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A VOLTE RITORNANO: D’ALEMA E OCCHETTO I SENZAVERGOGNA

Il narcissico … s’angustia di rinunziare ad una qualunque

 intraveduta possibilità di magnificenza dell’Io,

a una qualunque possibile penna da poter inserire

 nella raggera delle penne che gli illustrano il culo …

Il narcisista costruisce sistemi filosofici

che giustificano la sua posizione biofisica: non dirò storica,

che lui è solo il defecato della storia,

la pecorile caccola lungo il tratturo.

(C. E. Gadda, Eros e Priapo, Milano 2019, pp. 167-171)

 

La lunga citazione preliminare ci è sovvenuta a proposito di un libro (I comunisti lo fanno meglio) annunziato sabato 18 gennaio su «La Stampa» e dedicato ai cento anni della nascita del PCI. In detto libro di 248 pagine, curato da certo Luciano Tirinnanzi e pubblicato  da «Paesi Edizioni» per la modica cifra di 18 euro, vi compaiono Le confidenze sul PCI affidate a personaggi come Bruno Vespa, Vittorio Sgarbi, Paolo Cirino Pomicino, Giampiero Mughini, Giorgia Meloni, Fabrizio Cicchitto, Marcello Veneziani, Pietrangelo Buttafuoco e un certo numero di comunisti, per lo più ex, come Pierluigi Bersani, Gianni Cuperlo, Emanuele Macaluso (deceduto in questi giorni), Pietro Folena, Livia Turco, salvo altri che non vale neanche la pena di nominare.

Tra gli innominandi includo un signore che fu bocciato per tre anni di fila all’Istituto per elettronici di Novara, imparò a vestire di cachemire e, meraviglia delle meraviglie, in un trimestre passò da recluta del Partito della Rifondazione Comunista a suo segretario. Di quello che fece dopo ci sia consentito il silenzio.

Per l’Occhetto la novità assoluta è che la svolta della Bolognina, di cui fu mitologico e vincente protagonista, nella quale fu cambiato il nome del Pci in quello del PDS, gli era stata preannunciata e proposta addirittura da Berlinguer nel 1974, durante la campagna per il divorzio.

Dove? Quando? In presenza di chi?

A Palermo, in una stanza di albergo, dove lui, l’Occhetto, stava scrivendo una parte del discorso che avrebbe dovuto pronunciare Berlinguer: «e, come si usava all’epoca, il segretario nazionale del partito chiedeva ai segretari regionali di redigere la parte che riguardava la loro regione di competenza»       

Già questo costume berlingueriano di ricorrere ai ghostwriter regionali per un discorso, quello sul divorzio che di regionale pochissimo o nulla aveva, la dice lunga sull’attendibilità del racconto; certo la cosa potrebbe essere confermata da Antonio Tatò: «Vicino a lui c’era il suo assistente e portavoce» si premura di precisare il de cuius.

Peccato che Tatò è morto or sono quasi trent’anni e non può né confermare né smentire.

È una usanza vecchia e volgarissima, questa, di rendere verosimili le più invereconde bugie raccontando della presenza ai fatti inventati di persone ormai senza parola.

Ma come mai il signor Occhetto ha atteso tanti anni, quasi cinquanta, per raccontare, e per di più in questa se non immonda certo imbarazzantissima compagnia, questa grande verità? Ma è elementare, nessuno ci aveva pensato perché Garibaldi non l’aveva raccontata!

Non l’aveva raccontata per modestia?

Ma no, la cosa non venne rivelata perché aveva a che fare con la filosofia e la letteratura: «Non ho mai usato questo ricordo, perché sarebbe stato assurdo. Oggi però lo posso fare!»

Ma sentiamo l’altro nostro eroe, D’Alema, che, temendo di passare alla storia per aver collaborato da presidente del consiglio ai bombardamenti di una nazione sovrana come la Serbia per favorire la nascita di uno stato-mafia come quello kosovaro, ci ha rivelato un particolare che mai avevamo sentito: «… con un amico, nell’agosto del 1968 me ne andai a Praga per vivere l’esperienza della Primavera. Mi trovai là esattamente (ma guarda il caszo, si diceva in Calabria, nota dello scrivente) nel giorno in cui entrarono i carri armati sovietici in città. Essendo all’epoca uno che non si tirava indietro nelle manifestazioni e negli scontri con la polizia, quindi avevo un certo grado di irresponsabilità, dovuta all’età giovanile, scesi in piazza per manifestare contro i carri armati e a un certo punto (chi poteva dubitarne, altra nota dello scrivente), insieme ai giovani praghesi, mi misi anch’io a disegnare svastiche sui carri armati del Patto di Varsavia. Cosa che non era proprio consigliabile, considerato che ogni tanto tiravano una sventagliata di mitragliatrici a chi provocava».

Anche qua, testimone un innominato amico; sarebbe interessante conoscerne almeno il nome di battaglia, ove non deceduto nel frattempo.

Come mai, con tante mitragliatrici (al plurale) che ogni tanto tiravano sventagliate di centinaia di bossoli vaganti sulla moltitudine dei disegnatori di svastiche che certamente hanno messo a rischio il prode D’Alema, nessuno dei manifestanti morì o fu ferito per quelle terribili azioni di guerra?

Come mai queste prodezze non sono state mai raccontate? Come mai il prode grafico di croci uncinate non ebbe modo di dire la sua sulla cacciata dal Pci dei compagni de «Il manifesto» ed in loro solidarietà, dato che l’espulsione era avvenuta proprio a seguito delle prese di posizione a favore della primavera di Praga?

Poteva, ci si chiederà, mancare una citazione o una chiamata di correità del povero Berlinguer nelle stupidaggini dalemiane?

Eccola: «…durante il suo (di Berlinguer che chissà perché viene avvicinato all’attore comico Buster Keaton, nota dello scrivente) ultimo viaggio a Mosca, andammo a rendere omaggio alla salma di Andropov… si girò verso di me e mi disse: “Ora ti spiego quali sono le leggi generali che caratterizzano i paesi socialisti: la prima legge generale è che i dirigenti dicono sempre bugie …; la seconda è: l’agricoltura non funziona. La terza è che le caramelle hanno tutte la carta attaccata”».

Amen.

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