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Gratteri, il metodo e la crisi del contraddittorio: quando il magistrato diventa attore politico

Da La Novità online di pa.ma

L’episodio: Gratteri evita l’intervista e attacca la trasmissione

La puntata di Quarta Repubblica si apre con una scena che, più di qualunque argomento giuridico, restituisce il clima in cui si è spostata ormai da tempo la figura pubblica di Nicola Gratteri. La giornalista del programma prova a rivolgergli alcune domande dopo le sue recenti dichiarazioni sulle presunte parole di Giovanni Falcone — dichiarazioni poi rivelatesi inesistenti, basate su un’intervista mai pubblicata e su un richiamo distorto a un intervento del magistrato palermitano.

La reazione di Gratteri è di totale chiusura. Non solo rifiuta l’intervista, ma lo fa con toni duri, dichiarando: «Mi state disturbando. Non voglio parlare con voi né con la vostra trasmissione». Alla richiesta, legittima per chiunque si esponga pubblicamente su un referendum costituzionale, di chiarire le proprie affermazioni, Gratteri replica che Quarta Repubblicaavrebbe negli anni “diffamato” la sua funzione.

È un passaggio significativo.

Nicola Gratteri che sfugge alla giornalista di Quarta Repubblica

Non siamo di fronte a un magistrato incalzato sulle sentenze — terreno nel quale il silenzio è doveroso — ma a un procuratore della Repubblica che, per scelta personale, ha deciso di diventare il volto principale del fronte contrario alla riforma costituzionale sulla separazione delle carriere. È lui, non i giornalisti, ad essersi collocato volontariamente nell’arena politica. Chiamarsi fuori dal contraddittorio, e farlo accusando la stampa di aver diffuso in passato notizie non veritiere sulla sua persona, segnala un rapporto problematico con il metodo democratico.

La sensazione che passa allo spettatore è duplice:

1. Un rifiuto del confronto che stride con il ruolo assunto da Gratteri nel dibattito pubblico;

2. Una postura quasi istituzionalmente “offesa”, come se la critica giornalistica al suo operato fosse un atto di lesa maestà, e non una funzione democratica ordinaria.

L’arroganza con cui liquida la giornalista – «Mi state disturbando» – non è solo un dettaglio di stile: è un segnale politico. E mostra come il rapporto di Gratteri con alcuni mezzi di informazione, soprattutto quelli non allineati al racconto della “magistratura-eroe”, sia ormai compromesso.

In questo incipit, prima ancora che si entri nel merito delle parole attribuite a Falcone, il procuratore di Napoli rivela la sua fragilità più evidente: pretendere di partecipare alla battaglia referendaria come parte politica, ma rifiutare tutte le regole della dialettica politica.

Una contraddizione che la trasmissione ha messo in luce senza bisogno di forzature.

Il dibattito in studio: la crisi della credibilità

Dopo il rifiuto di Gratteri, Quarta Repubblica apre il confronto tra gli ospiti. Ed è qui che la vicenda assume un rilievo più ampio del singolo errore.

Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, è netto: per lui la gaffe di Gratteri sulle parole attribuite a Falcone – intervista inesistente, citazioni travisate, interpretazioni arbitrarie – non è un semplice incidente, ma un sintomo di una cultura giudiziaria che non contempla la possibilità del dubbio e dell’errore.

I magistrati, sostiene, non sono abituati a chiedere scusa perché “giudicano, non vogliono essere giudicati”. Il parallelo tra la reazione stizzita di Gratteri alla giornalista e il modo in cui alcuni componenti della magistratura affrontano le proprie responsabilità professionali è inevitabile.

L’analisi si fa politica quando si sottolinea come Gratteri continui a ripetere che la riforma costituzionale metterebbe i pubblici ministeri “sotto il governo”, nonostante ciò non appaia in alcun punto della riforma stessa. Una narrazione, questa, che secondo gli ospiti ha la funzione di orientare l’opinione pubblica attraverso un uso strategico di parole-simbolo: Falcone, autonomia, indipendenza.

Ginevra Bompiani del Foglio, che aveva intervistato Gratteri nei giorni successivi alla gaffe, mette in luce un altro aspetto: la sicurezza, quasi dogmatica, con cui il procuratore espone le proprie idee. Una sicurezza che, nel momento in cui si affrontano dati inesatti, rischia di trasformarsi in fede personale, impermeabile al controllo dei fatti.

È in questo clima – fatto di certezze categoriche, ricostruzioni imprecise, resistenze al contraddittorio – che arriva l’intervento più destabilizzante della serata.

Sansonetti ribalta il quadro: “La gaffe è il problema minore”

Piero Sansonetti, ex direttore di Calabria Ora e oggi direttore dell’Unità, porta la discussione fuori dalla superficie della polemica televisiva.

Il suo ragionamento è semplice e devastante.

La gaffe su Falcone?

Secondo Sansonetti è quasi irrilevante rispetto alla storia giudiziaria di Gratteri.

La sua critica si concentra sull’operazione “Marin”, condotta nel 2003, quando – racconta – mille carabinieri circondarono Platì nella notte, sfondando porte, trascinando via intere famiglie. Un’operazione imponente, con oltre 200 persone coinvolte.

Il risultato? Pochissime condanne in primo grado, quasi tutte annullate in appello.

