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A Locri lo spettacolo “Concerto con Leucò” di Agnese Ricchi
Intervista alla regista e attrice che ha portato in scena le donne del mito di Pavese
Circe, Leucotea, Saffo e Britomarti, Ariadne. Sono i personaggi femminili del mito che rivivono nello spettacolo di Agnese Ricchi “Concerto con Leucò”, andato in scena lo scorso 7 agosto presso la Villa della Fondazione Zappia a Locri. Prodotto dal Centro Teatrale Meridionale, nell’ambito della rassegna del TCA, Teatri calabresi associati, curata dall’attore e regista Domenico Pantano, lo spettacolo vede in scena Cristina Golotta e la stessa Ricchi, poliedrica artista visiva, attrice e regista. Insieme danno corpo e voce alle protagoniste di alcuni dei testi più intensi di “Dialoghi con Leucò”, raccolta capolavoro di Cesare Pavese.
“Le streghe”, “Schiuma d’onda” e “La vigna” sono i dialoghi che affrontano i temi ancestrali del mito, con al centro potenti figure femminili. La maga Circe e il suo amore per Odisseo, la poetessa suicida Saffo, la giovane Ariadne abbandonata da Teseo. Accanto a loro le due ninfe Britomarti e Leucotea, dai loro dialoghi affiorano i tremori delle donne, mortali e immortali, di fronte all’amore, alla morte, al mistero dell’esistenza stessa. La fragilità umana e la grandezza del divino, l’amore bestiale, il triste dolore, la noia terribile prendono forma in queste figure sfuggenti, attraverso le quali si cerca di esplorare ciò che è incomprensibile all’uomo: alla sua lotta per restare, per resistere all’oblio, si contrappone l’immortalità di un eterno presente, lieve come la schiuma dell’onda, “sorridente” come Dioniso. Ma gli uomini non sanno veramente sorridere. Circe lo sa, il loro tentativo di essere immortali, e quindi divini, sta tutto nella capacità, o condanna, del ricordo, attraverso il quale fermano, trattengono, posseggono le cose.
Temi fortissimi, reinterpretati da Agnese Ricchi in uno spettacolo multimediale, dal ritmo intenso e ipnotico; la parola e la danza s’intrecciano a visioni e suoni digitali, in suggestioni psichedeliche in cui le due attrici sono a loro volta schermi delle immagini proiettate, con una resa scenica che è dilaniante, potente, bruciante.
La Ricchi torna a lavorare in teatro, che aveva lasciato per seguire i suoi interessi nella produzione audiovisiva, portando con sé la sua esperienza di attrice – ha lavorato con Ronconi, Camilleri, Perlini e Sepe – e di artista multimediale. Non a caso si apre alle contaminazioni, scegliendo di usare suoni, colori, gesti e danze, richiamandosi al teatro più sperimentale, come quello di Cobelli, le coreografie di Jan Fabre, le suggestioni del Living Theatre e il salto dei Motus.
Come nasce l’idea dello spettacolo e perché ha scelto questa resa scenica per temi mitici?
È un testo che mi sta particolarmente a cuore, straordinario dal punto di vista immaginifico, che consente di poter interpretare ampiamente l’idea creativa. Avevo già avuto modo di confrontarmi con l’opera di Pavese all’inizio della mia carriera, durante i miei studi all’Accademia di arte drammatica con il maestro Aldo Trionfo. La mia doppia formazione come artista visiva e come attrice mi ha consentito di esplorare nuove forme in cui porre il mito. Ho creato personalmente l’installazione multimediale e composto una musica elettronica. Ho lavorato molto sulle stratificazioni di immagini perché lo stesso testo è ampiamente stratificato e permette varie interpretazioni stilistiche. Ho scelto quella lirica-neofantastica che riesce a mescolarle insieme, in questo accompagnata dalla bravissima Cristina Golotta, con la quale abbiamo lavorato per dare una versione oserei dire “hard” alle protagoniste. Volevamo spingerci un po’ sul confine della sperimentazione. Questo spettacolo è la summa del mio percorso artistico.
Come è stato rappresentarlo in un luogo all’aperto, in una terra che è anch’essa una terra del mito, come Locri?
Ho realizzato per la prima volta questo spettacolo lo scorso anno, prima della pandemia, al Museo Macro di Roma, dedicato all’arte contemporanea, dove questo genere di sperimentazione si sposava bene. Ma sono molto soddisfatta della resa scenica alla Villa della Fondazione Zappia a Locri. Portare questo spettacolo qui, adattandolo a una nuova location bellissima e suggestiva, mi è piaciuto molto.
Come è stato l’incontro con il Centro teatrale meridionale?
È la prima volta che lavoriamo insieme e siamo molto contenti del risultato. Abbiamo proposto un tema classico in una chiave diversa e innovativa, e la nostra idea è stata accolta bene dal direttore artistico Domenico Pantano che ha scelto di produrre lo spettacolo e portarlo all’interno della sua rassegna nella Locride. In questo momento, con la pandemia in corso e le tante difficoltà per il mondo dello spettacolo, abbiamo bisogno di nuove sinergie e sono sicura che questa sarà molto proficua.
Una collaborazione che potrà proseguire con nuovi progetti in Calabria, quindi?
La Calabria mi affascina molto. Non la conoscevo bene prima di questa occasione, ma dopo lo spettacolo ho deciso di fermarmi e visitare un po’ la provincia di Reggio Calabria, i luoghi del mito, da Locri a Scilla e la Calabria grecanica che mi suscita una grande attenzione. Infatti, stiamo già pensando a un nuovo lavoro che esplori questi luoghi, sta prendendo forma proprio in questi giorni l’idea di un documentario sulla Calabria magica per la regia di Cristina Mantis, che vedrà la collaborazione di Ganesh produzioni e Centro Teatrale Meridionale. Quindi sì, la nostra sinergia continuerà certamente!
