GIORNATA MONDIALE DEL LIBRO E DEL DIRITTO D’AUTORE
Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...

Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...
Nella vita di ciascuno di noi ci sono delle scelte dalla portata “storica”, implicando un prima e un dopo di esse: l’educazione, il lavoro, il matrimonio, la genitorialità, un trasferimento … e così via.
Tra questi probabili spartiacque potrebbe annoverarsi la “preferenza” per una nonviolenza (Ahiṃsā giainista, o capitiniana) estesa indistintamente “a tutti”, in primis in ambito alimentare; un’opzione universalmente “pacifista”, sebbene a partenza dal campo dietetico; e dieta intesa nel suo senso originale (in greco dìaita, δίαιτα) dal significato vero e proprio di “stile esistenziale”, regime quotidiano, consueto “modus operandi”. Cosicché decidere di diventare vegetariani non cambia solo ciò che si mette, prima in pentola e dopo in bocca, ma modifica l’intera Weltanschauung che ci si è prefissati, specificatamente in merito a quella “visione” dei valori cui si va a dare priorità, e indubitabilmente anche dei sistemi che quei valori non possono affatto evitare di supportare.
Si tratta, tuttavia, d’un percorso assai spesso imperfetto, con vari stadi di sviluppo e, innanzitutto, ragioni individuali, non sempre del tutto condivisibili, o scontate.
In teoria, forse, un po’ tutte le motivazioni potrebbero venire riconosciute valide, alla stessa stregua delle contraddizioni, dei compromessi, come di repentini ripensamenti; oppure un prevedibile attraversamento di fasi alterne.
Altrettanto utile “tranquillizzare” chi non si sente “abbastanza” votato a questa opzione, nel normalizzarne alti e bassi e nondimeno sfatarne, se non altro, alcuni dei miti troppo idealistici e quindi meno praticabili e più pericolosi, che potrebbero mettere a rischio il proprio “principio di realtà”…
La “selva oscura” di Han Kang
Nel suo romanzo del 2007, la coreana Han Kang descrive il primo stadio d’un distacco dal mondo che si trasforma in un tragitto di trascendenza progressivamente distruttiva, la quale dalle convenzioni va man mano allargandosi fino a comprendere l’ideale d’un’«estatica» dissoluzione del desiderio in una specie d’indifferenza contagiosa, pur senza divenire mai del tutto infettante, se non sugli animi più sensibili dei familiari.
Come se la protagonista, Yeong-hye, fosse privata del diritto di esercitare un proprio dominio, avere una propria identità, e la sua esistenza fosse dipendente e giustificata soltanto in rapporto agli altri, la medesima sua descrizione diviene appannaggio altrui, dapprima del marito, poi del cognato e infine della sorella, che sembrano interpretarne il comportamento in quanto atto di ribellione, e allo stesso tempo riaffermazione, d’una personale individualità, e d’un’intera essenzialità di cui riappropriarsi, lasciando, sottinteso, un “sottotesto”, il significante d’un’inconscia esigenza di negazione del corpo (ridottosi a evangelica “carne”: Giov. I, 14), che, in qualche modo, ha subìto (e continua a subire), una qualche forma di violenza (non necessariamente fisica).
Pur se osservata come un oggetto, priva di voce propria, la nostra “antieroina” resta una persona davvero determinata; e, dai frammenti della triplice osservazione delle persone che la circondano, appare molto perseverante.
Ma, quest’ostinazione nel rifiuto della carne corrisponde a una rinuncia alla carnalità in tutti i sensi?
Il disgusto alimentare equivale comunque alla negazione della “corporeità”, dalla quale si richiede una liberazione catartica?
E la causa dell’originario “trauma” (psicologico), dal quale ci si deve liberare, è riposta in quella sensibilità femminile che maggiormente avverte la relazione tra vita e morte, potendosi indistintamente proporsi nell’alternativa di culla (gravidanza e nascita) o di tomba (mestruazioni e aborto)?
Quell’immagine (“dantesca”, e infernale) della “selva oscura” risulta paradossalmente chiara; al suo interno, una baracca ricolma dello scempio di carcasse appese grondante sangue, rimanda inconsciamente alla prospettiva uterina d’un periodico, e inesorabile, appuntamento mensile.
L’inizio d’un’anoressia?
