Menomale che Giuseppe c’è
È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...

È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...

Il dibattito che è montato attorno al mio volume su Giuseppe Valarioti (L’Utopia di un intellettuale. Giuseppe Valarioti (Rosarno, 1950 – Nicotera 1980), Città del Sole, Reggio Calabria, € 15,00) si arricchisce di sempre nuovi contributi e sta alimentando la catena di S. Antonio di quanti cercano di “stare sul pezzo” dei m’arricordu che… resuscitando amici e compagni protagonisti di quei giorni, e soprattutto degli anni seguenti, che invece di fare autocritica ad un secolo dalla nascita del glorioso Pci, celebrandolo degnamente, alimentano una rappresentazione acritica di quella stagione (come possono sputare nel piatto in cui hanno mangiato e mangiano da trent’anni in maniera smisurata) una visione distorta di eventi dei quali si è stati protagonisti o un “riconoscimento di quegli aspetti dell’identità culturale, considerati motivo d’imbarazzo con gli estranei, ma che nondimeno garantiscono ai membri la certezza di una socialità condivisa”, come acutamente sostiene l’antropologo Michael Herzfeld ?
Mi hanno colpito alcuni post pubblicati sul profilo Facebook del già presidente del Consiglio Regionale Ninì Sprizzi che ha alimentato il dibattito tirando dal fondo della valigia dei ricordi immagini giovanili e discorsi da uomo di partito (che non c’è più e del quale sente il bisogno) con un repertorio di non so, su questo dovrebbero parlare altri, insomma da scimmietta non vedo, non sento, non parlo.
Bene fa’ Alfonso Zampogna, già preside del liceo “Pizi” di Pami, a richiamare tutti. “È passata un’era ed ancora Peppe Valarioti chiede giustizia per la sua morte e tutti noi allora ed oggi ci trastulliamo con le minchiate… in nome del sol dell’avvenir. Ormai siamo a notte fonda sperando l’alba… Un po’ di autocritica e forse anche un po’ di vergogna mai! Gli errori sono sempre degli altri che non capiscono… i nostri mai…”. Ecco. Il punto è questo. Non sembra ora ai nostri eroi di provare a fare chiarezza su quel cielo cupo che fummo costretti a vivere in quei giorni, sugli errori commessi, sul perché ancora quel delitto è impunito? Mi verrebbe da parafrasare il Don Camillo di Guareschi: nelle urne Dio vi vede, Stalin no. Non c’è più quel partito, non ci sono dirigenti che vi guardano e vi puniscono se non seguite la linea, non vi tolgono il legittimo trattamento vitalizio di quasi cinquemila euro che insieme al trattamento pensionistico vi fa stare nelle vostre “tiepide case” a discettare di anacronistiche difese del vecchio caro, perfetto, Pci. Considerate se sono uomini (e donne) quelli che piangono ancora su quella morte impunita, mentre in tempo di pandemia e di difficoltà migliaia di giovani, lavoratori, famiglie riescono appena a mettere una pentola sul fuoco.
Giustamente, insiste il prof. Domenico Giovinazzo con Sprizzi a proposito di depistaggi nel Pci “Non so se il depistaggio partì dal riferimento di Occhetto, ma sono certo che, poi, molti ci marciarono sopra” e ancora “…credo che per dissipare tantissimi dubbi e rendere giustizia, dopo 40 anni, all’assassinio di Peppe si imponga un chiarimento da fare, come propongo, con una discussione aperta da preparare, con la presenza della stampa, in una sede istituzionale o altrove: io sono disponibile e ho molto da dire. Attendo risposta”.
Perché non si coglie l’indicazione di Giovinazzo per tentare di fare quella chiarezza che tanti dirigenti del Pci dell’epoca non hanno voluto o saputo fare?
La cosa che più mi colpisce però è l’intervento di Filippo Veltri, collega giornalista navigato.
Si propone, assieme a Sprizzi, per scrivere un libro, dopo il mio, perché “bisognerà rimettere molte cose al loro posto”. Cosa deve rimettere a posto lui? Passi per Sprizzi che quella vicenda l’ha vissuta in prima persona ma, caro Filippo, cosa vuoi rispondere ad un collega che oltre ad essere stato anni a fianco di Peppe Valarioti fino al giorno prima di quella drammatica notte, oggi affronta quella vicenda con gli attrezzi dello storico?
In un mondo di piazze virtuali in cui, qualcuno in buona fede, altri meno, cercano una verità storica, ammesso ve ne fosse solo una, con i like sulle pagine Facebook dove un comunità di “chi la pensa come loro” saltando sulle profonde lacerazioni di quei giorni o s’impegna in opinabili difese d’ufficio senza sapere di cosa parla perché stette alla larga dalla battaglia che si combatteva contro la criminalità in Calabria, o si ritrova a perpetuare stereotipie critiche su “quanto siamo stati bravi”.
I compagni seri, quelli che si portano dentro il dramma di quella grave perdita culturale e politica per la Calabria, tacciono, se ne stanno chiusi nel dolore che non li ha mai abbandonati.
Tutto il resto è noia, da quelli che avevano i calzoncini corti e andavano a scuola con il grembiulino blu a quelli di una certa età “la storia siamo noi”, oltre a noi nessuno.
Eppure, quel delitto maturò in un ambiente torbido, tra massondrangheta, loschi interessi, dirigenti comunisti faziosi, militanti corrotti, dirigenti regionali e nazionali con la testa su come posizionarsi.
È del tutto evidente che sull’omicidio impunito di Peppe pesarono molte sottovalutazioni, sono stati commessi errori, si sono dimostrati limiti, si sono intrecciati interessi politici personali, scrive ancora il prof. Giovinazzo a Sprizzi: “…mi sono rifiutato di venire in Federazione, dove avevate insieme a Pangallo e Fantò organizzato l’indecente incontro, dove avrei dovuto dire che una famiglia mafiosa ci minacciava…”. Cosa vuole dire Sprizzi in relazione a ciò?
Vuole chiarire qual è “l’indecente incontro” di cui parla Giovinazzo? Stalin non vede…
A noi sta a cuore che sulla vicenda Valarioti, sul delitto impunito del giovane intellettuale rosarnese, si faccia chiarezza dopo quarant’anni. È una battaglia di verità e di giustizia.
È questo il modo migliore per ricordare il drammatico assassinio impunito e di ricollocare la storia del più grande partito comunista occidentale che ha saputo -errori compresi- sollevare a dignità umana un mondo del lavoro sofferente, sfruttato e calpestato nei suoi diritti elementari.
La verità, la giustizia, però richiede ben altro impegno, non si esercita con i like: uno sforzo intellettualmente onesto da parte di tutti, nel centenario della nascita del Pci, per sanare una ferita lacerante per il partito e per la società calabrese, per “comprendere” come quell’omicidio impunito ha cambiato le sorti della Calabria. Altrimenti la grande discussione aperta dal mio sofferto libro – che un coraggioso editore comunista ha ritenuto di dover pubblicare senza censure e senza remore – dedicato alla memoria, per me vivissima, di uno straordinario intellettuale caduto a trent’anni per i valori di libertà e giustizia rischia di diventare occasione di visibilità per quanti “vivendo nelle loro tiepide case” lo utilizzano come occasione per testimoniare “quanto sono stati bravi”.

