GIORNATA MONDIALE DEL LIBRO E DEL DIRITTO D’AUTORE
Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...

Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...
La Sala dei Sindaci, in quel di Palazzo San Giorgio, è un… pot-pourri, di lacrime e d’emozione, di dolore e di serenità, di ricordi e di progettualità.
“Il pozzo degli arcobaleni” è il titolo del libro, edito da Città del Sole edizioni, che sta per esser presentato: l’autrice, Daniela Iacopino è, da quasi dodici mesi, inquilina di una delle villette della Gerusalemme Celeste. A curar l’opera è stata la mamma, Maria Surace.
Ad introdurre l’incontro è Franco Arcidiaco, l’editore: pubblicare un libro è cosa assai diversa dallo scrivere un post sui social o un articolo su di un giornale. Il libro è lo strumento che consegna una storia all’eternità. Tant’è che ogni casa editrice è obbligata ad inviare una copia d’ogni libro alla Biblioteca Nazionale di Roma, di Firenze, di Cosenza: sempre e per sempre, chiunque, potrà consultare il libro, ogni libro. E il libro di Daniela, voluto dalla mamma, è destinato a vivere – proprio così: vivere! – in eterno. Credo abbia ragione quello scienziato che sostiente che ogni uomo è una combinazione di atomi che nel momento in cui si muore si sparpagliano, in ogni dove. Stasera, tanta vita, tanti atomi di Daniela Iacopino stanno qui, insieme a noi, nel Palazzo di Città. Facilmente capiamo il perché: questo è un libro che sanguina sofferenza e profuma di vita, che narra di dolorosi giorni e racconta di sguaiate speranzose risate, e anche di cantate fino a… spolmonarmi, come scrive Daniela. È un libro da leggere e far leggere. Non lo dico perché son di parte, lo consiglio da Uomo che, come ciascuno di voi, ogni mattino affronta il mistero della vita e della morte, della sofferenza, della paura e della… speranza.
Tocca a Giusi Mauro, giornalista, editor di Città del Sole, condurre l’uditorio nel… retrobottega del libro: quel che avete o avrete tra le mani è il diario di Daniela. Una donna, una mamma, una figlia che affrontò la vita consapevole che qualsiasi cosa accada va affrontata, a viso aperto, con ottimismo, sempre con il sorriso sulle labbra, mai lasciandosi vincere dalla stanchezza o dalla rassegnazione. Sono stata editor: un privilegio, tremendo e felice. Il diario di Daniela comincia con la nascita delle figlie, Valeria e Veronica, termina con i giorni della sofferenza, delle cure, delle possibilità e delle risate. Ebbene sì: risate. Daniela era una forza della natura, ecco perché insieme a Maria, sua madre, abbiam deciso d’invertire l’ordine cronologico: cominciamo a trattar l’epoca della malattia per terminare col venire al mondo di quelle due vite tanto amate dall’autrice. Pagina dopo pagina scoprirete che Daniela dialoga con la malattia, inventa nomi, lei stessa si battezza Diamante, la pietra che non puoi scalfire e che brilla sempre. Parla con e del cancro con intensità, con ironia: lo considera il suo inquilino, piuttosto che cacciarlo la fa suo, rendendolo parte dell’avventura ch’è chiamata ad affrontare. Sono pagine scritte di getto, sull’onda emotiva del momento. La signora Maria non ha voluto alterare il testo, non vi sono omissioni o rifacimenti sostanziali: ecco perché possiamo considerarlo un testo formativo, un volume che esorta l’uomo, malato o sano, ad acchiappar sempre il lato positivo d’ogni fatto, anche del più doloroso. È un libro – chiosa Giusi Mauro – ch’è degno d’esser letto. Leggiamolo, scopriremo tanti dei segreti per viver bene.
Maria Surace, la mamma di Daniela, s’affida ad un foglietto, ad alcuni appunti, che, però, presto lascia sul tavolo: Daniela era, è una ammalata capace di dar sicurezza, d’infondere certezze in chi gli stava accanto, specialmente negli ammalati. Nella vita e nel libro c’è tanta sofferenza, che, però, si trasforma in speranza, vera, autentica.
