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Giovani in biblioteca
Mediterranea

ERACLE BRUZIO, EUBOICO (O…”BEOTA”?), NELLA TERRA DEI FEACI

Nel nome del figlio… di Ino, – sorella di Agave (madre di Penteo), Semele (madre di Dioniso), Autonoe (madre di Atteone), Polidoro (capostipite dei labdacidi) – potrebbe nascondersi un personaggio della mitografia fenicia. Risparmiata da Poseidone, la coppia bambino e genitrice, divennero Palemone, il protettore dei porti (pei latini Portuno), e la “bianca dea” (Λευκοϑέα), Leucotea, che, nell’Odissea (V, 333), offre al naufrago, sbattuto dalla tempesta e in balia dei venti, il suo velo “salvagente”; a Roma, Cicerone (De natura deorum II, 19) la identificava nella Mater Matuta del Foro Boario.

Melqart

Melicerte ricorda molto l’accadico Milqartu, dove la lettera greca Qoppa si scambia con la moderna Kappa (per Sanconiatone: Malcarthos o Melcathros); verosimilmente, Melqart (Milk-Qart , “Re della Città” di Tiro, come di Sidone lo fu Eshmun, associato al tema della fertilità e al ciclo della rinascita, ma identificato con Asclepio), era nato come dio “marino”, al quale potrebbero esser stati, in seguito, assegnati attributi solari (o viceversa?). 

Antroponomi e toponomastica

L’importanza di Melq(k/c)art viene sottolineata nella composizione dei nomi propri di Amil(car)e, per esempio, o Bomil(car)e, allo stesso modo di come Baal (o Bal) fa parte di Asdru(bal)e o Anni(bal)e. In Sicilia, alla sua testa (Ras) riprodotta nella monetazione veniva attribuita valenza apotropaica, mentre il cosiddetto Melqart di Selinunte sarebbe piuttosto un Ba’al cananeo o Hadad arameo, Reshef hyksos, o Teshup degli Hurriti. Templi dedicati a Melqart erano situati a Lixus, in Marocco, e, in Spagna, a Cadice (Gades/Gadeira), a Ibiza (Ebusus) e a Cartagena (Carthago Nova), mentre, in Portogallo, il punto più occidentale del mondo allora conosciuto, a Cabo de São Vicente (Ofiussa), ove la terra era considerata così sacra da essere vietato trascorrervi la notte. 

“Di quella pira…”

Con “i” loro Eracli, i Greci avrebbero seguito il percorso parallelo a quello dei mercanti di Tiro, soliti innalzare al Melqart, loro protettore, un tempio in ogni loro attracco. E, se l’Eracle ellenico morì arso su una pira, in Tracia, sul Monte Eta, la letteratura “clementina” (10, 24) parla d’una tomba “a Tiro, dove fu bruciato dal fuoco“.

Sandan

Dione Crisostomo colloca l’avvenimento in Cilicia, tra i Tarsi, dove l’eroe assumeva le sembianze del dio locale Sandan, omologo di tante altre divinità: l’Adone siriaco, l’Attis frigio, l’Osiride egizio, il Tammuz babilonese. E tutto questo perché gli schemi iconografici lo descrivono all’interno d’una edicola triangolare, posta su d’un rogo, e sormontata da un’aquila – oggi peraltro divenuta il “leone” (in realtà un alato grifone) di San Marco.

Morto e risorto!

Ogni anno, ancora in pieno inverno, sulla piazza del mercato, la statua del dio veniva collocata su d’una grande catasta di legna per esservi bruciata solennemente. Una cerimonia, pertanto, dapprima dal carattere funebre, alla quale subito dopo faceva seguito una scomposta sfrenatezza per celebrare la resurrezione del dio, il quale, morto sotto gli strali cocenti del sole, nel rinascere a nuova vita, manifestava tutta la sua natura vegetativa.

Saulo di Tarso

Un’idea, questa, alla base di quasi tutte le religioni orientali e dei culti misterici, e, per noi moderni, poi, di straordinaria importante suggestione, soprattutto, per aver influenzato, con quell’immagine d’una ricorrente apoteosi della divinità agonizzante, destinata a risorgere, il Shaul (Saulo di Tarso), ribattezzato, quale apostolo dei gentili, Paolo. E, alla luce di quanto suggerito, appare anche più comprensibile l’espressione, presente nell’Epistola ai Gàlati (3,27), di quell’«ispirazione», “rivestimento”, in Cristo (Χριστὸν ἐνεδύσασθε).

Un’Egersis

Secondo Giuseppe Flavio (Antichità Giudaiche 8, 5, 3), invece, fu il mitico Hiram di Tiro «il primo a celebrar[n]e il risveglio [egersis, ἔγερσις] nel mese [del calendario macedone] di Peritius [Περίτιος, luna di gennaio]».

Due Eracli?

Erodoto cerca di precisare (2, 44): «Siccome, poi, a Tiro avevo visto un altro tempio di Eracle, detto Tasio, mi recai anche a Thasos e vi trovai il santuario di Eracle fondato dai Fenici, i quali, messisi in mare per ricercare Europa, avevano colonizzato Thasos: e ciò era avvenuto ben cinque generazioni umane prima che, in Grecia, venisse alla luce Eracle, figlio di Anfitrione. Le mie ricerche, dunque, dimostrano all’evidenza l’antichità del dio Eracle. E a mio parere, fanno molto bene quei Greci che hanno santuari eretti a due Eracli: a uno, che chiamano Olimpio, offrono sacrifici come a un dio; all’altro onori funebri come a un eroe.».

Due Dioscuri?

L’Eracle “divino” sarebbe stato concepito come Dattilo Ideo, cioè primo d’un gruppo di cinque Dattili nati direttamente dalla grande Dea Madre cretese, e questo suo aspetto “dattilico” resta riconoscibile anche nella maggior parte delle imprese della tradizione ‘vulgata’ d’una numerologia relativa alle “dodici (dodekathlos, Δωδέκαθλος) fatiche”. Una tale concezione riavvicina il mito miceneo alla storia, riportata da Sancuniatone, d’una divinità di nome Sydyk, padre di sette figli (simili alla pentade greca dei Cabiri, o ai due gemelli Dioscuri), dei quali non viene indicata la madre, e d’un ottavo, procreato da una delle Titanidi (o addirittura dalla stessa Artemide), Eshmun, che appunto significa “L’Ottavo”, quasi a codificare una similitudine aritmologica con l’Ogdoade di Ermopoli, capeggiata da Amon ( Ἅμμων, il Nascosto o il Misterioso), anch’egli assimilato all’Eracle ellenico.