L’incipit letterario presenta un’ordinaria “casalinga” (nel senso formale di “hausfrau”, esclusivamente dedita alle questioni domestiche) che, un giorno (improvvisamente?), dopo una serie onirica di coinvolgenti (e sconvolgenti) immagini di macellazioni, e del loro prodotto sanguinolento, ex abrupto, decide di cominciare, senza ulteriori specificazioni, a “non alimentarsi” (l’inizio d’un’anoressia?).
La descrizione “anamnestica”, di prammatica, che ne fa il freddo e affettato marito non si allontana dall’obbiettività quotidiana.
«Non era né triste né assente, come ci si sarebbe potuti aspettare da una malata. Ma non era nemmeno allegra o spensierata. Era il tono calmo di una persona che non appartiene a nessun luogo, di qualcuno che è entrato in una zona di frontiera tra diversi stati dell’essere.».
L’unico scopo di questo noioso signor Cheong sembra sia sempre stato quello di vivere una vita convenzionale, in quanto, spiega, che quando ha incontrato per la prima volta la moglie, non ne era nemmeno attratto, e questo gli andava, ugualmente, benissimo. Su di lui quel “corpo” non esercitava nessun fascino muliebre.
Nonostante l’assenza di affettuosità, di fronte a quell’impassibile ostentazione di diniego, tenta dapprima di razionalizzare la ferma decisione presa dalla consorte; ma poiché Yeong-hye continua a dimagrire, mangiando sempre meno, è come se si volesse deresponsabilizzare quando decide di rivolgersi alla famiglia di lei per farla intervenire; subito, però, e in automatico brutalmente.
Alessitimia
Il padre, che ha prestato servizio militare in Vietnam, ed è noto per avere un temperamento molto severo e autoritario, la schiaffeggia. Queste reazioni sempre più manesche fanno affiorare alla coscienza della sorella della protagonista, In-hye, come la loro comune infanzia non fosse stata altro se non un susseguirsi di piccoli, ripetuti, abusi che hanno avuto il seppur lento, ma inesorabile effetto (traumatico) di segnarne indelebilmente l’esperienza con inevitabili ripercussioni sul loro precario equilibrio mentale, come pure sulla consapevolezza di quello spazio da occupare nel mondo, ridotto al solo ambiente domestico.
Ingenerando una sorta d’analfabetismo emotivo (alessitimia), la cultura sopraffattoria non lascia esprimere i sentimenti più intimi, se non (volutamente o inconsciamente) per nasconderli, con delle parole (in)adeguate.
Sopportare una qualche forma di violenza finisce assurdamente per tradursi nel rifiuto di reagire allo stesso modo; poiché la materialità non può che contrastarsi con l’«agito» suo opposto: all’attivo sopruso della sottomissione si ribatte con la passività della rinuncia, e, alla brutalità inferta dagli altri, persino, al limite, con analogo impeto d’esplosività aggressiva paradossalmente rivolta verso se stessi.
Quando Yeong-hye si procura una grave ferita non resta che il ricovero ospedaliero per autolesionismo e anoressia mentale. Dal nosocomio fugge e, una volta rintracciata, mostra nel palmo della mano un uccello morso da un predatore e, quasi assumendosene la colpa, si chiede cosa, lei, abbia fatto di sbagliato.
Il sogno della farfalla?
«Quell’inspiegabile serenità lo atterrì: gli fece nascere il sospetto che si trattasse solo di un’impressione, quel che era rimasto in superficie dopo che un’enorme quantità di inenarrabile violenza era stata assimilata, o si era depositata dentro di lei come un sedimento», è l’osservazione commento dell’«anonimo» cognato, marito di In-hye, divenuto artista dopo essere sopravvissuto allo storico “massacro di Gwangju” del maggio 1980.
Ed è forse per questo che riesce ad avvicinarla e “possederla”, in qualche modo, in un coinvolgimento privo tuttavia di vero amore?
«Quisquis amans sequitur fugitivae gaudia formae/ fronde manus implet baccas seu carpit amaras» (colui che ama e insegue i gaudi della bellezza fugace, colma la mano di fronde e coglie amare bacche- recita il distico moraleggiante di papa Urbano VIII, Maffeo Barberini).