Legge un brano tratto dal libro: tutto ciò che rallegra il mio spirito – scriveva Daniela Iacopino – deve colorare ogni cosa. La mia regola è: continuare ad essere.
E comincia, Maria, a coinvolgere i presenti, chiedendo in dono un ricordo.
A rompere il ghiaccio è Valeria, figliuola di Daniela. Legge una sua lettera alla mamma, parole che testimoniano l’impronta lasciata dalla giovane donne nelle altrui esistenze.
E mentre Giusi Mauro sottolinea che nonostante la contrarietà della famiglia, Daniela scelse di curarsi a Reggio, nella sua Città. Voleva dare una possibilità alla sua Terra, si fidava e decise d’affidarsi, e Franco Arcidiaco rammenta che identica scelta fu presa da Italo Falcomatà, che la leucemia volle contrastarla insieme ai medici della sua Reggio bella e gentile, in tanti si avvicinano per ricordare Daniela.
Vien fuori un mosaico tenero, allegro, tenace e… accogliente: tant’è che qualcuno svela cosa ricevette in regalo da Daniela pochi giorni prima di morire. Cinque coperte, utili a riscaldarvi allorquando non ci sarò più io ad abbracciarvi fisicamente.
Tra i tanti, ecco farsi avanti il preside Marcianò, oggi in quiescenza, ieri a capo della scuola che vide crescere le figlie di Daniela: stasera elogiamo e apprezziamo la determinazione e il coraggio di Maria, che ha voluto tirar fuori il diario segreto della figlia. Il mondo – sottolinea Marcianò – non è perfetto. Immaginate un muro, fatto di pietre: toglietene una, altre cadranno. Nonostante ciò, il muro in piedi resterà. La forza dell’uomo sta nel risistemare il muro, rimettendo al loro posto le pietre cadute. Ecco quel che ha fatto Maria: pubblicando queste pagine ha rimesso ogni cosa al posto suo, evitando il crollo di un particolare mondo, il suo, ch’è il nostro. Grazie Maria!
Dalla vicina Piazza Italia giungono le note e le parole dell’Orchestra Italiana, protagonista di uno dei tanti concerti di questo nostro tempo natalizio. “Luna rossa” è la canzone che stanno proponendo…
E ‘a luna rossa me parla ‘e te,
io lle domando si aspiette a me,
e me risponne: “Si ‘o vvuò sapè,
ccà nun ce sta nisciuna!”
E i’ chiammo ‘o nomme pe’ te vedè,
ma tutt’ ‘a gente, ca parla ‘e te,
risponne: “È tarde: che vuò sapè?
Ccà nun ce sta nisciuna!”
Qui, invece, sulle strade e tra le case della Reggio Calabria nata alla fede con la predicazione dell’Apostolo Paolo, è facile incrociare il volto di Daniela Iacopino, morta alla Terra ma viva negli occhi di quanti hanno conosciuto il suo modo di vivere la vita.
Chi scrive non ha conosciuto Daniela, né ha ancora letto il libro.
Chi scrive ben conosce il reparto d’oncologia del reggino GOM; inquilina ne fu mamma Gabriella, oggi, da diciotto anni, residente tra le nuvole e il Cielo.
In quel reparto ci vanno i forti, quelli ai quali il Padreterno ha inciso, con divin scalpello e nel cuore, la forza della speranza.
Che non delude.
Che non tradisce.
Daniela n’è l’esempio. O meglio: le sue due figlie, giovani donne che, nonostante tutto, non hanno smarrito l’amore per la vita. Anzi, dovendo tramandare gl’insegnamenti della mamma, aggrediscono la vita con la stessa grinta e con lo stesso coraggio che ci mise quel trentatreenne che, a un certo punto, dato per morto da tutti, risorse a vita nuova.
Come Daniela, morta all’anagrafe, viva nella vita degli altri.
