Menomale che Giuseppe c’è
È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...

È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...
L’Epistolografia, tra reale funzione e finzione immaginaria, nella retorica della mimesi e della comunicazione
“Lo so che sto facendo un volo pindarico, e che tutto questo non ha logica, ma certe cose, lo sai, non seguono nessuna logica, o almeno una logica che sia comprensibile per noi che siamo sempre alla ricerca della stessa logica: causa effetto, causa effetto, causa effetto, solo per dare un senso a ciò che è privo di senso. È per questo, come direbbe il mio amico, che hanno scelto il silenzio le persone che nella vita in un modo o nell’altro hanno scelto il silenzio: perché hanno intuito che parlare, e soprattutto scrivere, è sempre un modo di venire a patti con la mancanza di senso della vita” – dalla lettera intitolata Il Fiume, in “Si sta facendo sempre più tardi” (2001) di Antonio Tabucchi (1943-2012).
Diffidenza dei primi epistolografi
Della missiva prevale soprattutto la dimensione negativa, nei primi epistolografi, quasi una spontanea diffidenza nei confronti dello stesso valore della scrittura, che per via della distanza tra gli interlocutori, mediante eventuali possibili falsificazioni, durante il periglioso percorso da affrontare, non ne potrebbe spesso garantire l’autenticità.
Amleto
Un esempio classico l’offre il vate di Stratford-upon-Avon in una delle sue più famose e citate tragedie. Dall’usurpatore del regno di Danimarca, Claudio, vengono incaricati Rosencrantz e Guilderstern di accompagnare in Gran Bretagna il principe Amleto, recando una lettera sigillata che ne decreta la condanna a morte. L’interessato l’ha intercettata, sostituendola prontamente con un’altra che come vittime designa i due sprovveduti latori della medesima, giustificandosi poi: “Non sono vicini alla mia coscienza; la loro rovina / scaturisce dalla loro stessa perfida condotta…” (V Atto, Scena 2).
“…Rosencrantz and Guildenstern are dead”
Negli ultimi versi della tragedia un ambasciatore, forse un po’ ipocritamente rammaricato, pronuncia la lapidaria frase conclusiva: «The sight is dismal,/ And our affairs from England come too late./ The ears are senseless that should give us bearing,/To tell him his commandment is fulfilled,/ That Rosencrantz and Guildenstern are dead./ Where should we have our thanks?» (La vista è orrenda,/ E le nostre informazioni dall’Inghilterra arrivano troppo tardi./ Le orecchie che avrebbero dovuto darci ascolto non possono più sentirci/ riferirgli che il suo ordine è stato eseguito,/ Che Rosencrantz e Guildenstern sono morti./ Dove dovremmo ricevere la gratitudine che ci spetta?).
Ma con questo Shakespeare voleva forse sottintendere che anche la letteratura non è che in fondo una menzogna in cerca d’una sua verità?
E chi impugna la penna per comunicare, spontaneamente si confida oppure contemporaneamente recita, magari senza neanche accorgersene?
Il caso Bellerofonte
Quest’idea d’una epistolografia contro-commendatizia, nel senso d’una pseudo-raccomandazione che invece si riveli nei fatti per nulla benevola nei confronti del latore, si ritrova già in un passo del VI libro dell’Iliade, in cui si narra del bellissimo Bellerofonte, di cui è innamorata la regina Antea, o Sthenéboia, inviato dal marito di quest’ultima, Preto, presso il suocero, Iobate, re di Licia, giusto allo scopo di recapitare l’ordine di vendicare un presunto adulterio.
False accuse contro Ippolito
Il primo messaggio dell’antichità classica equivale dunque a una condanna, a morte e lutto. Come pure nella tragedia euripidea “Ippolito coronato” (Hippólytos stephanophóros, Ἱππόλυτος στεφανοφόρος), prima di suicidarsi, l’umiliata Fedra, lascia un appunto in cui accusa il figliastro d’averla stuprata. Altri esempi sono reperibili tra gli storici: Erodoto ( I 123, VIII 128, V 35) e Tucidide (I 128).
