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“TRENTA Y TRES CALABROCORDOBÉS” (TODOS CABALLEROS?): TUTTI E 33 TROTTERELLANDO

Quello islamico è un periodo della storia spagnola che va dall’arrivo dei maomettani, nel 711, sino alla “reconquista” di Granada nel 1492 da parte dei monarchi cattolici. Più di sette secoli durante i quali l’intera penisola iberica stette sotto il dominio di vari regni musulmani. E il primo di questi fu l’Emirato di Cordova, fondato, subito dopo la vittoria nella battaglia di Guadalete (da wādī lakath, fiume dell’oblio), dal generale Ṭāriq ibn Ziyād al-Laythī (da cui il nome Gibilterra, derivato dall’espressione araba Jabal al-Ṭāriq, che significa appunto “montagna di Ṭāriq”).

Nel X secolo, da emirato (principato d’un capo militare) venne trasformato in Califfato (comunità anche religiosa), nel 929, sotto il governo di Abd al-Rahman III, il quale riuscì a unificare sotto il suo potere gran parte dell’estremo occidente europeo (e al culmine della sua potenza non gli erano sottomessi soltanto il León e una frazione della Catalogna), dando così inizio a un’era di prosperità e di sviluppo nelle arti e nelle scienze.

L’emiro, poi autoproclamatosi califfo, ʿAbd al-Raḥmān III viene considerato dalla maggior parte degli storici un sovrano tollerante, che durante il mezzo secolo del suo regno, rappacificò i numerosi gruppi musulmani fra loro in conflitto, rinnovò l’amministrazione pubblica e diede il via a importanti opere edilizie e lungimiranti misure di sviluppo urbano.

Fu forse questo splendore della corte islamica, così come la tolleranza religiosa maomettana a costituire paradossalmente come una spina nel fianco del clero spagnolo?

Passio sancti Pelagii

Il sacerdote Raguel, che redasse la prima presunta storia del martirio di Pelagio (“Vita vel Passio sancti Pelagii”), descrive, infatti, il lusso e le seduzioni di quell’ambiente esotico come tentazioni pericolose d’uno Stato governato dalla shari’a contro la fede di sudditi non-musulmani: dhimmi o mozarabi.

Il racconto della vicenda di Pelagio sembra quindi servire piuttosto a screditare l’islam e la sua cultura di fronte alla minoranza dei non maomettani. L’effetto della narrazione viene ancor più rafforzato dalla giovanissima età del protagonista, dall’efferatezza del martirio e dalla peccaminosità dell’emiro, che vale anche come una delle prime condanne, da parte di autori clericali, contro l’omosessualità.

ʿAbd al-Raḥmān III (o Abdrahemen, come lo chiama Hrotsvitha di Gandersheim, l’autrice d’un’altra Passio Sancti Pelagii Martyris, in esametri latini), avendo sentito parlare della bellezza, del coraggio e della fede d’un giovinetto lasciatogli in ostaggio da uno zio vescovo, Ermogio, e rimasto suo prigioniero per tre anni senza che fosse mai avvenuto lo scambio, volle conoscerlo di persona al compimento del 13° anno (il numero che, con l’aggiunta d’una unità all’armonia del Dodici, interrompe la ciclicità con il disordine!).

Ne rimase talmente impressionato da offrigli subito, nonostante l’età precoce, un alto incarico, sempre però che si fosse convertito all’islam, ma Pelagio rifiutò. Gli offrì allora degli efebi con cui trascorrere il tempo in trastulli piacevoli, che Pelagio continuò a rifiutare, come pure rifiutò, fino a rimanere completamente ignudo, degli abiti preziosissimi; infine, l’emiro (non ancora califfo) l’avrebbe “toccato” ambiguamente (tangere ioculariter, cosa da interpretare come una presunta avance sessuale), al che Pelagio lo schiaffeggiò e gli sputò addosso. – Raguel arriva a paragonare Pelagio a Gesù Cristo e lo fa diventare idealmente, ed equivocamente pure, “Sposa di Cristo”!

Per punire questo comportamento sprezzante, Abdrahemen ordinò che fosse smembrato, fatto a pezzi e gettato nel fiume. Data del decesso il 26 giugno, del 925 o 926. I resti vennero recuperati e nascosti da persone pie per essere dapprima inumati in due diversi luoghi: il capo nella chiesa di San Cipriano e il corpo in quella di San Genesio.

Un martire galiziano a Cordova

Una terza versione agiografica, dopo quella di Raguel e di Hrotsvitha di Gandersheim, è costituita da una liturgia mozarabica d’una quarantina d’anni dopo i fatti narrati, del 967 circa, quando il corpo del martire venne recuperato per intero e portato a Toledo, poi spostato a León e, nell’anno 994, ancor più lontano dall’influenza musulmana, a Oviedo, nelle Asturie, dove venne deposto in un monastero dedicato precedentemente a San Giovanni Battista, che cambiò nome e adottò quello dell’acerbo martire galiziano.

Ovviamente, la venerazione di Pelagio venne promossa soprattutto nel contesto della “Reconquista” della penisola iberica da parte delle potenze cristiane. Una  venerazione che si diffuse rapidamente dall’Andalusia e da Cordova fino alla sua terra natale, la natia Crecente, o Albeos, ai confini con il Portogallo.

La Vita vel Passio sancti Pelagii” di Raguel, secondo Jeffrey A. Bowman (in Thomas F. Head, ed.: Medieval Hagiography: An Anthology, Garland Pub., New York  2000),  non solo dimostrerebbe un attacco conventuale alla morale musulmana, ma raffigura ed esalta anche un eroe che rifiuta d’assimilarsi allo straniero invasore.

In un’epoca in cui la minoranza cristiana cercava di mantenere la propria identità e le proprie tradizioni, sarebbe stato scandaloso che dei suoi membri venissero maggiormente attratti dalla cultura dominante. Ed essendo Cordova una città ricca e sofisticata, con molte lussuose dimore, biblioteche e bagni pubblici affollati, la tentazione doveva essere molto forte, tanto che i leader cristiani si lamentavano del fatto che i giovani fossero più interessati a imparare l’arabo piuttosto che il latino e, come scrisse allarmato Raguel stesso, in numero sempre più crescente, i cristiani di Al-Andalus si convertivano all’Islam.

Temi simili vengono rintracciati da Lisa Weston nel secondo resoconto rievocativo, quello in versi di  Hrotsvitha di Gandersheim (“The Saracen and the Martyr: Embracing the Foreign in Hrotvit’s ‘Pelagius’“, in Albrecht Classen ed.: “Meeting the Foreign in the Middle Ages”, Psychology Press, 2002): “Prodotta all’interno e al servizio delle esigenze d’una comunità cultuale, [la] narrazione agiografica mette in scena questa negoziazione di desideri leciti e illeciti, e la successiva formazione di confini tra “noi” (la comunità del santo) e “loro” (i persecutori e gli altri non credenti) sul corpo testuale del santo.“.

Un vero e proprio “scontro di civiltà” tra proba verecondia e disposizione lasciva, pura innocenza e sfrontata sodomia.

Da sottolineare, per inciso, come il martirio d’un galiziano avvenga, guarda caso, in territorio cordovano, ed eventualmente perché, poco più di due secoli dopo (1155),  appunto le truppe galiziane vittoriose di Alfonso VII non inneggino, proprio in territorio cordovano, espressamente a questo santo, piuttosto che a una delle “tante”, e meno rilevanti dal punto di vista simbolico, “Sant’Eufemia”?

I 48 martiri cordovani

Un trattato agiografico scritto dallo studioso cristiano, e latinista iberico, Eulogio di Cordova descrive in dettaglio le esecuzioni di quarantotto martiri cordovani per violazioni capitali della legge islamica (sharīʿa), tra cui apostasia e blasfemia. Tale enumerazione (quadruplice riproposizione della dozzina, nonché: 4+8=12 e 1+2=3) di martirii registrati da Eulogio, che comunque costituisce l’unica fonte contemporanea, ebbero luogo nel decennio tra l’850 e l’859 d. C., il che, secondo i giudici “malichiti” (Mālikī), avrebbe rotto il trattato firmato tra musulmani e sudditi cristiani (assieme a ebrei, samaritani, gnostici, mandei e zoroastriani, definiti “dhimmi”).

