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DISSOLVENZA IN NERO

Il fade-out di Roberto Esposito sul fascismo

La paccottiglia era, originariamente, una piccola quantità di mercanzia che, un tempo, i membri dell’equipaggio di una nave potevano portare con sé o commerciare in proprio. In senso più esteso, essa, oggi, denota un insieme di oggetti di pessimo gusto e di nessun valore. Probabilmente solo Pier Paolo Pasolini, col suo film Salò o le 120 giornate di Sodoma, si è avvicinato più di tutti ai bordi di una considerazione pienamente estetica del fascismo. Certo, dire del fascismo che è stato «brutto» è dire davvero poco della sua virulenza. Eppure anche questo emerge, a mio avviso, dalle pagine di questo Il fascismo e noi di Roberto Esposito (Einaudi, 2025) nel quale l’autore si propone di rintracciare «il carattere essenziale» di quel movimento politico, attivo fra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso, i cui «Necessari presupposti  (…) sono stati la massificazione della società, la gravissima crisi postbellica  e il timore dell’espansione a ovest della Rivoluzione d’ottobre». Una vera e propria dissolvenza in nero. Quel che accadde in Italia dopo il collasso dello stato liberale fu un vero e proprio fade-out; una dissoluzione con sgranamento dei contorni (di un Italia uscita solo nel 1861 dalla propria unificazione) per la quale non bastano e non valgono sia «l’interpretazione liberale del fascismo come momentanea parentesi nel processo di modernizzazione, sia quella comunista, che lo riduce a cane da guardia del capitalismo». Che cosa fu, dunque, il fascismo? Quale ne fu il «carattere essenziale»? «Da più parti si parla di un ritorno del fascismo  nel nostro tempo. Ma che senso dare a questa parola? Come possiamo essere contemporanei a qualcosa che non esiste più?». Roberto Esposito, con estremo acume, tenta di rispondere a queste domande. Introduce, anche, una macchina metafisica. Alla base del fascismo ci sarebbe una specie di dispositivo. Una macchina che è solo il proprio algoritmo, le proprie istruzioni, il proprio movimento. Il proprio flusso. Gli oggetti non hanno fini, siamo noi a darli a loro. Un cacciavite serve per avvitare e svitare ma può benissimo essere usato come soprammobile. In questo senso, la macchina metafisica fascista opera per suddivisione e per permutazione. Fa propri elementi contrari, li modifica, e li scambia l’uno con l’altro. In questo modo, il risultato finale, la paccottiglia, occupa tutto lo spazio della politica e della società; anzi: il totale stesso della realtà. Ecco perché questa macchina interviene sia sul sociale che sullo psichico. Il fascismo e il nazismo furono oggetti di fascinazione delle masse ma, anche, come avrebbe amato dire Remo Bodei incuneati nei vari «destini personali». Cosa c’è dentro questa paccottiglia? E perché il fatto stesso di parlarne è Kitsch? Dentro ci sono: la mitologia, la violenza, il sadomasochismo, la distruzione, l’autodistruzione, il corpo, un angoscia sessuale, una nevrosi, l’immanenza, i sentimenti, la teatralità e, naturalmente, la morte. E’ chiaro che una simile accozzaglia di oggetti – derivati dal funzionamento stesso della macchina – è adatta a gente di bocca buona. Eppure «Tutt’altro che crescere su se stesso, lungo linee omogenee, il movimento fascista si è giovato dell’annessione di gruppi intellettuali, e anche ceti sociali, provenienti dalla parte contraria». E si vede che erano intellettuali che non avevano mai visto una puntata di Masterchef … La bocca buona che gode della paccottiglia si rende ben conto che il cattivo gusto, in fondo, piace a molti. Non a tutti; se no non ci sarebbe stata la Resistenza … In fondo, questo prezioso libro di Esposito ci sta dicendo che dentro la vita c’è la morte. Che il corpo nasce, cresce, matura e poi muore. E quindi che la macchina metafisica del fascismo esprime, in maniera organica (ma ovviamente Gramsci non c’entra niente), il legame tra la vita e la morte dentro al quale non c’è una ricerca di senso ma l’affondo su un dato biologico. «Il culto della morte, data e ricevuta, è l’elemento che in ultima istanza congiunge tutti i fascismi». La paccottiglia seduce e piace perché è indifferenziata; ognuno ci può trovare quello che ci vuole. Un orologio, un posacenere, un libro di Julius Evola … La morte è, essa, stessa, indifferenziata e non fa differenze. «La morte, prima ancora di essere data e ricevuta, è già dentro i nazisti – è la loro anima, l’unica verità in cui credono e a cui restano fedeli». Del resto, il fascismo «nasce all’interno del nostro corpo». E’, in qualche modo, un’ideologia corporale che produce effetti corporei. L’esaltazione della finitezza in un orgia di parossismi funesti e mortiferi che celebrano la propria costituzione. «A costituire il trascendentale del fascismo non è la vita, ma la morte. Una morte non funzionale alla difesa della vita –  come ancora suppone il paradigma biopolitico -, ma scelta in quanto tale come obiettivo primario, non strumentale a nulla d’altro». Roberto Esposito ci fa capire che il prodotto di questa macchina «generativa» (cioè, appunto, produttiva) è una paccottiglia informe che, coprendo, tutto lo spazio della politica riesce ad attrarre e sedurre più per quello che non c’è in essa che per quello che c’è. Nel senso della deriva del senso, infatti, uomini e donne hanno trovato in essa quello che non c’era. E lo hanno fatto loro. Il Duce, fascistizzando lo Stato, ha fatto il resto. Alla fine non rimane, dunque, che una considerazione estetica sia pure latente ma che mi sento di arrischiare. «Brutto» o «Brutta», specialmente oggi che l’intelligenza è diventata artificiale e quindi non umana, non sono due aggettivi che piacciono a nessuno. Figuriamoci all’interno di un regime che metteva al primo posto i corpi e quindi anche la loro esteriorità. Sarà una risposta debolissima e infausta (visto anche tutto quello che è conseguito a nazismo e fascismo) ma resta pur sempre una risposta.  E resta sempre una risposta che vale anche oggi, rispetto a tutti i «neofascismi» che ben conosciamo. E’ stato proprio brutto il fascismo. E anche i fascisti … 

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