La cosiddetta “Donazione” di Costantino
Al tema dell’ambasceria fatale proposta a Rosencrantz e Guilderstern, Shakespeare aveva affiancato quello della contraffazione da parte di Amleto che aveva a lui consentito di scampare alla trappola preparatagli a bella posta. E difatti, a partire dall’epoca ellenistica (tra il I secolo a.C. e il I d.C.), insieme con la codifica del genere epistolare, molti si cimentarono nello spacciare per autentiche elaborazioni proprie da attribuire, onde aumentarne il prestigio, a grandi autori non più in grado di smentirle: Alessandro Magno, Ippocrate, Platone, Aristotele. Ancor più celebre il caso medievale dell’apocrifo Constitutum Constantini, attribuito all’imperatore per giustificare la nascita del potere temporale dei pontefici e successivamente dimostrato una banale imitazione, neanche ben artefatta, dalle prove filologiche portate e notate da Lorenzo Valla.
La “Settima lettera”
In una silloge di tredici, la maggior parte delle quali sicuramente scritta da altri dopo la morte del filosofo, si trova la famosa “Settima lettera” di Platone, in cui eccezionalmente l’autore “parla” in prima persona, senza la mediazione consueta dei dialoghi, anche se poi l’Apologia di Socrate risulta essere in realtà un monologo e, nel Fedone, si precisa espressamente che il giorno della morte di Socrate lui “non c’era”.
Il progetto siracusano di Dione
Eccezionale è pure la natura autobiografica dell’epistola, che svela la sua personale delusione per il regime dei Trenta Tiranni, in cui avevano pur rivestito un ruolo di primo piano i suoi parenti Crizia e Carmide, e poi quell’iniziale apprezzamento per la moderazione della democrazia restaurata ad Atene, conclusosi però con il trauma dell’infamante accusa d’empietà addebitata a Socrate. Ma l’argomento principale resta il tentativo di trasformare il giovane tiranno aretuseo, Dionisio II, primogenito del padre da parte del ramo locrese, in un successore illuminato dalla filosofia, in grado d’attuare il progetto politico ideato da Dione, cognato del defunto Dioniso I e consigliere di corte affiliato all’Accademia, così sintetizzato: “I Siracusani devono ambire a essere liberi e governati dalle leggi migliori”. Dopo violenti stravolgimenti, Dione finisce per reggere Siracusa da despota e venire infine ucciso da Callippo, anch’egli allievo dell’Academia.
Infedeltà dello scritto rispetto all’orale (e al pensiero)
Dopo un primo e deludente incontro, Platone racconta che Dionisio II ritenne di non avere bisogno d’altro per comporre un proprio tema di filosofia platonica. Per l’ateniese, che non ebbe mai modo di leggere il testo in questione, il solo fatto che il giovane autocrate avesse ritenuto di poter scrivere la sua ideologia costituiva inequivocabile prova di insipienza. Si conferma qui che quanto a Platone sta maggiormente a cuore non può essere messo per iscritto, per il semplice motivo che il sapere filosofico non è affatto come gli altri: a esso non s’adatta la metafora architettonica, di costruire una casa, mattone su mattone, semmai quella “prometeica” di “sfregare” tra loro quegli “strumenti” di cui l’uomo dispone affinché si produca la “scintilla” della conoscenza, interiore all’anima di chi conosce, e non oggettivabile al di fuori, in uno scritto.