I malichi, o malikiti sono quei musulmani sunniti che seguono la scuola giuridico-religiosa, fondata sulla scia dell’insegnamento di Mālik ibn Anas di Medina, detta madhhab, i quali, nel caso ci siano divergenze a tale riguardo, per stabilire se una cosa è lecita o meno, oppure se è obbligatoria o arbitraria, s’impegnano a raccogliere e unire tutte le prove ritenute autentiche (come detti e fatti del profeta Maometto, o detti o fatti dei suoi compagni).

Il giurista malikita al-Qayrawānī avrebbe distinto tra due tipi di insulto blasfemo: un attacco diretto contro l’Islam, compiuto con cattive intenzioni e quindi punibile con la pena di morte secondo la legge islamica, e una semplice ed enfatica dichiarazione di fede nella propria religione. In quest’ultimo caso, il cristiano non poteva essere ritenuto colpevole, né responsabile, d’un tale reato. Cosicché doveva essere giustiziato solo chi consapevolmente insultava l’Islam, al di là delle esigenze del proprio credo religioso.

Alcuni martiri cristiani furono giustiziati per apostasia e blasfemia, subito dopo essere comparsi davanti alle autorità musulmane e aver insultato il profeta Maometto, sebbene vi sia stato qualche caso minoritario in cui certuni furono accusati di tali violazioni da testimoni. Talvolta, i testimoni avrebbero esagerato la portata delle dichiarazioni rese dai martiri, ma ciò accadeva raramente, poiché i giudici maliki, di solito, vagliavano attentamente le deposizioni.

Un esempio è il caso di Perfectus, accusato d’aver insultato Maometto, a cui fu chiesto di confermare l’attestazione blasfema. Quando lo fece, non solo asserì che Maometto aveva commesso fornicazione, ma pure che considerava l’Islam “una forma corrotta di cristianesimo“; avendo confermato ciò con la piena consapevolezza della punizione, fu immediatamente giustiziato per questo. Perfectus non poteva essere ritenuto colpevole solo a causa della sua religione, bensì per aver infranto la prima legge della coscienza della cattiva intenzione.

Nel costituire parte integrante del procedimento legale, il tentativo di persuadere l’imputato a fargli rigettare il reato rivela una profonda conoscenza delle consuetudini processuali locali e una qualche correttezza delle medesime.

Eulogio

Christian C. Sahner (Christian Martyrs under Islam: Religious Violence and the Making of the Muslim World, Princeton University Press, Princeton, New Jersey 2018) ritiene “dubbia” la storia delle sorelle Nunilone e Alódia, pur confermando che le circostanze generali delle loro agiografie sono coerenti con ciò che attualmente si conosce circa le dinamiche interne alle famiglie miste. Il loro padre musulmano avrebbe permesso che venissero cresciute nella fede della madre, cristiana, fin quando, nell’851, Abd ar-Rahman II non emanò il decreto che imponeva a tutti i figli cristiani di padre musulmano di convertirsi alla religione del padre, pena la morte. Ma tutto ciò sarebbe avvenuto a Huesca, nella Spagna nordorientale, e non a Córdoba!

Essendo stati precedentemente musulmani, Aurelio (di padre arabo musulmano e madre spagnola cristiana) e Natalia (convertita al cristianesimo pur provenendo da famiglia musulmana) furono arrestati come apostati ai sensi della Sharia e il tribunale concesse loro appena quattro giorni per ritrattare.

Aurea era una vedova nata in una nobile famiglia araba, di cui ben tre membri erano qāḍī, o giudici. Dopo che i suoi fratelli Giovanni e Adulfo furono giustiziati per la loro apostasia dall’Islam, nell’825, Aurea andò a vivere con la madre Artemia, anche lei suora, nel convento di Cuteclara per 30 anni. Suoi parenti paterni, musulmani, giunsero al suo convento, la riconobbero e la costrinsero ad abbandonare l’abito monacale. Spaventata si sottomise, pentendosi subito dopo e rinnovando la professione di fede cristiana, e pertanto fu giustiziata nell’856. Questa ritrattazione seguita dal  pentimento viene paragonata, da qualcuno, alla nota vicenda della negazione di Cristo da parte di San Pietro.  

Le storie di Flora e Maria sono abbastanza simili, entrambe figlie di matrimoni misti, tra cristiani e musulmani. Ma Flora viene condannata per apostasia e Maria per blasfemia, quasi come per accostarle alle sorelle di Lazzaro, in un confronto tra vita contemplativa e vita attiva: il padre di Flora, morto quando lei era molto giovane, era musulmano, mentre la madre musulmana di Maria era stata battezzata e suo fratello Walabonsus giustiziato in precedenza.

Tra l’850 e l’859 d. C., quindi, non solo a Cordova, vennero decapitati quarantotto cristiani, martirizzati, più che per la loro fede, per aver pubblicamente bestemmiato contro il profeta (blasfemia) o pronunciato apertamente la loro apostasia.

Gli Acta dettagliati di questi martirii furono attribuiti a un nome appropriato, in quanto “Eulogio” (dal greco εὐλογέω, «elogiare»), che equivale a “benedizione”, ed esaltazione (una similitudine troppo spiccata con Eufemia ed Eulalia per non essere annotata!), sarebbe stato uno degli ultimi a morire. Anzi, in proposito c’è stato anche parecchio scetticismo circa il fatto che Eulogio stesso potesse essere contemporaneamente un “martire” testimone del proprio martirio.

Hispania Baetica

La mancanza d’un’altra fonte successiva (a parte il contemporaneo Álvaro), che potesse confermare Eulogio, ha pure dato origine all’impressione (quanto errata non si sa, con precisione) che, più tardi, nel secolo successivo, si fossero verificati, quasi sicuramente, un minor numero di tali episodi.

Sebbene la maggior parte dei martiri (non solo di Cordova) fosse ispanica, beto-romana o visigota, un nome proviene dalla Settimania (Sancho, Sanctius, o Sancius, era di Albi), un altro è arabo o berbero (Felice di Alcalá), e un altro ancora ha una nazionalità indeterminata. Ma c’erano anche collegamenti con l’Oriente ortodosso (Elia, Paolo e Isidoro sono menzionati nel grande Sinassario costantinopolitano): uno dei martiri era siriano, un altro un monaco arabo o greco proveniente dalla Palestina (il diacono Giorgio), e altri due avevano distintivi nomi ellenici.

Quest’elemento greco richiama, inequivocabilmente, quel residuo dell’interludio di potere bizantino nella più meridionale Hispania Baetica, in cui i rappresentanti dell’Impero d’oriente erano stati invitati a contribuire alla risoluzione d’una lotta dinastica visigota, ma erano rimasti, come punta di lancia per un’eventuale auspicata “riconquista” dell’estremo occidente, già caldeggiata, a suo tempo, dall’imperatore Giustiniano I, e forse non del tutto sopita nei suoi effimeri successori.

La provincia betica faceva parte dell’Esarcato d’Africa e fu annessa alla Mauretania Tingitana dopo la riconquista dell’Africa da parte di Belisario. I vescovi cattolici della Betica, solidamente sostenuti dalla popolazione locale, riuscirono a convertire il re ariano dei Visigoti Recaredo e i suoi nobili. Ma, come unità amministrativa, la Betica Hispania aveva cessato d’esistere dopo l’invasione islamica del 711, quando l’ultimo eracliano, Giustiniano II, fu rovesciato da Filippico.

I Visigoti delle province del regno che non erano ancora state conquistate, cioè la Settimania, la Galizia, la gran parte della Tarraconense e la zona settentrionale della Cartaginense, elessero loro re Ardo, che di fatto resistette ai Mori pochissimi anni.

Quando, nel 750 d. C., i califfi omayyadi furono deposti a Damasco, questa dinastia si trasferì a Cordova, governandovi un emirato; di conseguenza, la città acquisì lusso e importanza, come centro della cultura musulmana presente nell’intera penisola iberica.