Malgrado ciò, si mostra còlto da un’ossessione erotica sublimata dalla smania artistica di dipingere, secondo la tradizionale tecnica popolare coreana, con colorate decorazioni floreali, quel suo corpo femminile, oggetto di desiderio, ed esposto ai peggiori appetiti e impulsi passionali; eppure incapace di pretendere alcunché da persona integra (soggetto consapevole d’una propria volontà), ma solo passivamente in grado di sognare, forse come la farfalla della parabola taoista di Chuang-tzu (Zhuangzi), impegnata nella definizione d’una differenza tra realtà e illusione.
E una distinzione potrebbe corrispondere alla transitoria transizione d’una materia alchemica in via di metamorfica trasformazione?
Il complesso di Dafne
Come in una specie di “complesso di Dafne”, che ripercorre il mito ovidiano delle Metamorfosi (libro I, 555-559), vorrebbe ella sparire, mimetizzandosi in una rinascita (o reincarnazione?) vegetale, e, come tale, non nuocere, né procurare alcun “male” a nessuno, appunto come se su questa terra fosse completamente assente, se non per quella composita appendice dell’apparato radicale.
In un’altra occasione di fuga dall’ospedale, nella terza parte del libro, si comporta chiaramente nel modo più simile a una pianta, e viene trovata in piedi, in posa verticale, all’interno d’una foresta “inzuppata di pioggia come se lei stessa fosse uno degli alberi sfolgoranti“, a ricordare la seicentesca scultura berniniana replicata su tela dal preraffaellita Waterhouse (1908).
E questo cortocircuito letteratura arte non ha del fantasmagorico?
I have a dream…
«Tutto ciò in cui credo è il mio cuore. Mi piacciono le mie tette. Perché il seno non può uccidere nulla. Mani, piedi, denti, lingua e persino lo sguardo sono armi che possono uccidere e danneggiare qualsiasi cosa. Ma non il seno. Finché ho questi seni rotondi, sto bene. Va ancora bene.».
Come Dafne, ostenta la sua nudità, eppure, gradualmente, la protagonista tende a esplorare forme estetiche di rinuncia sempre più estreme, già offerte dalle interruzioni dell’ordinarietà in una sorta di onirismo che le ha fatto annunciare in puro stile paratattico: «Ho fatto un sogno», senza però per questo rincorrerlo nell’immediatezza (alla Martin Luther King: I have a dream today!, “Ho” un sogno… oggi!).
Un sogno che non è affatto speranza, né aspirazione o nostalgia, perché, nei “boschi bui” dell’anima, dove nasce quel radicale “rifiuto di (e della) carne” (in senso lato), non mangiare, non cucinare, non servire pietanze a familiari, amici e commensali, prosegue nell’assumere ulteriori valenze che vanno oltre l’anancasmo ortoressico («Il mio corpo odora di carne», per cui si rifiuta di coricarsi col marito), per sconfinare in una completa sindrome psicotica, proprio come avviene negli orrifici incubi dissociativi in cui ci si chiede: «perché è così terribile morire?».
Lo spettacolo della morte
Una volta, Yeong-hye, da bambina, aveva assistito all’agonia d’un cane che le aveva dato un morso; suo padre, per questa aggressione, legò l’animale alla moto, trascinandolo in giro, con la schiuma alla bocca, e offrendole l’orribile spettacolo della morte.
Eppure, a quel tempo, da giovanissima, Yeong-hye avrebbe assaggiato la carne di quel cane senza remore, timori o alcun’altra preoccupazione, o repulsione, con la stessa naturalezza con cui un qualsiasi conterraneo ultracinquantenne quella stessa carne l’avrebbe consumata, magari servita come zuppa rinvigorente (boshintang), nei mesi estivi più caldi di Seoul, Busan o Incheon.
La protagonista della “Vegetariana” di Han Kang si sta ribellando (… alla società patriarcale?); e, come ci fa sapere il marito, soprattutto a un’insignificanza (in)sofferente.
E allora, forse, il titolo è inadeguato al contenuto della narrazione!
La struttura
“In principio” (Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, era la parola), il “ verbo” (logos) di Han Kang sembra trattare di desiderio, vergogna ed empatia (e non necessariamente in quest’ordine), riflessi nei vacillanti tentativi dei vari personaggi di contorno (il marito, il cognato, la sorella) impegnati, a modo loro, a comprendere le singolari vicende della protagonista.
Poi (Καὶ ὁ λόγος σὰρξ ἐγένετο) “…il verbo si fece carne”?
