TERRITORI DI GENTI, DI SPERANZA E DI CULTURA

La guerra rende disumani, induce a tollerare crimini inaccettabili “, ha detto il 17/11/2024 Bergoglio all’Angelus, facendo un nuovo e rinnovato appello per la pace nel mondo. “Preghiamo per la pace nella martoriata Ucraina, in Palestina, Israele, in Libano, nel Myanmar, in Sudan: la guerra rende disumani e induce a tollerare crimini inaccettabili; i governanti ascoltino il grido dei popoli che chiedono pace”.
Oggi sappiamo benissimo che le distanze geografiche non sono più quantificabili in termini di sicurezza, tutto è vicino, presente alla nostra mente e al nostro cuore.
Noi siamo popolo del Mediterraneo che, con il suo fecondissimo sincretismo, è stato culla primigenia della nostra Cultura.
Una Cultura capace di accogliere e continuamente rigenerarsi, trattenendo dalle continue contaminazioni artistiche, culturali e religiose, sempre e solo il meglio, quasi come una sorta di magica rete tra le cui maglie passa solo il ‘bello’ ed il ‘buono’.
D’altronde è così che l’uomo del nostro tempo, che vive in una sorta di “villaggio globale”, si scontra quasi col mistero del dolore, della precarietà.
Zygmunt Bauman ha identificato la nostra società come “liquida”, fluida, cioè senza più sicurezze, punti fermi, ma adattabile al momento e nel momento.
Quindi aperta sì, ma su cosa? In questo vuoto fatto di nulla che ci minaccia, dove la stessa mancanza di centralità si avvicina alla mancanza di un qualsiasi forma/entità divina.
Ma bisogna anche dire, cercando una positività, che dopo la Rivoluzione di alcuni Paesi della cosiddetta Primavera Araba, e dopo aver assistito al loro riassestamento politico e sociale, è bello ascoltare le voci di quanti, con ruoli diversi, sono protagonisti della ripresa della loro Nazione, ed interessante anche guardare a cosa accade anche in altri territori, a noi ugualmente vicini.
Infatti cito la Prof, Aida Madhebi che ci parla dell’attuale situazione del suo Paese, affermando che: “Adesso, la società tunisina è carica di una folle energia che si sente nelle strade, nella speranza di un cambiamento radicale del quotidiano, generando così un’overdose del “no” o del “mai più” che esplode attraverso l’espressione della strada, che si riappropria della sua lingua, della sua cultura, della sua identità, della sua espressione artistica…”.
Considerazioni queste che ci rendono la dimensione finora inesplorata ma estremamente importante della “creatività” peculiare del processo dialettico insito nelle Rivoluzioni, viste come momento di rottura dei precedenti schemi e di riappropriazione delle proprie radici culturali, un processo che vede nell’azione la propria espressione nel reale di quello che appare un vero e proprio iter dialettico inteso, attraverso il momento di rottura, a ritrovare quelli che sono i cardini di una unità sociale e culturale, in breve della Identità di un popolo, ma le Rivoluzioni nascono dal di dentro di un tessuto sociale, sono figlie della pancia di un territorio, invece proprio oggi stiamo assistendo ad una vera e propria tragedia, quella del conflitto tra Israele e Palestina.
Eppure sappiamo che la storia di Israele origina e si sviluppa a partire dall’esperienza di pellegrinaggio: basti pensare ad Abramo, alla memorabile epopea dell’esodo, al ritorno dall’esilio babilonese, alle diverse fondazioni di feste e di santuari, alle diverse composizioni salmiche (cfr. Salmi ascensionali, 121-135).
E sappiamo che è proprio nel viaggio una verità più grande come risposta alle domande esistenziali e personali che abitano nel profondo dell’uomo.
Ma purtroppo è oggi proprio in quelle terre, a non esserci più spazio né tempo per questo, sembra tutto invece obbedire ad una barbarie che non fa riconoscere gli altri come fratelli, come uomini ed esseri senzienti di pari dignità.
C’è un modo di viaggiare che affina la percezione di sé ed evidenzia la forma antropologica più pertinente, quella di essere l’uomo stesso, nella sua natura, un viaggiatore. per essenza e per esistenza.
Rivelando la sua identità primordiale di essere mobile verso un “centro”, l’uomo rivendica di essere “uomo in ricerca”, a volte disperata e disperante, della sua origine e del suo fine, in ricerca di sé stesso ma anche dell’altro di cui avverte l’assenza.
La sostanza dell’essere uomo permane, anche sotto morfologie diverse e apparentemente contrastanti rispetto al passato.
L’esperienza del dialogo interculturale ed interreligioso, si prospetta come la strada privilegiata per ricondurre a posizioni ragionevoli ciò che è sfuggito di mano.
In tal senso il Mediterraneo, da sempre laboratorio di fecondi e complessi intrecci culturali, è per eredità storica e per collocazione geografica la naturale cornice dell’incontro fra esperienze diverse.
In pratica seppur lontani per esperienza e storia recente, forse può partire proprio da noi, popolo dell’altra sponda del Mediterraneo, una proposta di incontro, una volontà a sviluppare una via possibile di incontro e di pace.
E dobbiamo fare riferimento al potere della parola, alla volontà della ragione, alla speranza che ci deve sorreggere, per costruire il cambiamento che ci deve guidare.
Eppure siamo tutti come in perenne fuga, e quest’ultimo aspetto mi rimanda alla memoria Arnon Grunberg, autore che ho intervistato diversi anni fa, all’interno di una rassegna letteraria da me curata, e il suo libro ‘Il Rifugiato’, e che come il suo protagonista, è un ebreo olandese. Come il suo protagonista, in qualche modo, è sempre stato in fuga, come d’altronde tutti noi, ma possiede un gran senso dell’ironia, che possiamo trovare in tutti i suoi libri.
Ma tornando alle guerre che ci circondano, urge dire BASTA, tutti insieme, e tutti insieme credere nella bellezza che è in tutte le culture, nella comune capacità di sentire, che ci rende uomini e donne capaci di dare un senso alle nostre vite, e un futuro ai nostri figli, ai nostri territori.
E i nostri stessi territori sono come un ponte verso l’altro e l’altrove.










