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 “Che differenza c’è tra un artigiano e un ortigiano? La vocale”

Racconto di Aurora Cotroneo

A Ortigia, quando il sole inizia a tramontare ed i turisti iniziano a fotografare pure i tombini convinti siano reperti della Magna Grecia, c’era una volta uomo che si chiamava Gaetano Caruso, detto Tano “u marteddu”, perché aveva sempre un martello in mano anche quando mangiava.

Tano era un artigiano vero. Lavorava il legno d’ulivo, costruiva sedie, cassepanche, insegne e una volta aveva pure realizzato un armadio così bello che un tedesco gli aveva chiesto se si trattasse di arte contemporanea. Tano gli aveva risposto:

«No, io ci metto i vestiti.»

La sua bottega stava in un vicolo stretto di Ortigia, dove il mare si sentiva giorno e notte e dove le signore parlavano dai balconi stendendo i panni, come nei film di Coppola.

Un giorno arrivò in piazza un influencer milanese con cappello di paglia nuovo di zecca, camicia a righe bianche e blu, rigorosamente aperta per il caldo, che mostrava i pochi peli sparsi sul petto, una videocamera grande quanto un tostapane. Girava intervistando la gente del posto per il suo canale:

“Grand Tour per l’Italia”.

Vide l’insegna:

“Gaetano Caruso: Artigiano”.

Ma il sole gli batteva sul telefono, strizzò gli occhi e lesse:

“Ortigiano”.

Entrò subito entusiasta.

«Fantastico! Finalmente un ortigiano autentico!»

Tano alzò lentamente la testa.

«Un… che?»

«Un ortigiano! Uno che rappresenta il vero spirito di Ortigia!»

Tano si pulì le mani sul grembiule.

«Veramente faccio tavoli. Se le interessa però posso pure costruirle delle sedie o un armadio su misura, se me lo commissiona con anticipo.»

L’influencer però non ascoltava più. Già era “in live”.

«Ragazzi, qui vediamo un rarissimo ortigiano tradizionale nel suo habitat naturale.»

Da quel momento il caos.

Nel giro di due giorni davanti alla bottega arrivarono turisti da mezzo mondo.

«Excuse me, are you the Ortigiano?»

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