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Giovani in biblioteca
Mediterranea

Che i venti ti siano propizi, Global Sumud Flottilia!

Negli avvenimenti umani, c’è un capovolgimento di prospettiva che avviene proprio nel punto di non ritorno. Quando si sta precipitando nell’abisso. Quando la tenebra sbarra la strada alla luce e si è impotenti di fronte alla follia e alla crudeltà di chi si gioca a dadi la Terra. Allora, quando tutto sembra perduto, una fessura incrina la diga. La speranza si alza e inizia la sua danza. Come una libellula sulle punte. Come vela issata su un’esile imbarcazione, come barchetta di carta fatta da sognatori bambini. Garrisce al vento la bandiera di pace, movimento di popolo, tesa contro ogni avversità, una Flotta invincibile e pacifica. Prima non c’era. Poi è apparsa all’ improvviso.
La fragilità è oggetto di scherno. Oggi si erge a vessillo di un’umanità impotente e perduta. Ricorda che la speranza non è quella che crediamo di avvistare quando le cose vanno bene, ma ciò che viviamo al tempo della prova, quando tutto è perduto. È allora che lo sguardo cambia prospettiva. È allora che cambia la rotta. Che s’alza il vento. C’è una frase rimasta incisa a futura memoria, che sembrava sbiadita e illeggibile sulle pagine della Storia. È tratta dalla Notte, libro ed esperienza vissuta da Elie Wiesel, ebreo rumeno, nel campo di sterminio di Auschwitz, Nobel per la pace, morto a New York nel 2016. Mentre il piccolo Pivel non riusciva a morire, appeso alla forca nazista: «Dietro di me sentii domandare, narra lo scrittore:- Dov’è dunque Dio?E io sentivo in me una voce che gli rispondeva:- Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca…»
Non sappiamo cosa direbbe oggi Elie Wiesel, ripeterebbe la parola di David Grossman? Dopo averla per anni rifiutata, nonostante la perdita del figlio, anzi proprio da quella ferita aperta, Grossman ha potuto dire: “A Gaza, il governo di Netanyahu sta compiendo un genocidio”. Dio è lì nel genocidio della gente che mangia la sabbia, nei bambini che muoiono di fame, nei morti e nei feriti. Dio è lì. Per i credenti e per gli atei. Per chi crede nella sacralità dell’ essere umano. L’unica possibilità che abbiano per restare umani, è di non voltarci dall’altra parte, come stanno facendo i governi europei. Quello che accade a Gaza è genocidio e pulizia etnica. L’Occidente di cui facciamo parte, non è innocente, è miope e codardo. Ha le mani sporche di sangue. Non ha mai fatto i conti con la Memoria. Ogni volta che c’è sangue innocente versato, se non si avvia una purificazione della memoria, si è costretti a fare i conti con la propria hybris. Il senso di colpa  genera visioni distopiche e polarizzate. I buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Un popolo non è il governo che non lo rappresenta più. I Calabresi non sono la ndrangheta. Gli americani non sono tutti trumpiani. Le linee di demarcazione non sono mai così nette e precise, ma sono attraversate da migliaia di sfumature, a livello geopolitico e antropologico. Esattamente come il cuore umano. È tempo, canta Vecchioni, che i figli dicano : “padre, qui c’era un popolo piantato nella terra, ma la terra non può darla Dio, ma la fame e l’amore  di averla. Non senti che è più forte la vita della morte. Addio, padre, shalom, io vado via. Era mio nonno, il vero padre mio”.
Restando in tema di narrazioni potenti ed evocatrici, quando tutto è perduto, un piccolo insignificante pastore, fulvo di capelli e dai tratti poco virili, rifiutando l’ armatura del re, impugna la sua fionda e affronta il Gigante, lo colpisce in fronte e poi lo decapita. Così da un porto di una città mediterranea, viene fuori un piccolo insignificante segno di resistenza e pace. Solcherà il mare fino a Gaza. Non sappiamo cosa accadrà. Di certo identificarci e sostenere l’impresa ci salva, ci permette di guardare negli occhi i nostri figli.
Un monito potente di un camallo che facciamo nostro, accompagna il popolo del mare e della resistenza pacifica: “Devono tornare indietro senza un graffio, i nostri ragazzi e le nostre ragazze.” Che i venti ti siamo propizi, Global Sumud Flottilia! 

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