Scritto, com’è scritto, dalla prospettiva dei tre narratori citati, assume banalmente il carattere della tridimensionalità, che contribuisce a conferire quasi una sorta di complessiva verosimiglianza, se non di (im)perfetta obiettività. Anche se poi, contrariamente a quanto potrebbe suggerire il titolo, la trilogia interna del libro solo di passaggio, brevemente, e in superficie, tocca la questione della dieta associata alla filosofia del vegetarianismo. Siamo distanti, insomma, dall’«illuminazione» di Jonathan Safran Foer!
Dalla struttura, si riceve la convinzione che si tratti di tre autonomi “sotto-romanzi”: sui temi della decisione di affermarsi nella negazione, evasione nell’estasi estetica, comunicazione e condivisione del vissuto metamorfico nell’inutile attesa di ragguagli esistenziali; argomenti, questi, sviluppati solo in parte, in chiave scialbamente psicologica, attraverso altrettante narrazioni separate, incentrate sulla descrizione di gesti apparentemente irrilevanti.
È probabile che parole e atteggiamenti vogliano dire veramente quello che esprimono, eppure al tempo stesso sembrano trascendere il loro significato, lasciato sospeso a metà strada, talvolta, sul sentiero delle assolute certezze, ma, molto più spesso, su quello dei dubbi laceranti.
Il tema del confronto tra violenza e bellezza
Sembra, semmai, l’opera di Han Kang svilupparsi a più livelli di interpretazione, a cominciare dal mettere in discussione l’elaborazione del lutto in tutte le sue forme, il dolore e la violenza umana tout court, e non soltanto sugli animali, come anche l'(im)possibilità dell’innocenza del singolo e l'(im)possibilità di comprendere gli altri; segue poi la questione del corpo come ultimo rifugio ed estrema determinazione esistenziale, senza veramente nutrire l’intenzione di concludersi nella stantia problematica d’una condivisa definizione di sanità mentale e di follia.
Forse, la tematica di maggior rilievo riguarda prevalentemente quella paradossale mescidanza di aggressività e bellezza, in una commistione superficialmente insopportabile quanto inammissibile; persino la cultura patriarcale coreana, o la consuetudine locale di consumare carne di jindo o nureongi, non c’entrano quasi nulla con la stretta essenzialità dell’argomento.
C’è però, probabilmente, uno strato nel testo che dà voce a quelle donne che urlano in silenzio, anche se sarebbe riduttivo considerarlo banalmente un romanzo “femminista”. Sì, c’è il padre padrone veterano di guerra, che, in una scena molto spinta, vorrebbe costringere la figlia a ingurgitare bocconi di carne. Scena questa che si sovrappone a quella dell’accanimento terapeutico dei medici che la sottopongono ad alimentazione forzata. Ma, anche a rischio di semplificare un po’ troppo, non fanno che rappresentare sempre delle personificazioni della sopraffazione (da parte della maggioranza) contro la deliberazione (dei singoli).
I raffronti
Il raffronto maggiormente compatibile, dal punto di vista letterario, rimanda ovviamente al coevo racconto “Blood Kin” dell’autrice afro-australiana Ceridwen Dovey: una metafora sulla corruzione politica, in Germania, portata sul palcoscenico come: “il cuoco, il pittore, il barbiere del presidente”.
Ancor di più al successivo “A Little Life” (2015) della statunitense di origini hawaiane, coreane e nipponiche, Hanya Yanagihara, che segue le vicissitudini d’una persona tormentata dai ricordi d’una terribile infanzia di continui abusi, i quali sfociano in atti d’autolesionismo. Posteriore è pure “Het diner” (2009) dell’olandese Herman Koch, incentrato, invece, sull’incontro di due coppie per discutere sulla gestione d’un crimine commesso dai loro figli adolescenti.
Precedente: “Das Parfum” (1985) di Patrick Süskind, relativo al profumiere dotato d’un brillante senso dell’olfatto, il quale, nell’esplorare il mondo degli odori, commette assassinii. Altri hanno suggerito, genericamente e di prammatica, Haruki Murakami (a cominciare dalla trilogia del Ratto): “Nel segno della pecora”, che risale al 1982, è necessario individuare, in un panorama più vasto, un unico impercettibile elemento potenzialmente utile alla ricerca della verità. Addirittura quel “Moderato cantabile”, con cui Marguerite Duras, nel 1958, aprì la stagione narrativa vicina al Nouveau Roman: il primo movimento della sonatina di Anton Diabelli (Op. 168, No. 1) rappresenta la malinconica certezza che ogni cosa alla fine non può che rimanere com’è, soprattutto in assenza di desiderio.