L’Abbondanza

Nei testi ugaritici viene menzionata un’altra eptade di dee, definite dal plurale Kotharat e associate al concepimento, alla gravidanza, alla nascita e al matrimonio. Dalla radice semitica kšr, “essere abile”, od “ottenere”, attestata pure in accadico, deriverebbero sia la parola ugaritica kṯr, “saggio” o “astuzia”, sia l’ebraico kôšārāh, “fortuna”, o meglio “prosperità”, come anche il nome del dio Kothar, il quale era in grado di interpretare in vari modi i ruoli di architetto, fabbro, musicista o mago; comunque, al singolare, e stranamente non ricondotto al gruppo Kotharat delle sette dee ugaritiche del matrimonio e del parto, mentre è stata proposta un’eventuale connessione con quel coranico Al-Kawthar della Sura 108 (L’Abbondanza).

Più Eracli?

L’Eracle greco, figlio di Zeus e di Alcmena, equivale maggiormente all’Ercole (Hercules) “romano”, l’Invitto, il cui culto sul Palatino, importato dai greci di Cuma, grazie a una mediazione sannitica, fu a lungo prerogativa della Gens Potitia, e meno alla figura “latina”, sempre per il tramite dei Sanniti, proveniente dal figlio di Uni e Tinia, l’etrusco Hercle, venerato con l’appellativo di Apa (padre) e dalle prerogative non legate soltanto alla sfera eroica e guerresca, bensì anche al culto delle acque, all’attività oracolare e alla civiltà agropastorale, tanto che, da adulto, continua a farsi allattare dal seno materno. A Tivoli, dove sembra fosse nata questa pratica devozionale del Vincitore, veniva venerato come dio belligerante, ma soprattutto protettore dei commerci e custode di quella consuetudine, fondamentale per l’intera comunità, della transumanza delle greggi.

Lucio Anneo Seneca

Nell’Apokolokýntosis (Ἀποκολοκύντωσις: da ἀποθέωσις, apoteosi, e κολοκύνθη, zucca, la nostrana Lagenaria siceraria), l’unico ludus satirico del filosofo Lucio Anneo Seneca, Ercole funge da portinaio e buttafuori dell’Olimpo. Mentre l’Hercules Oetaeus avrebbe come modello principale le sofoclee Trachinie (Tραχίνιαι, dalla città di Trachis, nei pressi del monte Eta), dove ricompare la classica pira sulla quale immolarsi; e l’Hercules furens si rifà all’omonima tragedia euripidea (Hēraklês mainómenos,  Ἡρακλῆς μαινόμενος), dove l’eroe è di ritorno dagli inferi. Tre Eracli, quindi, oltre all’Olimpio, uno mortale e uno infero?

Il toponimo Erkalu

Di tutti coloro ai quali fu mitologicamente permesso varcare la soglia di quel mondo di tenebre che gli antichi denominavano con tanti toponimi, si rammenta, innanzitutto, il sumerico Gis (o Gilgamesh) disceso all’«Erkalu», che come l’Ade potrebbe essersi in seguito trasferito dal sito dell’oltretomba al personaggio che lo conquista: Melqart, Eracle, Ercole?

Dodekathlos

Come la mesopotamica Ishtar, il tracio Orfeo, il greco Ulisse, o il troiano Enea all’Averno, il giapponese Izanagi, il nordico Hermod e la germanica Brunilde nel Paese di Hel, Eracle si recò all’Ade e per liberare l’amico Teseo e per condurre Cerbero (Κέρβερος, il “nudo suolo“, in quanto “divorato”?) a Micene da Euristeo (Εὐρυσθεύς), onde completare la duodecima (almeno secondo la Bibliothēkē, Βιβλιοθήκη, di Apollodoro II, 5, 12) delle Dodekathlos (Δωδέκαθλος).

Nell’Anábasi (Κύρου Ἀνάβασις, spedizione di Ciro verso l’interno), Senofonte individua la località tenebrosa e maledetta nel “Chersoneso Acherousiade” (da ‘Αχέρων, Acheruns), in territorio maryandino, nella Bitinia tracia; e, a testimonianza dell’avvenimento, in quella penisola, sarebbe rimasta una voragine profonda più di due stadi. Mentre Strabone ricorda in Argolide il passaggio più breve percorso da Eracle per discendere all’Ade presso la città di Ermionio, tantoché gli abitanti di questa avrebbero deciso di non far pagare il tributo di tale ultimo tragitto ai loro defunti.

Utnaphistim

Nella leggenda del viaggio di Gilgamesh all’Isola dei Beati, dove s’era rifugiato il Noé sumerico (Ziusudra), l’accadico Utnaphistim (“Colui che ha trovato la vita”), dopo essere scampato al grande Diluvio, ci si imbatte non soltanto in anticipazioni poi riecheggiate dalle Scritture, ma pure dai classici delle Argonautiche e dell’Odissea omerica, per via del viaggio che vede Gis affrontare gigantesche catene di montagne e luoghi tenebrosi, il paese di Siduri (la Sirena) e il Mare della Morte, mai attraversato da alcuno, fortunosamente però con l’aiuto del nocchiere Urshanabi.

La discesa agli inferi

Per Mircea Eliade, “il senso iniziatico della discesa gli Inferi è chiaro: chi è riuscito in quest’impresa non teme più la morte, conquista una specie d’immortalità del corpo, scopo di tutte le iniziazioni a partire da Gilgamesh” (Naissances mystiques. Essai sur quelques types d’initiation, 1959).

La discesa agli inferi come un rientro nell’Eden adamitico, quando a soggiornare sulla Terra erano i “Giusti”, invano poi ricercati da Abramo a Sodoma (Gen 18, 20-33); un ritorno a tempi antidiluviani, anteriori al “peccato”, o alla “caduta” di quegli angeli che, per Enoch, si macchiarono del commercio carnale con le figlie degli uomini, da cui nacquero i Giganti (o Titani), che come “semidei” possedevano in sé quelle stesse qualità di robustezza e di forza attribuite successivamente ai vari “Ercoli”?

Nei primi, angeli decaduti, infatti, si riconoscono tutte le caratteristiche animalesche che la tradizione attribuisce ai secondi, semidei, durante la loro vita terrena: dagli amori sfrenati agli eccessi nei pasti e nelle bevute, dalla vigoria leonina alla bestialità d’una rabbia folle; e proprio come il selvaggio Enkidu sumerico, poco prima del suo ravvedimento, e incivilimento, ottenuto dall’incontro con una cortigiana (che sembra accostarne la vicenda leggendaria a quella biblica di Sansone e Dalila).

Eracle Enkidu – Eracle Gilgamesh

All’Ercole Enkidu mortale corrisponde allora un Ercole Gilgamesh che, in seguito alla scomparsa dell’amico, va alla ricerca dell’immortalità, e alla conquista dei pomi delle Esperidi, accontentandosi infine d’un semplice elisir di giovinezza.

