Il Partigiano calabrese nella Resistenza: Sebastiano Giampaolo, nome di battaglia “Fiore”
La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...

La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...
“Non è compito mio insegnare la morale, il mio compito è parlare con figure vive, e non con riflessioni” – (Nikolaj V. Gogol’, 10 gennaio 1848, quattro anni prima di dare alle fiamme il manoscritto della seconda parte di Mërtvye duši, Мёртвые души, Anime morte).
“Apocalittici e integrati” è il titolo d’un celebre saggio pubblicato, nel 1964, da Umberto Eco, in cui il tema della cultura e dei mezzi di comunicazione di massa viene analizzato suddividendo gli intellettuali (quali Adorno e Zolla), che esprimono un atteggiamento critico e aristocratico, come degli “apocalittici” e come “integrati” invece coloro che della modernità hanno una visione dichiaratamente, e forse ingenuamente, ottimistica.
A distanza di oltre mezzo secolo, il corposo “La necessità degli apocalittici” (Marsilio, Venezia 2021) di Geminello Alvi sembra riprendere il discorso del famoso semiologo piemontese, a un livello differente, che esula dalla massmediologia per riproporre soltanto un unico schieramento di colti studiosi, ed esoteristi, da Steiner a Evola, senza neppure, tra le righe, trascurare le vicende contemporanee della letteratura, e quella italiana in particolare, di cui si formalizzano, in un certo senso, le esequie.
Dio è morto… e anche la letteratura non sta affatto bene!
Se per molti la letteratura italiana non gode ottima salute, per lo scrittore anconetano, – autore del celebrato saggio, da economista visionario, “Dell’Estremo Occidente” (1993), in cui, nel leggere la contemporaneità vi rintraccia i segni della fine del mondo, – se ne potrebbe pure decretare una morte presunta, pervasa com’è da quegli apocalittici “asintattici”, specialmente da quando il vero palcoscenico culturale, dalla carta stampata, s’è spostato nella desolazione televisiva o nell’intricato reticolo del web.
Quando il secondo angelo del testo attribuito (come il IV Vangelo canonico, un altro rimasto apocrifo e tre lettere) a un Giovanni di Patmos (in XIV, 8) proferisce la frase: «È caduta, è caduta Babilonia la grande, quella che ha abbeverato tutte le genti col vino del furore della sua fornicazione», la città mesopotamica (ma pure Roma, o la Gerusalemme terrestre), che rappresenta il mondo, già non è più per chi scrive; il futuro è già passato, anche se l’inevitabile confusione sintattica verrebbe determinata dall’indistinzione di tempo tipica della profezia, nel senso d’un presente già visto, ma di là da venire, oltre che attribuibile a trascrittori e revisori successivi. Cosa assegnare agli odierni opinionisti da salotto?
Allora, come oggi, il disordine delle idee apocalittiche, in assenza di ragione dogmatica, ammette più nozioni a un tempo, e pure esse contraddittorie. Così si potrebbe supporre un rinnovamento materiale, prima o dopo una distruzione dell’universo, precedente o postuma, ovvero una “nuova” Gerusalemme, celeste. Apocalisse XXI, 5: “ιδου καινα παντα ποιω” (Ecco, nuove tutte le cose faccio).
Se il mondo è già finito, ci si può persino limitare a immaginare una condizione giudicante nel tempo presente, che è una pausa del millennio, poiché la scienza dell’unità non aggiunge nulla all’Uno e nulla gli toglie, in un eterno 999.
“Il Millennio arriverà come Sabat del mondo, quando questo universo sarà durato sei migliaia di anni per analogia ai sei giorni della creazione”, scriveva Ernest-Bernard Allo, nel 1921, rinnovando l’avvertenza paolina: “ἕκαστος ἐν τῇ κλήσει ᾗ ἐκλήθη, ἐν ταύτῃ μενέτω.”(Ciascuno nella chiamata in cui fu chiamato, rimanga – I Cor. VII, 20).
