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Aiuto, è sparito Gratteri da Disney! Poi arriva la realtà e rovina il dramma

 Da “La Novità Online” di Pasquale Motta

Il regista è il marito di Lilli Gruber. Il produttore è il manager di molti dei giornalisti che ospitano il procuratore. La docuserie è sostenuta con fondi pubblici calabresi. Tutto perfettamente legittimo. Ma qualche domanda è ancora consentita? Una domanda riguarda il sostegno della Calabria Film Commission a una produzione privata distribuita da Disney

Per giorni le sentinelle dell’antimafia giornalistica calabrese mobilitate per il “giallo” della docuserie. Alimentando il caso della docuserie scomparsa da Disney+. Poi emerge l’ipotesi del semplice problema tecnico. Ma la vicenda riaccende una domanda: perché attorno alla narrazione di Gratteri si ritrovano sempre gli stessi nomi, gli stessi salotti televisivi e gli stessi finanziamenti pubblici?

Per qualche giorno abbiamo pensato di esserci persi qualcosa. Titoli allarmati. Retroscena. Misteri. Domande inquietanti. La docuserie celebrativa dedicata a Nicola Gratteri era sparita da Disney+ e una parte del giornalismo calabrese sembrava vivere la vicenda come la scomparsa della Gioconda dal Louvre. Poi, però, il giallo si è sgonfiato.

Nessuna censura internazionale. Nessun complotto. Nessuna oscura congiura contro il procuratore più televisivo d’Italia. Solo una questione tecnica che, secondo quanto emerso successivamente, dovrebbe essere risolta entro poche settimane.

Insomma: molto rumore per nulla.

La vera notizia, però, non è la momentanea sparizione della docuserie. La vera notizia è osservare chi si mobilita ogni volta che viene toccata la narrazione ufficiale costruita attorno a Nicola Gratteri.

Perché scavando appena sotto la superficie emergono sempre gli stessi circuiti culturali, televisivi e produttivi.

Tra gli assistiti di Caschetto figurano alcuni dei più noti volti del giornalismo televisivo nazionale: Lilli Gruber, Giovanni Floris, Corrado Formigli, Massimo Gramellini, Roberto Saviano, Salvo Sottile, Veronica Gentili, Michele Cucuzza, Enrico Lucci e molti altri.

Gli stessi ambienti televisivi nei quali Nicola Gratteri è diventato negli anni un ospite quasi permanente.

Coincidenze, naturalmente.

Come coincidenza è il fatto che il regista della docuserie sia Jacques Charmelot, professionista di grande esperienza e marito di Lilli Gruber.

Tutti elementi pubblici e perfettamente leciti. Ma che raccontano l’esistenza di una rete culturale e mediatica molto precisa.

Poi c’è un altro tema. La docuserie non è stata finanziata da investitori privati convinti di rischiare capitali propri per raccontare la storia di un magistrato. Ha beneficiato anche di fondi pubblici attraverso la Calabria Film Commission.

Ed è qui che la discussione diventa politica. Perché una cosa è realizzare un prodotto editoriale privato.

Altra cosa è utilizzare risorse pubbliche per costruire una narrazione che presenta una sola versione della realtà.

Una Calabria raccontata esclusivamente attraverso il mito dell’eroe antimafia.

Una Calabria nella quale non trovano spazio le assoluzioni, i processi crollati, le ingiuste detenzioni, i risarcimenti milionari riconosciuti dallo Stato e le critiche rivolte nel corso degli anni a determinati modelli investigativi.

È giusto che i calabresi finanzino con denaro pubblico una narrazione che racconta soltanto una parte della storia? Oppure il vero servizio pubblico sarebbe raccontare tutto: successi, errori, assoluzioni, condanne, luci e ombre?

Perché l’antimafia non dovrebbe aver paura del contraddittorio. Chi teme il confronto, di solito, non difende la verità.

Difende una narrazione.

E qui nasce una domanda che nessuno dei professionisti dell’antimafia mediatica sembra avere voglia di porsi.