Gli omayyadi

Gli omayyadi governavano in conformità con la legge islamica (sharīʿa), per cui erano considerati reati capitali sia la blasfemia (incluso l’insulto a Maometto e alla fede musulmana) che l’apostasia (allontanarsi dall’Islam), poiché chiunque abbia un padre musulmano, sin dalla nascita è automaticamente considerato musulmano e colpevole d’apostasia, nel caso in cui professi una fede diversa dall’Islam.

Sotto il dominio musulmano, sono riconosciuti “Popolo del Libro” (Am HaSefer) i cristiani, assieme a zoroastriani, mandei, gnostici, samaritani ed ebrei, e dunque soggetti allo status di “dhimmi”, che però è inferiore a quello dei musulmani. Pertanto, i cristiani potevano mantenere le loro chiese e proprietà, a condizione di pagare, per ogni parrocchia, cattedrale e monastero, i relativi tributi (la jizya, o tassa di “compensazione”, e l’imposta, o kharāj), spesso arbitrariamente aumentati a seconda della volontà del conquistatore, o governante, di turno. I cristiani dovevano inoltre astenersi da qualsiasi manifestazione pubblica della propria fede in presenza di musulmani, poiché tale atto dalla legge islamica era considerato di plateale blasfemia e dunque punibile con la pena di morte.

Per ottenerne favori economici e politici ed evitare la jizya, molti si convertirono, almeno apparentemente, riducendo di molto il numero di cristiani nel territorio di Al-Andalus, mentre altri preferirono rifugiarsi nei monasteri della Sierra, oppure si spostarono nei regni cristiani della Spagna settentrionale.

Nel 786 d. C. il primo emiro indipendente di Al-Andalus, ʿAbd al-Raḥmān I, detto “l’Immigrante” (al-Dākhil), iniziò la costruzione della grande moschea di Cordova (oggi cattedrale cristiana), e costrinse, con loro comprensibile disappunto, molti cristiani a partecipare alla preparazione del sito e all’edificazione delle fondamenta.

Abd al-Rahman II ibn al-Hakam si sarebbe limitato a ordinare l’arresto dei leader clericali della comunità cristiana locale di Cordova, in caso di tumulti; e, quando la disobbedienza civile, nel novembre dell’851 d. C., sembrò placarsi, i sacerdoti cristiani furono tutti rilasciati.

A una nuova ripresa di proteste, ordinò loro di convocare un concilio a Cordova per esaminare la questione e sviluppare una strategia utile ad affrontare i dissidenti dall’interno. La scelta dichiaratamente offerta ai dhimmi era che quanti non avessero posto fine al dissenso pubblico, avrebbero di conseguenza affrontato delle vessazioni, come difficoltà economiche o perdita del lavoro. E, già alla morte del padre, il successore Muhammad I rimosse dai loro incarichi di palazzo tutti i funzionari caparbiamente rimasti cristiani.

Paulo Álvaro

Il vescovo di Cordova, Reccafredo, sollecitò un compromesso, cosicché, verso la metà del IX secolo, vennero chiusi dei monasteri, tra i più impenitenti; e per tale motivo il monaco Eulogio considerò questo vescovo, troppo ligio od obbediente, maggiormente schierato con le autorità musulmane contro i cristiani iberici, e incominciò a incoraggiare le dichiarazioni pubbliche di fede cristiana, dai maomettani considerate blasfeme, come ostinata irriducibilità, ma anche un modo per rafforzare l’identità e la coesione della stessa comunità cristiana in Al-Andalus, oltre che per protestare contro le leggi islamiche che dai cristiani sarebbero dovute essere giudicate ingiuste nei confronti della loro religione e dei loro diritti. Compose trattati e martirologi, di cui un unico manoscritto, contenente i tre libri del suo Memoriale sanctorum, il suo Documentum martyriale, e il suo Liber apologeticus martyrum, fu conservato nel Regno cristiano delle Asturie, sull’estrema costa nord-occidentale dell’Hispania, a Oviedo, dove, nell’884 d. C., sarebbero state traslate le sue stesse reliquie.

Dimenticato per secoli nella cattedrale di Oviedo, il manoscritto di Eulogio venne ritrovato dal vescovo di Plasencia, Pedro Ponce de León, che lo fece trascrivere dallo storico Ambrosio de Morales e pubblicare per la prima volta nel 1574; e solo dopo questa data, sarebbe, in generale, riemerso l’interesse per i martiri di Cordova.

Jessica A. Coope (The Martyrs of Cordoba: Community and Family Conflict in an Age of Mass Conversion, University of Nebraska, 1995), evidenzia come motivo comune dei 48 martiri cordovani sia la protesta contro il processo di assimilazione, senza però escluderne altri che ne continuano a dimostrare la determinazione ad affermare l’identità cristiana.

Kenneth Baxter Wolf (Christian Martyrs in Muslim Spain, Cambridge University Press, 1988) sostiene che sia necessario considerare le azioni dei martiri pure nel contesto dell’aspetto penitenziale del cristianesimo iberico del IX secolo: “Il martirio era infatti una soluzione perfetta… Non solo incarnava l’abnegazione e la separazione dal mondo, ma garantiva che non ci sarebbe stata alcuna opportunità di peccare di nuovo.“.

Sottolinea, inoltre, l’importanza di fare una necessaria distinzione tra le motivazioni dei singoli martiri e quelle specifiche di Eulogio, in relazione alla stesura del suo Memoriale, e di Paulo Álvaro (Paulus Alvarus) per quanto riguarda l’estensione della Vita Eulogii. Entrambi questi ultimi dovrebbero essere valutati quali risultati delle tensioni religiose; e, in particolare, gli scritti di Albar sembrano caratterizzati dal disprezzo per tutto ciò che è musulmano e dall’inquadramento di Maometto tra i precursori dell’Anticristo (blasfemia!).

Sebbene a Cordova e nel resto dell’Iberia musulmana, durante quel suo periodo, i cristiani vivessero in relativa libertà di professione di fede, Álbar/ Alvarus fu tra quelli che percepivano con troppa sensibilità ed enfasi le numerose restrizioni come una persecuzione comunque inaccettabile, considerando con estremo disprezzo i correligionari collaborazionisti, che partecipavano al governo musulmano, si convertivano all’Islam, oppure semplicemente nascondevano le loro vere convinzioni teologiche.

Ṭāʾifa indipendenti

L’eredità culturale e architettonica islamica può essere apprezzata ancora oggi, per esempio, all’Alhambra di Granada o alla Moschea-Cattedrale di Cordova. Innegabile, inoltre, questa sua influenza sulla lingua, nella letteratura, nella medicina, sulla cucina e sui costumi iberici, cosa che ha avuto un impatto duraturo sulla stessa identità nazionale di questi luoghi, anche grazie alla promozione da parte dei musulmani di quella tolleranza religiosa che consentiva a cristiani ed ebrei di praticare i propri culti sotto la loro protezione ed egemonia.

Alla deposizione del terzo califfo omayyade Hishām II ibn al-Ḥakam, il regno di Cordova si frammentò in diversi piccoli stati indipendenti (Ṭāʾifa): degli Abbadidi a Siviglia; dei Giahwaridi a Cordova; degli Aftasidi a Badajoz; dei Birzalidi a Carmona; degli amiridi (discendenti di Almanzor) a Valencia; degli Hammudidi ad Algeciras e a Malaga; degli Hudidi e dei Tugibidi a Saragozza; e degli Ziridi a Granada. Agli Almohadi, che avevano rovesciato gli Almoravidi, a Granada, subentrò poi la dinastia sultanale (d’autorità sovrana) dei nasridi, che per ultima resistette all’avanzata dei re cristiani fino alla definitiva “Reconquista” del XV secolo.

Questi quasi ottocento anni furono caratterizzati anche dalla confluenza tra loro delle altre diverse civiltà, oltre l’araba, l’ebraica, la visigota, la romana, la celtica e quella propriamente iberica. Quando le truppe maomettane, guidate da Tariq ibn Ziyad, soprannominato “il guercio” (per la maggior parte degli storici berbero, per altri d’origini persiane, tuttavia d’obbedienza omayyade), furono invitate a intervenire in suo aiuto da Agila II (lo spodestato erede al trono visigoto, che intendeva recuperare il regno del padre, Witiza, usurpato da Roderico, anche pel tramite dell’effimero esarca bizantino di Ceuta, Giuliano) e attraversarono lo Stretto di Gibilterra, ai 7000 berberi del Nord-Africa, man mano s’erano aggiunti altrettanti arabi e, sul posto, anche dei Goti, ispano-romani bizantini ed ebrei, cosicché facilmente ebbero la meglio sui nemici nei pressi di Medina-Sidonia, provincia di Cadice. Nonostante l’impresa, dalla sede di Damasco a Tariq non venne però riconosciuta la carica di primo Wālī (governatore) di al-Andalus (dal goto Landahlauts, feudi).