Ma un vero precursore andrebbe rintracciato nell’horror di culto del 1937 “The Blind Owl” dell’iraniano Sadegh Hedayat, in cui un anonimo decoratore di astucci per penne rivolge le sue confessioni omicide a un’ombra sul muro che assomiglia a un gufo. “La presenza della morte annienta tutto ciò che è immaginario… ci libera dalle allettanti e fraudolente attrazioni della vita“.
Mentre i classici di riferimento sono il “Bartleby, the Scrivener” (1853) di Herman Melville e, tra i vari diari e opere di Franz Kafka, “Ein Hungerkünstler” (1922), e, al disopra di tutto e tutti, “Die Verwandlung” (1915).
L’immagine originaria
«L’idea per il libro mi è venuta originariamente come un’immagine: d’una donna che si trasforma in una pianta. Ho scritto un racconto, “The Fruit of My Woman”, nel 1997, in cui una donna si trasforma letteralmente in una pianta…».
In quella novella, s’assiste a una trasfigurazione d’una moglie il cui consorte la depone in un vaso e si preoccupa d’annaffiarla; lei appassisce e, nell’ultima scena di quel breve racconto, il marito si chiede se sua moglie potrà rifiorire la primavera successiva.
Non si tratta d’una storia troppo fosca od opaca; più d’una specie di magica rappresentazione, in cui accadono cose soprannaturali; sebbene gli aspetti esoterici non vengano minimamente esaltati.
«… Dopo il racconto breve “The Fruit of my Woman” ho avuto questa inspiegabile sensazione che non fosse ancora terminato. Volevo lavorare di nuovo con questa immagine di qualcuno che si trasforma in una pianta. Dopo alcuni anni, ho iniziato a scrivere questo romanzo in un modo più tenebroso e feroce»: “ violento”!
Questo romanzo è meno surreale e magico, anche se un’interpretazione plausibile potrebbe equipararlo a una “parabola”, dalle facili allegorie, sul rifiuto di appartenere alla razza umana.
Nella metamorfosi s’intravede una salvazione, beffardamente prossima alla morte… (complesso di Dafne, sempre più convintamente!).
“Visione a occhio di corvo”
Per la primissima volta, l’idea di scrivere di alberi e vegetazione, Han l’ebbe da studentessa universitaria, imbattendosi nell’opera d’avanguardia del poeta coreano degli anni ’20 Yi Sang (Kim Haegyŏng), un famoso verso del quale, tra il dadaista e il surrealista, recita: “Voglio credere che gli esseri umani dovrebbero essere piante“.
E qui, per inciso, va sottolineato che le traduzioni, in genere, dal giapponese o dall’inglese, potrebbero non catturare appieno il significato previsto dall’originale coreano: per esempio, “Ogamdo”, “Crow’s Eye View“, “visione a occhio di corvo”…
Anche in un’antica storia tradizionale della dinastia Chosŏn (Joseon) si parla d’uno studioso che, terminato il suo duro lavoro d’ufficio, nel rientrare nella propria stanza, piena di fiori, s’addormenta accanto ai vegetali con cui s’intrattiene a parlare, in cerca di pace.
La vecchia storia della tradizione Chosŏn, il verso di Yi Sang, Kafka, Melville, Sadegh Hedayat, Haruki Murakami, ecc. non hanno, in effetti, esercitato un’influenza proprio diretta sulla Han, perché il suo libro esplora solo parzialmente le scelte naturali e quotidiane degli esseri umani in termini di nutrizione, sempre più sentitamente i temi della violenza e della (im)possibilità dell’innocenza da parte dell’intera umanità.
Dietro quell’estremo tentativo della protagonista Yeong-hye di voltare le spalle alla sopraffazione, abbandonando la sua stessa specie, e il decoro a quella connesso, e al suo corpo, nella progressiva metamorfosi vegetale, si cela una profonda disperazione e seri dubbi esistenziali del tipo “Menschliches, Allzumenschliches” (umano, troppo umano!); e la “Krisis” che ne consegue per quanto riguarda la forza in relazione alla dignità. L’opera affronta questo lato del coinvolgimento d’un certo contegno nell’impetuosa spinta trasformativa della brutalità.