Una teoria della ricapitolazione
Il già accaduto, non ancora operante, rientra in una teoria della “ricapitolazione” di eventi, emananti dalla propria medesima estinzione; come al momento del trapasso la memoria comprende d’improvviso tutti i fatti dell’esistenza trascorsa, vivendoli però in una sorta d’elegante simmetria d’un loro svolgersi nel post-mortem, in un’impressione rovesciata, a mo’ di contrappasso composto da tormentoso patimento passivo. L’inversione cronologica degli accadimenti s’accoppia all’avversione che li attira a quella “coppa” traboccante di difetto di calma.
Una provocazione?
L’editore, studioso di italianistica e critico letterario, Cesare De Michelis (1943 -2018) si ricordava dell’esistenza di grandi poeti ancora negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso; poi, come si sul dire, si sono allungate le ombre dei nani…
Per l’eccentrico polemista anticonformista marchigiano, invece il tramonto è addirittura già concluso, anche (a causa?) attraverso i nuovi media, internet in primis, per cui la fenomenologia del presente, difficilmente “integrabile”, è già definitivamente e completamente “apocalittica”.
La fiera dell’equalizzazione
Parlare di decesso d’una letteratura, come quella italiana, potrebbe suonare molto provocatorio, se i nostrani ricercatori della bellezza non facessero fin troppa fatica a districarsi nelle maglie d’un inquietante vuoto pronto a circondarli attivamente. A tutti, colti o incolti, la pseudo-democrazia della rete infonde “diritti” altrettanto fasulli, permettendo persino di circolare impunemente a vere patacche prive d’alcun valore che per giunta si auto-conferiscono titoli inconsistenti di parità (a chi, se non a sé stessi).
Questa “fiera dell’equalizzazione” sembra aver ubriacato gli intellettualmente, e psicologicamente, più deboli, in totale estasi di fronte a un’economia fintamente paritaria ed estremamente consunta dal consumismo, sino allo spasimo delle ubiquitarie “cineserie”. Eppure, la perdita dei valori non viene sufficientemente “sofferta” in maniera drammatica per come ci si aspetterebbe, quasi che il capovolgimento dell’onore sopraffatto dalla vigliaccheria fosse uno spettacolo come molti altri, al quale assistere, per giunta, senza mai troppa partecipazione, tanto più che la verità non si saprà mai quale sia (stata, sarà), visto pure che nessuno si prende più la briga di ricercarla seriamente in alcuno dei tre momenti temporali che compongono il ritmo dell’esistenza.
Prede di “meccanismi impersonali”
I nostalgici degli schieramenti pace guerra, buoni cattivi, sinistra destra, comunismo capitalismo, comunismo capitalista capitalismo progressista (e buonista fino a strappar lacrime, di coccodrillo), non sono neanche realmente disposti a combattere in difesa del loro fronte, se non a parole, inneggiando note orecchiabili, che l’abuso ha reso sterili, o sbandierando icone altrettanto fragili, le quali non riconducono a densità di contenuti archetipali. Nessuno s’è accorto nel frattempo che “l’oppio dei popoli” delle ideologie, mai come adesso è divenuto “meccanismo impersonale” destinato inevitabilmente a un’inesorabile autodistruzione, pronto a lasciare in campo inoperosi individui senz’anima e senza identità, e comunque asserviti alla più sfrenata soddisfazione di allocazioni di disutilità.
Se non è più conveniente lavorare occorrerà assoggettare alle macchine industriali lemuri abituati a drogarsi addentando millepiedi?
Comunismo, capitalismo e “oppio dei popoli” impediscono a chicchessia d’apportare validi contributi all’elevazione della società, tanto meno dei suoi componenti più bisognosi. Gli esempi e i nomi sono sotto gli occhi e sulle labbra di tutti, ma chi, in effetti, se ne rende minimamente conto?
All’abisso culturale s’offre un unico contraltare, quello d’una sproporzionata sopravvalutazione di idoli inconsistenti, pompati da una mitologia gonfiata all’inverosimile, che, come la neve, non è in grado di reggere ai primi raggi di sole. Innanzitutto, han preso il sopravvento i luoghi comuni e l’indegnità è assurta a modello da emulare. Dove, allora, rintracciare, quanto meno parziali risposte profetiche, se non nella poesia del classico della “rivelazione” (ἀποκάλυψις) che in qualche modo ha forgiato la cultura degli ultimi due millenni, tra “oppio dei popoli”, e comunismo, entrambi in critico declino, rispetto allo strisciante consumismo capitalistico?