Anche dal punto di vista linguistico s’era verificata una commistione di apporti disomogenei. Gli Arabi avrebbero aggiunto il loro articolo determinativo “al” a un toponimo visigoto preesistente (per alcuni “Vandalusia”, terra dei Vandali), ottenendone “al-Landahlautsiyya“. L’espressione originaria araba, infatti, era “bilād al-landahlautsiyya” (paese dei feudi gotici) che in seguito s’andò semplificando in “bilād al-andalusiyya” e infine in “al-Andalus” (Heinz Halm: al-Andalus und Gothica Sors, in “Die Welt des Orients”, n. 66, 1989, pp. 252).

La toponomastica d’origine araba

Le lingue semitiche, come l’aramaico, l’ebraico e l’arabo, si leggono da destra verso sinistra, e sono caratterizzate da una morfologia di insiemi isolati di consonanti (di solito tre, che formano una cosiddetta radice trilittera non “concatenativa”), per cui alle radici delle parole, non costituite da sillabe, vanno aggiunte le vocali e, a volte, anche prefissi e suffissi.

Le ventotto lettere dell’alfabeto arabo, in particolare, assumono poi quattro forme diverse a seconda della loro posizione nel corpo della parola: iniziali, finali, mediane, isolate. Anche l’accentazione si basa sulla lunghezza dell’insieme di consonanti. L’articolo indeterminativo s’aggiunge alla fine, in base alla declinazione (nominativo -un, accusativo -an, genitivo -in); l’unico articolo determinativo è invece àl, per le 14 lettere lunari, mentre, per le solari, si raddoppia il suono dell’iniziale, evidenziandola con la sovrapposizione del segno tashdîd

Lo studio della toponomastica d’origine araba ha conseguito buoni risultati soprattutto per quanto riguarda gli idronimi, documentati nello specifico intorno alle voci wādī («fiume») e nahr («corso d’acqua»), entrambe largamente diffuse nei paesi del Mediterraneo sottomessi all’Islam. Ma occorre sempre tener presente che la lingua dei conquistatori musulmani andò sovrapponendosi a termini geografici preesistenti d’origine gota, o latina, spesso costituiti da continuazioni di toponimi greci ancora più antichi e autoctoni, riproducendo mescolanze che man mano s’allontanavano dalle formulazioni originarie; e, nella penisola iberica, c’è stata un’importante presenza gotica, romana, ed ellenica.

Molto frequentemente, comunque, i termini arabi si rivelano libere e indipendenti creazioni ispirate alle particolarità morfologiche e geologiche del territorio, ma anche ad aspetti tipici, per lo più locali, della civiltà musulmana e delle sue tradizioni culturali. Al riguardo, scrittori come Edrisi hanno lasciato testimonianze assai preziose: wādī al-kabīr («fiume grande»), Guadalquivir, mentre i Romani lo chiamavano Baetis; wādī al-barqūq («fiume dell’albicocco)»; wādī aŝ-ŝatwī («fiume dell’inverno»); an-nahr al-bārid e al wādī al-bārid («fiume freddo»), o Alcantara (cioè, al-qanṭara : «il ponte», o più propriamente, «nei pressi, vicino al ponte»); wādī lakath, fiume dell’oblio (in relazione forse al Lete della mitologia greca e romana?), Guadalete, ecc.

Non solo wādī e nahr

La traduzione successiva, latina, e poi volgare, romanza, ha raccolto e continuato solo una parte del lessico geografico arabo. Altri toponimi sono invece rimasti ancorati alla tradizione precedente, magari corrotta dalla sopraggiunta stratificazione.

Il nome della capitale ispanica, Madrid, proviene da al-Magrīt (sorgente), in relazione al fiume Manzanarre (Manzanares), altrimenti Henarejos, Jarama, o Guadarrama, da Wādī al-rámel (fiume sabbioso). È però possibile che gli arabi abbiano mal reinterpretato, pseudo-etimologicamente, il preesistente toponimo latino “Aquae ramare”, da cui la commistione di wādī e ramus in guaderrama, nel senso di “divisore del corso delle acque”, relativo alla catena montuosa che fa da spartiacque principale tra i bacini del Tago e del Duero; cosicché è il fiume che prenderebbe il nome dalla catena montuosa e non viceversa: Sierra de Guadarrama.

Medina Sidonia riprende solo in parte il nome della città saudita, che deriva da madinat, appunto territorio urbano, mentre Sidonia è termine latino, “Sidonius”, che significa “proveniente da Sidone”, porto fenicio, situato nell’attuale Libano.

Il nome della città e provincia della regione di Castilla-La Mancha, Guadalajara, proviene da Wādī al-Ḥijārah, letteralmente, “fiume (o più propriamente: canyon) di pietre”. Nella medesima regione di Castilla-La Mancha, l’altro centro abitato, Albacete, deriva da Al Basit, “la pianura”. Algeciras, porto della provincia di Cadice, Andalusia, proviene da Al Jazeera, l’isola.

La regione orientale della provincia di Málaga (Andalusia), Axarquía, derivando da Ash sharquía, significa espressamente “regione orientale”, mentre Algarve, la regione meridionale del Portogallo, dall’arabo al gharb, indica il polo opposto, “l’occidente”, come il Maghreb, l’Ovest.

Da Ramatu’lla a Fatima

Intorno all’890, una banda di saraceni provenienti dalla Spagna, incursori nella cosiddetta “Settimania gotica” (Linguadoca-Rossiglione), avevano fatto di La Gàrdia Frainet (dal latino Fraxinetum, “legno di frassino”) una sorta di capitale, ribattezzandola Jabal al-Qilal, “montagna di giare”, poiché v’avevano trovato i resti d’un’industria gallo-romana, ma questa denominazione non attecchì.

Nello stesso periodo, quella che è la penisola di Gien (nel dipartimento del Loiret, nella regione del Centro-Valle della Loira) era invece distaccata dalla terraferma e gli islamici, per segnalarne lo stretto che la separava dal continente, vi installarono un faro, in una località che oggi costituisce il quartiere dell’Almanarre di Hyères, dalla definizione araba che sta appunto a designarne la funzione: Al manar, “il faro”.

Non molto distante, il villaggio di Ramatuelle, dove esiste, tuttora, un’antica porta, chiamata Saracena, facilmente potrebbe essere interpretato come il tipico nome proprio femminile musulmano Rahmatoullah, o Ramatu’lla, che significa “Misericordia di Dio”, o “Grazia di Dio”. Altri, però, senza spiegare come avvenga il passaggio dalla  R- all’iniziale C-, vi leggono invece la corruzione dell’italico Camatullici, una tribù celto-ligure costretta dai Romani a insediarsi nell’entroterra, dalla zona attorno a Tolone.

Un piccolo ruscello attraversato dalla strada nazionale che conduce a Nyons, nella Drôme, a monte del mulino di Vinsobres, ha conservato l’antica designazione di Moïe, dall’arabo Miya, acque.

Che provenissero dalle coste della Provenza o dall’Italia, sappiamo che i maomettani effettuarono delle incursioni nelle Alpi, dove, in particolare nel Dévoluy, gli abissi, fin da tempi immemorabili scavati dai corsi d’acqua sotterranei, portano ancora la denominazione saracena di Chouroums, scritto anche chourums o chouruns.

