Menomale che Giuseppe c’è
È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...

È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...

Pierfranco Bruni, con il suo ultimo libro, “Edificare la gioia. Francesco d’Assisi”, Pellegrini editore, ci conduce in una dimensione più profonda dell’esistenza, dove il Poverello diviene simbolo vivo di armonia, semplicità e luce interiore.
Per meglio comprendere l’originalità, l’essenzialità del libro, lasciamoci avvolgere dalla prefazione di Marilena Cavallo, dolce chiave di lettura di un libro necessario per questi nostri tempi.
Prefazione di Marilena Cavallo
Nel percorso umano e spirituale di Pierfranco Bruni, questo saggio si presenta come una soglia: un invito ad attraversare un varco interiore, a lasciarsi condurre in un territorio dove la parola non è mai semplice descrizione, ma diventa eco di un cammino. È un testo che non si limita a raccontare, ma accompagna. Non spiega soltanto, ma apre. E lo fa scegliendo come compagno di viaggio una figura che continua a parlare con una forza sorprendente: San Francesco d’Assisi, colto non come icona immobile, ma come uomo in cammino, pellegrino della propria anima prima ancora che delle strade del mondo.
Bruni non guarda Francesco come un modello da imitare, bensì come una presenza viva che interroga. Il suo sguardo si posa sul momento decisivo in cui il giovane di Assisi comprende che la vita non può essere trattenuta nelle forme che fino ad allora lo avevano rassicurato. È l’istante in cui avverte una chiamata che non assomiglia a un ordine, ma a un richiamo sottile, quasi un sussurro che nasce dal profondo. Una voce che non impone, ma invita. Una voce che chiede di lasciare ciò che è caducità, ciò che
appartiene a un’esistenza costruita su equilibri fragili, su desideri che si consumano in fretta, su certezze che non reggono alla prova del tempo.
È qui che il saggio trova il suo nucleo più intenso:l’itinerarium mentis in Deum, il viaggio della mente verso Dio. Non un’ascesa astratta, non un esercizio intellettuale, ma un movimento dell’essere che coinvolge tutto: pensiero, corpo, memoria, ferite, stupori. Francesco non sale verso Dio come chi vuole raggiungere una vetta, ma come chi si lascia condurre da una luce che cresce dentro. È un itinerario che non procede per conquiste, ma per spoliazioni. Non per accumulo, ma per liberazione. È il cammino di chi comprende che per vedere davvero occorre prima svuotarsi, e che la verità non si afferra: si accoglie.
Bruni mostra come questo processo non sia un gesto eroico, ma un atto di fiducia. Francesco abbandona ciò che era stato, non per disprezzo, ma perché sente che la vita gli chiede un passo ulteriore. È un abbandono che non ha il sapore della rinuncia, ma quello della nascita. E in questa nascita si rivela una scoperta che il saggio illumina con delicatezza:la semplicità evangelica, quella che Gesù indica quando invita a guar- dare i gigli del campo, più splendenti del saggio Salomone pur senza alcuna fatica. Francesco
riconosce in quei gigli un modo nuovo di stare nel mondo: non come padroni, ma come creature; non come costruttori di grandezze, ma come testimoni di una bellezza che non ha bisogno di ornamenti.
La forza di queste pagine sta proprio qui: nel mostrare che la semplicità non è povertà di pensiero, ma profondità che non teme la trasparenza. È la capacità di vedere l’essenziale senza smarrirsi nel superfluo. È la libertà di chi non ha più bisogno di difendere un’immagine di sé, perché ha trovato una verità più grande in cui riposare. Bruni restituisce questa verità con una scrittura che non pretende di spiegare Francesco, ma di avvicinarlo. E nel farlo, avvicina anche noi a quella dimensione in cui la vita torna a essere ascolto, stupore, gratitudine.