Frammenti funebri, richiami bacchici, coinvolgimenti erotici: misteri ed enigmi della natura e dello spirito si rimescolano in una reiterata tematica mitografica.

Eracle libico ed egizio

Se l’Ercole libico richiama le colonne dalle quali passò Annibale, quello egizio è un’altra reminiscenza magica a cerimonie legate alla fertilità della terra e dei grembi muliebri, a riti propiziatori d’innesto di linfa vitale che dia più forza alla simbolica operazione d’un prolifico “piantar maggio”.

Un immaginario mediterraneo

La figura di Eracle, Ercole, o Melqart che dir si voglia, costituisce un punto di convergenza dell’immaginario di tutta l’area mediterranea; e il successo del suo mito nelle letterature, antica e moderna, non fa che confermare questa sua dimensione “universale”.

La quantità di gesta risalenti alle epoche più diverse, come a viaggi e vicende in località troppo disparate e distanti da essere compiute da un solo soggetto, seppur straordinario, in ogni caso, presumibilmente contemporaneo di altri campioni suoi simili, magari realmente esistenti, ne giustifica la molteplicità?

Quanti Ercoli?

Diodoro Siculo conta più d’un Eracle, Cicerone sei Ercoli, altri scrittori ancora di più. Tanto da poter ipotizzare un’indistinta genericità nel ricorrere di questo nome, tale da poter essere impiegato soltanto come epiteto da attribuire a svariati personaggi,  realmente vissuti nell’antichità, che si distinsero per le loro eroiche imprese in diversi periodi e in molte località, in ricordo delle quali furono edificati templi; epiteto poi invariabilmente tramandatosi nel tempo, se non con l’aggiunta di qualche epiclesi (da ἐπικαλέω, chiamare): tirio (libico o fenicio), egizio (Ptah, Bes), Olimpio, Invitto, vincitore, tutor, domesticus, ecc.

Eracle Dactylos

Distinto dall’Eracle, figlio di Zeus, per esempio, è il Dactylos, che Diodoro Siculo differenzia pure dall’Eracle di Tiro (Biblioteca Storica, I, 24, 1; III, 74, 4 e V, 76, 1-2), ma che (V, 64), insieme con Strabone (Geografia, VIII, 3, 30), Pausania (Periegesi dell’Ellade, V, 7, 6-10), riconosce, stranamente allo stesso tempo, quale fondatore dei giochi olimpici.

Pausania (IX, 19, 5) sembra pure farne il paredro (da παρά, presso, ed ἕδρα, sedia: «che siede accanto») di Demetra, nel culto tributatole a Micalesso. Cicerone (De Natura Deorum III, 16, 42) lo identifica come il destinatario infero di celebrazioni familiari durante le offerte rituali per i morti. Per cui gli ambiti di competenza richiamerebbero, principalmente, culti privati d’ambito casalingo, o quelli legati alla magia, in particolare la curativa (il che rimanda all’Eshmun di Sidone). I luoghi d’origine, infatti, di questo Eracle Dattilo sarebbero da individuare sulle coste orientali del Mediterraneo e nella Ionia, a Creta, e in Beozia, come a Tespie, dove pur non essendo identificato con il Cleostrato uccisore del drago, godeva della presenza in loco d’un santuario a lui dedicato e di cui parla Pausania (Periegesi dell’Ellade, IX, 27, 6-8).

Eracle Tespiese

«… ἀλλὰ γὰρ ἐφαίνετό μοι τὸ ἱερὸν τοῦτο ἀρχαιότερον ἢ κατὰ ῾Ηρακλέα εἶναι τὸν ᾿Αμφιτρύωνος, καὶ ῾Ηρακλέους τοῦ καλουμένου τῶν ᾿Ιδαίων Δακτύλων, οὗ δὴ καὶ ᾿Ερυθραίους τοὺς ἐν ᾿Ιωνίᾳ καὶ Τυρίους ἱερὰ ἔχοντας εὕρισκον. οὐ μὴν οὐδὲ οἱ Βοιωτοὶ τοῦ ῾Ηρακλέους ἠγνόουν τοῦτο τὸ ὄνομα, ὅπου γε αὐτοὶ τῆς Μυκαλησσίας Δήμητρος ῾Ηρακλεῖ τῷ ᾿Ιδαίῳ τὸ ἱερὸν ἐπιτετράφθαι λέγουσιν.» (27, 8. In effetti questo antichissimo santuario non mi è sembrato essere del tempo di Eracle, figlio di Anfitrione, ma da attribuire piuttosto all’Eracle annoverato fra i Dattili dell’Ida, del quale posseggono santuari anche gli Eritrei della Ionia e i Tirii. I Beoti, tuttavia, conoscono questo nome di Eracle, perché dicono che al santuario di Demetra Micalesia è ammesso Eracle Ideo.).

Antea e Ipermnestra

Nel santuario dell’Eracle Tespiese esercita il sacerdozio una vergine, in memoria del fatto che, nel corso della stessa notte, Eracle si unì carnalmente con tutte le cinquanta figlie di Tespio, – e per l’Antologia Palatina (XVI 92, 13-14) fu la tredicesima fatica! – tranne una, Antea (da ἄνθος, bocciolo), la sola a rifiutare di soggiacergli e pertanto condannata a restare vergine per tutta la vita, servendolo come sacerdotessa (27, 6). – Situazione parallela, anche se in senso antifrastico, a quella delle Danaidi uxoricide (non in senso etimologico, poiché assassine dei propri mariti), con l’eccezione di Ipermnestra ( Ὑπερμνήστρα, al di là del matrimonio), che s’astiene dall’uccidere l’egittide Linceo –  Secondo un’altra versione, tutte le figlie di Tespio gli generarono un figlio maschio, tranne la maggiore, Procri, che avrebbe partorito due gemelli, Antileone e Ippeo.

Sette o Nove?

Nei Commentari agli otto libri di Aristotele, Simplicio racconta di nove fanciulli avuti da Eracle dalle figlie di Tespio il Tespiese, affermando che, sino ai tempi dello stagirita, le loro salme fossero rimaste integre e incorrotte sotto le sembianze di dormienti, e come tali venerati nell’isola che furono inviati a colonizzare, la Sardegna, dove, appunto per questo, era praticato il rito dell’incubazione connesso all’oniromanzia (Aristotele, Fisica, IV). Nella Leggenda Aurea, i “dormienti” di Efeso sono Sette, mentre nella diciottesima sūra del Corano, “Sette, e otto col cane” (Corano XVIII: 22), e, all’interno della caverna, che dà il titolo alla medesima sūra, restarono ben «trecento anni, ai quali ne aggiunsero nove» (XVIII: 25).