Thamus e Theuth
Nel dialogo Phâidros (Φαῖδρος), non si disquisisce soltanto di eros, dihairesis (διαίρεσις, separazione), e synopsis (σύνοψις, visione d’insieme), dichiarando che la vera retorica debba essere sostenuta da quella forma di dialettica che, nel muoversi per disgiunzioni e unificazioni, abbia il proprio fine nella conoscenza. Si conclude con l’aneddoto del faraone Thamus, il quale rifiuta al dio Theuth il dono della scrittura, perché rimarrebbe fissata in una perenne e muta immobilità, al massimo, quale supporto mnemonico e pallida copia dell’essenza viva del pensiero, mentre il discorso parlato mantiene la capacità d’incidersi realmente nell’anima di chi ascolta (Fedro, 274 c – 275 e).
Mnemotecnica
La stesura grafica, nel riportare fuori dalla mente ciò che solo nella mente può essere creato ed esistere, indebolisce e distrugge la memoria ed è pertanto da ritenere disumana, innaturale ed esecrabile, al di fuori di quel contesto di rapporti relazionali fra persone, per l’assenza d’un reale destinatario della comunicazione, che non può essere se non orale e impostata sulla mnemotecnica.
Platonica contraddizione
Nonostante condanni l’uso della scrittura, il discepolo di Socrate e maestro di Aristotele, per dare efficacia alle sue obiezioni ricorre anch’egli proprio a questo mezzuccio, sebbene “Ogni uomo che sia serio si guarda bene dallo scrivere di cose serie, per non gettarle in balìa dell’avversione e dell’incapacità di capire degli altri”.
La paventata perdita dell’intelligenza sequenziale
A causa della possibile perdita dell’intelligenza sequenziale, la polemica basata su analoghi timori e preoccupazioni si riaccese con l’invenzione della stampa, alla fine del ‘400, e più recentemente dopo l’invenzione del computer, per via della rischiosa influenza, potenzialmente destabilizzante sulla struttura mentale, da parte d’ogni innovazione tecnologica alla quale non si è appropriatamente pronti.
L’apostolato dell’epistola
Alla memoria del messaggero fu a lungo affidato il contenuto di messaggi da riferire oralmente una volta giunti a destinazione; da ciò l’etimo greco di “epistola” (epistolē, επιστολη) da επί στελλώ, “comando a qualcuno di recarsi ove che sia” (analogamente ad “apostolo”); mentre il termine latino “litterae”, in connessione a quelle dell’alfabeto, costituisce una vera e propria metonimia della scrittura.
L’imbasciata
Data la non sufficientemente diffusa alfabetizzazione, la preziosità del materiale scrittorio e le difficoltà di comunicare a distanza, restava piuttosto raro l’uso della corrispondenza privata, per come la intendiamo oggi, e più semplice semmai l’invio di un messo (missus, part. pass. di mittĕre “mandare, spedire”, da cui missiva, missivus, “che si manda”), il quale riferisse oralmente il testo del messaggio.
L’epistolografia filosofica
Dopo l’illustre precedente platonico, fu Epicuro a convogliare la divulgazione di gran parte del suo pensiero sullo stesso mezzo: a Erodoto sulla fisica, a Pitocle in campo gnoseologico, a Meneceo a proposito di etica. In questa individua i quattro ingredienti (tetrafarmaco, Τετραφάρμακος) che aiutano a liberarsi dalle paure: non bisogna considerare indistintamente tutti i piaceri un bene e ogni dolore un male; gli dèi non vanno temuti perché non intervengono fattivamente nelle umane cose; e la morte, essendo perdita di sensazioni, non viene nemmeno percepita: essa non è nulla, perché non c’è se ancora noi viviamo, e quando arriva noi non ci siamo più. La maggioranza delle lettere di Epicuro, anche quelle non impiegate per informarsi sulle attività quotidiane e sulla salute dei suoi cari, ma quale preciso strumento dottrinale e catechetico, resta sempre e comunque improntata alla sincera espressione d’un’amicizia disinteressata, la Philía (φιλία, – la forma più elevata dell’amore, forse più di Eros, έρως, Agape αγάπη, Storge, στοργή, Philautia, φιλαυτία, Pragma, πρᾶγμα, Mania, μανία, Charis, χάρις, Pothos, Πόθος, Thelema, θέλημα, Himeros, ἵμερος, Anteros, αντέρως).