“Né le mie intime paure, né l’anima profetica/ del vasto mondo che sogna di cose a venire,/ possono ancora limitare la durata del mio devoto amore,/ supposto soggetto a un destino limitato./ La mortale luna ha sopportato la sua eclissi,/ e i tristi àuguri deridono i loro stessi presagi;/ le incertezze ora si coronano di rassicurazioni,/ e la pace proclama ulivi di età sconfinata./ Ora, nello sgocciolare di questo tanto balsamico tempo,/ il mio amore sembra fresco, e la morte m’abbandona,/ perché, suo malgrado, vivrò in queste povere rime,/ mentre a ella il trionfo su tribù ottuse e mute./ E tu in questa poesia troverai il tuo monumento,/ quando cimieri di tiranni e tombe d’ottone saranno consunti.” [William Shakespeare: Sonnet 107 – Not mine own fears nor the prophetic soul].
L’inizio della fine ci accompagna da sempre, inesorabilmente
Anche se qualcuno è propenso a indicare ancora nella fine del presente anno la data del Giudizio universale, il Cristo (Χριστός, l’unto, il Messia e Re ebraico, Kyrios, κύριος, il Signore, hyios tou anthrōpou, υἱὸς τοῦ ἀνθρώπου, il figlio dell’uomo, hyios tou theou, υἱὸς τοῦ θεοῦ, il figlio di dio, la figura storica di Joshua ben Joseph, il servo sofferente di Jahvè e doppio di Giobbe, l’ultimo Adam Kadmon progenitore d’una stirpe ancora umana ma co-angelica, o già gerarchia cherubica fuori dal catalogo dello Pseudo Dionigi?) non si preoccupò di precisarla con altrettanta puntualità, poiché forse quel grande giorno resta noto soltanto al Padre (quello veterotestamentario?), mentre i sette angeli ne fungono solo da esecutori testamentari. Più che inattendibile il termine permane inatteso, in quanto arriva assolutamente furtivo con segni inesplicabili e visioni altrettanto incomprensibili.
Ma è poi vero che l’intellegibilità d’un testo riconosciuto canonico provenga da una confusa allucinazione profetica, alla Nostradamus per intenderci, circa un’imminenza della fine dei tempi da ripetutamente procrastinare per una comunità allora ancora ridotta; per cui al giorno d’oggi quella medesima intellegibilità sembra si sia andata man mano sbiadendo proprio in seguito ai continui rimandi di scadenze determinate dalla non tempestività del messaggio sulle lancette d’una storia che sarebbe dovuta essere quanto meno divinamente inappellabile, e proprio perché sancita dal Canone?
Il rischio d’immeschinimento della lettura
Qualcosa non torna in questo approssimativo conteggio di datazioni; in qualcosa si sono sbagliati i profeti d’allora, in qualcosa si sbagliano gli interpreti di oggi riguardo a una contabilità fuori dalla comune ragioneria amministrativa. Manca sia il coinvolgimento fideistico del credente, sia quello della libera immaginazione dell’intellettuale. Oppure, quella del Canone è una forzata e inopportuna intromissione, visto che trattasi d’un testo che sembra, quasi, sia stato man mano rimosso dalla dottrina spicciola della quotidianità. Omelie e catechesi che richiamino l’apertura dei sette sigilli evitano i pulpiti affollati, e divenuti scranni di governo; delle sue citazioni si sono impossessati estatici e paranoici testimoni di settarismo; gli studiosi di storia delle religioni e di religioni comparate ne valutano il tenore mitologico; gli storici tout court a ritroso vi rileggono il riverbero emotivo di avvenimenti che si sarebbero potuti verificare duemila anni addietro. Si finisce allora per relegare il testo in questione proprio in quell’ambito ossimorico, da rispettare perché sacrale senza però ritenerlo per questo stesso motivo degno d’un’attuale fermezza.