Hercules tutor et domesticus

L’accezione protettiva che l’epiclesi di ‘Dattilo’ contribuisce a far assumere all’eroe in ambito civico e privato non è assente nei reperti epigrafici e iconografici d’epoca classica, ellenistica e romana, in cui si mostra Eracle in un ruolo di nume protettore (Hercules Tutor) del focolare, della casa (Hercules domesticus) e dei suoi abitanti, soprattutto in area campana – Antonella Coralini: Hercules domesticus – Immagini di Ercole nelle case romane della regione vesuviana (I secolo a.C.- 79 d.C.), 2001.

Gorgoneion

In gran numero sono attestate iscrizioni poste a protezione dell’ingresso delle case, in particolare a Delo, come pure, in varie parti del Mediterraneo, la medesima funzione apotropaica svolgono degli elementi mobili (Christopher Faraone: Heraclean Labors on Ancient Greek Amulets: Myth into Magic or Magic into Myth, 2013); per esempio, il piccolo disco di terracotta rinvenuto nel quartiere ellenistico di Gela, con su di un lato la rappresentazione del Gorgoneion (Γοργόνειον), e sull’altro l’iscrizione: «Ἡρακλῆς ἐν-|θά<δε>κατοικεῖ·|μή ʼ σίτω μη-| θὲν κακόν» («Qui [dove] vive Eracle non entri il male!»). Versione sicula del mosaico romano della Casa della iattura di Antiochia (Hatay Arkeoloji Müzesi, Antaky), dall’occhio malvagio (βάσκανος οφθαλμός) beccato da un corvo, attaccato da un millepiedi, uno scorpione, un gatto, un serpente e da un cane che gli abbaia contro (“…non manca più nessuno…”!), nonché trafitto da un tridente e una spada, mentre, a salvaguardia contro l’invidia (προβασκανία), un nano cornuto con un gigantesco fallo incrocia due bastoni sotto la didascalia greca “anche tu” (KAI CY), in lettere maiuscole divenute già “latineggianti”.

Asso di bastoni

Un qualche valore apotropaico potrebbe avere anche un pendente in argento a forma di clava, proveniente dalla Britannia romana, nel confermare le capacità protettive di Eracle nell’ambito della religione privata, persino attraverso elementi ornamentali femminili. Sempre connessi a Eracle, in santuari mediterranei, ex voto dello stesso tipo con accezione salutifera – ereditata dall’asso di bastoni delle carte da gioco meridionali. Il modello dei pendenti con ciondolo a forma di clava riprende lo schema dei più noti esemplari, con espliciti falli, rientranti in un corredo maschile per infanti (Véronique Dasen: Probaskania. Amulets and Magic in Antiquity, 2015).

Reperti fittili provenienti da un sito della Sardegna settentrionale (S. Giovanni a Padria, corrispondente alla Gouroulis Palaia del geografo greco Tolomeo), come un frammento di clava e diverse parti di leontè (λεοντή), non sarebbero che ex voto in terracotta connessi a un culto essenzialmente associato alla guarigione.

Bes

Più direttamente connesso al nostro eroe, il paffuto Eracle bambino che strangola i due serpenti, presente in un altro mosaico, in cui la funzione apotropaica viene sottolineata anche da un aspetto deforme e nanesco, riconducibile a degli influssi semitici, orientali ed egizi.

Πότνιος θηρῶν

Bes mostra numerosi punti di contatto con l’Eracle greco, allorquando viene  rappresentato su ritrovamenti fenici, punici ed egizi nell’atto di strozzare i due serpenti (Sandra Blakely: Myth, Ritual, and Metallurgy in Ancient Greece and Recent Africa, 2006). Uno scarabeo cipriota lo esibisce ignudo, con il sesso esageratamente pronunciato, e un serpente stretto in ciascuna mano. Una chiara chiave interpretativa potrebbe essere legata alla sfera salutifera del culto di Bes in rapporto con l’Eshmun di Sidone e i colubri di Asclepio. Anche se poi i rettili potrebbero anche condurci a una sfumatura di Πότνιος θηρῶν (Pótnios therón), secondo uno schema di probabile derivazione fenicia diffusosi a Cipro e in occidente, e poi rispecchiatosi nella maggior parte degli episodi del Dodekathlos (il leone nemeo, l’idra di Lerna, la cerva di Cerinea, il cinghiale di Cerimanto, gli uccelli dello Stinfalo, il toro di Creta, il cavallo di Diomede, i buoi di Gerione, Cerbero).

Clava e leontè

In alcune gemme magiche, s’esplica maggiormente l’intenzione curativa della figura dell’Eracle, identificato dai suoi principali attributi, come la clava e la leontè (λεοντή), su un lato ritratto in lotta con il leone, e le lettere KKK e HHH sull’altro. Si tratterebbe di amuleti magici a protezione dalle coliche addominali, per lenire bruciori di stomaco o curare  malattie e disagi connessi con il ventre, per via della testa leonina rivolta verso la pancia dell’eroe, in una metafora della sofferenza dovuta al malessere in corso.

Il leone dei legumi

Una relazione questa che intercorre in un passo della raccolta di trattati agronomici d’epoca bizantina intitolata Geoponica (Γεωπονικα 2, 24): «Il “leone dei legumi” [῾Ο ὀσπρολέων], da alcuni chiamato cuscuta [ὀροβάκχην], non si genererà tra i seminati se pianterai rametti di rododafne [ῥοδοδάφνης, rododendro] ai quattro angoli e al centro del campo, cosicché tutti i legumi saranno salvi. Se poi vuoi che l’erbaccia venga resa definitivamente innocua, pitturerai su cinque vasi di coccio, con critario [κριταρίου] e dell’altro bianco, un Eracle che strozza [πνίγοντα] il leone ed essi piazzerai nei quattro angoli del campo e in mezzo.».

Diodoro Siculo (V, 64) ricorda come le donne celebrassero questa tipologia di Eracle, del cui culto si aveva testimonianza a Tiro e in Ionia, a Eritre, distinta quindi da quella del figlio di Anfitrione, per via d’una tale γοητεία, affascinazione, procurata dalla mistica conoscenza di rituali magico-iniziatici (Sandra Blakely: Myth, Ritual, and Metallurgy in Ancient Greece and Recent Africa, 2006).