Lo sguardo poi si allarga oltre la figura di Francesco d’Assisi, intrecciando un dialogo che attraversa secoli e sensibilità diverse. Non si tratta di un confronto accademico, né di un esercizio di erudizione: è un incontro di voci che, pur appartenendo a epoche lontane, condividono la stessa tensione verso una verità che illumina la vita quotidiana. Bruni osserva come il giovane di Assisi abbia interpellato non solo il suo tempo, ma anche i pastori della Chiesa che gli furono contemporanei. Il suo modo di vivere
il Vangelo, così diretto e disarmante, costrinse i papi dell’epoca a misurarsi con una radicalità che non poteva essere ignorata. La sua presenza non fu mai contestazione, eppure mise in luce ciò che rischiava di diventare abitudine. La sua povertà non era protesta, ma rivelazione.
Il filo del confronto si prolunga fino ai nostri giorni. Bruni lo riprende mettendo in relazione Francesco con figure che hanno segnato la spiritualità contemporanea. Tra queste, emerge Tonino Bello, vescovo capace di un linguaggio che univa fermezza e tenerezza. In lui, Bruni riconosce un’eco della libertà francescana: la capacità di parlare agli ultimi senza paternalismi, di denunciare senza durezza, di custodire la speranza anche quando la storia sembra contraddirla. Tonino Bello non imitava Francesco: lo respirava. E in questo respiro trovava la forza di proporre una Chiesa che non teme di chinarsi, perché sa che solo chi si abbassa può vedere i volti che la fretta cancella.
Il dialogo si estende poi ai papi del nostro tempo. Benedetto XVI, con la sua profondità teologica, appare come colui che riconosce in Francesco la purezza di un cuore che cerca Dio senza deviazioni. Papa Francesco, con il suo stile diretto e la sua attenzione agli scartati, sembra raccogliere l’eredità del Poverello nella
concretezza dei gesti. E Leone XIII, pontefice di un’epoca complessa, viene richiamato per la sua capacità di leggere i cambiamenti sociali senza perdere il riferimento alla dignità umana. In tutti, Bruni individua un tratto comune: la consapevolezza che la santità non è un altrove irraggiungibile, ma una forma di vita che si costruisce giorno dopo giorno.
Questa convinzione emerge con forza anche nel dialogo che il saggio apre con altri santi: Francesco di Paola, Sant’Antonio di Padova, Bartolo Longo. Ognuno di loro incarna una via diversa, eppure tutti mostrano come la santità possa germogliare nelle pieghe dell’esistenza ordinaria. Francesco di Paola, con la sua austerità, ricorda che la libertà nasce dal distacco. Antonio, predicatore instancabile, testimonia che la parola diventa feconda quando nasce da un cuore pacificato. Bartolo Longo, segnato da un passato difficile, dimostra che nessuna storia è perduta quando si lascia entrare una luce nuova. Bruni non li accosta per creare paragoni, ma per mostrare come la grazia sappia assumere forme imprevedibili.
Il saggio si arricchisce ancora di un dialogo inatteso con due figure del pensiero contemporaneo: María Zambrano e Francesco Grisi. Entrambi hanno dedicato pagine intense alla figura
di Francesco, cogliendone aspetti che sfuggono alla lettura tradizionale. Zambrano vede in lui l’uomo che restituisce alla ragione la sua dimensione luminosa, capace di ascoltare ciò che non si impone. Grisi, invece, ne sottolinea la forza poetica: la capacità di trasformare la vita in un canto che non nasce dall’euforia, ma dalla verità. Bruni intreccia queste interpretazioni con finezza, mostrando come il Poverello continui a generare pensiero, a provocare domande, a sug- gerire percorsi interiori.
Nella sezione più poetica, Pierfranco Bruni lascia emergere una dimensione narrativa che si ispira alla vita di Francesco. Le pagine assumono il ritmo di un racconto che si muove tra simboli, immagini e intuizioni. È come se la storia del Santo diventasse una stoffa da toccare, un tessuto che vibra sotto le dita. Bruni non descrive: evoca. Non ricostruisce: ascolta. E da questo ascolto nasce una serie di scene che sembrano provenire da un tempo sospeso, dove la realtà si intreccia con la visione.