«Da adolescente ho sofferto delle tipiche domande: perché il dolore, perché la morte? Pensavo che i libri contenessero le risposte, ma curiosamente ho capito che contengono solo domande. I loro scrittori erano deboli e vulnerabili proprio come noi.».
L’aspetto biografico più significativo del lavoro di Han Kang, nata a Gwangju dieci anni prima della rivolta popolare soffocata nel sangue dall’esercito sudcoreano, è sempre consistito nel portare avanti indagini su “chi” è stato vittima, sulle conseguenze di ciò, sul perpetuarsi di tali effetti nelle società attraverso la storia, fino ad accostarsi a una sorta di “ereditarietà” del “trauma”.
Alla fine, quando Yeong-hye e In-hye vengono trasferite da un ospedale a un altro, sull’ambulanza, è la sorella maggiore a osservare più attentamente gli alberi mentre le passano dinnanzi; il che fornisce l’indizio della possibile “eredità” d’una “psiche vegetale” simile a quella della sorella minore, dalla quale è ora contagiata anche lei. Ma il suo sguardo è come se protestasse contro qualcosa di indefinibile, in attesa d’una risposta che tarda a venire.
La nutrizione come atto di volontà, e quindi politico
Il titolo del libro di Han Kang è fuorviante perché il testo non riguarda, se non di sbieco, o di riflesso (la “visione a occhio di corvo” di Yi Sang, mentre “il gufo” di Sadegh Hedayat è “cieco”?), la filosofia del vegetarianismo. La scelta d’aderire a questa dieta, intesa come alimentazione incruenta, non può ovviamente prescindere da un minimo (sindacale) d’empatia nei confronti degli animali, mentre Han Kang approfondisce soltanto un delirante aspetto vegetófilo.
Ma siamo davvero sicuri che non importi proprio niente a nessuno, da qualsiasi punto di vista, mangiare gli animali (Jonathan Safran Foer: Eating Animals, 2009)?
Smettere di alimentarsi con carni di carcasse martoriate non sarà mai una pura e semplice questione di benessere psicofisico. Potrebbe eventualmente esserlo evitare uova e formaggi, a causa d’una qualche sensazione di eccesso speculativo circa lo sfruttamento delle risorse riproduttive e nutrizionali altrui, o d’un certo qual agio dietetico sostenuto da una particolare genetica, magari riconducibile al metabolismo dei lipidi. E questo a sostegno del fatto che è più presumibile che vegetariani si possa diventare e non nascere, o viceversa?
Evidentemente, la stragrande maggioranza delle persone segue la “dieta”, che sia vegetariana o meno, o ancora più restrittiva, per un’esclusiva questione di salute: per esempio, minor rischio di alcune malattie determinato dalla nutrizione a più alto livello di fibre. Se, di fondo, invece, c’è un’ideologia (politica? Anche se penso più filosofica, anzi gastrosofica!), essa non potrà essere che, almeno parzialmente, tanto animalista, quanto ambientalista e persino anti-capitalista.
Del resto, si dice che mangiare sia un atto politico (Massimo Montanari: “Cucina politica: Il linguaggio del cibo fra pratiche sociali e rappresentazioni ideologiche”, Laterza, Bari 2021), persino il più personale, e intimo forse, che siamo in grado di concepire e realizzare, dopo il sesso. In quanto il cibo “agisce” (o meglio è agito) da straordinario strumento di comunicazione; una forma di linguaggio che trasmette valori e, con essi, idee, caricando il gesto del nutrirsi, così come lo stesso gusto nel farlo, di significati dalla straordinaria forza espressiva, a volte dirompente.
Il cibo assume logicamente dimensione politica nella misura in cui è in grado di definire l’identità di gruppi sociali, economici, culturali, religiosi; allorquando, dunque, si eleva a segno d’appartenenza a una comunità. Le azioni promosse stando a tavola, i “discorsi” pronunciativi da sobri, con eloquio più o meno appropriato, rivelano incontrovertibilmente narrazioni collettive che si fanno, per loro stessa natura, veicolo di propaganda di precise prospettive di vita, le cui interazioni e i cui intrecci, nell’esprimere il reale, lo riattualizzano di conseguenza.