La retorica dell’annunzio
Divenne abitudine, nelle scuole di retorica, insegnare, oltre all’oratoria, anche la “bella forma” con cui rendere efficace ogni missiva. E l’epistola si strutturò in un genere molto praticato in ambito filosofico, dove soprattutto degli insegnamenti morali potevano venire impartiti a specifici personaggi, o gruppi, sotto forma di “annunzi” (come in seguito gli Evangeli, da εὐ, bene e ἄγγελος, messaggero, annuncio, e le lettere paoline: a Galati, Corinzi, Romani, Filippesi, Tessalonicesi).
Lettere “aperte”
A partire dal IV secolo a.C., molti testi che potevano considerarsi “epistolari” assunsero la caratteristica di lettere «aperte», destinate al pubblico più vasto, in quanto latrici d’una precisa propaganda politica (Platone, Isocrate), oltre che di argomenti filosofici e morali, come per Epicuro. Si perde, allora, l’intento prettamente informativo che lascia ampio spazio a quello divulgativo.
Epistolografia “didattica” dell’educatore d’una nuova classe dirigente
Il messaggio di Isocrate s’avvicina molto a una via di mezzo tra trattato e forma discorsiva, sintetica o monotematica, quasi si trattasse d’un modello didattico, o d’un’esercitazione breve, limitandosi a un unico concetto o a poche idee; per questo ci si domanda se le lettere di Isocrate fossero davvero destinate ai personaggi a cui sono indirizzate o non fossero piuttosto delle prove o schemi propedeutici. “A Nicocle” presenta una serie di esortazioni indirizzate al figlio del regnante di Salamina affinché acquisisca la tipologia del monarca ellenistico, consistente in moderazione, giustizia, filantropia.
Lettera di cordoglio
Nella letteratura latina, ci restano pochi esempi di missive private destinate ad amici e parenti (familiares): per esempio, due frammenti d’una lettera di Cornelia, madre dei Gracchi, inviata al figlio Gaio proprio in seguito all’uccisione di Tiberio.
Corpus ciceroniano
Quello ciceroniano è il primo grande corpus epistolare inizialmente nato come opera privata e non letteraria, probabilmente a prescindere da qualsiasi teorizzazione di genere, per poi suggerire al suo autore l’eventualità della pubblicazione.
Epistolografia etica
Le Epistulae morales di Seneca invece sembrano porre molto meno il quesito della primitiva origine già in partenza letteraria, alla stregua dei precedenti platonici ed epicurei, a favore d’una sincera modalità di scrittura in risposta ad altrettanto reali lettere inviategli da Lucilius Iunior, Procurator Augusti per la provincia romana di Sicilia. I frequenti rimandi a eventi personali, dettagli geografici e persino una breve recensione d’un libro ricevuto (XLVI) starebbero a garanzia di genuinità priva di iniziali aspirazioni editoriali.
Epistolografia poetica
Dalla confluenza del genere filosofico (Platone, Epicuro) nell’impiego più consueto che arriva ad assurgere a dignità letteraria (Cicerone) potrebbe esser nato il sottogenere “epistolare poetico” di Orazio. Molti poeti dell’età augustea, come i neòteroi (νεώτεροι, più giovani), tipo Catullo, si rifacevano allo studio dei poeti ellenistici, alla Callìmaco, ma l’autore dell’Ars Poetica ricorre al confronto diretto avuto con il filosofo epicureo Filodemo, dal quale Orazio comprenderà la profondità del senso, e filosofico e poetico, che l’epistolografia viene ad acquisire, come in uno specchio dell’anima. Dai singoli carmi, lirici o satirici, in forma epistolare si passa a raccolte intere di missive poetiche, dove vengono rispettati i caratteri essenziali della lettera, grazie ai quali il poeta si rivolge al destinatario con formule di saluto, chiedendogli talvolta anche una risposta.