Tra queste immagini, una delle più suggestive è quella del Cavaliere errante. Una figura che incarna il desiderio umano di difendere il bene attraverso la forza, di affermare la giustizia brandendo una spada. Il Cavaliere è pronto a combattere, convinto che il mondo si salvi attra-
verso il coraggio armato. Francesco gli si avvicina con passo leggero, senza giudizio. Non gli chiede di rinnegare il suo ardore, ma di orientarlo altrove. Gli propone una sfida più grande di qualsiasi battaglia: deporre la spada e intraprendere l’avventura dello spirito. È un invito che non umilia, ma libera. Il Cavaliere comprende che la vera forza non nasce dal metallo, ma dalla capacità di custodire la pace dentro di sé. In questo incontro immaginario, Bruni mostra come la poesia possa diventare rivelazione: un modo per dire ciò che la prosa non riesce a contenere.
Un’altra scena potente è quella del lupo. Nella tradizione, il lupo rappresenta la paura, l’istinto che minaccia, la parte oscura che si vorrebbe eliminare. Bruni riprende l’episodio di Gubbio, ma lo rilegge con una delicatezza nuova. Francesco non invita a uccidere il lupo, né a scacciarlo. Propone qualcosa di più audace: andare a parlargli. È un gesto che rovescia ogni logica di difesa. Parlare al lupo significa riconoscere che anche ciò che spaventa ha un linguaggio, una ferita, un bisogno. Significa credere che il male non si vince con la violenza, ma con un incontro che scioglie la paura. In questa immagine, Bruni coglie l’essenza della spiritualità francescana: la fiducia che ogni creatura, anche la più inquietante, può essere raggiunta da una parola di pace.
Il saggio si arricchisce poi di un dialogo immaginario tra Tommaso da Celano e Bona- ventura da Bagnoregio, due tra i più importanti narratori della vita del Santo. Tommaso, attento ai dettagli del quotidiano, sembra raccogliere i “granelli” della vita di Francesco: piccoli gesti, sguardi, intuizioni che rivelano la sua umanità più autentica. Bonaventura, invece, è abituato al codice, alla lampada che illumina il pensiero teologico. Le sue parole cercano ordine, struttura, significato. Bruni li fa incontrare in un dialogo che non contrappone, ma armonizza. Tommaso porta la freschezza della vita vissuta; Bonaventura offre la profondità della riflessione. Insieme, restituiscono un Francesco che non è né solo mistico né solo uomo del popolo, ma una sintesi viva di entrambe le dimensioni.
Questa scena, costruita con cura, mostra la capacità di Bruni di trasformare la storia in poesia. Non inventa per capriccio, ma per rivelare ciò che spesso sfugge: la santità come intreccio di gesti semplici e intuizioni luminose. La poesia diventa così un modo per avvicinarsi a Francesco senza imprigionarlo in un’immagine rigida. È un linguaggio che permette di respirare la sua libertà, di cogliere la sua leggerezza, di intuire la sua profondità.
In queste pagine finali, il lettore percepisce che il saggio vuole far sentire la presenza di Francesco. Bruni costruisce un percorso che invita a guardare la vita con occhi più attenti, a riconoscere la bellezza nascosta nei dettagli, a credere che ogni giorno possa contenere un frammento di luce. La poesia diventa allora un ponte: un modo per attraversare il tempo e ritrovare, nel cuore del presente, la voce di un uomo che continua a parlare attraverso la semplicità dei suoi gesti e la forza della sua visione.
Sotteso nella tramatura del saggio vibra il tema dellaPerfetta letizia, affidato da France- sco al suo fedele frate Leone. È un episodio che attraversa i secoli come una scintilla capace di illuminare il senso più profondo del cammino umano. Bruni lo accoglie non come un semplice aneddoto, ma come una chiave interpretativa dell’intera esperienza francescana. La Perfetta letizia non coincide con il successo, né con il riconoscimento, né con la consolazione immediata. È qualcosa di più sottile e più forte: la capacità di rimanere nella pace anche quando tutto sembra contraddire il desiderio del cuore. Francesco lo spiega a Leone con parole che sorprendono: la gioia vera nasce quando si accetta di essere fraintesi, respinti, dimenticati, e tuttavia si continua ad amare.