La località lusitana contrassegnata dal nome della figlia di Maometto ha una storia singolare, in quanto fu una regina (dal 1145 moglie di dom Alfonso Henriques I, il Conquistatore), di casa Savoia, – nata Mathilde, in francese, ma in occitano: Mahalt, dalla corruzione portoghese di quest’ultimo divenuta Mafalda -, a imporlo, in certo qual modo, avendo convertito una giovane prigioniera islamica alla quale s’era affezionata a tal punto da farsi seppellire accanto a lei. In seguito, a distanza di molto tempo (1454), un’altra Savoia, Filippina de’ Storgi, recatasi in pellegrinaggio presso la loro tomba, predisse che, nei secoli a venire, proprio da quelle parti sarebbe apparsa la madonna.

Alfonso VII

Nell’agosto del 1155, Alfonso VII (Raimundez, detto “el Emperador”, primo della “dinastía de Borgoña”, poiché figlio di Raimundo de Borgoña e doña Urraca, a sua volta figlia di Alfonso VI), il quale era già riuscito a riunire la Galizia al Regno “de León y de Castilla”, fece accampare le sue truppe intorno a un castello della parte più settentrionale della provincia di Córdoba, caduto in mano agli islamici che gli opponevano una forte resistenza.

A partire dal 1139, Alfonso VII aveva concepito un piano di “Reconquista” consistente nel vessare le popolazioni ispano-musulmane fino a farle ribellare agli “Almoravidi”, per mettere al potere il suo alleato e vassallo Zafadola (corruzione di Sayf al-Dawla, “Spada della Dinastia”), figlio di Abdelmálik (ultimo re della taifa di Saragozza), signore di Rueda de Jalón, e membro della dinastia degli Hudidi (o Banu Hud,  “figli di Hūd”). A tal fine, , condusse numerose spedizioni di saccheggio in appoggio alle rivolte locali. Ma l’invasione “almohade”, iniziata nel 1146, sventò quel piano, costringendo Alfonso VII a fortificare il confine e, per meglio organizzare la resistenza, ad allearsi piuttosto con l’almoravide Ibn Ganiya.

Gli Almohadi (la quarta delle sette dinastie del Marocco, originaria dell’Atlas e appartenente al gruppo berbero dei Masmuda o Masmouda), avevano preso il sopravvento in Nordafrica sugli Almoravidi (la terza dinastia, dopo l’Omayyade e l’Idriside), espandendosi subito dopo nella penisola iberica.

Impadronitosi di Cordova, appena due anni dopo, nel 1148, e di Granada nel 1154,ʿAbd al-Muʾmin, autoproclamandosi Califfo dei credenti sia del Maghreb che di al-Andalus, aveva definitivamente rinnegato la sovranità degli Abbasidi di Baghdad, e costretto a una guerra difensiva il re del León, che poteva soltanto tentare timidamente d’incunearsi nel territorio avversario.

Poiché la penisola iberica era stata dichiarata dal Papa, genericamente, terra di “crociate”, almeno secondo gli storici considerati “pluralisti” da Giles Constable (“The Historiography of the Crusades“, in Angeliki E. Laiou, Roy P. Mottahedeh: The Crusades from the Perspective of Byzantium and the Muslim World, pp. 12–25, Dumbarton Oaks, Trustees for Harvard University, Washington, DC: 2001), tra le truppe del re cristiano, per combattere contro gli infedeli, c’erano guerrieri provenienti da un po’ tutta Europa e in quel determinato frangente, in quel posto specifico, integrato nella “comarca” (regione) di Los Pedroches, giunsero dei cavalieri dalla zona meridionale della penisola italiana, per l’esattezza dal “Giustizierato rogeriano” di Calabria.

Il cuginastro Guglielmo il Malo

Ruggero il normanno, nativo di Mileto, era morto da appena un anno, lasciando il trono di Sicilia (e del Meridione) a Guglielmo detto il Malo, nato dal matrimonio con Elvira de Castilla, figlia d’Alfonso Fernández, detto el Bravo (e VI “de León y de Castilla”), e forse della concubina Zaida, a sua volta figlia del terzo, e ultimo, regnante musulmano della dinastia degli Abbadidi sulla Taifa di Siviglia, Abu al-Qasim Muhammad al-Muʿtamid. Elvira de Castilla era quindi sorellastra di doña Urraca la Temeraria, madre di Alfonso VII.

L’influenza araba della madre aveva probabilmente contribuito a educare Guglielmo nello sfarzo di corte e, una volta salito al trono, alle sue titolature aggiunse anche l’onorificenza araba (laqab) di al-mustaʿizz bi-llāh («che invoca il potere a Dio») e, nell’affidare la gestione materiale del regno a persone di fiducia, come a Maione di Bari, le nominava “emiro degli emiri” (latinizzato in amiratus amiratorum),  una specie di Primo ministro plenipotenziario.

Ma, già nel suo primo anno di regno, dovette affrontare più d’una difficile situazione politica, complicata da minacce provenienti un po’ da tutte le direzioni possibili.

Da parte dell’Impero germanico, la minaccia era costituita dal Barbarossa; da parte di quello di Bisanzio, era portata dagli emissari di Manuele I Comneno, Michele Paleologo e Giovanni Ducas; il papato, retto da Adriano IV, non gli era affatto favorevole; e inoltre la più insidiosa, perché interna, e dovuta alla congiura dei baroni (con a capo il conte Roberto di Loritello), avversi all’assolutismo stabilito dagli Altavilla.

In quel fatidico 1155, sembra che anche un non troppo smaliziato Guglielmo potesse  avere ben altre gatte da pelare che inviare truppe lontano dai suoi traballanti domini.

Poteva pur sempre trattarsi di cavalieri templari (a quel tempo guidati da André de Montbard, che dovette frettolosamente rimpiazzare Bernard de Tremelay, ucciso nel corso dell’assedio di Ascalona del 22 agosto 1153) od ospedalieri, che, sotto Raymond du Puy de Provence, avevano cominciato a osservare la regola  agostiniana? 

Il caso del demonimo “calabrocordobés”

Un’altra possibilità, attendibile, ma non per questo forse più probabile, sarebbe che si trattasse d’uno sparuto manipolo di “mercenari”, i quali, – come i normanni, costretti a lasciare le loro precedenti occupazioni in territorio straniero (la Normandia, sulle coste nordoccidentali della Francia), erano riusciti a inserirsi nelle lotte intestine di quel che restava del Ducato di Benevento, dei vari principati longobardi e del declinante Impero Bizantino e a prendere il sopravvento in Italia meridionale -, ora tentavano la sorte, ripetendo nella penisola iberica quell’avventura?

Si tratta, in ogni caso, d’una curiosità storica nota ai “calabresi” (“calabreses“) di Cordova più per il racconto leggendario che per l’autenticità di fatti documentati invece da ricerche accurate.

La medesima origine del nome della località (Santa Eufemia) è molto difficile da individuare, proprio perché si tratterebbe della prima città del Regno di Cordova, subito dopo la sua riconquista, ad apparire (o riapparire?) con un toponimo cristiano.

Si chiamava così anche prima e i musulmani si sono limitati a corromperne la denominazione, arabizzandola in Sant Ufimya?

Meno attendibile la lettura senza fāʾ, sostituita da qāf, Uqunya, o Qunyah, oppure con kāf, kunya, che indica il nomignolo di rispetto derivato dal nome d’un figlio (per lo più il primogenito): per cui, nell’uomo si tratta di prefiggere il termine Abū (padre di) e per una donna si premette invece Umm (madre). Sana significa anno, mentre santo, in arabo, si dice quds.

In ogni caso, il precedente sito mozarabico sarebbe stato ribattezzato ex novo, al momento della sua riconquista, o con un nome adeguato al castigliano di Alfonso VII?

Lo storico arabista spagnolo Antonio Arjona Castro propende per quest’ipotesi della traslitterazione “castellanizada” (resa in castigliano) del toponimo mozarabico di Sant Ufimya (o qualcosa di simile, che abbia a che fare magari con bocca od oralità: famm, guarda caso, proprio come l’etimo greco della santa: εὐϕημία, composto da εὖ «bene» e ϕημί «dire») e che pressappoco così compare nell’opera del geografo arabo al-Idrisi, quando descrive gli itinerari medievali del territorio cordobés (cordovano).

