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DEMONI,MOSTRI E PRODIGI, IERANÒ INDAGA L’IRRAZIONALE NEL MONDO ANTICO

Demoni, mostri e prodigi: “Aly(-ba-)bas (e i quaranta predoni)” di Temesa

“… A proposito di Eutimo ho sentito dire anche che pervenne a un’estrema vecchiaia e che sfuggì alla morte separandosi dagli uomini in un altro e diverso modo. Che Temesa sia abitata anche ai miei giorni l’ho sentito dire da uno che vi si era recato via mare per motivi di commercio. Questo l’ho sentito dire; conosco invece, perché mi è capitato di vederla, una pittura, che era una copia di una pittura antica. Raffigurava un giovinetto, Sibari, un fiume, il Calabro, e una fonte, Calica, e inoltre Era e la città di Temesa; tra queste figure vi era anche il demone che Eutimo scacciò – terribilmente nero di colore e tremendo in tutto il suo aspetto – ed era avvolto in una pelle di lupo; l’iscrizione sulla pittura ne dava anche il nome: Alibante.”  -Pausania, Periegesi della Grecia, VI, 6, 10-11.

Thémpse

Thémpse (Θέμψη, oppure Temesa), fu una città dell’antica Italìa degli Ausoni, -dagli Italói, adoratori del simulacro dell’eroe mitologico Italos, rappresentante un vitulus (ossia un vitello), e da ciò denominati Vituli o Viteli, ma dapprima conosciuti quali Enotri. Il sito dell’antica Thémpse o Temesa, a lungo alleata di Sibari, si trovava tra i moderni territori di Campora San Giovanni e Serra d’Aiello.

La Scheria dei Feaci

Se è valida la tesi della collocazione tirrenica piuttosto che ionica, era ben distinta dalle vicine Klethe (Κλεθε, odierna Cleto), – dove diede degna sepoltura alla regina delle Amazzoni, Pentesilea, la sua nutrice Cleta, il cui figlio Caulone avrebbe fondato Kaulon (Καυλών) – e Terina (Τερίνα, probabilmente l’odierna Lamezia), alleata però di Kroton (Κρότων), che intendeva estendere il proprio dominio sulla costa tirrenica per garantirsi il completo controllo, – già assicurato, sulla costa ionica, da Skylletion  (Σκυλλήτιον, o Σκυλάκιον, in greco, e in latino: Scyllaceum ), – dell’intero istmo dei due mari, presumibilmente corrispondente alla misteriosa Scheria dei Feaci (da Kroton a Tryoros, Τρυορος, Tiriolo?). 

L’heròon sacro a Polite

“Partendo da Laos, la prima città dei Bretti è Temesa (che ora chiamiamo Tempsa). La fondarono gli Ausoni, poi gli Etoli che vi giunsero con Toante, cacciati poi dai Bretti. Questi, a loro volta, furono poi vinti da Annibale e dai Romani. Presso Temesa vi è un heròon, circondato da olivi selvatici, sacro a Polite, uno dei compagni di Odisseo che, ucciso a tradimento dai barbari, si sdegnò gravemente nei loro confronti, sicché gli abitanti del luogo, secondo il responso d’un certo oracolo, si sottomisero all’usanza di pagargli un tributo. E di qui è venuto, nei confronti di quanti sono molesti, il proverbio: «L’eroe di Temesa grava su di loro». Raccontano poi che, quando i Locresi Epizefiri presero la città, il pugile Eutimo scese presso il demone, lo vinse in duello e lo costrinse a liberare gli abitanti dal tributo. Dicono che di questa città di Temesa faccia menzione Omero e non della Tamaso di Cipro. Il verso omerico: «A Temesa per bronzo» viene infatti interpretato in due modi. Vicino alla città vengono indicate miniere di rame, che ora sono abbandonate.”  –  Strabone, Geografia, libro I , 1,10 – libro VI, 1,5 – libro XII, 3,23.

Temesa o Tamasso?

Alcuni tendono a identificare la Temesa citata da Omero (Odissea, I, vv.180-184), con la città italica, di cui sopra, altri con una località cipriota, la Tamasso d’epoca storica, ricca di rame. Omero racconta però di gente che parlava una “lingua straniera” (quella degli Italói), escludendo pertanto i ciprioti.