Bruni coglie in questo insegnamento una verità che tocca la radice dell’esistenza. La letizia non è un’emozione, ma una postura interiore. È la libertà di non dipendere dagli esiti, di non misurare la vita con il metro del successo, di non lasciarsi imprigionare dall’orgoglio ferito. È un cammino che richiede coraggio, perché invita a guardare oltre l’apparenza. Leone ascolta, e nel suo ascolto si riflette il nostro: la fatica di comprendere, la resistenza a lasciarsi trasformare, la paura di perdere ciò che crediamo indispensabile. Eppure, proprio in questa fragilità, Bruni vede la possibilità di un’apertura nuova.
Un’altra presenza, quella di Sorella Provvidenza accompagna Francesco lungo tutto il suo cammino e affascina Bruni. Non è un personaggio, ma una forza discreta che attraversa la vita del Santo come un filo d’oro. Bruni la descrive come una compagna silenziosa, capace di manifestarsi nei momenti più inattesi: un pane condiviso, un riparo improvviso, un volto amico, un gesto di misericordia. La Provvidenza ricor- da che la vita è custodita anche quando sembra esposta al vento. È una presenza che non impo- ne, ma sostiene. Non promette, ma accompagna. Infine, il Cantico della luce, attraversa l’animo di Francesco e continua a incantare chi si avvicina alla sua storia come un modo di guardare il mondo. Essa rappresenta la capacità di riconoscere che ogni creatura porta in sé un riflesso del mistero. È la consapevolezza che la bellezza non è un ornamento, ma una rivelazione. Bruni, con la sua sensibilità filosofica e poetica, si lascia af- fascinare da questa luce e la restituisce al lettore come un invito a riscoprire la propria interiorità.
Il dialogo tra Francesco e Leone, la presenza di Sorella Provvidenza, il canto della luce: tutto converge verso una conclusione che non chiude, ma apre. Bruni non offre risposte definitive, perché sa che la spiritualità francescana non si lascia imprigionare in formule. Propone piuttosto un cammino, un orientamento, una possibilità. La Perfetta letizia diventa allora un modo di abitare il mondo con profondità. La Provvidenza una compagna che insegna a fidarsi. La luce un richiamo a guardare oltre la superficie. Il lettore percepisce che il saggio non è solo un omaggio a Francesco, ma un invito a lasciarsi trasformare dalla sua esperienza. Bruni accompagna con delicatezza, senza forzare, senza imporre. La sua scrittura suggerisce, accarezza, apre spazi interiori. E così, la prefazione si conclude come un varco: un passaggio che invita a entrare nel testo con cuore disponibile, pronto a lasciarsi sorprendere da un cammino che continua a par- lare attraverso i secoli. Un cammino che, ancora oggi, insegna a riconoscere la gioia nelle pieghe dell’umiltà, la bellezza nella semplicità, la luce nel quotidiano.
Il cammino di Francesco diventa un punto di incontro tra esperienze diverse. È una sorgente che continua a nutrire chi cerca un modo au- tentico di abitare il mondo. Bruni accompagna questo percorso con una scrittura che invita a sostare, a lasciarsi interrogare, a riconoscere che la santità non è un privilegio per pochi, ma una possibilità che si apre ogni volta che si sceglie la verità, la misericordia, la semplicità. È un invito a guardare la vita con occhi nuovi, come se ogni giorno fosse un inizio.
Questa prefazione vuole, dunque, essere un invito: non a leggere soltanto, ma a lasciarsi toccare. A entrare in un cammino che non appartie- ne solo a Francesco, ma a ogni uomo che, almeno una volta, ha sentito dentro di sé una chiamata che non sapeva nominare. Una chiamata che chiede di lasciare ciò che pesa e di riconoscere, con occhi nuovi, la bellezza semplice dei gigli che continuano a fiorire, silenziosi, lungo le strade del mondo, per “edificare la gioia”.