Antonio Arjona Castro, dopo aver esercitato la professione di pediatra in Siviglia, una volta trasferitosi a Cordova, cominciò a interessarsi alla storia della Spagna musulmana, imparò l’arabo e approfondì l’argomento “al-Andalus”, scrivendo su questo numerose opere, tra cui: Andalucía musulmana: estructura político-administrativa (Confederación Española de Cajas de Ahorros, 1980); El Reino de Córdoba durante la dominación musulmana (Diputación Provincial de Córdoba, 1982 – Servicio de Publicaciones de la Excma. Diputación Provincial de Córdoba, 1983); Orígenes históricos de los reinos de Andalucía (Universidad de Córdoba. Servicio de Publicaciones, 1986); Córdoba en la historia de Al-Andalus: Desarrollo, apogeo y ruina de la Córdoba omeya (Real Academia de Ciencias, Bellas Letras y Nobles Artes de Córdoba, 2001); Historia de Córdoba en el Califato Omeya (Editoria Almuzara, 2010).

Santa Eufemia de Orense

Altri propongono che dal re sia stato imposto direttamente il nome della “Santa”, poiché, in quegli anni di avanzata contro gli infedeli, era un’invocazione comune spesso ripetuta dalle truppe galiziane devote a Santa Eufemia di Orense (auriense, dal latino Aregia o Auria), martirizzata, proprio dalle loro parti (regione nord-occidentale della penisola iberica), durante il regno dell’imperatore Adriano, ma che, a causa della scarsità e della dubbia provenienza dei dati agiografici, viene tuttora frequentemente confusa con la Santa di Calcedonia e persino festeggiata nello stesso giorno di quest’ultima, il 16 settembre.

La santa “auriense”, nata presumibilmente a Bayonne o Braga (in Portogallo), intorno al 120, era una delle nove figlie che Calcia (o Calsia), moglie dell’allora governatore romano della Gallaecia e della Lusitania, Lucio Castelio (o Catilio) Severo, diede miracolosamente alla luce in un unico parto. Spaventata da questa nascita multipla e temendo di venire ripudiata, persino per infedeltà, Calcia decise di sbarazzarsi delle bimbe, “affidandole”, con il sottinteso compito di farle annegare nel fiume Miñor, al suo servo Silla (o serva Sila), che, essendo però cristiano (o cristiana), le consegnò invece a famiglie a lui (o lei) note, le quali le avrebbero allevate nella fede cattolica e le fecero quindi battezzare, tutte da Sant’Audito, od Ovidio, vescovo di Braga.

Ma anche questa associazione con il nome “Ovidio” potrebbe essere frutto di fraintendimento, in quanto “audito“, da “audire“, in galiziano-portoghese, vengono resi con “ouvir” e “ouvido”; la volgarizzazione in são Ouvido avrebbe ricondotto all’erronea ri-latinizzazione in sanctus Ovidius.

Librada, Marina, Victoria, Germana, Quiteria, Marciana, Genibera, Basilia ed Eufemia, poiché accusate d’essere cristiane, comparvero già giovinette, davanti al loro stesso padre, che le riconobbe per via dell’impressionante somiglianza con la madre, ma rifiutarono l’offerta paterna di vivere circondate da lussi e comodità in cambio dell’abiura. Per terrorizzarle, Lucio Severo avrebbe deciso d’imprigionarle, ma le nove sorelle, dopo essere riuscite a fuggire, e a rifugiarsi in luoghi diversi, alla fine subirono tutte il martirio.

Eufemia, Marina e altre sette

Secondo la tradizione, Eufemia, prima di morire, evangelizzò la zona di O Xurés, nella Baixa Limia, e, dopo essere stata gettata dai precipizi di quella zona montuosa, nei pressi dell’antica città romana di Obróbiga, oggi San Salvador de Manín (Lobios), venne  sepolta nel luogo attualmente conosciuto appunto come Sierra de Santa Eufemia.

Secoli dopo la sua morte, ma meno d’un secolo prima della nostra datazione del 1155, tra il 1060 e il 1090, a seconda delle fonti, una pastorella, che custodiva le pecore del padre, scoprì a Campelo, in territorio di Manín, una tomba da cui emergeva una mano adornata da un anello d’oro.

Dopo essersene impossessata perse subito la parola, che recuperò solo dopo aver rimesso il gioiello al dito del cadavere. Secondo la leggenda, udì allora una voce che affermava che lì si trovava la tomba di Sant’Eufemia, il cui corpo andava trasferito e ri-inumato sotto l’altare dell’Eremitério di Santa Mariña”, tra le diocesi di Braga e Orense.

E qui le leggende, e le realtà, delle due sante sembrano incontrarsi, sovrapporsi e confondersi, visto che anche S. Marina potrebbe dirsi “auriense”, come pure fregiarsi dell’appellativo di “Aguas Santas”.

Se “questa” Marina viene identificata come una delle nove sorelle, tra cui Quiteria, Librata ed Eufemia, battezzate da Sant’Ovidio, lì dove sarebbe stata decapitata sarebbe pure sgorgata una sorgente d’acqua, e quel luogo di conseguenza avrebbe assunto il nome di Aguas Santas (“Acque Sante”).

Non possedendo tuttavia notizie attendibili neanche sull’epoca o sulla vita di Marina, pure la sua leggenda, di per sé poco chiara, è stata talvolta mescolata, persino con quella di Margherita d’Antiochia, chiamata anch’essa Marina.

Santa Mariña de Aguas Santas

In un differente racconto tradizionale lusitano della vita di “questa” (?) Santa Marina, come luogo della sua nascita, si indica la città di Xinzo de Limia, a quel tempo, fortemente romanizzata (Forum Limicorum), e attraversata dalla Vía Nova, che collegava le città di Bracara (Braga, in Portogallo) e Asturica (Astorga, in Spagna).

Il padre di quest’altra (?) Marina, si sarebbe chiamato Teudio, Theudio, o Teódulo, un personaggio importante; la madre, anonima, morì nel darla alla luce. Seguendo il consiglio dei medici, suo padre cercò qualcuno che facesse da balia alla figlia, scegliendo una donna di nome “Aya” proveniente da una fattoria di Pinnitus, una comunità frequentata dal sacerdote Teotimo. Educata, dalla sua nutrice, all’interno di quella comunità, scelse ben presto di ricevere il battesimo nella nuova fede cristiana, cosa che le causò l’allontanamento dall’altolocato padre pagano.

All’età di circa quindici anni, mentre badava al bestiame, in un luogo vicino alla strada, attrasse le attenzioni del giovane prefetto romano Olibrio, che si sentì attratto da lei tanto da desiderare di farne, a seconda dello status sociale, una moglie, una concubina o una schiava. Ai ripetuti rifiuti di Marina la fece imprigionare e sottoporre a torture. Essendo in vigore il decreto di Traiano, se non avesse rinunciato alla sua fede cristiana sarebbe stata condannata a morte. Al processo, non rinnegò la sua fede né offrì incenso agli dei di Roma, ed essendo cittadina romana, venne decapitata in un campo aperto alla distanza sufficiente richiesta dalla città; e quando il suo capo reciso toccò il suolo, in quel punto sgorgò la sorgente delle “Aguas Santas”.  

Marina avrebbe subito il martirio nei pressi della città di Orense, in località Aguas Santas, dove i suoi resti sono conservati in una chiesa a lei dedicata: la Chiesa di Santa Marina de Aguas Santas che si trova nel comune di Ourense, di cui è la patrona, a una quindicina di km circa da Allariz, dove si ritiene che giacciano le sue reliquie.

La grande diffusione del suo culto è attestata da innumerevoli chiese e santuari a lei dedicati nelle diocesi di Galizia, Astorga e in altre più lontane, come Cordova e Siviglia.

Dopo l’Editto di Milano (313), trovandosi il luogo di sepoltura nei pressi della Ribeira Sacra, è probabile che un gruppo di anacoreti o monaci abitasse quel luogo per preservare la memoria della santa e prendersi cura dei pellegrini diretti alla tomba della martire (“Eremitério di Santa Mariña”?). Intorno all’anno 800, iniziò un vero e proprio culto in sua memoria che sfociò infine nella costruzione della chiesa romanica di Santa Mariña de Aguas Santas.