Supplica d’aiuto e intercessione
Accanto alla giovanile raccolta immaginaria delle Heroides (XXI lettere d’amore o di struggimento, che traggono spunto dalla sua specializzazione erotica e costituiscono un primo modello di “romanzo epistolare” in distici elegiaci), Ovidio, durante l’esilio a Tomis, con le Epistulae ex Ponto, fa virare il genere commendatizio verso la supplica o la richiesta d’aiuto e d’intercessione presso l’inamovibile imperatore, al fine d’un auspicabile quanto insperato trasferimento.
In età tardo antica (IV secolo d.C.), nella sua qualità di praefectus urbi, Simmaco inviava dei veri e propri rapporti, Relationes, il più noto dei quali è quello rivolto, nel 384, a Valentiniano II, in cui si schiera in difesa della tradizione pagana e a favore del mantenimento, nella curia del Senato, dell’altare della Vittoria, che i cristiani vollero rimosso.
Grafia mercantesca e documentazione cancellieresca
A partire dalla prima metà del Duecento, con l’inizio della regolare produzione d’un supporto di gran lunga più economico della pergamena, quale la carta, grazie anche alla diffusione dell’uso “scritto” del volgare, e allo sviluppo d’una grafia più snella (mercantesca), derivata dalla minuscola carolina (detta di cancelleria, caratterizzata da un ductus corsivo idoneo a rendere più fluida l’operazione di stendere l’inchiostro), e insegnata principalmente nelle scuole d’abaco (dove si formava la nuova classe di commercianti), la corrispondenza si va sempre più diffondendo. Ciononostante, si cerca di mantenere il “modello” mediolatino (rigorosa disposizione delle parti, ricco apparato di figure retoriche, cursus da prosa “regulata”, ecc.), con l’intento, grazie all’apparato formale colto, ispirato alla prosa d’arte, d’elevare un po’ il volgare.
«Il volgare, diventando lo strumento dell’epistolografia ufficiale, si nobilita: si libera cioè dei suoi tratti dialettali più spinti e, modellandosi sul latino, acquista forme stabili e regolari», scrive Maurizio Dardano, in “Storia generale della letteratura italiana” (1999: I, pag. 277). Ancora due secoli dopo, comunque, Enea Silvio Piccolomini, futuro papa Pio II, rimbrotta un suo concittadino senese, sostenendo di non riuscire a interpretare “gli uncini mercanteschi”. E per la stesura di lettere ufficiali, alle personalità chiamate a dirigere le cancellerie, viene richiesto un altissimo profilo culturale, e al processo di elaborazione dei documenti una particolare cura formale, con stesura dapprima d’una minuta, revisione della stessa, redazione della definitiva migliorata, conservazione in appositi registri, “copialettere”, da cui provengono gli odierni “carteggi”.
Sulla forma la prevalenza del contenuto
L’architettura funzionale delle lettere private andò man mano perdendo sia il carattere “formulare” che gli artifici retorici (metafore, dittologie, terne, anastrofi chiasmi), in favore della sezione “informativa”, preceduta e seguita da una pragmatica cornice contenente allocuzioni e dati meta-epistolari, con l’invocatio in apertura e, a chiusura, frasi rituali di congedo. Diversi livelli di elaborazione linguistica, frutto dell’inserimento sul foglio di carta sia di fenomeni tipici dell’oralità, sia di fenomeni situazionali di ibridazione fra dialetti, dovuti a contatti tra parlanti eterogenei, documentano quest’essenzialità d’un linguaggio non letterario, in cui prevale la modalità comunicativa, intuibilmente sostitutiva del faccia a faccia, d’una dialogicità, in questo caso, asincrona.
Epistolografia al femminile
Tra XIV e XV secolo, emergono figure femminili che intrattengono carteggi in cui agli affetti privati si mescola la necessità del disbrigo degli affari di famiglia: la fiorentina Alessandra Macinghi Strozzi, moglie di Matteo, per esempio, e Margherita Datini, che imparò appositamente a scrivere già da adulta.