Vero è anche che Solino ne attribuisce la fondazione agli Ioni, mentre Strabone la sua Temesa la dice dapprima abitata dagli Ausoni, e poi dagli Etoli di Toante, collocandola decisamente sul Tirreno, poco più a nord di Terina. A contendersela, in epoche successive, furono probabilmente sia i sibariti (fino al VI secolo a.C.) che i locresi, come i crotoniati. E all’ultimo periodo crotoniate si riferisce la monetazione in argento che riporta il tripode delfico sul recto e l’elmo corinzio con la legenda TEM sul retro. Ed è sempre Strabone a riferirci  dell’esistenza di un heròon (‛Ηρῷον) di Polite, uno dei compagni di Ulisse.

Cittadino d’un altrove?

In greco Πολίτης, Polítes, significa “cittadino”, – ma di quale città? D’un generico altrove, o dell’Aldilà?

Escludendo drasticamente il figlio di Priamo e di Ecuba e quello di Teseo, il cui nome (Hippolytos,  Ἱππόλυτος) s’avvicinerebbe solo per corruzione e caduta della sillaba iniziale (Πόλυτος, Polito, ricco, come Πλοῦτος, dapprima dio agrario e poi degli Inferi?), si deve ritornare all’episodio dell’Odissea (X, 224), in cui uno dei compagni del reduce da Ilio convince gli altri a varcare la soglia di casa della maga Circe, senza neppure  immaginare che di lì a poco sarebbero stati abbrutiti sino a diventare bestie: “Ώ φίλοι, ένδον γάρ τις εποιχομένη μέγαν ιστόν/ καλόν αοιδιάει, δάπεδον δ’ άπαν αμφιμέμυκεν,/ ή θεός ηέ γυνή; αλλά φθεγγώμεθα θάσσον” (nella versione di Ippolito Pindemonte: – Amici, in queste mura soggiorna, io non so ben, se donna o diva, che tele oprando, del suo dolce canto tutta fa risentir la casa intorno. Voce mandiamo a lei -“).

Il mistero s’addensa ancor di più sull’altra, successiva, trasformazione che di Polite fa il demone Alibante.

Eutimo

“… Quanto poi al pugile Eutimo, non sarebbe giusto che trascurassi ciò che riguarda le sue vittorie e gli altri episodi che l’hanno reso celebre. Eutimo era della stirpe dei Locresi d’Italia, che vivono nella regione prossima al capo Zefirio, ed era chiamato figlio di Asticle; la gente del luogo asserisce tuttavia che non era figlio di quest’ultimo ma del fiume Cecine, che segna il confine fra il territorio di Locri e quello di Reggio e presenta lo strano fenomeno delle cicale: infatti le cicale che si trovano nella Locride fino al fiume Cecine cantano come le altre cicale, ma se uno attraversa il Cecine le cicale che si trovano nel Reggino non cantano più…” –  Pausania, Periegesi della Grecia, VI, 6, 4.

Il mito delle cicale dell’Halex

Il mito delle cicale, raccontato da Platone nel dialogo Fedro, riguarda quanto riferito da questi insetti estivi alle Muse Urania e Calliope circa quei pochi uomini dediti al filosofare, la forma più nobile ed elevata dell’arte che non sia “imitazione dell’imitazione“. Mentre è Timeo di Tauromenio a menzionare una gara, ai giochi pitici, vinta dal citaredo locrese Eunomo contro il reggino Aristone, nonostante il pubblico fosse, in un primo momento, favorevole a quest’ultimo.

Eunomo avrebbe cantato il mito delle cicale dell’Halex, il fiume che divideva il territorio delle due póleis (πόλεις), in netta polemica con gli abitanti di Reggio (Ρηγιων). Le cicale della sponda locrese sarebbero state canore, mute su quella reggina. Da Strabone il fenomeno veniva spiegato dal fatto che le cicale reggine, essendo poste in una zona d’ombra, avevano sempre le membrane umide, mentre quelle locresi, esposte al sole, potevano asciugarsi dalla rugiada e quindi permettersi di cantare quasi al momento del risveglio.

Heracle irritato

Il mito era d’origine arcaica e ben noto al tempo dell’agone citarodico sotto il segno di Apollo, a cui l’insetto era legato proprio per le sue doti canore. Diodoro Siculo tramandava infatti di un Heracle disturbato, dopo una delle sue tante fatiche, nel riposo sulla riva reggina del fiume Halex dal frinire delle cicale, il quale per questo motivo si rivolse agli dei pregandoli di farle zittire.