‘Ηρακλεία λίθος

Questa accezione terapeutica-salutifera nei confronti delle donne si rispecchia nella sua epiclesi di Dattilo propria di Tespie e Micalesso, in Beozia, dove verrebbe giustificata dalla forte presenza di magnetite, esplicitamente chiamata, oltre che μαγνήτης λίθος (pietra di Magnesia), ‘Ηρακλεία λίθος, le cui proprietà, accomunate alla credenza in un’analoga attrazione degli umori del corpo, venivano connesse alla cura di alcuni disagi e malesseri tipicamente femminili. Di questo materiale sono fatti numerosi amuleti con rappresentazioni di uteri e incantesimi volti a regolare il flusso di sangue mestruale (Christopher Faraone: Does Tantalus Drink the Blood, or Not? An Enigmatic Series of Inscribed Hematite Gemstones, 2009).

Marte Ultore e Lamashtu

In alcuni di essi viene rappresentata una figura in armi, intercambiabile con Marte Ultore (vendicatore), affiancata da un simbolo variamente identificato come stella o fulmine stilizzato, più tipico di Giove. In altri è presente l’esplicita invocazione:  Ἄρης ἔτεμεν τοῦ ἥπατος τὸν πόνον («Ares, poni fine del fegato al dolore »); nelle varianti c’è un essere, forse, onocefalo, o con la testa d’un altro animale, e il corpo umano, oppure una divinità femminile dal capo leonino, presumibilmente riconducibile al demone mesopotamico Lamashtu, temuto dalle donne giusto nelle fasi del parto. Un’iscrizione con disposizione alfabetica in forma di ala, ovvero πτέρυγμα, grazie all’eliminazione d’una lettera, a ogni inizio e fine di riga, reitera la formula: «Διψᾷς Τάνταλε, αἱ{ε}μα πίε» («Hai sete Tantalo, sangue bevi!»), nome questo legato, ancora nei testi sanitari tardo latini, proprio all’interruzione dei flussi emorragici (Attilio Mastrocinque: Studi sulle gemme gnostiche, 2000). Come le Danaidi erano state condannate a riempire con i loro vasi una botte dal fondo bucato, Tantalo (da τλάω, soffrire) lo fu a desiderare ciò che non può ottenere. Sono pure note delle rappresentazioni di uteri in forma di anfore rovesciate, spesso circondate da serpenti, a mo’ di Γοργόνειον, ma anche da iscrizioni con nomi e attributi divini, riferibili principalmente al dio ebraico, come Iaô [= Jahweh], Sabaô[th], o  Adônai.

Entusiasmos

I trattati medici d’età romana, sembrano collegare le malattie e i disagi legati all’utero a diversi stati di malessere simili all’epilessia (o più frequentemente all’isteria), spesso causati da demoni e divinità come Ecate. Nell’Ippolito di Euripide, Ecate e la Grande Madre degli Dei venivano citate come causa dell’insana passione di Fedra: «ἦ σὺ γ̕’ ἔνθεος, ὦ κούρα,/ εἴτ’ ἐκ Πανὸς εἴθ’ ῾Εκάτας/ ἢ σεμνῶν Κορυβάντων φοι-/ τᾶις ἢ ματρὸς ὀρείας; («Invasata, o figliola,/ sei da Panos o da Ecate,/ o di modesti Coribanti/ dall’ossessione o dalla madre dei monti?» (141-144).

Anche nei trattati ippocratici ai problemi dell’utero vengono attribuiti caratteristiche simili all’ἐνθουσιασμός e alla possessione demoniaca, e i conseguenti rimedi non sono dissimili dagli esorcismi. Ed è in quest’ottica che, per raffigurare l’apparato genitale femminile, si fa ricorso a demoni teriomorfi, oppure a iconografiche concezioni dell’utero in foggia di animale selvatico o di mostro, come nel caso dell’esemplare con Gorgoneion e serpenti.

L’aspetto nanesco e panciuto

Alla sfera infantile si riconnette l’aspetto nanesco di Bes, oltre a eleggerlo protettore di neonati e defunti, guardiano del sonno, dispensatore di fertilità e maternità (Véronique Dasen: Des Patèques aux «nains ventrus»: circulation et transformation d’une image, 2015).

Apotropaica frontalità

A rimarcarne il ruolo protettivo di custode della casa e dei suoi abitanti contribuisce la classica raffigurazione della frontalità del volto, in parallelo con le rappresentazioni di quell’altra immagine che, nel mondo greco, detiene la più forte valenza di protezione apotropaica, ovverossia la Gorgone vista dirimpetto. Ma, secondo Corinne Bonnet (Melqart. Cultes et mythes de l’Héraclès tyrien en Méditerranée, 1988), questa identificazione è stata traghettata dalla vicinanza Bes-Melqart molto più che dall’aspetto deforme, in comune con la figura di Ptah-Pateco (da  πατάσσω, percuotere, a designare le polene fenicie rappresentanti un pigmeo), con il quale Bes viene spesso confuso, e accostato, in uno stesso ambito magico, per quell’equivalenza tra mostriciattoli, che siano di dimensioni ridotte o appena nati.

Cabiri e Dattili

Nel culto del Cabiro tebano è gioco forza rintracciare ulteriori testimonianze figurative rese da quei vasi cabirici dai tratti grotteschi, riferibili a un sostrato locale, connesso alla Beozia, ovvero all’introduzione di elementi misterici od orfici, oppure di altri apporti esterni giuntivi in età tardo-classica ed ellenistica e magari provenienti, secondo differenti livelli e in diverse fasi, dalla Fenicia, da Creta, da Cipro, dove Clemente Alessandrino (I, 16, 75), con l’opera dei Dattili, connette la nascita della metallurgia, sino ad arrivare a una sostanziale identificazione tra queste divinità e alcuni esseri dalla forte equivalenza magica come Dattili, Telchini e Cureti-Coribanti.

Eurito, Euriteo, Euristeo

Dei Dattili Zenobio (IV, 80) ricorda le doti coreutiche, musicali, l’abilità nella lavorazione dei metalli e nella creazione di incantesimi magico-teurgici riconducibili alla rivelazione dell’ordine cosmico. La loro abilità nel realizzare pharmaka (φαρμακα) viene attestata nell’Inno di Eretria, Ερέτρια (Sandra Blakely: Myth, Ritual, and Metallurgy in Ancient Greece and Recent Africa, 2006), un testo del IV secolo a.C. (inscritto su una stele in marmo rinvenuta nel tempio di Apollo Daphnephoros, Δαφνήφορος, portatore di alloro), in cui i Dattili sono messi in relazione con Eurytheos (Ευρυθεος, o Ερυθρός?) dagli  attributi prossimi a quelli degli artigiani protagonisti del mito di creazione di oggetti sacri e xoana (ξόανα, da ξέειν, intagliare [statue in legno]). – Il quale eroe locale, però, nel corso del tempo, potrebbe forse essere stato confuso con l’Eurito (Εύρυτος), padre di Iole, o con l’Eurysthèus (Εὐρυσθεύς), pupillo di Era ed eterno rivale di Eracle?