“La teologia dei commenti ecclesiali all’Apocalisse implica ormai filologia senza sovrannaturale. – sintetizza la diagnostica esegetica di Alvi – Le visioni turbinanti sovrumane diventano labirinti d’ovvietà, equazioni erudite senza soluzione logica, confusione che si rimedia immeschinendone la lettura”.
Apocalisse 19,7: “Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria, perché son giunte le nozze dell’Agnello; la sua sposa è pronta” (χαίρωμεν καὶ ἀγαλλιώμεθα καὶ δῶμεν τὴν δόξαν αὐτῷ, ὅτι ἦλθεν ὁ γάμος τοῦ ἀρνίου καὶ ἡ γυνὴ αὐτοῦ ἡτοίμασεν ἑαυτήν).
“Nozze chimiche” implica il regno dei cieli, affinché la perpetuità dell’antitesi possa realizzarsi nel contrasto dei confini (spaziali) della sfera zodiacale di Vergine col centro principio (temporale) del sacrificio dell’Agnello (Ariete).
Per l’aritmosofia in odore di martinismo (quello di De Saint Martin o di Martinès de Pasqually?): Dodici è Ariete, Sette Vergine, totale aritmetico: 19, somma teosofica: 9 + 1 = 10 = 1. (19 x 17) 323 + 343 (7 x 7 x 7) = 666. Reiterato nel ternario, il 7 resta nell’Uno, e va sommato al palindromo 323, la somma dei cui divisori fornisce 36 = (19 + 17), oppure tre volte dodici.
Allorché, nell’anno 1950, Pio XII stabilì il dogma dell’Assunzione della Deipara Virgo, C. G. Jung vi riconobbe la conferma di una nuova era “unitiva”, poiché includente il femminino (4) in una divinità maschile, di per sé soltanto trinitaria: 3 x 4 = 12.
L’inseguimento dell’inattualità
L’esito raggiunto è stato quello di circoscrivere a una cifra ben definita e significativa, dal punto di vista numerologico (42 = 6 X 7), la circum-ambulazione “venerante” dei 404 versetti dei 22 capitoli più visitati, ma meno compresi della “letteratura giovannea” (intesa come Scuola o come Setta?), non perché direttamente attribuibile allo stesso apostolo, o al medesimo evangelista, o a un qualsiasi Giovanni ( Ἰωάννης, traslazione greca dell’ipocoristico di Yehōchānān, יהוחנן, “YHWH è misericordioso“), bensì a quei circoli (pure di nazorei, mandei…?) che si rifacevano al suo insegnamento (quello profetico del Precursore, ο Πρόδρομος?), in difformità dalle predicazioni, o farneticazioni di altri.
Alvi si compiace nel visitare le catacombe gnostico-sapienziali accoglienti eretici entusiasti e maniacali dell’acribia, intorbidendo per di più di aforismi e poetiche elusive un rigagnolo che scorre, quasi inseguendo con informale spensieratezza, l’inattualità dei giudizi di un Guido Ceronetti, traduttore del Qohelet/Ecclesiaste, o del Maurice Blanchot di “Le Livre à venir” (1959).
Guida galattica per gli autostoppisti
Anche il numero 42 si potrebbe prospettare come una scanzonata citazione da Douglas N. Adams (The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy, 1979), in quanto risposta fornita, “con infinita calma e solennità”, dopo sette milioni e mezzo di anni di elaborazione, dal computer Pensiero Profondo (Deep Thought) ai discendenti degli scienziati alieni super evoluti che gli avevano posto la “domanda fondamentale sulla Vita, l’Universo e Tutto Quanto”, di cui ormai nessuno poteva ricordare più nulla.