Artes dictandi
Altre autrici di lettere, infatti, si limitarono al ruolo di “dettatrici”, come santa Caterina da Siena, che si avvaleva della collaborazione delle consorelle e di devoti discepoli, detti la “Bella Brigata”. Del resto, pure Marco Polo, detto il Milione, le sue memorie a Rustichello da Pisa, autore di romanzi cavallereschi, mentre entrambi si trovavano in una prigione a Genova, nel 1298, le avrebbe dettate.
Lettere umanistiche
Al modello ciceroniano torna a riallacciarsi Petrarca, con le sue Familiares, Seniles, Sine nomine, mentre con le Epystolae in esametri guarda ai poeti classici; l’incompiuta Posteritati si dimostra quale “message in the bottle” con finalità dichiaratamente autobiografiche, cioè di far “sapere che uomo io fui o quale fu la ventura delle opere mie: innanzitutto quelle la cui fama sia pervenuta fino a te o anche quelle che avrai sentito appena nominare“.
Galateo di scrittura
Luigi Matt (2005) cita un passo del Sansovino, noto per “Il Segretario”, il quale adatta alla corrispondenza epistolare un avvertimento da Il Cortegiano di Castiglione: «… dobbiamo aver in mente chi scrive, a chi si scrive, ciò che noi semo rispetto a colui al qual si scrive, e ciò che sia colui in sé medesimo cui noi scriviamo».
Epistolografia da carta stampata
Quando, nel Cinquecento, gli scrittori di fama, come Pietro Aretino, Annibal Caro, o Paolo Manuzio, figlio di Aldo, per attingere a un più ampio pubblico di lettori (“Lettere di diversi nobilissimi huomini et eccellentissimi ingegni”, ventotto edizioni in venticinque anni), cominciano a pubblicare le proprie lettere, nasce un nuovo genere di epistolografia, quella che ha lo scopo d’essere trasferita sin da subito sulla carta stampata, dove tuttavia si sarebbe persa la disposizione delle parti sullo spazio bianco del foglio.
Semantizzazione del paratesto
Versioni aggiornate e rivisitate dei “segretari” cinquecenteschi si riproducono per tutto il XIX secolo in veri e propri trattati di scrittura, che puntualizzano con rigore il comportamento dello scrivente rispetto a tutta una serie di tratti, molti dei quali esterni alla stesura vera e propria del testo. Aumenta, in ogni caso, il tasso di espressività colorita, assieme al ricorso frequente a strutture esclamative ed elative proprie d’un volgare colloquiale. Giuseppe Antonelli (2003: 32) ha evidenziato come, in un quadro di completa semantizzazione del gesto comunicativo, permanga fondamentale la riflessione sul rapporto con il paratesto, persino fra gli spazi bianchi e quelli per la scrittura.
Elementi “epitestuali”
In “Seuils” (1987), Gérard Genette considera anche la corrispondenza privata d’un autore quale frammento della specifica parte del paratesto che definisce “epitesto”, ulteriore elemento d’un’opera letteraria in grado d’aiutare a rivestire l’eccessiva nudità d’un componimento e a farle assumere la forma definitiva di libro; le lettere si situano allora, alla periferia o nei dintorni dello svolgimento, a mo’ di soglia d’accesso in grado di ridefinire l’opera dello scrittore, alla stregua dell’immagine di copertina o del titolo, altri elementi “epitestuali” spesso forniti dagli editori.
Autobiografie in forma di lettere
Dopo il primo modello delle Heroides di Ovidio e l’Historia Calamitatum Mearum di Pietro Abelardo, ancora un’autobiografia in forma di lettera, nel 1563 compare a Venezia una sorta di abbozzo di “romanzo epistolare”, sempre su base autobiografica e di contenuto erotico: “Lettere amorose di due nobilissimi intelletti” di Alvisio Pasqualigo.
