Menomale che Giuseppe c’è
È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...

È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...

Da La Novità Online
Armando Veneto, il dolore e la dignità: il giorno in cui un padre dell’avvocatura ha parlato di sé per parlare di tutti noi
C’è stato un momento, al termine della prima giornata della due giorni delle camere penali di Palmi, dedicate ai 90 anni di Armando Veneto, in cui il tempo si è fermato.
Un momento che nessuno, tra i penalisti accorsi per rendere omaggio al loro “maestro”, avrebbe potuto prevedere.
Un metro — dice lui — un semplice metro da percorrere per raggiungere il leggio.
Ma per Armando Veneto quel metro era una montagna.
«Soffro di anemia», confessa. «Non so come me la sono procurata. Ma l’anemia è il marchio di ciò che ho subito».
E subito dopo, come chi decide di aprire una porta che teneva chiusa da anni, il principe del foro, quello che per una vita ha difeso gli altri, comincia finalmente a difendere sé stesso.
Il sospetto, la ferita, la solitudine
Veneto racconta di quel giorno in cui si ritrovò da uomo libero a imputato, senza aver compreso — ancora oggi — quale fosse il gesto, la condotta, il comportamento che avrebbe giustificato una contestazione così grave.
Non lo sapeva allora, e non lo sa oggi.
Per mesi cercò “la risposta”, come la chiama lui, con la precisione del giurista e la disperazione dell’innocente.
Non la trovò.
E più non la trovava, più cresceva il timore. Cresceva il sospetto che la sua mente si ribellava ad accettare.
Poi, lentamente, con la lentezza devastante di una consapevolezza che lacera, Veneto comprende: “Io non ero un indiziato. Ero un bersaglio.”
E qui si apre la parte più dura del suo racconto: la parte che non ha nomi — ma ne ha uno, per chi conosce la storia — e che lui non pronuncia per pudore, per eleganza, forse per non sporcare quel momento con la miseria di chi lo ha colpito.
Ma la Procura è quella di Catanzaro.
La firma è quella di Nicola Gratteri.
Le intercettazioni, 14 anni di vita spiata
Quando gli agenti bussano alla sua porta, Veneto non sa nulla.
I giornali hanno già scritto.
La macchina è già partita.
Come sempre.
Ma in quell’istante emerge un dato che fa gelare la sala: per 14 anni — quattordici — i telefoni suoi, dei suoi collaboratori, dei suoi segretari, dei giovani in studio sono stati controllati.
Veneto lo dice senza enfasi, quasi come una constatazione di fatto.
Quattordici anni.
Quattordici anni di Stato dentro la sua vita, senza che lui lo sapesse.
Quattordici anni di un’indagine che cercava non il reato, ma il simbolo.
Non un colpevole, ma un trofeo.
E quando si è un avvocato, quando si è Armando Veneto, quando si rappresenta una categoria spesso raccontata come “scomoda”, “invadente”, “fastidiosa”, quell’accanimento assume una forma precisa: l’intimidazione esemplare.
È qui che il metodo Gratteri torna, come un fantasma che l’Italia non riesce mai a esorcizzare:
colpire per educare, colpire per ammonire, colpire per dimostrare forza.
E colpire un avvocato del livello di Veneto, un maestro, significa colpire l’avvocatura.
La malattia: il prezzo umano dell’accusa
Ed è qui che l’intervento diventa devastante.
Non c’è più il maestro del diritto.
C’è l’uomo.
La voce trema.
Le parole arrivano come fendenti.
Lui, che per decenni viveva di parola, di memoria, di eloquenza naturale — “aprivo la bocca e le parole uscivano” — oggi dice:
«Apro la bocca, ma non mi escono le parole.»
È un colpo al cuore.
«È stata la mia forza, la mia vita.
E adesso… adesso a volte non vengono.»
Lo dice con una compostezza che ferisce più del dolore stesso.