Il provvidenziale intervento dell’insetto

Una statua di Eunomo a Olimpia lo raffigurava con  una cicala posata sulla kithára (κιθάρα), inquadrando pertanto l’episodio nel corso del V sec. a.C., quando le statue votive dei vincitori panellenici avevano abbandonato le generiche figure dei kouroi (κοῦροι), diffuse nel secolo precedente, per venire rappresentate in azione, in tal caso la medesima dell’agone. E il riferimento della presenza dell’insetto sulla kithára di Eunomo si riferiva a quel momento centrale della gara, quando la cicala, emblema e simbolo della superiorità, anche musicale, di Locri Epizefiri (in greco Λοκροὶ Επιζεφύριοι, Lokroi Epizephyrioi), si posò sulla corda spezzata dello strumento per consentire a Eunomo di continuare a suonare.

Narra Pausania che Ulisse, vagabondando per le città dell’Italia meridionale, dopo la caduta di Troia, sia approdato a Temesa, dove un suo compagno ubriaco, Polite, lo stesso che s’era reso responsabile della disavventura metamorfica con Circe, violentò una vergine del luogo, subito vendicata dagli indigeni inviperiti per l’oltraggio subìto.

Rito di deflorazione, o ius primae noctis?

Polite venne lapidato e Odisseo, alla chetichella, proseguì il viaggio. Il demone dell’ucciso, insepolto, cominciò a perseguitare gli abitanti di quel posto, i quali, su consiglio della Pizia, si videro costretti a costruirgli un sacro recinto e un vero e proprio santuario (Heròon,‛Ηρῷον), dove, per placare la sua furia, ogni anno condurre in sacrificio la giovinetta più bella del paese.

Non è precisato se si trattasse d’un sacrificio cruento oppure d’un semplice cerimoniale di deflorazione, per certi versi, antesignano dello ius primae noctis. Ma, a questo ci induce a pensare la versione più antica del mito, risalente al poeta alessandrino Callimaco: lasciata di sera la ragazza in età da marito, all’indomani era divenuta una donna.

E tale procedura venne ripetuta puntualmente finché non giunse da quelle parti, e decise di mettere fine a questo tributo, un pugilatore di Locri, vincitore per ben tre volte a Olimpia; Eutimo sfidò il demone, che aveva ormai preso il nome di Alibante, e, dopo averlo battuto, lo fece precipitare in mare.

Una condanna per stupro?

“…Eutimo conseguì la corona del pugilato. La statua in suo onore è opera di Pitagora ed è degna quant’altre mai d’essere vista. Fu al ritorno in Italia che Eutimo combatté con l’Eroe; i fatti sono questi. Raccontano che Odisseo, nel suo peregrinare dopo la presa di Ilio, fu sbattuto dai venti in diverse città dell’Italia e della Sicilia, e giunse con le sue navi anche a Temesa; e lì uno dei marinai, ubriaco, fece violenza a una vergine e per questo misfatto fu lapidato dalla gente del luogo. Senza tenere in alcun conto la sua fine, Odisseo salpò e proseguì il suo viaggio, ma il demone dell’uomo lapidato non lasciava passare nessuna occasione per uccidere a sua volta quelli di Temesa, vendicandosi sulla gente di tutte le età; e gli abitanti del luogo nutrivano l’intenzione di fuggire del tutto dall’Italia, ma la Pizia non permise che abbandonassero Temesa e ordinò loro di placare l’Eroe, destinandogli un’area sacra e costruendovi un tempio, e di dargli ogni anno in moglie la più bella tra le fanciulle di Temesa. Ed essi compirono le prescrizioni del dio e, quanto al resto, non ebbero più nulla da temere da parte del demone; ma Eutimo – giunto a Temesa mentre si compiva il tradizionale rito per il demone – s’informò della loro situazione e fu preso dal desiderio di entrare nel tempio e guardare la ragazza; come la vide, dapprima ne ebbe compassione e poi se ne innamorò: la fanciulla gli giurò che se l’avesse salvata lo avrebbe sposato ed Eutimo, vestite le armi, attese a piè fermo l’assalto del demone. Riuscì vincitore nel duello e l’Eroe, cacciato dalla terra, scomparve immergendosi in mare…” – Pausania, Periegesi della Grecia, VI, 6, 6-10.

