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Giovani in biblioteca
Mediterranea

DISPERATO EROTICO STOMP BY MELITO

Compresi subito che a Fabrizio De André non avrei potuto assomigliare. I capelli lisci che piegavano sulla parte sinistra del viso erano una botta di realtà. Mi passavo anch’io la mano tra i capelli, e l’effetto era Albert Einstein senza baffi.

Bocciato. Forse l’abbigliamento poteva essere simile. I jeans estate, inverno e notte. E sicuramente la congiunzione sentimentale annodata tra le sue parole. Mi bastò, e passai a cercare di assomigliare a De Gregori. Ma niente da fare. A me la barba cresceva nera nera, già da sotto gli occhi fino a collo inoltrato. Avrei avuto tempo per aver la barba un po’ più rada, e candida. Allora quel cespuglio a coprire la faccia era distanza dal delicato Francesco. Mi accontentai di immaginarmi un cane aggiunto per strada. Il quinto cane per strada. Soprattutto nelle sere di solitaria meditazione tra paese vecchio e viale delle Rimembranze. Sartre mi faceva un baffo, allora. Erano i tempi del pensiero complesso e del dramma esistenziale. La leggerezza era ancora lontana. Di là da venire. E Alice l’avrei cantata guardando i gatti giocare nel sole, nel terrazzo di casa. Tanti ma tanti anni dopo. Poco mi rimaneva a modello. Un po’ Vecchioni, che con il suo “mi manchi” colorava di struggimento il mancato saluto della brunetta della terza C. Il professore diceva “ma finché canto ti ho davanti”. E noi sedicenni timidi e foruncolosi cantavamo per avere gli amori davanti agli occhi. Presto li avremmo avuto dietro, molto dietro il passaggio degli anni, ma sempre dentro “la scia di un’elica”. Ecco, gira e volta, ci sono arrivato all’unico cantautore anni Settanta al quale un diciassettenne già barbuto, irsuto e con i Ray-Ban da vista, che poi divennero occhialini tondi, poteva sentirsi di assomigliare. Poi Lui cantava canzoni strane, profonde e ritmiche nello stesso tempo. E una in particolare, che si ballava nelle feste in casa, quando esistevano i lenti. E si, i lenti, quei momenti illusori di contatto con le ragazze che erano unità di misura dell’interesse, del preludio, della speranza. La distanza tra i corpi, i centimetri che intercorrevano tra i due Levi’s scoloriti. La posizione delle mani sui fianchi, di lui, sulle spalle, di lei. E la testa reclinata sulla spalla era dolcezza. E andava bene così. Non oltre. Non un passo in più. Un rischio da non correre. Un tempo da fermare al momento dell’attesa, che era già arrivo. Lei era Anna e lui Marco. Così in un solo colpo siano arrivati al pezzo ed al cantante. Ed a me, che esclusi i belli dichiarati, non mi rimaneva altro che sentirmi come Lucio Dalla.
I ragazzi del 78 non ebbero molti strumenti per sognare oltre il sogno, puro, urgente e penetrante.
Lucio mi accompagnava facendosi precedere dal fruscio della puntina sul disco. Siamo noi, siamo tanti, siamo i gatti neri, siamo i cattivi pensieri. Vado a memoria, nel mare più profondo. Quello dei ricordi.
Lucio ha sdoganato la bellezza interiore, ha destrutturato i miti, ha dato bellezza ad ogni angolo dimenticato dell’esistenza. L’onanismo per nulla celato di “Disperato erotico stomp” apriva la porta necessaria della consapevolezza del sé, e della propria sessualità. Ma non voglio fare una recensione critica di Dalla. Non ne sarei mica capace. Ma soltanto tentare di mettere in fila i ricordi che una serata “Dallarena” di Verona, in tv, mi ha liberato. Io, i ricordi, li immagino come felini graffianti che vivono nel sottosuolo della nostra esistenza. Un soffio, e graffiano. Ma a volte li accarezziamo, consapevoli del rischio. Che val sempre la pena correre. Ecco, come al solito, verso la fine, provo un senso di colpa per l’editore. Che, a questo pezzo, deve pur mettere un titolo. Parla di Lucio Dalla, questo pezzo confuso, o dei ricordi di un adolescente irsuto? O parla di un’epoca politica e d’impegno che vedeva i ragazzi per strada a sognare un futuro? Ragazzi che ogni tanto qualcuno vedeva tornare tenendosi per mano. Oppure non parla di tutto questo, ma soltanto del periodo d’oro della musica italiana, che vedeva i cantautori al massimo del fulgore? Direi… boh. Parla di tutto, questo pezzo strano, ma soprattutto parla di voi che lo leggerete. Di ciò che vorrete cercarvi. Di ciò che troverete. Coraggio, cercatevi tra le parole scomposte, trovatevi se ci riuscite, ed ascoltate musica, se c’è. Ognuno ci legga quindi ciò che vuole e ciò che sente. Perché la vita non deve avere argini, è come il pensiero, non la puoi recitare. Ed è bella, la vita. Ed è bello poterla cantare. 

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