Filologia del sottotesto
Rimane comunque fondamentale la filologia, poiché questo testo enigmatico per antonomasia della tradizione occidentale, proviene dalla mente d’un “anonimo”, forse, non apostolo, non evangelista, e probabilmente nessuno dei Giovanni (neppure Παρϑένος parthènos, vergine; πρεσβύτερoς, presbýteros, il più anziano; epistèthios, da ἐπὶ τὸ στῆθος, sopra il petto (del Maestro, all’ultima cena); Βοανηργες, boanerghes, figlio del tuono), il quale pur scrivendo in alfabeto ellenistico, pensava concretamente in aramaico, costretto a citare dall’ebraico passi che forse neanche aveva ben metabolizzato, e tradotto anche peggio, approssimativamente per lo più; – nel caso di Βοανηργες, per esempio, si tratta d’un soprannome aramaico, la cui prima sezione (βοανη, boanè) corrisponderebbe al plurale aramaico-ebraico b enè (בני), «figli di» (al singolare bar), mentre la seconda parte, data la somiglianza tra la mem finale ם (quadrata) e la samech ס (tondeggiante), oltre al termine teofanico r’m («tuono»), potrebbe riferirsi al temperamento dei fratelli o alla loro appartenenza al nazionalismo zelota, ργες da r’s, in quanto ragàz (רגז), «turbamento», oppure ragàsh (רגש), «tumulto».
Le visioni che descrive lasciano dunque spazio a un sottotesto contaminato fin dall’inizio e ancor più complicato nel prosieguo, e per giunta che necessita di venire ben contestualizzato storicamente e in base a una geopolitica a quell’autore (o autori?) contemporanea. Non pertanto un discorso razionale, ma la trasmissione d’un’involuta teoria di icone partecipanti alla liturgia cosmica di una “ricapitolazione”, e non necessariamente solo ebraico-cristiana.
Charles, Bousset, Lohmeyer, Florenskij, von Balthasar, von Speyr, Tarkovskij, Bulgakov, Dostoevskij, Alfassa, Scelsi, Schweitzer, Teilhard de Chardin … son solo alcuni dei Quarantadue «apocalittici» che hanno rischiato la marginalizzazione o sopportato gli strali della censura, rifiutando conformismo culturale e omologazione sociale.
Obliquità prospettica
Da commentario d’un’esperienza di lettura a quasi riscrittura il passo è breve, ma la formulazione scelta rimescola inestricabilmente l’intreccio composto da più parti e più livelli, a volte senza un atteso giovamento reciproco, lasciando ampi margini di squilibrata obliquità.
Difficile quindi resistere alla tentazione di ricondurre l’arcano a una sistematica d’impianto, quanto più unitaria possibile, e consona all’attuale nostro raziocinio. Proprio perché lacune e contraddizioni presumibilmente contribuiscono a caratterizzare un’incoerenza che non poteva già essere raddrizzata a suo tempo, tanto meno a posteriori può subire imposizioni o forzature sicuramente inadeguate e inopportune. Occorre partire dal presupposto di dover accettare tutto quello che ci viene offerto così come viene, e persino di provare a valorizzare giusto quanto sembra più sfuggente alla comune comprensione.
La dimensione tragica che trasmette supera di gran lunga ogni speranza d’un’eventuale pacificazione. Sia, in quanto, da un punto di vista storico-critico, contiene una perturbante carica eversiva; sia, perché da quello filologico, il continuo sovvertimento operato su ciò che è familiare si ripercuote sulla strenua ridefinizione sintattica delle nozioni di tempo e di spazio, come ad accondiscendere a un relativismo più che einsteiniano; per tacere poi del rifiuto dei quadri concettuali tradizionali che, attraverso l’elusione delle forme consuete della percezione, cedono il campo a esperienze sinestesiche in grado di ridimensionare la percezione stessa del macrocosmo.
Non si tratta, allora, d’una vera “rivelazione”, né di una che giudicheremmo di facile lettura, anzi appare piuttosto resistente a qualsiasi docile approccio, pure fin troppo delicato; conviene quasi ripensarla persino come viatico alle peregrinazioni dello spirito, sopportando lo smarrimento prodotto dalle sue sedicenti consolazioni, alternate a severe ammonizioni che immancabilmente deludono le attese, e acuiscono la consapevolezza d’una precarietà di cui s’era già abbastanza convinti.
Allo E.-B. Saint Jean. L’Apocalypse, J. Gabalda, Paris 1921
Alvi G. La necessità degli apocalittici, Marsilio, Venezia 2021
