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Mediterranea

I LUOGHI SONO PERSONE

Diluita in un primaverile autunno la lunga estate, rimangono i luoghi. Questo termine appare più nobile del frettoloso “posti”. Rimanda il senso dell’esistenza umana che negli anfratti di città, o paese, ha respirato.

Chissà perché, quando immaginiamo un luogo, lo pensiamo pressoché disabitato. E disabilitato all’esistenza umana. Una porzione di paese verso il quale l’insediamento umano ha perso interesse. Un po’ perché lontano dai servizi minimi ma indispensabili per abitarci. Un po’ perché privo di socialità, intesa in senso dinamico e moderno. Comunque sia, i luoghi antichi si spopolano a favore delle marine. Nel concreto, mi capita di passare spesso da paesi dell’entroterra grecanico, per esempio. Non li citerò, questi luoghi, affinché ognuno li senta suoi. Se scrivere vuol dire far sentire ognuno a casa occorre, a volte, lasciare democratici spazi bianchi. Questi luoghi sembrano tutti uguali. Il bar stile anni Settanta, con la vetrina alle spalle del banconista. Che quasi sempre è il proprietario. In questi scaffali di vetro ingiallito ci puoi vedere liquori antichi, presumibilmente dell’epoca. Spicca, sempre, il vermouth ormai desueto. O l’amaro degli anni Ottanta, trascinato dal decennio precedente. Nei tavoli col ripiano di formica le assenze superano le presenze. Quello era il posto di Don Bruno. E adesso dov’è? Non esce più, si è aggravato. Quasi non riesce a muoversi. Lì c’era Dimitri. È morto sei mesi fa. In primavera. I luoghi diventano una antologia di Spoon River, e le storie emergono dalle pareri delle case, dagli usci scardinati. Dalle sedie impagliate abbandonate davanti alle porte. Qui abitava Mela, col fazzoletto in testa. Aveva quattro figli che vivevano al nord. E parlava con i gatti. E i gatti le rispondevano. Perché il solo conosce il solo, e si conforta come può. Svantasiando. Cosa sarebbero i luoghi senza queste persone visibili o invisibili? Nulla. Proprio nulla. Ammassi di mute pietre. I luoghi sono persone e le persone sono storie. Quante volte ho detto questa frase fatta di due pensieri agganciati. Un sillogismo con una sua illogica logicità. Ma chiediamoci alcune cose. Un luogo muore quando muore la gente che vi abita. E se invece le storie lo facessero sopravvivere? Provate a immaginare il vecchio paese di Melito, o Staiti, o Bova (non superiore, perché di Bova c’è una sola). L’altra è Bova Marina, egualmente bella. E Roghudi vecchio, con le sue finestre parlanti. E Pentedattilo, con il rapace che grida tra le dita di pietra. Sono posti morti secondo voi? Forse, ma non sicuramente. Oppure no. Muoiono soltanto se nessuno racconta le loro storie. Quei frammenti di vita andata ma ancora calda tra le strade di pietra hanno bisogno che qualcuno parli di loro. O che scriva. Per sopravvivere. E far vivere le strade calpestate dai loro passi non narrati.
Ecco la responsabilità dei narratori.
Raccogliere l’erranza delle provvisorie esistenze e renderla eterna nei luoghi vissuti.
E dare senso ai luoghi. 

 

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