Il rituale dei pharmakoi

La circostanza narrata da Pausania, sostanzialmente, ci parla d’uno stato di “soggezione” degli abitanti di Temesa, risolta dall’intervento di Locri Epizefiri, probabilmente nel 472 a. C., all’epoca dell’alleanza con la potente Siracusa (Syrákousai, Συράκουσαι). Ma, un frammento (il 98) del IV libro degli Aitia (Aἴτια, origini e/o cause) di Callimaco, nell’integrare reminiscenze mitiche e religiose, ci testimonia d’un tipo di “condanna” cui viene sottoposto Polite, lapidato da vivo e poi, come demone, precipitato in mare, che non fa altro che osservare il “rituale di espulsione” ed esecuzione dei cosiddetti pharmakoi (φάρμακοι, i “maledetti”),  molto simile a quello dei “capri espiatori” di altre tradizioni arcaiche.

La pelle di lupo

Pausania dice, inoltre, d’aver udito la vicenda da un mercante (“Questo l’ho sentito dire…”); e d’aver visto (“conosco invece…”) un quadro, copia di uno più antico, in cui erano raffigurati sia l’eroe locrese sia il demone: “terribilmente nero di colore e tremendo in tutto il suo aspetto”, nonché rivestito d’una pelle di lupo, che rinvierebbe all’iconografia del principe dell’Oltretomba, Ade (si ricordi, per esempio, la pittura parietale della cosiddetta “Tomba dell’Orco II”, nella Necropoli Etrusca di Monterozzi, a Tarquinia).

In “Demoni, mostri e prodigi” (Marsilio, Venezia, 2022), Giorgio Ieranò si sofferma sullo strano rapporto tra Polite, Alibante, Alibas/ Alybas, o Lybas, ricolmo di difficili problemi d’interpretazione, non risolti neppure dalle dotte dispute tra lo storico piemontese dell’antichità Ettore Pais e il filologo Gaeano De Sanctis.

Lybas/ Alybas

Nei testi medievali dell’opera di Pausania, il nome trascritto è Lybas, mentre Alybas rimanderebbe, nel lessico bizantino, a un fiume infernale, oppure a un morto insepolto, o a uno annegato.

Nelle “Questioni conviviali” (Συμποσιακά), Plutarco lo traduce con “scheletro”, rafforzando in ogni caso il collegamento tra questo termine misterioso e il regno dei morti, a cui è fortemente collegato, ovviamente, pure l’eroe di Temesa, egli stesso un demone, uno spettro, un morto insepolto, uno affogato in mare, in ogni caso un cadavere. Ma perché, poi, nell’ultimo canto del poema omerico, Odisseo si spaccerebbe per un abitante d’una fantomatica città occidentale che si chiamerebbe proprio  Alybas?

XXIV capitolo dell’Odissea

Nel XXIV capitolo, il dio Ermes accompagna nel regno dei morti la folla delle anime dei Proci trucidati. Nell’Ade, le anime di Achille e di Agamennone stanno conversando tra loro e l’Atride ricorda la morte eroica e i solenni riti funebri celebrati in onore del Pelìde, mentre lamenta la sua personale fine ingloriosa per mano dell’amante della consorte. Uno dei Proci, Anfimedonte, racconta tutte le vicende del palazzo di Itaca e Agamennone non perde l’occasione di lodare la virtù di Penelope, contrapposta all’infedeltà di Clitemnestra.

Laerte

A Itaca, intanto, Odisseo intravede da lontano il vecchio padre, Laerte, sporco e vestito da povero contadino, e s’intenerisce; senza rivelarsi, lo invita a curare di più la sua persona; e, continuando in tale finzione, dice d’aver incontrato un’assai scortese abitante del luogo e di avergli chiesto invano notizie d’un suo antico ospite, appunto figlio di Laerte e nipote di Archisio. Il vecchio, a quel punto, comincia a ricordare con dolore la situazione presente nell’isola dominata dai Proci; presume che Odisseo sia morto in terre o mari lontani, e sia rimasto insepolto. E, poi, chiede se lo sconosciuto sia arrivato con una propria nave e con propri compagni, o abbia viaggiato come passeggero su un’imbarcazione straniera.