Un mito di “precedenza”

Con i Greci colonizzatori, comunque, la mitologia eraclea finisce col tracciare i confini d’una geografia dell’universo in grado di congiungere il Vicino e Medio Oriente alle estremità occidentali conosciute e mai oltrepassate. A dispetto del fatto che fosse anche un rozzo e brutale figuro, che eccelleva nella vigoria sessuale, per l’appetito e la ghiottoneria, senza disdegnare d’abbandonarsi all’ebbrezza alcolica, divenne pure eroe civilizzatore in una dimensione culturale che, nello sconfiggere un’incontrollabilità mostruosa, crudele e violenta, fu ambita da quanti aspiravano a giustificare la propria autorità e le conquiste appena acquisite. Del resto, alla colonizzazione ellenica serviva quel “mito di precedenza” (Maurizio Giangiulio: Greci e non-Greci in Sicilia alla luce dei culti e delle leggende di Eracle, 1983) che costituisse sufficiente alibi atto a legittimare l’occupazione delle terre già percorse dal più grande viaggiatore, prima (e a volte dopo) dell’omerico errante Odisseo, con la scusa aggiuntiva che gli indigeni s’erano con lui dimostrati, quanto meno barbari ed empi, o persino feroci e bestiali.

Lakinios a Capo Colonna

In Italia, questo ulteriore motivo leggendario s’è sviluppato in particolare nel Lazio, nella Sicilia nord-occidentale (Erice) e sulle coste della Calabria. Strana mescolanza d’ostilità e ospitalità è il caso, per esempio, di Lakinios a Capo Colonna (Irad Malkin: Religion and Colonization in Ancient Greece, 1987; Gérard Capdeville: Hèraclès et ses hôtes, 1999).

L’ecista Myscellos di Rhypes

Accolto da Kroton, Eracle l’uccide annunciando, presso la tomba dell’assassinato, la futura nascita d’una città che ne porterà il nome, grazie all’azione successiva dell’ecista, obbediente a una provvida onirica ingiunzione, Myscellos di Rhypes, in Acaia, figlio dell’argeo Alemone – storia leggendaria attestata dal reggino Hippys di Reggio (V sec. a.C.), a cui viene attribuita l’opera Ktísis Italías (Kτίσις ‘Ιταλίας, Fondazioni d’Italia), menzionata da Diodoro Siculo (I° sec. a.C.) nella sua Biblioteca Storica.

Eracle gli avrebbe imposto: «“Patias, age, desere sedes/ et pete diuersi lapidosas Aesaris undas” [Abbandona tosto la Patria, parti/ e trova il letto pietroso dell’Esaro]. Per lungo il mar Ionio Taranto vide Lacedemonia città, Sibari poi, Nereto, città del Salento, Turio sul golfo, Nemesi e l’aer Iapigio. Avea già visto le coste del mare, la fatal foce dell’Esaro vide e da presso di Crotone la tomba. Ivi, come Eracle prescritto gli avea, di una nuova città fondò le mura, nomandola come il vecchio sepolto.» (Ovidio: Metamorfosi, XV, 12, 59).

All’origine: un omicidio

Il poeta latino tace sulle modalità della morte di Kroton, ma altri autori greci (Diodoro siculo 4, 24, 7) si tolgono d’impaccio risolvendo in altro modo l’impasse: dicendo d’essersi trattato d’un errore (quello che oggi chiameremmo un omicidio preterintenzionale?). Da un discorso di Pitagora, riportato da Giamblico (V Pyth. 9, 50), s’apprende che a tentare di rubare le vacche gerionidi recuperate da Eracle e principale  motivo della contesa, in effetti, era stato il “patrigno” di Kroton, Lakinios; il che qualcosa pur tenta di nascondere.

La Scheria di Omero tra Crotone e Locri?

La genealogia di Kroton, proposta dallo scoliaste di Teocrito (4, 32), che lo dice figlio di Feace, nato da Poseidone e Cercyra, e fratello cadetto di Alcinoo (per Omero, discendente di Nausitoo), lo collocherebbe nell’isola dei Feaci, la favolosa Scheria dell’Odissea. E il problema diventa allora individuare questa località che potrebbe non corrispondere banalmente a una Corcira, posta giusto dirimpetto alle coste epirote, a meno di centocinquanta miglia marine da Itaca, ma semmai, come prospettarono i fratelli Hans-Helmut e Armin Wolf (già nel 1968, in Der Weg des Odysseus), a quello scudo d’epoca arcaica dalle due tipiche insenature semicircolari, il beotico, o dorico, dipylon (διπυλον), geograficamente corrispondente al più breve istmo tra i due mari Jonio e Tirreno, il golfo di Sant’Eufemia e quello di Squillace.

L’inospitalità indigena

La versione di Servio (Aen. 3, 552) parla d’un rifiuto d’ospitare Eracle da parte d’un sovrano poco accogliente (κακόξενος), un Lakinios da ricollegare, allora, anche etimologicamente, al tempio arcaico di Capo Colonna, e molto probabilmente precedente la composizione mitografica della futura fondazione della città magno greca. E la scortesia verso gli ospiti, testimoniata da un altro episodio in cui a Eracle viene offerta della semplice acqua e non del vino da cerimonia di benvenuto (Ateneo 10, 56, 441 ab), ci parla d’un agglomerato urbano certamente preesistente all’arrivo dei coloni greci, nei confronti dei quali si nutriva della, forse giustificata, diffidenza.

Kroton, Cortona, Gortyne

L’origine preellenica di Kroton verrebbe confermata dalla prossimità dell’etrusca Cortona (Curtun, importante lucumonia etrusca) e della cretese, minoica Gortyn  (Γόρτυνα), nell’avvalorare così un’arcaica origine feacio-mediterranea non indoeuropea, precedente l’invasione achea. È l’etimologia di Lakinion a condurre, invece, paradossalmente al greco λακις, latino lacinia, strappo, frangia, che nello specifico potrebbe designare quel preciso lembo di terra contestato, Capo Lacinio appunto, piuttosto che un personaggio. Mentre Αισάρος rinvia all’etrusco Aisar, dio. E la Crimisa, fondata da Filottete a Punta Alice, sarebbe il nome d’una ninfa, quale  quella del fiume di Segesta. Così come il tempio d’Afrodite a Erice, quindi, anche il santuario d’Hera Lacinia diviene il prodotto della successiva civilizzazione da parte di devoti a una dea di Argo dall’aspetto militare, rimarcato dall’epiteto Όπλοσμία, attestato da Licofrone?

Tutto questo ci induce a pensare a una situazione molto conflittuale tra la popolazione residente e quella appena “parvenu”.