Auriense da “Aquae urentes”

La denominazione galiziana di Ourense si deve alla dominazione romana, per via della presenza di oro nelle sabbie e nelle acque del fiume Miño che la bagnano (Auriense), oppure, in riferimento alle sorgenti di acque termali, la cui temperatura è piuttosto alta, superiore ai 60°, dal latino Aquae urentes (acque brucianti); meno probabile che derivi dall’antico tedesco Warmsee (lago caldo), essendo stata tra il V e il VI secolo, la capitale d’un regno “suebo”, probabilmente di Quadi germanici, il cui ultimo loro re, Malarico, venne sconfitto, nel 585, dal visigoto Leovigildo. Nel 716 subì l’assalto degli Arabi e nel X secolo fu di nuovo distrutta dai Normanni. Ma la Igrexa de Santa Eufemia, in stile neoclassico, risale al 1778.

Eufemia, Eufenia, o Efimia, dal nome greco Εὐφημία (Euphemia), composto da ευ (eu, “bene”) e φημί (phemi, “parlare”), dunque “eloquente”, oppure “colei di cui si parla bene”, quindi “di buona fama”, “rinomata” (e perciò l’«eufemistico» – è il caso di dirlo!-: Πανεπαινόμενη, molto apprezzata) , ha sostanzialmente lo stesso significato di Eulalia (dall’aggettivo greco eulalos, composto sempre da εὐ- e λαλέω, laléô, “parlare”, il cui significato può essere interpretato come “colei che parla dolcemente”), ed Eulogio.

Ma produce un ipocoristico, Fuma, o Femia, Fimia, che potrebbe forse anche riprendere  il nome ebraico Hephtzibah (o Cheftzi-Vah), composto da hephtzi (“mia delizia”, da haphetz, “desiderare”, “deliziare”) e bah (“in lei”), avente il significato: “in lei sta la mia delizia”, dal punto di vista semantico, simile a Noemi, o Naomi (la quale cambiò il proprio nome in Mara, o Marah, che vuol dire “amareggiata, infelice”, dopo la morte del marito e dei due figli, entrambi Efratei: da Ephrath o Ephrathah, fecondo, oppure specchio; forse in riferimento a Betlemme, oppure a un sito conosciuto in arabo come “Kubur beni Israil“, “sepoltura dei Figli di Israele”, adiacente al wādī “Farah”).

Nell’Antico Testamento, questo nome biblico è proprio di Chefziba (o Chefsiba, ed Hephzibah), moglie del re Ezechia e madre di Manasse (2Re 21: 1), mentre in Isaia 62: 4 viene anche usato per descrivere la condizione della città di Gerusalemme, che da “abbandonata” e “devastata” diverrà “gioia” da maritare. Meno probabile la provenienza da Efraim (in ebraico: Efráyim, ʾEp̄hráyim/ʾEp̄rāyim), in Genesi, il secondo figlio di Giuseppe e Asenat, nonché capostipite della tribù omonima.

Si trova diffuso quasi esclusivamente al femminile (a parte il turmarca bizantino “da Messina”, reso noto da Pellico e Pacini), per via del culto di diverse sante, e beate, così chiamate, come Euphemia d’Abyssinia (vissuta nel IV secolo in quella che è l’odierna Etiopia), di Amisus (bruciata viva intorno al 300, in Paflagonia, nell’odierna Turchia), di Camerino (decapitata nel 251 sulla Via Lata, fuori dalla porta est di quella città marchigiana), di Aquileia (nata da nobili origini, in quanto figlia del pagano Valentius, sin da giovane, fece voto segreto di dedizione al Dio cristiano, per cui, arrestata e torturata, fu martirizzata per ordine del padre), di Costantinopoli (martirizzata durante le persecuzioni dell’imperatore ariano Valente insieme con altri 24 – raddoppio della dozzina, e con lei 25: 2 + 5 = 7).

Sant’Eufemia di Calcedonia

Il canovaccio agiografico sembra ripetersi: figlie di nobili pagani abbandonano la religione paterna per sottoporsi volontariamente al martirio, e da defunte compiono miracoli. 

Di Sant’Euphemia d’Orense, la tradizione dice che le sue reliquie furono miracolosamente trovate da una pastorella spagnola alla fine dell’XI secolo. In virtù  delle guarigioni, altrettanto miracolose prodottesi per sua intercessione, immediatamente crebbe la devozione nei suoi confronti. Successivamente, per colmare le lacune della sua agiografia, pervenuta senza nessuna valida  informazione sulla sua vita reale, soprattutto a partire dal XVI secolo, le furono dedicate molte “vite”, la maggior parte delle quali tendono però a confonderla con Sant’Eufemia di Calcedonia.

La “Lodatissima” (η Πανεπαινόμενη, o grande martire: Μεγαλομάρτυς), nella Chiesa Ortodossa Orientale, che la commemora sia il 16 settembre che l’11 luglio, fu martirizzata, nel 303 d. C., perché si rifiutò di partecipare a un’antica festa greca in cui tutti gli abitanti di Calcedonia erano tenuti a presentarsi per offrire sacrifici al dio Ares.

Figlia di Theodosia e d’un senatore di nome Philophronos, visse durante il regno di Diocleziano, in Bitinia, nella città situata dall’altra parte del Bosforo rispetto a Bisanzio. E, fin dalla giovinezza, fu consacrata alla verginità. Al momento della persecuzione contro i cristiani, il governatore dell’Asia Minore Prisco ordinò a tutti gli abitanti di Calcedonia di partecipare a una festa pagana in onore del dio Ares. Assieme ad altri 49 cristiani (sette cicli di sette anni, o Giubileo; ma che, con lei, raggiungono il misticismo del 50), Eufemia si rifiutò di parteciparvi, mentre una buona parte, dopo il loro gesto, abbandonarono la città per provare a sfuggire in zone desertiche. Avendo notato l’astensione di tanti, il co-regnante il filosofo Apelliano sollecitò Prisco ad arrestarne il maggior numero possibile. Cosicché vennero presi tutti i 50, tra cui Efimia o Eufemia, la più giovane tra loro; e forse per questo, fu separata dai compagni, ma nonostante le fosse offerta la possibilità d’essere risparmiata a conversione avvenuta, non rinnegò la sua fede. Venne allora sottoposta a tormenti particolarmente duri, con l’intento di spezzarle lo spirito: brutalmente picchiata, torturata su una ruota, gettata nel fuoco e poi in una vasca con animali marini carnivori. Portata nell’arena, i leoni invece di sbranarla le leccarono le ferite provocatele dai graffi. Si ritiene che sia morta infine tra gli artigli d’un orso selvatico.

Tutti questi dettagli sembrano anche eccessivi per rendere la storia più credibile. I nomi d’un governatore e d’un co-reggente, per giunta filosofo, i genitori altolocati, e poi l’elenco delle torture, tutte letali, non viene sminuito dalla morte per le conseguenze d’una probabile infezione batterica, tipo bartonellosi?

Il miracolo del sarcofago di Calcedonia

Neanche di questa santa sono verificabili le agiografie tramandateci, anche se sia il nome che l’anno della morte furono registrati nel più antico elenco esistente di martiri cristiani, il Martyrologium Hieronymianum del V secolo, e una raccolta di documenti liturgici (dal IV al VI secolo), i Fasti vindobonenses, affermano che morì il 16 ottobre dell’anno 303, il primo anno della Grande Persecuzione avvenuta sotto l’imperatore romano Diocleziano. Verrebbe commemorata con un mese d’anticipo, quindi?

Divenuta una santa famosa, le storie su di lei s’accumularono, a tal punto che la Legenda Aurea del 1260 di agiografie ne riporta una raccolta. All’epoca del quarto Concilio Ecumenico della Chiesa (Concilio di Calcedonia dell’anno 451), che doveva decidere il ripudio sella dottrina eutichiana del monofisismo per adottare quella che afferma la “piena umanità e piena divinità” della Seconda Persona della Santissima Trinità di Gesù Cristo (Definizione Calcedoniana), i 630 (numero significativo per una problematica ricerca di soluzioni) rappresentanti di tutte le chiese locali non riuscivano a raggiungere un consenso definitivo, nel corso di riunioni piuttosto controverse e turbolente.