Sicania e Sicani

E qui si compie l’ultima messinscena del signor Nessuno (οὔτις, Odissea IX, 366), che s’inventa di tutto, compresi i nomi fittizi della città di provenienza, Alibante, del padre Polipemonide, Afidante, il proprio, Eperitos, ma non quello della terra da cui ora proviene, la Sicania. Soltanto dopo, sarà finalmente sincero, riferendo al genitore della strage dei Proci, che presume provocherà tra breve la vendetta dei loro parenti.

Mentes e Telemaco

Nel I libro dell’Odissea (la cosiddetta Telemachia), era stata la dea Atena ad assumere le “mentite” spoglie di Mentes, vecchio amico di famiglia dell’itacese e signore della vicina Tafo, i cui abitanti avevano la cattiva fama di predoni e trafficanti, e ciò per far sapere al figlio di Odisseo di navigare verso la città di Temesa alla ricerca di rame («A Temesa per bronzo»). Nei panni di Mentes, la dea suggerisce al ragazzo di andare a incontrare Nestore a Pilo e il re di Sparta, Menelao, al fine d’indagare sulla sorte del genitore, e di convocare comunque un consiglio straordinario per cercare di cacciar via i pretendenti dalla reggia paterna.

Ai versi 306-307 dell’ultimo capitolo dell’Odissea si legge: «ἀλλά με δαίμων / πλάγξ’ ἀπὸ Σικανίης δεῦρ’ ἐλθέμεν οὐκ ἐθέλοντα.» (tradotti dal Pindemonte: «Me svelse/ Dalla Sicilia un Genio avverso, e a queste/ Piagge sospinse»). Il genio avverso potrebbe essere Alybas?

È più suggestiva, però,  l’ipotesi che Alybas (Odissea XXIV 304), come Temesa (Od. I 184), siano dei toponimi italici il cui significato sia determinante nelle allusioni ai presunti riferimenti di viaggi immaginari da e per la Penisola, rispettivamente e di Mentes e di Eperitos.

Eperitos

Il falso straniero Eperitos, in realtà Odisseo, pretende d’avere con un itacese un fervente rapporto d’amicizia e d’ospitalità, da legittimo esponente d’una popolazione occidentale, quali i sicani (XXIV 303-14), che i Proci considerano spietati mercanti di schiavi (XX 383). Invece, Laerte s’era già affidato a una devota abitante di quell’isola (XXIV 211-12), la Sicania.

Frigi/Elimi

Dionigi di Alicarnasso (Antichità romane, I, 22. 2) riporta come i Sicani fossero originari dell’Iberia, arrivati in Sicilia per sfuggire ai Liguri; e solo i Frigi/Elimi fossero giunti dalla Troade (Pausania 5, 25, 6), e dunque recenti avversari dei Danai, dai quali pertanto non potevano che essere ritenuti alleati i primi.

Gli incontri di Odisseo con mostri e mangiatori di uomini (la maga Kirke, i Ciclopi, i Lestrigoni, Skylla e Charbdis) potrebbero essere stati situati in Italia ben prima dell’elaborazione definitiva dell’Odissea, e il compilatore di quest’ultima (Omero o chi per lui) si sarebbe allora potuto astenere di proposito dal replicare precise  localizzazioni, proprio per non adottare un’indisponibilità nei confronti degli abitanti d’un occidente non ancora eroico, e neppure storico, in netto contrasto con l’atteggiamento prevenuto della tradizione a lui contemporanea. L’apertura di Odisseo e di Laerte (e, di conseguenza, del “narratore intradiegetico” e del narratore del poema) nei confronti dei Sicani (o degli Ausoni), contrasta infatti in modo molto suggestivo con l’atteggiamento negativo dei Proci.

Questa presunta decisione di non demonizzare gli abitanti della Sicania, di Temesa, o di Alybas, può esprimere, allora, una naturale concomitanza del desiderio di dimostrare che i veri “mostri” dell’Odissea non siano altro che gli autoctoni e odiati pretendenti al trono di Itaca?

Giuseppe M. S. Ierace

 

Currie B. Sicily and Italy in the Odyssey, Hesperìa: 37, L’Erma di Bretschneider, Roma 2020

Ierace G. M. S. Le porte del mito – accesso alle polivalenze della polisemia – la Cura di Igino e l’Odi-o di Odi-sseo, Il Minotauro, XLVII, 2, 123-35, dicembre 2020

Ieranò G. Demoni, mostri e prodigi, Marsilio, Venezia, 2022 

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