Un atteggiamento ondivago
Dai “No global” (e “No Logo: Taking Aim at the Brand Bullies” di Naomi Klein, 1999) ai “Skolstrejk för klimatet” (Fridays for Future), per quanti sono preoccupati per il livello di emissioni che la nutrizione onnivora comporta, la scelta dietetica risulta in funzione principale della dichiarata lotta contro il cambiamento climatico. Anzi, la combinazione di tutti questi fattori (di politica anti-capitalista, ambientalista, animalista) ne rafforza la definitiva volontà decisionale. Anche se questo non esclude chi lo fa per mera imitazione, moda, gusto di distinguersi, prim’ancora che per decisione esistenziale.
Osannato come la migliore scelta definitiva per la salute e il benessere, soprattutto il più intransigente veganismo, antispecista, socioeconomico ed ecologista, trova più spesso momenti, ed elementi, di criticità ostinata; innanzitutto, tra le persone più attente alla linea per la maggiore possibilità di controllo del peso con una maggiore inclusione proteica; ma c’è anche chi sostiene di presentare una minore capacità di concentrazione. Eppure, c’è da chiedersi se questi sintomi di malessere e di confusione mentale non siano da attribuire soprattutto, oltre che alla suggestione e all’influenzabilità, alla perdita del fascino dapprima esercitato dall’immagine di chi si trova impegnato in uno stile esistenziale, o in una filosofia di vita, che a volte molto incuriosiscono e attirano, altre volte meno, a seconda del vezzo corrente.
A poco a poco, si comincia a fare l’abitudine a qualsiasi cosa, anche ai documentari di Kip Andersen e Keegan Kuhn (Cowspiracy: The Sustainability Secret, 2014; What the Health, 2017), con i quali, di primo acchito, l’impatto era stato assai illuminante, quanto meno in termini di spreco di risorse e di imbarazzante silenzio da parte delle istituzioni od organizzazioni ufficiali sulle contestazioni e gli argomenti più delicati.
Il declino, soprattutto del veganesimo, più che del vegetarismo, con conseguente ritorno all’alimentazione onnivora, sarebbe da imputare frequentemente a una sorta di sollievo percepito dal distacco da quanto era prima vissuto quale ansia prestazionale, come dal timore di fallimento od ossessione di non raggiungere l’obiettivo prefissato; oppure a causa di insoddisfazioni personali, le più varie e psicologicamente distanti dal banale comportamento alimentare, ma che vanno poi a scontrarsi con le difficoltà di condurre un determinato regime esistenziale, come, al limite, pure dalla speranza riposta nei cambiamenti e successivi ribaltamenti di prospettive.
“The Game Changers” è infatti il titolo d’un documentario del 2018 diretto da Louie Psihoyos che avrebbe contribuito a intorbidire le acque dei vari capovolgimenti dietetici.
Un relativismo concettuale
Una particolare preoccupazione, che sembra possa essere spesso dirimente, è quella che interviene in momenti significativi, come la gravidanza, di integrare l’assunzione di vitamine B12, B6 e D. L’ultra-lavorazione dei cibi confezionati che hanno subìto diversi processi di trasformazione industriale, rischia con tali alimenti ultraprocessati, spesso carichi di zuccheri e grassi, di compromettere l’associazione tra questo regime incruento e uno stile di vita sano.
Una crescente “stanchezza”, o assuefazione alle motivazioni ecologiche è stata aggravata dalla crisi del costo della vita che ha cominciato a far trascurare le problematiche legate all’inquinamento, ai gas serra e al consumo eccessivo di risorse naturali come l’acqua e la terra. Da qui la necessità di scegliere, allora, prodotti locali od organizzarsi a evitare gli sprechi, per esempio, pianificando i pasti e congelando gli avanzi. Esistono, insomma, delle strategie da implementare nella quotidianità che rendono la dieta più sostenibile, addirittura continuando a mangiare un po’ tutti i tipi di alimenti.
La risposta che prevale tra ecologisti e anticapitalisti sembra attingere al cosiddetto “flexitarianismo” (consistente nell’adozione d’un’alimentazione più bilanciata, ricca di legumi, oltre che verdure, e frutta fresca di stagione), il quale lascia il vero e proprio veganismo ai soli animalisti vegetófili.
