IL CONTEST LETTERARIO “Il MaR fra mezzo” PROCLAMA I VINCITORI
Agata De Luca e Daniela Scuncia Sono pubblici gli esiti del Contest per racconti brevi...

Agata De Luca e Daniela Scuncia Sono pubblici gli esiti del Contest per racconti brevi...

Recensione a cura di Nando Minnella
Non ci provate, gente! Nell’arcipelago letterario si dice che i racconti siano i più difficili da scrivere. Diciamocelo: è più facile imbastire un romanzo, veleggiare con una poesia, una pièce teatrale, una biografia o altro. La prosa breve è un’altra cosa. Ci sono dei maestri di questa forma di scrittura. Il mondo ne conta quanto le dita di una mano, non di più. Il resto è imitazione, ripetizione. Molto spesso “rumore” prodotto dalle scuole di scrittura mangiasoldi, sorte come funghi – sull’onda dei creative writing targati USA, diffusi persino sugli Appalachi e relativi contagi ora da noi anche a Canicattì e Bova Marina! – che sfornano a catena di montaggio noiosi raccontini di “pennafobici” dell’io bollito, per lo più in salsa freudiana, ricettacoli di frustrate intime memorie, ripieghi ombelicali, afflati narcisistici, come ho scritto altrove.
Quando bastava aver letto il Decalogo del perfetto scrittore di racconti di Horacio Quiroga, un campione dell’arte della prosa breve. O un fuoriclasse della letteratura russa, quell’Anton Cechov de Senza trama e senza finale. 99 consigli di scrittura, per affrontare e superare il “trauma della pagina bianca” – con verità, onestà intellettuale, fantasia e qualche rudimentum di scrittura.
La difficoltà del racconto, dicevamo. Però, per nostra & vostra fortuna, ci ha provato da tempo Carlo Ernesto Menga, eclettico e prolifico scrittore calabrese con il suo “Al Diavolo l’Anima”, edito da Città del Sole (ed acquistabile da qui) – il quale, a fronte di un grosso bagaglio letterario, annovera al suo attivo collaborazioni a diverse riviste, romanzi, saggi, studi, racconti.Qui mi piace citare: “Col pretesto dei gatti”, “Discanto per voce sola”, “Biancaneve al di qua della fiaba”, “A ttavula cunzata” – autentiche chicche che si pongono al di fuori di ogni catalogazione in quanto, con estrosa nonchalance, indagano, destrutturano temi e argomenti, stuzzicano il lettore a prendere parte al “gioco erudito” dell’autore per dis-omologare l’esistente, anche letterario.
Fatemi dire che sono racconti “altri”, colti & impegnativi, originali, di un certo spessore, con una cifra spassosa, disincantata e dissacrante. “Scrivere bene” è uno strano genere letterario – che s’incontra poco oggi! L’autore, “allattato dai libri” e non dal tubo catodico e dal Webtossico, dimostra notevole familiarità con molti campi culturali, disarticola luoghi comuni, contamina argomenti, stili, saperi, miscela con cura scienza, filosofia, arte e così via. Menga lavora, cesella, architetta la sua scrittura sull’onda di parafrasi, metafore, dotte citazioni, smottamenti di senso, interpretazioni non usuali, con l’obiettivo di sbanalizzare, “sfuggire la realtà, o per ricrearne una diversa (non necessariamente migliore) sulla base di un tacito contratto con il lettore”.Talvolta, sembra che egli voglia épater le bourgeois, andare oltre il già visto e vissuto, sbalordire con un altrove – anche mentale! – che forse non esiste più nell’ergastolo della tecno-era, che ha terremotato i nostri sistemi cognitivi, i nostri gusti. Siamo tutti qui ormai – lo diceva già a suo tempo il magnetico, superbo, eretico Pasolini – di cui custodiamo l’onore di averlo conosciuto. Noi, post-umani dislocati nel cyberspazio, a vista, raccontiamo le nostre vite dentro “la vetrina del Pianeta”, nel Web, ultimo rampollo del turbo-capitalismo merceologico. Siamo qui e là, in ogni luogo – tranne che nel nostro animo? – estranei in compagnia, superfici che s’incontrano, tubi digerenti, corpi isolati, braccati dalla distanza, puntini sperduti, liquidi, dentro un display luccicante e insonne che ha sostituito la relazione con la connessione
Nei vari racconti sembra che l’autore abbia interpretato in maniera personale e con spirito anarchico, i dettati dei grandi della prosa breve. Il primo comandamento: credere in un maestro – Borges, Poe, Maupassant, Cechov, Gogol – come in Dio stesso! Il secondo: non scrivere senza sapere dalla prima parola dove andrai. Terzo: in un bel racconto, le prime tre righe hanno quasi la stessa importanza delle ultime tre. E poi ancora: non abusare del lettore. Un racconto è un romanzo depurato di riempitivi. Lascia morire le emozioni, poi evocale, e ama la tua arte come una compagna, una sposa, e dona loro il cuore. Diffida q.b. di chi scrive senza aver vissuto, di chi non ha un mondo dentro. Rispetta le parole, non sono vuoti contenitori fonetici, suoni sillabici mondani da appuntare in un letto di fogli, in una targa-premio o in libri-merce, mignotte in vendita, ma scandagli e bisturi, scavi, martelli pneumatici, armi. Punto, basta e avanza!
