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IL DOWN DEL SISTEMA FACEBOOK SPECCHIO E METAFORA DEI NOSTRI TEMPI

Massimo Gaggi, corrispondente da New York del Corriere della Sera, in un editoriale intitolato: “La banalità del malanno di Facebook, che ha fatto perdere a Zuckerberg 6 miliardi in poche ore” ha fotografato mirabilmente la situazione che si è venuta a creare ieri, a livello planetario, a seguito del down delle piattaforme di Facebook (WhatsApp, Instagram, Messenger, Oculus, il servizio di e-mail del gruppo e tanti altri servizi digitali).

“Nell’era digitale e in una stagione in cui tutto il lavoro, almeno nelle società tecnologiche, sembra poter essere fatto in remoto, c’è voluta l’incursione fisica di un plotone di tecnici che hanno resettato manualmente i server del data center di Santa Clara per rimettere in moto la rete di Facebook, comprese tutte le sue molteplici piattaforme letteralmente scomparse per diverse ore dall’intero pianeta. Il fenomeno, di una gravità e di un’ampiezza senza precedenti, ha avuto ripercussioni sociali, economiche e anche politiche ovunque nel mondo. Imprese abituate, dall’India al Brasile, a ricevere gli ordinativi e a fare le consegne comunicando attraverso Facebook si sono improvvisamente bloccate. Molti utenti dotati di apparecchi intelligenti attivati attraverso connessioni Facebook si sono trovati all’improvviso a non poter aprire la porta di casa, accendere la tv, attivare un termostato, entrare in un sito di shopping online. L’agenzia Bloomberg stima che la perdita economica a livello mondiale sia stata di 160 milioni di dollari per ogni ora di interruzione della connessione digitale, mentre la flessione in Borsa del titolo Facebook ha fatto perdere al fondatore Mark Zuckerberg 6 miliardi di dollari in poche ore”.

Per chi non se ne fosse accorto… cosa altamente improbabile… ieri esattamente alle 8:40 del mattino in California, le 5:40 del pomeriggio in Italia, l’intero sistema Facebook è letteralmente sparito nel nulla.

Racconta Gaggi che per alcune ore nemmeno i dipendenti di Facebook sono riusciti a entrare in ufficio per il blocco dei sistemi di sicurezza. L’incidente catastrofico si è rivelato, via via che passavano le ore, assolutamente banale e frutto di problemi logistici più che di blocchi tecnologici. Se si considera, inoltre, che il timore di attacchi hacker spinge le aziende a dotarsi di procedure di sistema ultrasegrete di cui sono a conoscenza solo un gruppo ristrettissimo di persone, il gioco è fatto, senza dire che anche lo smart working ha giocato la sua parte, poiché chi era in grado di intervenire manualmente sui server si trovava da tutt’altra parte.

Insomma, una vera tempesta perfetta specchio e metafora dei nostri tempi.

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