Secondo la raccolta di agiografie del Sinassario di Costantinopoli, entrambe le parti convennero di porre per iscritto ciascuno una propria confessione di fede da deporre nella tomba di Eufemia. Dopo tre giorni la tomba fu scoperchiata e il rotolo con la confessione ortodossa fu visto nella mano destra della Santa, mentre quello dei Monofisiti giaceva ai suoi piedi. Questo sarebbe il motivo per cui i cristiani ortodossi orientali commemorano la data dell’11 luglio, giorno di questo miracolo.

Sant’Eufemia di Calcedonia è dunque una santa ampiamente venerata da tutti i cristiani, ma in particolar modo dagli orientali, non solo per la sua verginità e il suo martirio, ma anche per questo suo postumo gesto sovrannaturale di rafforzamento della fede ortodossa; di conseguenza, le sue feste sono celebrate con solennità e chiese in suo onore sono state erette in molti luoghi del mediterraneo, in specie, orientale.

Cavalieri Ospitalieri (o di Rodi)

Alla fine della persecuzione di Diocleziano, i cristiani deposero le presunte reliquie di Sant’Eufemia in un sarcofago d’oro, collocato all’interno d’una chiesa a lei dedicata. E queste sue reliquie attirarono folle di pellegrini per secoli.

In seguito alla conquista di Calcedonia da parte dei Persiani, sotto Cosroe I, nel 617, queste presunte reliquie furono trasferite in una nuova chiesa a Costantinopoli, dove si dice che, durante le persecuzioni degli iconoclasti, il suo reliquiario sia stato gettato in mare, dal quale fu recuperato dagli armatori Sergio e Sergono, fratelli entrambi cristiani di fede ortodossa, che lo consegnarono nelle mani del vescovo locale per nasconderlo in una cripta segreta. Queste reliquie furono poi portate sull’isola di Lemno per essere restituite a Costantinopoli nel 796.

La maggior parte di queste presunte reliquie che non furono disperse si troverebbero ancora nella chiesa patriarcale di San Giorgio, a Istanbul. Ma un reliquiario, che si ritiene contenga la testa e parte del corpo di S. Eufemia, si dice si trovasse nella chiesa di San Giovanni del Collachium, ovvero la chiesa conventuale dei Cavalieri Ospitalieri a Rodi, già nel 1479.

E questo spiegherebbe la particolare devozione dei “crociati” calabrocordobés?

Oltre alla località andalusa, in Spagna vi sono ben altre due cittadine omonime, in Castiglia e León: Santa Eufemia del Arroyo (per via del “torrente” Bustillo o Ahogaborricos, affluente del Valderaduey, nella “provincia de Valladolid”, prima chiamata Santa Eufemia de Campos) e Santa Eufemia del Barco (che fece parte della commenda templare di Alba). La parte occidentale della provincia di Zamora è stata integrata nel regno di León, intorno al X-XI secolo; e la scarsità di notizie a partire dall’XI secolo alimenta l’ipotesi che si tratti d’uno spazio marginale all’interno della formazione regionale leonese, come avviene per altre formazioni della periferia interna della penisola iberica. Una delimitazione che avrebbe diviso regioni con somiglianze socioeconomiche, politiche e culturali, formando zone di confine, era stata resa necessaria dalla sopraggiunta genesi della monarchia portoghese (1139).

Sant’Eufemia di Calabria?

In Italia, in Abruzzo, Sant’Eufemia a Maiella, e, in Calabria, Sant’Eufemia d’Aspromonte e Sant’Eufemia Lamezia.

Sant’Eufemia a Maiella sorse, come agglomerato di case pastorali, intorno al XIV secolo, dallo spopolamento del borgo di Roccacaramanico verso un luogo più pianeggiante, mentre, il Chronicon Casauriense dà notizia, nel 1064, d’una chiesa dedicata a Sant’Eufemia nel vicino territorio di Caramanico Terme. 

Per quanto riguarda S. Eufemia d’Aspromonte, gli studiosi hanno ipotizzato che il nome derivi dalla presenza di greci, giunti in Calabria già nel 368, i quali avrebbero conferito alla nuova città questo nome, in quanto portatori del culto della protettrice Eufemia di Calcedonia, vergine e martire, originaria della Bitinia. Secondo gli storici, il centro si sviluppò grazie alla presenza nei dintorni di numerosi monasteri basiliani favoriti dai monaci sopraggiunti nei secoli successivi: da quello di Sant’Oreste, a quello di San Luca, di cui restano solamente ruderi, e di cui hanno scritto sia il Fiore che Marafioti. Il più importante di questi monasteri fu quello di San Bartolomeo di Trigona, fondato dal santo-abate di Simeri verso la metà dell’XI secolo, poiché vi morì il 19 agosto 1130. Dominata da bizantini, normanni e svevi, non fu risparmiata dalle incursioni saracene, ricordate dalla denominazione d’una grotta situata nel villaggio di Meladoro e chiamata “Grotta dei Saraceni”.

  1. Eufemia Lamezia è invece legata al baliaggio assegnato all’ordine cenobitico militare degli Ospedalieri Gerosolimitani (oggi noto come Sovrano militare ordine di Malta), che possedeva anche i feudi limitrofi di Nocera e Izzaria (oggi Gizzeria), centri, tutti e tre, che conservano ancora oggi come patrono il protettore dell’ordine dei Cavalieri di Malta, san Giovanni Battista. È dunque molto suggestiva l’ipotesi che i cavalieri calabresi devoti a Sant’Eufemia provenissero da qui.

Los treinta y tres caballeros conquistadores

La tradizione orale della zona andalusa della “comarca de Los Pedroches”, molto radicata tra la popolazione locale, attribuisce, il toponimo di Santa Eufemia al fatto che furono “trentatré cavalieri”, sempre appartenenti alle truppe del monarca castigliano, ma originari della Calabria, e da un territorio di forte venerazione per una Santa omonima, i quali, arringati dal sovrano al grido di “Santa Eufemia”, dopo aver espugnato il castello (“Fahs al-Ballut” e in seguito “Castillo de Miramontes”) ed essersi impadroniti della cittadella, le imposero quel nome. Tant’è che gli abitanti della Santa Eufemia cordovana non solo vengono appellati con il gentilizio di “calabreses“, ma la medesima “Confraternita della Santa” (“Hermandad de la Santa“) risponde alla tipologia delle confraternite militari con le insegne originarie di Bandera Bandiera, Estandarte Vessillo, Junco Canna, Tambor Tamburo e Alabarda; nonché, nel fedele riflesso di questa tradizione, si fa coincidere persino il numero dei “fratelli” (“hermanos“, come vengono chiamati i confratelli, “cofrades”) con quello dei presunti “trentatré cavalieri conquistatori” (treinta y tres caballeros conquistadores). Certo è che il valore simbolico del numero potrebbe essere sospetto di celare qualche altro aspetto sfuggente, ma da tenere in considerazione oltre il favolistico e il misterico. Trentatré è un numero “maestro” nel rappresentare una versione intensificata della riduzione a una sola cifra trinitaria; metafora di impegno totale, di assunzione di grandi responsabilità, raffigurazione d’amore profondo e incondizionato: è da sempre considerato il numero di Cristo.

Dopo la messa, la sua confraternita, composta dai 33 fratelli, strutturati gerarchicamente, che, nella sua organizzazione, richiama le antiche origini medievali e militari, dà inizio al pellegrinaggio verso l’eremo della Santa, situato nel territorio della tenuta “El Donadío“, a circa cinque chilometri a est dal centro della cittadina, sulle rive del fiume Guadalmez, divenuto a quel tempo, il confine tra i territori cristiani e quelli musulmani, e che oggi separa la provincia di Cordova da quella di Ciudad Real .

Ecco, quest’allegoria potrebbe spiegarci il sottile legame tra il sito dove, secondo tradizione, s’accamparono le truppe di Alfonso VII, compresi i 33 calabreses, e dove poi fu edificato l’attuale Eremo, dedicato alla “Santa” locale per antonomasia e patrona della città (Ermita de Santa Eufemia), e il giorno dell’indigena ricorrenza delle festività patronali, in cui viene portata in processione questa “Eufemia”, che coincide con la domenica di Pasqua, in cui si celebra la resurrezione del Cristo.

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