Locros

Una leggenda del tutto somigliante a quella di Kroton esisteva pure a Locri Epizefiri (Λοκροὶ Επιζεφύριοι). La complessità della fondazione di quest’altra colonia, comunque, dà ragione dell’incertezza comprendente persino la provenienza geografica dalla madrepatria, se occidentale (Ozolia) od orientale (Epicnemidia). L’ecista Euanthes proveniva dal golfo di Crissa (nella Focide), per Strabone, mentre per Eforo, da Opunte.

Questa volta, ovviamente l’ospite ucciso da Eracle è l’eponimo locale, Locros, fratello di Croton e di Alcinoo, perché anch’egli figlio di Feace. L’equivoco fatale nasce da un cambio d’abiti, mentre il nome dell’abigeatario, Lătīnŭs/ Latinos (invece di Lakinios), padre di Lāuīnĭa/ Lauriné, rimanda invece al Lazio, dove l’ospite sarà Evandro e il razziatore di buoi Caco, figlio di Vulcan – A Erice, a sfidare Eracle è il figlio di Bute, uno dei compagni di Odisseo e della dea Afrodite!

La vittoria sul Sagra 

Sfacciatamente, a Locri, lo schema mitografico venne improntato su quello crotoniate, forse nel momento della loro maggior rivalità, o proprio della vittoria sul Sagra, verso la metà del VI secolo a. C., quando ci fu il trionfo dei Dioscuri; anche se il nome Latinos tenderebbe a ritardare questa datazione dell’origine del mito d’un paio di secoli, cioè all’epoca della spedizione siracusana nell’Etruria campana, allorquando i popoli italici più a settentrione non potevano che essere considerati se non dei potenziali nemici. Da segnalare anche qui la preesistenza d’un agglomerato indigeno con cui tuttavia per molto tempo (almeno mezzo secolo) si ebbe un fitto scambio commerciale.

Ed anche qui, a fronte del più celebre santuario di Persefone, situato fuori le mura, verso l’interno, un altro complesso sacro extraurbano, in prossimità del mare, era dedicato ad Afrodite e alla pratica della prostituzione sacra, abbastanza estranea alle usanze greche, ma attestata pure a Erice, e pertanto da ritenersi decisamente d’origine medio-orientale, o preellenica.

Decima fatica

Il filo conduttore di tutti questi racconti mitici risulta, in ogni caso, la decima delle fatiche, relativa al prelievo della mandria del Re dell’Isola dell’Eritea, situata nell’Oceano occidentale, di fronte a Tartesso, anche a costo della vita del padrone Gerione, del pastore, Euritione, e del cane bicefalo Ortro. Durante il trasporto ad Argo, nel santuario di Era, Eracle deve attraversare tutto il territorio della penisola, dove sembra svolgere una vera e propria opera di sommario giustiziere, oltre che di bonifica e di purificazione d’ogni luogo selvaggio (ἐσχατιά, inteso difforme da città, ἄστυ, e campagna coltivata, χώρα) incontrato sul proprio percorso.

Brento o Bruzio?

E, a prendere sul serio Aristofane (frammento 629 Kock / 638 Kassel-Austin, in Stefano di Bisanzio: s.v. Br2ttoj”), lo spargimento del seme lussurioso d’un insaziabile Don Giovanni preistorico avrebbe  contribuito a far nascere personaggi spesso improbabili, come Brento, fondatore di Brindisi, accorpato poi all’eponimo dei Bretti o Bruzi, che però tradizionalmente è di genere femminile, Brettia o Bruzia.

Héraclès aux portes du soir

In Héraclès aux portes du soir (1989), Colette Jourdain-Annequin s’è posta la fondamentale questione della mitografica Quellenforschung e di quali e quante influenze abbiano pesato sul successivo sviluppo, sia per quanto riguarda le strutture originarie di riferimento, sia per una conseguente trasmissione narrativa. Ogni traccia va riferita a un precipuo culto territoriale, o forse più semplicemente all’espansione letteraria d’un’unica dimensione iniziatica?

Pastore d’anime

Alla stessa stregua di Cerbero, il tricefalo Gerione, pastore d’anime defunte, oltre che di buoi, è un’immagine della morte e degli inferi che va sconfitta da un Eracle che va ad  assumere pertanto il ruolo di guida e “pastore dei vivi”, e ciò presso quello Stretto di Gibilterra (e “Colonne d’Ercole”) che segna la desolazione dell’eschatia (ἐσχατιά) universale; così come va eliminata, a seguire, tutta la serie di mostri, terrestri o marini (forze caotiche, comunque), che verranno fatti rientrare, oppure aggiunti a parte, nell’elenco delle classiche dodici fatiche, per ripulire il suolo selvaggio o le acque dei fiumi e dell’Oceano e riconsegnarli all’ordine cosmico?

Porthmos

E, allora, a liberare lo Stretto (porthmos, πορθμός), da Scilla, secondo Licofrone (Alessandra 44-49), e/o da Cariddi, secondo Servio (ad Aen. III 420), non poteva essere stato che “un” Eracle, divenuto di conseguenza protettore dei naviganti e della navigazione (e questo prima o dopo il viaggio poetico raccontato da Omero nell’Odissea: XII 80-106?). Del resto, tutti i luoghi liminali, dove la vita confina con la morte, simboleggiata dalla crudeltà dell’orrido, vanno consegnati dalla religiosità locale a dei necessari punti di appoggio cultuali – per Reggio, Zancle, Capo Peloro, ecc. Poseidon, e poi Artemide, e infine Eracle?

Eubea, terra di buoi eccellenti

Nell’intreccio tra i vari livelli agropastorali e marini, come qualcuno suggerisce – Luca Antonelli: Sulle navi degli Eubei (immaginario mitico e traffici di età arcaica), 1995 -, potrebbe aver agito il tipico background della colonizzazione reggina. Come i coloni di Cuma e della dirimpettaia Zancle, l’ecista Artimedes proveniva proprio da quella “terra di buoi eccellenti” (Εὔβοια, Eubea), già come toponimo, legata alle mandrie che vi pascolavano, e poi fondamentale per il ruolo nella colonizzazione calcidica del mar Mediterraneo, dall’Egeo nord-occidentale alla Magna Grecia e alla Sicilia.

I bruchi di Scialoja e le cicale di Eunomo

A Poseidonia, in età lucana divenuta Paistom, Diodoro (IV 21-22) ambienta l’episodio del sonno del pio Eracle disturbato dalle cicale, da Eunomo trasformato nel mito filolocrese del fiume Halex, ricordato sui pinakes (πίνακες) del V sec. a.C. rinvenuti nel Persephoneion della Mannella, dov’è riprodotta una scena di caccia alla cicala da parte d’una piccola Kore (qual “vispa Teresa”) dalle labbra dischiuse, per la sorpresa, e nel canto (“Alacris Theresia in herbis venustum …”, oppure forse: “I bruchi di Locri … brucano alacri …”).