L’ex presidente della Regione Calabria Mario Oliverio è stato condannato dalla magistratura contabile per avere finanziato un’iniziativa culturale come il Festival dei Due Mondi di Spoleto con finalità di promozione turistica, la tesi sostenuta è stata semplice: quella spesa non avrebbe avuto un ritorno coerente con gli obiettivi istituzionali perseguiti.

Benissimo.

Allora qualcuno spieghi ai calabresi perché dovrebbe essere diverso nel caso di una docuserie distribuita da una multinazionale come Disney+, prodotta da una società privata e dedicata alla celebrazione di un singolo magistrato.

Qual è il ritorno economico per la Calabria? Qual è il ritorno turistico? Qual è il beneficio diretto per i cittadini che finanziano la Calabria Film Commission? E soprattutto: quanti soldi pubblici sono stati destinati a questa operazione?

Perché qui non stiamo parlando di un produttore privato che investe capitale proprio e si assume il rischio d’impresa.

Qui sappiamo che la docuserie è stata realizzata con il sostegno della Calabria Film Commission, che è un ente interamente riconducibile alla Regione Calabria e che opera con risorse pubbliche. La stessa Calabria Film Commission ha pubblicamente rivendicato il proprio sostegno all’opera.

La domanda, dunque, non è se la docuserie abbia il diritto di esistere. Ce l’ha.

La domanda è un’altra. Quanto è costata ai cittadini calabresi? Sarebbe sufficiente una risposta molto semplice. Nessuna polemica. Nessun complotto. Nessuna teoria del sospetto. Pubblicate il contributo. Pubblicate la cifra. Pubblicate il provvedimento. Pubblicate il rendiconto.

Dite ai cittadini quanti euro sono stati impegnati per raccontare al mondo la Calabria attraverso la storia di Nicola Gratteri.

Perché se quella narrazione fosse davvero così forte, così convincente e così indispensabile, non dovrebbe avere alcun problema a sopportare anche un po’ di trasparenza.

Alla fine il vero mistero non è la sparizione della docuserie da Disney. Quello pare sia già stato risolto.

Il vero mistero è un altro.

Sapere quanti soldi pubblici sono serviti per finanziare una produzione che racconta una Calabria divisa tra la ‘ndrangheta e il suo supereroe.

E soprattutto capire perché, quando si tratta di spendere soldi pubblici per alimentare questa narrazione, nessuno dei professionisti dell’antimafia sembra avere la curiosità di fare le domande che normalmente farebbe a chiunque altro.

L’eroe unico e la Calabria cancellata

La cosa più sorprendente, però, è che ancora una volta la Calabria venga raccontata esclusivamente attraverso il mito dell’eroe giudiziario.

Come se questa terra non avesse avuto sindacalisti, amministratori, insegnanti, giornalisti, sacerdoti, imprenditori, politici e semplici cittadini che hanno combattuto la criminalità pagando prezzi altissimi.

Come se l’unica storia degna di essere raccontata fosse quella di un magistrato trasformato in personaggio televisivo. Come se la Calabria fosse soltanto mafia da una parte e Gratteri dall’altraUna caricatura. Una semplificazione. Una narrazione comoda.

E soprattutto una narrazione finanziata anche con risorse pubbliche. Ed è qui che nasce la vera domanda politica. Per quale ragione i cittadini calabresi dovrebbero finanziare una rappresentazione parziale della propria terra?

Perché il pluralismo dovrebbe fermarsi proprio quando si parla di magistratura?

Perché chiunque osi ricordare assoluzioni, proscioglimenti e sentenze favorevoli agli imputati viene immediatamente trattato come un eretico?

La verità è che le sentenze esistono. Esistono le assoluzioni. Esistono gli errori. Esistono le inchieste ridimensionate. Esistono le vite travolte e poi riconosciute innocenti. Ignorare tutto questo non significa fare informazione.

Significa fare propaganda.

E la propaganda, anche quando si traveste da docuserie Disney, resta propaganda.

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