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Calùra, il romanzo d’esordio di Saverio Gangemi, edito da Rubbettino si è classificato tra i tre finalisti del Premio Letterario internazionale Merano-Europa

In lizza per l’ambizioso riconoscimento, L’estate di Totò Schillaci di Pippo Russo (DeriveApprodi) e Stella randagia di Piera Ventre (NN).

Il premio prevede inoltre una ulteriore sezione con altrettanti romanzi finalisti pubblicati in tedesco e una per la poesia tradotta.

Le opere della sezione italiana sono state selezionate da una giuria composta da:

Alessandro Gazzoli – dottore di ricerca in letteratura italiana – esperto di narrativa del Novecento

Giuliano Geri – editor e traduttore – coordinatore della giuria

Mariagrazia Mazzitelli – direttrice editoriale Salani

Anna Vallerugo – giornalista e critica letteraria

I vincitori delle sezioni di Narrativa verranno proclamati sabato 6 giugno 2026 alle ore 11, al Pavillon des Fleurs di Merano, in occasione della cerimonia conclusiva del Premio. In quella sede, alla presenza di tutti i finalisti, La Giuria dei Lettori, composta da 50 partecipanti per ciascuna sezione, segnalati dalle Biblioteche del Trentino Alto Adige, esprimerà il proprio voto mediante scheda apposta in un’urna cui seguirà lo scrutinio pubblico. L’evento sarà condotto da Valentina Berengo, giornalista culturale, e Elisabeth Katzensteiner dell’Agenzia Wolkenlos di Vienna.

Il romanzo di Saverio Gangemi è stato già finalista alla XXXVII edizione del Premio Italo Calvino e premiato con la Menzione speciale della Giuria, che lo ha definito:

“una versione originale di climate-fiction dai tratti allegorici, alla cui aura fascinosa dà sostanza un’invenzione linguistica che fonde con perizia registro colto, elementi dialettali e parole dismesse”.

Il libro inoltre è stato presentato dal critico letterario Massimo Onofri alla LXXX edizione del Premio Strega con questa motivazione:

“Il fuoco “arrivò dal cielo” all’improvviso e ‘penetrò cocente le pareti incannizzate’. Ci troviamo in un piccolo paese di indeterminata toponomastica, ma la latitudine è quella d’un Sud metafisico: la natura riarsa e agonizzante, l’afa soffocante sono la certificazione d’un dramma etico prima ancora che naturale. Lanczo, Duardo, Rachela, Nina, Doriano e tanti altri sono i naufraghi d’un diluvio cui resistere (e forse un’isola c’è), poco importa che si tratti di fiamme. Calùra è il primo romanzo del giovane calabrese Saverio Gangemi, residente a Melicucco in provincia di Reggio Calabria nato a Redentora in Brasile. Questo per dire che al radicamento antropologico in una piccola patria si coniuga il sentimento d’un presente globalizzato su cui incombe il senso d’una apocalisse non solo ambientale. Mentre la geografia – e la meteorologia – si fanno geroglifici del destino e metafora d’una terra desolata: tra incubo distopico e realismo magico. Un obiettivo cui risponde l’impegno d’una scrittura limpida e lirica”.

Calùra è un romanzo che racconta un paesaggio estremo, ma che nel farlo compone metaforicamente il ritratto del nostro presente: un mondo sempre più caldo, in cui i confini tra ciò che è vivo e ciò che è esaurito diventano confusi, anche sul piano sociale e interiore. In questo senso, il clima descritto da Gangemi non è soltanto una condizione fisica, ma una lente che svela un’umanità che resiste e che si consuma, sospesa tra ciò che è finito e ciò che potrebbe ancora cominciare.

In un paese senza nome, la vita sembra spegnersi lentamente. Una calura repentina e innaturale si abbatte sulla terra e devasta ogni equilibrio: le piante si accartocciano, gli animali scompaiono, l’aria si ferma. Gli abitanti cercano riparo all’ombra di un albero che resiste, unico segno di vita in un mondo che si sta prosciugando. Si apre così un tempo di attesa, fatto di giornate tutte uguali, di piccoli gesti ripetuti e di un silenzio che pesa anche sulle parole.

La lingua di Gangemi restituisce in pieno questa tensione: è solida, scandita, insieme vicina al respiro orale e capace di altezze liriche improvvise. Il registro si muove tra italiano letterario, parole smarrite e frammenti dialettali che radicano il testo in una terra arcaica, senza però limitarlo: la voce narrante è ferma, precisa, a tratti spigolosa, eppure capace di aprire fenditure di luce nel paesaggio secco che domina il romanzo. Il ritmo segue il passo della calura: lento, esasperato, come l’attesa che logora i personaggi scena dopo scena.

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