Trattandosi di insetti che non si cibano se non della linfa degli alberi e di rugiada, e che non hanno sangue, a Locri le cicale venivano strettamente associate alla terra e al sonno, come metafora dell’aldilà, oltre che alla musica per il loro frinire (Carlo  Brillante: Il vecchio e la cicala, un modello rappresentativo del mito greco, 1987, in part. pp. 57-63). Mentre sarebbero state avversate a Poseidonia e Reggio, dove Eracle le tacita, dopodiché a Metaponto l’eroe appare cacciatore e sterminatore di cavallette, e a Crotone distruttore di mosche, per Jean Bayet (Les origines de l’Hercule romain, 1926), in una dimensione apotropaica tuttavia benefica per gli agricoltori. L’Eracle di Locri forse non è quello stesso di Reggio, Crotone o Metaponto.

Il corno di Acheloo?

Nel momento di attraversare con la mandria lo stretto di Messina, per agevolare il suo percorso a nuoto, Eracle si sarebbe aggrappato al corno (κέρας) d’un bue, quasi in memoria dell’eroica lotta con Acheloo. E da qui l’iconografia del toro androprosopo (Benedetto Carroccio: Il toro androprosopo, la cicala e l’incuso reggino, in «Quaderni ticinesi di numismatica e antichità classiche» 29, pp. 47-69, 2000), un’immagine poliade che ricorda l’assiro Shēdu o Lamassu a guardia delle porte della città?

L’etimologia di Italia e di Reggio

Ma ciò che per il siculo Diodoro è una tappa deliberata dell’eroe, per Apollodoro (II 110-111) diventa  un involontario sviamento, quasi un incidente di percorso. Apollodoro rende infatti più rapido e snello tutto l’attraversamento della penisola Tirrenia per far giungere Eracle direttamente alla punta reggina (Rhègion, Ῥήγιoν), dove a tuffarsi in mare, dopo essersi separato (aporrḗgnymi, ἀπορρήγνυμι ) per approdare sull’altra sponda, sarebbe stato un vitello imbizzarrito, in un’impostazione quindi “etimologica” dell’intera vicenda che implicitamente mostra la chiave di più toponimi; perché, come quello della città dal verbo greco, proviene allora dal nome tirreno del v-itel-lo, italos, ιταλός, l’appellativo di Italia, Ιταλία, per l’estremo lembo della regione, che fino ad allora si chiamava Ausonia da Ausone, figlio di Ulisse e Circe, o Calipso. Mentre figlio di Penelope e Telegono sarebbe stato l’eroe eponimo Italo, “toro” umanizzato (alla stregua del Lamassu), in una confusione che lo ritiene re dei Bruzi od originario di Enotria (Antioco di Siracusa in Perì Italias, Περί Ιταλίας), figlio di Minosse o proveniente addirittura dalla dirimpettaia Sicilia (Tucidide, 6.2.4), piuttosto che dalla Liguria o da Corfù.

Ellanico, Ippi e Stesicoro

A proposito di questo episodio, Dionigi di Alicarnasso (Ῥωμαικὴ ἀρχαιολογία I, 34-44) cita Ellanico di Lesbo che amplia il racconto dell’inseguimento del vitello con l’intervento di indigeni che non parlando il greco, quando interrogati, si riferivano indifferentemente al bue o alla giovenca  con ouitoulos (ουιτουλος, latino vitulus), per cui Ouitoulìa (Ουιτουλια), terra dei Vituli/tori. Ed Ellanico, probabilmente, a sua volta, avrebbe attinto dall’opera dello storico reggino della prima metà del V sec. a. C., Ippi, oppure dalla Gerioneide di Stesicoro, in cui l’autore rielabora in maniera innovativa, dal punto di vista letterario, la lezione omerica dell’Iliade, e dove la traversata dello stretto sarebbe cominciata nella propria città d’origine, Metauro (Μάταυρος), altra colonia calcidese, o forse di Zancle.

Le interferenze delle tracce toponomastiche sull’elaborazione mitografica dipendono molto dalle varie configurazioni ideologiche che si sono susseguite nell’uno e l’altro lido jonico, spesso intrecciate alle dinamiche di conflittualità o di alleanze fra entità italiche ed entità sicule in epoca classica, e or dunque prevalentemente a vicende politico-diplomatiche anassilaiche (Rhegion, Ρηγιων, e Zancle, Ζανκλε) e dinomenidi (Syrakousai, Συράκουσαι, e Locroi, Λοκροὶ).

Stesicoro

Lo stesso Stēsíchoros (Στησίχορος) non è che un soprannome, «colui che gestisce il coro», di Tisia, il cui luogo di nascita è conteso dall’una e dall’altra parte dello Stretto: «Figlio di Euforbio o di Eufemio, – si legge nella Suda – ma secondo altri figlio di Eucleide o Iete o Esiodo, originario della città di Imera in Sicilia, e a tale motivo è chiamato l’imerese. Ma per altri è originario di Matauria, in Italia. Secondo certi altri è stato esiliato dalla città di Palantion, in Arcadia… Ebbe per nome Stesicoro in quanto per primo unì un coro alla musica per citara, ma prima il suo nome fu Tisia.».

L’ideologia siracusana del periodo della spedizione militare di Atene in Sicilia, e della Guerra del Peloponneso, aveva interesse a valorizzare l’apporto di matrice peloponnesiaca (quindi messenica a Reggio, alleata di Atene) e a negare parentele Italo-Sicule. Nell’ottica filodorica di Antioco di Siracusa, pertanto, gli Enotri si ricollegavano a un passato pastorale, arcade e peloponnesiaco, dal quale sarebbe derivata l’etnia sicula, espulsa dagli Opici/Ausoni da una penisola italica il cui sostrato sarebbe stato originariamente enotrio-siculo.

Nell’intento di creare un clima favorevole ai suoi interventi nelle colonie magnogreche, la propaganda ateniese si richiamava invece ai cicli omerici classici e alla tradizione euboica a cui sembra sensibile quell’area costiera ausone che dà molta importanza alla giovenca, bue o toro del racconto eracleo. E allora, in accordo con la tradizione calcidese di Ippi e Stesicoro, Ellanico evidenzia di più la componente  osco-sabellica degli Ausoni, che ben s’accorda ai miti euboici, andando alla ricerca di conferme al parallelo fra il rito del ver sacrum centro-italico (dedicato a Marte) e l’inseguimento del vitello eracleo, per analogia al primo, divenuto emblematicamente totemico.

 

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