Lui, il più grande avvocato calabrese degli ultimi cinquant’anni, confessa ciò che non aveva mai confessato:
che la persecuzione giudiziaria gli ha lasciato addosso un danno fisico, una ferita permanente, una malattia che non nomina ma mostra.
L’anemia, certo.
Ma anche il silenzio.
Il vuoto.
Il senso di smarrimento davanti al mistero di un’accusa infondata, durata anni, costruita non per cercare giustizia ma per costruire un caso.
Il perdono mancato, la delusione, la fede nella buona fede
Per tutta la vita Veneto ha creduto nella buona fede degli uomini.
Lo ripete più volte.
Lui, avvocato, credeva nelle istituzioni, nella giustizia, nelle procure, nelle toghe.
«Ho creduto fino all’ultimo che ci fosse buona fede.»
E invece no.
Ha dovuto vedere il volto duro, spietato, ideologico del potere giudiziario quando si trasforma in esercizio di forza.
La delusione è totale.
È la disillusione di un uomo che ha dedicato la vita alla legge e che dalla legge è stato ferito.
Il grazie ai figli, ai giovani, alla scuola a lui dedicata
Non c’è vittimismo.
C’è solo una gratitudine infinita verso la figlia Clara — “sia benedetta” —
e verso tutti quei 180 giovani che sono passati dal suo studio e che lui non ha mai lasciato soli.
E qui dice una frase che vale una vita:
«Io non faccio l’avvocato.
Io servo come avvocato.»
È la sua filosofia. È la sua eredità morale. È la ragione per cui, nonostante tutto, è ancora qui.
La condanna: “Io sono stato un bersaglio”
E poi arriva la parte politica, quella che resterà. La più dura, la più netta, la più coraggiosa.
«Ho capito che non ero il soggetto sul quale si lavorava per cercare un indizio di reato. Io ero un bersaglio.» Non c’è più spazio per i giri di parole. È un atto d’accusa.
Un atto d’accusa contro un metodo, contro una cultura, contro una stagione in cui la magistratura ha scambiato il processo per una battaglia morale, la toga per un’arma, l’indagato per un nemico.
Veneto non fa nomi. Non serve. La sala sa. La Calabria sa. L’Italia sa.
Un abbraccio finale: “Mi avete regalato una giornata meravigliosa”
Il suo intervento si chiude con un abbraccio ideale ai colleghi, ai fratelli, agli amici di una vita. Dice che non ha più interesse a sapere “che cosa ha fatto”.
Perché ha capito che non aveva fatto nulla.Dice che vuole ancora essere utile. Che vuole continuare a parlare ai giovani. Che quella scuola che porta il suo nome non è un monumento, ma una promessa. E poi, con un filo di voce, quasi fosse una confessione privata condivisa con centinaia di presenti: «Sto cercando me stesso.
E oggi, grazie a voi, un pezzetto l’ho ritrovato.»
Il giorno della verità
Questo intervento non è stato solo un racconto personale. È stata un’accusa pubblica, una denuncia civile, un atto di dolore e insieme di amore verso l’avvocatura.
Armando Veneto ha detto ciò che per anni molti hanno temuto di dire: che in Calabria, sotto il metodo Gratteri, essere un avvocato era diventato un rischio. Che si poteva essere trasformati in bersagli per ragioni simboliche, mediatiche, ideologiche. Che la giustizia, quando perde misura, può distruggere un uomo innocente senza mai assumersene la responsabilità. Ma ha detto anche un’altra cosa, forse la più importante: che la dignità resiste. Che la comunità dei penalisti resiste. Che la libertà resiste. E che lui, a 90 anni, dopo una vita di battaglie, ha ancora la forza di insegnare. Con la sua voce che trema. Con le parole che a volte non escono. Con la sua anemia. Con la sua fragilità. Ma anche con la forza morale di chi ha guardato nell’abisso e ne è uscito in piedi.
Perché Armando Veneto, ieri, non ha parlato di sé. Ha parlato di tutti noi.