I primi romanzi epistolari
Per cui i veri primi esempi di epistolari di finzione sembrano essere “Lettres de respect, d’obligation et d’amour” (1669), nonché “Lettres à Babet” (1683), entrambi del commediografo Edmé Boursault, che anticipano di quasi mezzo secolo le satiriche “Lettres persanes” (1721) di Montesquieu.
Alla letteratura inglese appartengono “Pamela: Or, Virtue Rewarded” (1740) e “Clarissa: Or the History of a Young Lady” (1748), entrambi di Samuel Richardson; alla cultura tedesca “Die Leiden des jungen Werthers” (1774) di Goethe; di lingua italiana le “Ultime lettere di Jacopo Ortis” (1798) di Ugo Foscolo; e al francese si fa ritorno con Jean-Jacques Rousseau, “Julie ou la Nouvelle Héloïse” (1761), e Choderlos de Laclos, “Les Liaisons dangereuses – Lettres recueillies dans une société et publiées pour l’instruction de quelques autres” (1782).
Il carteggio vero e proprio
La corrispondenza tra l’aristocratica e fine letterata Madame de Sévigné con la figlia Françoise de Grignan, resa pubblica a partire dal 1725, appartiene più propriamente al genere “carteggio”, come pure “Lettres Portugaises” (Lettere d’una monaca portoghese), se è vero quanto asserisce Myriam Cyr (2006), circa la reale esistenza di Mariana Alcoforado e del marchese di Chamilly.
E se, in età moderna, il primo fu Edmé Boursault, chi sarebbe l’ultimo Ovidio d’un’epistolografia finta o reale che sia?
Il Verga di “Storia di una capinera” (1871), Saul Bellow con “Herzog” (1964), o Stephen Chbosky e quel controverso titolo “The perks of being a wallflower” (1999), che allude a chi “fa tappezzeria”, pur stando in comitiva?
Sei per me il coltello [שתהיי לי הסכין]
Pirandello scriveva alla sua Musa ispiratrice Marta Abba, Albert Camus assieme a Maria Casarès faceva metaforicamente “guerra e pace”, Pasolini consultava la sua Medea/Callas. Kafka minaccia la sua prima traduttrice, Milena Jesenská: “O tu sei mia e tutto va bene, o invece ti perdo e allora non c’è niente, niente di niente”. David Grossman, per colmare l’eterea distanza tra i personaggi del suo romanzo, cita nel titolo una frase ripresa da “Briefe an Milena” (1952): “Amore è il fatto che tu sei per me il coltello con il quale frugo dentro me stesso”.
The vale of Soul-making
L’esuberante epistolario di John Keats è stato interpretato, da Robert Gittings (1987), alla stregua d’un “diario spirituale”, volutamente elaborato senza assecondare altro scopo precipuo se non la sintesi. Al fratello George anticipò l’idea poetica del mondo come “the vale of Soul-making“; a Shelley confessava: “La mia immaginazione è un monastero e io sono il suo monaco“; mentre le lettere a Fanny Brawne tendono maggiormente a sottolineare gli aspetti tragici degli ultimi scorci della sua breve esistenza. E, persino, pensa alla corrispondenza degli altri, citandola per chiedersi, per esempio, cosa avrebbe eventualmente confidato nelle sue lettere Rousseau a proposito della lettura di Shakespeare.
Souvenirs d’Égotisme
Con un’introduzione di Prosper Mérimée, la pubblicazione della “Correspondance inédite” di Stendhal apparve nel 1855 senza suscitare clamore; sebbene trentotto anni dopo, Paul Léautaud ne rimase folgorato, tanto da lasciare, a sua volta, quasi a imitazione, due tomi di Correspondance 1878-1928 e 1929-1956. Non dello stesso avviso erano stati invece Sainte-Beuve e Barbey d’Aurevilly, ai quali l’autore de “Le Rouge et le Noir” non appariva affatto genuino e sincero, per cui Paul Valery, rigirando la frittata, lo giudicò allora disperatamente eccentrico, come in effetti testimoniano gli altri scritti autobiografici (Vie de Henri Brulard o Souvenirs d’Égotisme, rispettivamente del 1890 e del 1892), nonché i suoi tanti pseudonimi (tipo Louis Alexandre Bombet o Anastasio Serpière).