Si veda l’incipit del racconto “Al Diavolo l’Anima”, che dà il titolo al libro, venato da sferzante, dissacrante ironia, una sorta di lucido J’accuse a tutto tondo, malcelato da un voluto “uso contorto della sintassi” e dal tono iperformale. Le prime tre righe vanno a segno: “Le scrivo questa lettera, mettendo temporaneamente da parte le mie convinzioni – o i miei pregiudizi, se preferisce – circa la Sua esistenza e quella dell’anima…”. E poi le ultime: “…In cambio della mia anima, Le propongo invece formalmente questo per Lei di certo inusitato contratto: renda, La Prego, Egregio Signor Diavolo, ricchi, sani, felici, amati e liberi, per sempre, tutti gli altri”.Forte, compresa la “paludata” intestazione (Egr. Sig. Diavolo – Sua propria Sede)! L’affascinante e seducente maligno, il Belzebù, l’Apep, il Belfagor, il Satana, epitome della malvagità, il Dio oscuro, sovversivo, degno di culto, a cui l’eversione mentale umana si è sempre rivolta nel corso dei secoli, qui viene invocato dall’autore per “stipulare un contratto”, rovesciandone la tradizione – non per i propri egoistici interessi ma si svende l’anima al demone per il bene degli altri.
Altruismo fino a un certo punto! E già. Ma solo a patto che per gli anni a venire nessuno rompa più i coglioni al ns raccontatore di storie! Oggi, con i titanici casini in cui viviamo, siamo costretti per giunta a “indiavolarci” e barattare l’anima per un po’ di pace…Che tempi!
La scrittura si snoda con rigore, si fa analitica, niente fronzoli, no parole puttane, ma un serrato ragionamento che incalza Lucifero, o chi dir si voglia, mette in croce altresì l’artefice, il Boss di una insensata e grottesca creazione cioè il Padreterno, l’antagonista, “che millanta altresì crediti di onniscienza e onnipotenza”, sordo, muto e cieco a preghiere, sofferenze, invocazioni, a cui risalgono, in ultima analisi, responsabilità, colpe. Ammesso, e non concesso, che esista. Allora, commerciamo allegramente con il Maligno, solo proiezione del Caino che è in noi, pecchiamo in pace, quando possiamo: peccare rende liberi! E al Diavolo l’anima! Appunto.
Nel racconto “Presa Diretta”, l’autoironia si fa sottile e amara. Veraci, quasi spietate le sue riflessioni sul corpo, i suoi incubi, la sua progressiva débacle dovuta agli anni che corrono e scorrono impietosi quando la tela della vita si fa grigia, nella quotidianità dei gesti, sguardi, negli autocompatimenti; o anche, talvolta, nell’ immotivato e spudorato sorriso che sembra “una smorfia assurda sulle labbra”. Pure qui il registro narrativo è lucido, essenziale, va dritto al punto, tocca le corde dell’animo, ci si mette nei panni del personaggio.La descrizione sull’umana fragilità e debolezza è lenta, ma inesorabile, così come l’approfondimento psicologico ed emotivo che ne consegue, attraverso una sintassi elegante, costrutti ed elementi stilistici in grado d’imporre un ritmo narrativo tale da influenzare il lettore e coinvolgerlo in un processo immedesimativo… Capiterà, prima o poi, anche a te, bello!
Così come in altri racconti, si vedano “Essenza di Fragola”, “La Farfalla”, “Un Martini con l’Oliva” e altri, che prendono lo spunto da piccole cose, da una fragola, da una canzone, un ricordo o da una farfalla, dissertazioni e riflessioni vaganti – si veda “Il Nuotatore” (un gioiellino!) – ma che attengono al mare dell’esistenza individuale e sociale, alla dura fatica delle relazioni, del vivere tout court, dove il nostro Carlo Ernesto Menga scava in profondità, si allontana dal monologo di massa di tanti pseudonarratori, dissente, usa la sua cultura come strumento per scandagliare, smascherare, sbalordire… Ma sa anche scherzare e danzare con le parole, le ricerca, poi le muove come pedine al suo comando narrativo, le centellina per farcele gustare una ad una, stana i comportamenti, le nefaste ideologie quotidiane di cui siamo intrisi, come in “Esegesi popolare” e in altre pagine, dove castiga sorridendo e demolisce l’ “ideologico”, appunto, soffocandolo “sotto le caotiche macerie degli sconvolgimenti tellurici dell’ilarità da essa stessa suscitati… rendendone espliciti gli impliciti paradossi”.
Amen normalità! Nessuno può difendersi dal castigo del riso, dall’ilarità – avrebbe detto Henri Bergson.
Al Diavolo l’Anima, il nuovo libro di racconti di Carlo Ernesto Menga, it’s worth to read. Fatevi un favore: leggetelo! E bravo all’editore! Sia detto inter nos: gli editori, gioia e dolore per chi scrive, spesso non c’azzeccano! Stavolta…bingo!
