbene al tempo stesso abbiamo come un bisogno maggiore di una sensibilità forte che ci faccia sentire ancora una volta ‘umani’.

Tutto il lavoro di Baudrillard segue questo scenario e lo fotografa, a cominciare dal suo il Sistema degli oggetti, per arrivare al suo scrivere in Simulacri e Simulazione.

In quest’ultimo Baudrillard afferma che la società attuale ha sostituito il significato della realtà con Simboli e Segni, e che l’esperienza umana è una simulazione della realtà, e possiamo facilmente dire che è proprio da questo che nasce il senso di vuoto che accompagna lo ‘scollamento’ sociale di molti, come se, incapaci di ‘sentire insieme’ percepissimo sempre di più una realtà condivisa che però non è tale, ma che è invece artificio e finzione.

Tutto il suo discorso tra realtà e finzione, e rappresentazione dell’una e dell’altra indagano in questo senso.

La prima Mostra ad indagare su questo, interamente progettata nel metaverso, è stata “Meta Effect”, inaugurata il 20 dicembre del 2022 a Genova. Organizzata da ETT, un’industria creativa digitale del Gruppo SCAI, la mostra esplorava i temi dell’arte e della creatività.

Ma è in questi ultimi due anni che la discussione si è fatta sempre ‘più calda’ e diffusa anche a un pubblico di non artisti, proprio perché siamo sempre più immersi in questa nuova realtà, sospesi a volte in una dimensione a metà tra realtà e ‘ vera finzione’ .

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