Al secolo Marie-Henri Beyle
Per Marie-Henri Beyle, del resto, anche “M. de Stendhal, officier de cavalerie” era un altro nom de plume, preso in prestito dalla città anseatica di Stendal, nella Saxony-Anhalt, luogo di nascita dell’allora molto celebrato archeologo e storico dell’arte Johann Joachim Winckelmann; e l’aggiunta dell’acca sarebbe servita a mitigare la rude pronuncia germanica. Prosper Mérimée, che, oltre a curare l’epistolario, era tra i destinatari di quelle missive, diceva che l’illustre Grenobloi non terminava mai una lettera senza firmare ogni volta con un falso nome diverso: Cotonnet, Bombet, Chamier, Don Phlegm, William Crocodile, Baron de Cutendre, Giorgio Vasari, Poverino, limitando solo Dominique e Salviati a nomignoli da attribuire ai suoi beniamini animali.
Il poeta dell’Eteronimia
«O poeta é um fingidor./ Finge tão completamente/ Que chega a fingir que é dor/ A dor que deveras sente…» (Il poeta è un fingitore./ Finge così completamente/ che arriva a fingere che è dolore/ il dolore che davvero sente). Nella celeberrima “Autopsicografia” (“Presença”, 1932), Pessoa sintetizzava questo gioco di specchi tra finzione e realtà, contribuendo a fornire quell’impressione che la sua vita fosse parte della sua stessa creazione letteraria, nella quale riecheggiavano le voci di ben 136 eteronimi.
Madge
Inviandola a “Madge”, la cognata del fratellastro, che viveva in Gran Bretagna, l’ultima poesia la scrisse in inglese: «Oh, yes, the sky is splendid,/ So blue as it is now,/ The air and light are blended/ Oh, yes, but, anyhow,/ Nothing of this is you,/ I’m absent from your kiss/ That’s all I get that is sad and true/ From this./ What matters is just you» (Oh, sì, il cielo è splendido,/ Così azzurro com’è adesso,/ L’aria e la luce si fondono/ Oh, sì, ma, tuttavia,/ Niente di tutto questo sei tu,/ Sono assente dal tuo bacio/ Ecco tutto quello che ottengo è triste e vero/ Da questo./ Ciò che conta sei solo tu).
Ophelinha
Ci appare molto più banale la corrispondenza del poeta lusitano con la zia materna di Carlos Queiroz: «Ophelinha, per mostrarmi il suo disprezzo, o se non altro la sua effettiva indifferenza, non era necessario il palese camuffamento di un discorso così lungo, né tutta la serie di ‘ragioni’ così poco sincere e convincenti che lei mi ha scritto. Bastava dirmelo. Perché così ho compreso ugualmente, ma mi ha addolorato di più. Se preferisce a me il giovanotto che le ronza attorno e che evidentemente le piace molto, come posso avermene a male? Lei, Ophelinha, può preferire chi vuole: non è certo obbligata ad amarmi, né deve (a meno che non voglia divertirsi) fingere di amarmi. ».
Il “namoro”
In queste righe, è “una Pessoa” (persona, in portoghese) qualunque a trasmetterci quella incerta vaghezza tipica del periodo di corteggiamento che precede un fidanzamento ufficiale (namoro, sempre in portoghese). Si tratta in fondo di “incontri”, agli albori d’una relazione affettiva, appositamente organizzati per il comprensibile e umano desiderio di condividere esperienze comuni, o forse solo stare insieme.
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