Di sicuro, ogni ragione è valida, purché s’accompagni alla “consapevolezza” che questa scelta comporta: quella d’un modello virtuoso da promuovere, e non tanto per assecondare l’immagine narcisistica di se stessi.
Il “coming out” dietetico potrebbe suscitare reazioni imprevedibili, suonando quasi come un automatico giudizio negativo, od ostile, verso gli altri, che pur appartengono alla ristretta cerchia dei soliti commensali, o perché costringe a dover predisporre un menù alternativo al consueto, oppure ingenera l’ingenua preoccupazione di rischi d’un’alimentazione percepita “incompleta” dall’intima cerchia dei familiari. La soluzione più ovvia sarebbe quella d’assumersi appieno la responsabilità del proprio operato, magari cucinandosi da sé, e da soli.
E, se sono le azioni a essere importanti, l’atto di macellare degli innocenti è il più esecrabile di tutti e il sentimento di pietà che si prova in un mattatoio non può che essere il più profondo e straziante.
Ma, come credo che possa esistere (ma solo in teoria?), una sorta di “vegetofobia” (e ne sarebbero state vittime illustri Pitagora e Tolstoj), paradossalmente, all’opposto, può esservi quella dissonanza cognitiva di chi, pur professando infinito e disinteressato amore per gli animali, che assolutamente non vuol veder maltrattati, continua a mangiarli, specie se ben cotti.
Un relativismo concettuale procurato da distanziamento? Con tanto di vicinanza empatica, quanto prossimale compassione, con annesso rispetto e riconoscimento della dignità della vita in ogni sua manifestazione; non da remoto, ma solo dappresso; e nell’imminenza del pasto?
Motivazioni d’una trasformazione
Esistono alcolisti e tossicodipendenti dall’incrollabile volontà? Tabagisti che hanno smesso di fumare da un giorno all’altro? Ne dubito, su due piedi, bensì gradualmente, è più probabile.
Interrompere, anche una singola azione, per quanto non virtuosa, anzi circolare nel suo vizio, non è tutt’altra cosa che cambiar vita ed eliminare in un colpo solo intere categorie di alimenti che, bene o male, creano altrettanta dipendenza (sale, zucchero, grassi…). Colpevolizzarsi, se non si riesce subito, non ne vale la pena mai, piuttosto meglio impegnarsi a prendere coscienza delle serie, reali e più “radicabili” motivazioni d’una “trasformazione” che tenderà ad approfondirsi col passare del tempo, in modalità meno impattante della metamorfosi di Dafne (Ovidio, libro I, 555-559).
Vivendo in una società abbastanza chiusa dal punto di vista alimentare, in cui la buona cucina viene sempre meno praticata ai fornelli, ma solo a parole, sembra ormai divenuta obbligatoria la routine nostalgica dei pranzi in famiglia, del piatto tipico tradizionale, ma sempre più spesso rivisitato, oppure dell’esotismo delle novità (compresi i derivati della soia e del glutine: seitan, tofu, tempeh). Da non trascurare l’ingerenza della pubblicità industriale che, influenzandola, limita la nostra stessa percezione di tutta una vasta gamma di cereali, legumi, verdure, semi, germogli, frutta, e dei piatti poveri, ma naturali, d’un tempo.
Non si ripeterà mai abbastanza che la scelta dietetica non può essere casuale: oltre che consapevolezza, richiede studio. Si è liberi di prenderla, ma con una precisa motivazione, ragionevole e ragionata. Se è reattiva, non costituisce una mera risposta (anti-sistema, anti-qualcosa o anti-tutto) dalla portata completamente diversa rispetto ad altre potenziali manifestazioni d’insubordinazione all’asservimento passivo alle consuetudini.
Si tratta d’uno stile di vita e come tale assume i connotati d’una filosofia, d’un’etica gastrosofica, al limite d’una fede religiosa, quasi, o d’una preghiera muta che, contrariamente all’auspicio di Jonathan Safran Foer (“We Can Save The World Before Dinner: Saving the Planet Begins at Breakfast”, 2019), quasi certamente non riuscirà a salvare il mondo prima di cena, neppure se si fosse iniziato a farlo a cominciare dalla colazione, ma, probabilmente, questo sì, a farci sentire più prossimi a una vitalità (vegetante) che, nonostante tutto, arrendevole o impetuosa, ci scorre sopra, in quell’indifferenza generale avvertita da Yeong-Hye.
