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CICCILLA, LA LUPA DELLA SILA

A vent’anni, Maria Oliverio, familiarmente Ciccilla, si macchiò d’un atroce ed efferato crimine, colpendo una cinquantina di volte, con la scure, la sorella maggiore Teresa di fronte ai tre nipotini, per poi unirsi, come la lupa Bacca, alla banda del marito, Pietro Monaco, detto “Brutta Cera”, allo scopo di perpetrare innumerevoli grassazioni, stragi di bestiame, incendi e rapimenti, a cui, però, durante il processo del febbraio 1864, confessò d’essere stata costretta.

A tali sequestri venne subito riconosciuta, tuttavia, una marcata impronta simbolica, anche se ambiguamente contraddittoria, dal punto di vista politico (pro o contro la presenza piemontese o le rivendicazioni filo-borboniche?); per la qual cosa ne sarebbe derivata, in una sorta di “romantisme de la désillusion”, la frustrazione di Alexandre Dumas, che seguiva quelle equivoche gesta sulle pagine del giornale L’Indipendente; un disinganno riversato, secondo alcuni biografi, e trasposto poi nel romanzo storico “Robin Hood le proscrit” [pubblicato postumo, nel 1873,  a suo nome mentre invece sarebbe la traduzione del “Robin Hood and Little John; or, the Merrie Men of Sherwood Forest” (1838) di Pierce Egan, il giornalista britannico ideatore delle figure di Tom e Jerry].

Di Pietro Monaco si disse che fosse coinvolto nell’attentato a Ferdinando II da parte del simpatizzante mazziniano Agesilao Milano (1856), come pure che avesse partecipato alla cattura e all’uccisione dei patrioti protagonisti della Spedizione di Sapri, Carlo Pisacane e Giovan Battista Falcone (1857). Di certo seguì il tradimento del generale borbonico palermitano Giuseppe Ghio nell’aggregarsi anch’egli a Garibaldi in occasione della battaglia del Volturno.

In “La mala unità. Scene di brigantaggio nel Sud” (1985), Salvatore Scarpino scrisse che: “pieno di rancori”, subito dopo, “s’era impelagato nella lotta politica locale, fatta di contrasti tra clan disposti ad indossare tutte le casacche pur di arraffare potere nei paesi. Scivolato in una brutta storia di vendette e di offese, Pietro uccise un possidente di Serra Pedace e dovette darsi alla macchia…”. Dapprima s’unì a Pietro Domenico Strafaci, detto Palma, noto ribelle alle prepotenze dei signorotti, considerato da Vincenzo Padula, che ne scrisse su “Il Bruzio” (tra il 1864 e il 1865), un brigante gentiluomo, eroe-contadino che rubava ai ricchi per donare ai poveri, tanto amato dal popolino, il quale arrivò persino a far celebrare delle messe per invocare su di lui la protezione divina.

Una volta creata una propria banda con suoi compaesani, Brutta Cera si sarebbe rivoltato contro i filoborbonici di Leonardo Bonaro e Pietro Santo Piluso, detto Tabacchera, ma molto probabilmente perché ricattato dalla spietatezza del colonnello Pietro Fumel, che, a Fagnano Castello, ebbe la tracotanza d’ordinare la fucilazione d’un centinaio di contadini inermi. Il Fumel tratteneva infatti in prigione le sorelle Oliverio. Eppure, dopo la morte dell’amante Teresa, tornata a vivere in famiglia, e trucidata da Maria, che s’era forse sentita defraudata del tetto, e soprattutto del letto, e quindi aveva commesso quel truculento omicidio passionale accecata da rabbia e gelosia, Pietro Monaco, non sembrando avere alcun preciso referente politico, colpì per lo più degli esponenti filopiemontesi.

Venne ucciso, a tradimento, nel 1863, in territorio di Pedace, nella valle d’un subaffluente del Crati, in un capanno adibito a essiccatoio per le castagne, dove s’era appena intrattenuto con la moglie, ad opera di suoi stessi gregari, considerati tra i più fidati, Salvatore De Marco, detto Marchetta, Salvatore Celestino, alias Jurillu e Vincenzo Marrazzo, soprannominato Diavolo, il quale, tra l’altro, pochi giorni prima, aveva tentato d’avvelenare tutta quanta la comitiva. Ferita, la Ciccilla di Casole Bruzio non riuscì ad acciuffare gli assassini e, una volta resasi conto della situazione, onde evitare che le truppe piemontesi facessero scempio delle spoglie dello sposo, portandone in trionfo, com’era in uso, la testa decollata, l’avrebbe decapitato ella stessa, al fine di  meglio occultarne la salma, cremandola poi nel tronco cavo d’un grosso castagno. Quando fu catturata, assieme al cognato Antonio, rimasto ucciso, il cranio di quest’ultimo le venne appeso al braccio ferito: “… è legata e nel pugno le si ravvolge di recisa testa l’insanguinata chioma!“. Dalla cruenta vicenda Luigi Stocchi trasse infatti un’ode, Ciccilla o i briganti calabresi (Cosenza, 1865), e un’omonima tragedia (Reggio Calabria, 1872).

