MIMMO MINUTO L’UOMO CHE NON VOLEVA DISTURBARE
Altri scrivano di lui con sapienza e dotta conoscenza, di come la Calabria abbia avuto...

Altri scrivano di lui con sapienza e dotta conoscenza, di come la Calabria abbia avuto...

di Felice Francesco Delfino.
C’è un luogo, nell’entroterra collinare reggino, dove il tempo non si è fermato ma ha imparato a farsi racconto. È la frazione di Ortì, custode silenziosa di una delle tradizioni più antiche e identitarie della Calabria: l’arte della seta. Qui sorge il Museo dell’Artigianato Tessile, della Seta, del Costume e della Moda Calabrese, noto come Museo della Seta, autentico scrigno di memoria e sapere, presidio culturale capace di restituire dignità storica a un lavoro che per secoli ha scandito la vita delle comunità locali.
In questo solco si inserisce la recente visita dell’Associazione ODV Nuova Solidarietà, guidata dal dott. Fortunato Scopelliti, da anni impegnata nella promozione di iniziative culturali e sociali finalizzate alla valorizzazione delle eccellenze del territorio. L’iniziativa rientra nel calendario di gite culturali e pellegrinaggi nei borghi calabresi, pensati per coniugare socialità, conoscenza e riscoperta delle radici, rafforzando il legame tra comunità e territorio.
Fondato nel 1997 grazie alla passione e alla tenacia della signora Rosa Furfari, dopo oltre vent’anni di ricerche sul territorio e numerose mostre itineranti, il museo rappresenta oggi una tappa imprescindibile per comprendere il ruolo centrale della bachicoltura e della lavorazione della seta in Calabria. Un’attività che, per secoli, ha inciso profondamente sul tessuto economico e sociale regionale, modellando paesaggi, ritmi di vita e relazioni comunitarie.
Il percorso museale accompagna il visitatore lungo l’intero ciclo produttivo della seta: dalla gelsicoltura, con la coltivazione del gelso, all’allevamento del baco da seta, fino alla filatura e alla tessitura del prezioso filo. Antichi telai, strumenti manuali e macchinari semi-industriali raccontano un sapere tecnico raffinato, mentre le fibre naturali — canapa, lino e ginestra — testimoniano una cultura del lavoro fondata sul rispetto delle risorse e dei ritmi naturali.
Particolarmente suggestivo è il racconto della bachicoltura: le uova, simili a piccoli puntini, davano vita a bachi delicatissimi, nutriti giorno e notte con foglie di gelso e allevati in ambienti rigorosamente controllati. Una temperatura costante di circa 24 gradi, l’attenzione alle malattie come la fibromialgia e la protezione dagli sbalzi climatici erano condizioni essenziali per garantire la qualità della seta, simbolo di pazienza, disciplina e sapere condiviso.
Accanto alla seta, trovano spazio anche le tecniche di lavorazione della ginestra, utilizzata per la realizzazione di mantelli e tessuti robusti, tradizionalmente lavorata in ambienti umidi come i battisteri, dove l’acqua favoriva l’ammorbidimento delle fibre. Strumenti come il mangano, le cannole, gli arcoli e le spole restituiscono l’immagine di una manualità antica, fatta di gesti lenti e precisi, tramandati di generazione in generazione.
Il Museo della Seta di Ortì non è soltanto uno spazio espositivo, ma un luogo vivo di trasmissione dei saperi, in cui la memoria materiale degli oggetti si intreccia con quella immateriale delle tecniche, delle arti e della cultura rurale. Oggi si configura come un vero ecomuseo della seta e della ruralità, strettamente legato all’azienda artigianale Il Filo di Seta, in un dialogo continuo tra passato e presente.
In un tempo che consuma in fretta luoghi e memorie, il Museo della Seta di Ortì rappresenta una forma di resistenza gentile: non nostalgia, ma consapevolezza; non semplice conservazione, ma restituzione di senso. Riscoprire l’antica arte della seta significa interrogarsi sul valore del lavoro, sulla dignità dei saperi manuali, sul rapporto profondo tra uomo, natura e comunità.
Ortì, con il suo museo, non chiede soltanto di essere visitata, ma compresa. Perché nelle trame della seta calabrese non vive solo un passato da ricordare, ma una lezione da custodire e trasmettere. E forse proprio da questi luoghi, marginali solo in apparenza, può nascere una nuova idea di sviluppo, fondata sulla memoria, sull’identità e su quella bellezza silenziosa che prende forma dal lavoro dell’uomo.