Sansonetti usa quell’episodio come simbolo di un metodo:

operazioni spettacolari, impatto mediatico enorme, risultati giudiziari minimi.

E ricorda che non è un caso isolato.

La vera questione, afferma, non è la frase attribuita a Falcone. È il rapporto tra le inchieste guidate da Gratteri e il loro esito nei tribunali. È il modo in cui i numeri – arresti, misure cautelari, conferenze stampa – spesso non corrispondono alle sentenze definitive.

E soprattutto è la sproporzione tra l’impatto politico immediato di certe operazioni e la loro debolezza strutturale sul piano probatorio.

La sua è una critica di sistema, non personale. Ed è una critica che prepara il terreno all’intervento più atteso della serata.

Il caso Oliverio: una vicenda emblematica

Quando interviene Mario Oliverio, il quadro si completa. La sua testimonianza non è un’analisi da commentatore: è il racconto diretto di chi è stato accusato, esposto mediaticamente, allontanato dalla vita pubblica – e infine totalmente prosciolto.

Oliverio ricorda l’inizio della sua vicenda giudiziaria: una mattina si ritrova davanti casa la Guardia di Finanza che gli contesta un abuso d’ufficio, poi trasformato in corruzione. Secondo la Procura, avrebbe favorito un’impresa in un appalto di impianti sciistici collegata al clan Muto di Cetraro.

Il punto è che l’appalto risale ad agosto 2014, mentre Oliverio è stato eletto presidente della Regione Calabria solo il 23 novembre 2014.

Una distanza temporale che qualsiasi verifica iniziale avrebbe dovuto rilevare.

E invece no: su quella base viene chiesto persino il suo arresto. Il GIP respinge l’istanza, ma dispone l’obbligo di dimora a San Giovanni in Fiore. Una misura che Oliverio definisce “devastante” sul piano umano e politico.

La cassazione annullerà tutto.

Ma intanto la conseguenza politica è irreversibile: la sua carriera viene spezzata. E, come sottolinea in trasmissione, quell’episodio contribuisce a cambiare il corso della politica calabrese, segnando la vittoria del centrodestra nelle tre tornate regionali successive.

Oliverio lancia una proposta che pesa come un macigno:

il CSM dovrebbe fare un bilancio delle inchieste condotte da Gratteri.

Non solo quante persone sono state coinvolte, ma quante sono state condannate in via definitiva.

E ricorda un dato impressionante: circa un terzo di tutte le indennità per ingiusta detenzione pagate dallo Stato italiano riguarda la Procura di Catanzaro.

Il suo è un atto d’accusa lucido, asciutto. Senza toni di vendetta personale.

È, piuttosto, la denuncia di un cortocircuito tra potere giudiziario, esposizione mediatica e responsabilità pubblica.

Quando il metodo diventa sistema

La puntata di Quarta Repubblica non racconta solo una gaffe, né soltanto il nervosismo di un procuratore messo di fronte a una domanda scomoda.

Racconta molto di più: racconta la trasformazione di un intero pezzo del potere giudiziario italiano in un attore politico, convinto di poter giocare due partite contemporaneamente.

Da un lato la toga, dall’altro la piazza mediatica.

Da un lato le garanzie del codice, dall’altro l’adesione a un racconto identitario – quello del magistrato “eroe” che non deve spiegazioni a nessuno.

La reazione di Gratteri davanti alla giornalista, il rifiuto del contraddittorio, l’accusa alla trasmissione di diffamare la sua funzione, non sono un incidente episodico. Sono il segno di un modello che considera la critica come un affronto personale, e il confronto come una perdita di potere.

Eppure la vicenda Falcone – ricostruita con rigore dagli ospiti e con profondità da Sansonetti – dimostra che anche il più celebre dei magistrati può sbagliare, distorcere, selezionare solo ciò che conviene alla propria narrazione.

E il caso Oliverio, con il suo portato umano e politico, conferma che gli errori delle procure non sono mai neutri: hanno conseguenze, creano macerie, cambiano perfino gli equilibri istituzionali di un’intera regione.

Per questo la discussione non riguarda la persona di Nicola Gratteri, ma il metodo che negli anni è diventato stile di comando, prassi culturale, e infine ideologia giudiziaria.

Un metodo che ha prodotto operazioni spettacolari e inchieste fragili, grandi titoli e poche sentenze, fiducia assoluta nella propria infallibilità e scarsa disponibilità a essere valutato con gli stessi criteri con cui si giudicano gli altri.

Il punto non è colpire un magistrato.

Il punto è chiedersi se, nel momento in cui un procuratore decide di diventare “frontman” di una campagna politica nazionale, possa ancora sottrarsi al controllo dell’opinione pubblica, al fact-checking, al diritto al contraddittorio.

Se possa continuare a parlare dall’alto, senza rispondere in basso.

Perché la democrazia vive di equilibrio tra poteri, non di uomini “speciali”.

E il rispetto dovuto alla funzione giudiziaria non può trasformarsi in immunità da domande, critiche, errori, responsabilità.

La vicenda di questa settimana lo dimostra con chiarezza:

quando il magistrato pretende di fare politica senza accettare le regole della politica, non si alza il livello del dibattito pubblico – si abbassa il livello della giustizia.

E, come mostrano le storie delle persone coinvolte, il prezzo lo pagano sempre i cittadini.

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