Un fratello di Maria, Raffaele, alias Niurone, per altri due anni, fu aggregato prima alle bande Spinelli, dopo, nelle foreste del Gariglione catanzarese, a Pietro Bianchi, poi a Carmine Noce di Pietrafitta e infine alla banda di Sijnardi/De Luca di Pedace. Ciccilla, invece, trascorse gli ultimi quindici anni di vita rinchiusa nella tristemente nota Fortezza di Fenestrelle, ch’era stata costruita da Vittorio Amedeo ai primi del ‘700, sulla sinistra del Chisone; più che altro era un insieme di fortificazioni, protette da altissimi bastioni, tra loro in comunicazione mediante una scalinata di ben quattromila gradini scavati nella roccia; una ciclopica cortina bastionata, a cui la naturale asperità del luogo e il rigore del clima conferivano un aspetto davvero sinistro. “Faceva tanto spavento come la relegazione in Siberia”, commentò Giovanni De Matteo, in “Brigantaggio e Risorgimento – legittimisti e briganti tra i Borbone e i Savoia” (A. Guida, Napoli 2000).

Ma la storia di Ciccilla e di Pietro “Brutta Cera” rientra, o esonda, dalla mera interpretazione d’una guerriglia filoborbonica contro degli invasori ancora considerati stranieri, o d’una risorgimentale lotta per l’unità e ideali di libertà e giustizia disattesi, o ancora del tentativo da parte d’un gruppo organizzato di malavitosi d’imporre la propria egemonia in un ambito territoriale limitato alla pre-Sila?

Questa vicenda, costellata di violenze, sembra esserlo anche di strani intrecci, fatti di reciproci scambi di favori con un potere ormai saldamente costituito in regime militare, rimettendo in discussione tutta la retorica risorgimentale come anche la subcultura del brigante buono, romanticamente inseguita da Dumas padre, il quale, in questo caso, indirettamente assurge ad altro invisibile, eppure presente testimone, ulteriore protagonista di quel determinato momento storico.

In quegli anni, si trova a Napoli, a dirigere “L’Indipendente”. Quando “Brutta Cera” è già stato assassinato, e mentre Ciccilla attende la successivamente commutata condannata a morte, nel mese di marzo del 1864, su quel giornale pubblica, a puntate, un lungo racconto, in sette capitoli, dal titolo: “Pietro Monaco sua moglie Maria Oliverio ed i loro complici” (riproposto, nel 2010, dall’editore Pellegrini di Cosenza, in “Ciccilla. Storia della brigantessa Maria Oliverio del brigante Pietro Monaco e della sua comitiva” di Peppino Curcio, con un’introduzione di Giordano Bruno Guerri), dove, invano, l’autore de “Le Comte de Monte-Cristo” e de “Les trois mousquetaires” prova a rintracciare aspetti romantici, o quanto meno positivi, nella cruda cronaca di quei tempi, in cui già s’intessono i legami, palesi od occulti, col potere ricattatorio, in tutte le sue vesti d’arroganza e sopraffazione, compresa anche la spavalderia camorristica o mafiosa.

Vasta, comunque, la bibliografia che aiuta a cogliere il senso di quell’evento complesso che fu il brigantaggio meridionale, svelando spesso inimmaginabili scenari concordanti nell’imputare al processo d’unificazione le modalità della costruzione autoritaria d’una “nazione forzata”, come ha cercato di dimostrare Rocco Giuseppe Greco, in “L’ultima brigantessa. La vera storia di Ciccilla” (Marco Valerio Editore, Torino 2011). In “Briganti alla Caccia” (Editrice Legenda, Cosenza 2007), Vincenzo Feraudo riporta le lettere autografe di rapiti e rapitori, insieme con altri interessanti particolari d’un certo rilievo. Pietro D’Ambrosio (“Brigantaggio. Pietro Monaco e Maria Oliverio. Storia e documenti di un mito della Presila”, Edizioni Brenner, Cosenza 2002) ricorda come l’autorevole rivista dei padri gesuiti, La Civiltà Cattolica, dal 1861 e fino al 1870, abbia dedicato una serie di articoli a quella controversa “resistenza”, di genti del Sud al nuovo Stato unitario, a cui dai vincitori è stata assegnata una definizione forse troppo sbrigativa: tipo “Banditen”.

Giuseppe Catozzella ricostruisce le vicende di Maria Oliverio (“Italiana”, Mondadori, Milano 2021), mescolando documentazione e leggenda, senza raggiungere eccessivi toni da melodramma o da Grand Guignol, “sangue e arena”, passione e speranza, ma quasi come nella migliore tradizione dei poemi cavallereschi o del cinema hollywoodiano, sia quando sono in gioco i sentimenti femminili più intimi, sia quando sembra forse aprirsi, maggiormente ampio, l’orizzonte d’una nuova umanità, più sperata, però, che da realizzare concretamente. Piuttosto fuorviante il titolo, in ogni caso, e quasi insulsa la copertina.

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