GIORNATA MONDIALE DEL LIBRO E DEL DIRITTO D’AUTORE
Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...

Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...
Dal “margiu” al “domito”
Il concetto della rotazione delle coltivazioni e del riposo periodico del suolo: dalla cultura dell’incolto all’incultura dello sfruttamento e dell’incendio, tra lavori nei campi e filologia…un contributo di Gerhard Rohlfs (1892-1986) *
A conclusione dei brillanti studi universitari, a prevalente orientamento filologico, il linguista svizzero Paul Scheuermeier (1888-1973), ricevette l’incarico, da parte dei suoi illustri maestri Karl Jaberg e Jakob Jud, di prendere parte attiva nei rilevamenti finalizzati alla stesura dell’Atlante linguistico ed etnografico dell’Italia e della Svizzera meridionale (AIS). L’area investita da tale ambizioso progetto venne divisa in tre settori: Scheuermeier si occupò di produrre dati concernenti l’Italia centro-settentrionale e parte della Svizzera, il glottologo Max Leopold Wagner (1880-1962) quelli sulla Sardegna, mentre al filologo Gerhard Rohlfs (1892-1986) toccò in sorte di condurre l’inchiesta relativa all’Italia meridionale.
Scheuermeier si applicò prevalentemente alla trascrizione fonetica delle forme linguistiche previste dal questionario stilato dai curatori dell’AIS, alla descrizione e alla riproduzione fotografica degli oggetti legati alla vita domestica, alle colture nei campi, nonché alla documentazione di interi cicli produttivi. Questo suo gravoso impegno venne poi pubblicato, tra il 1943 e il 1956, in due volumi, con il titolo “Bauernwerk in Italien” (Il lavoro dei contadini in Italia). Nell’esaudire tale magistrale compito, volto alla maggior conoscenza della cultura agropastorale italiana, strettamente legato però alle sue principali inchieste per l’AIS, ci informa che il maggese, inteso, tanto per intenderci, “all’antica”, cioè basato sulla nozione di “riposo” accompagnato da alcune lavorazioni, era ancora praticato «nur noch wenig in Mittelitalien, etwas haüfiger in Süditalien» [in modo limitato al Centro, leggermente più comune al Sud Italia (vol. I, 71-73)], mentre la “rotazione” – nella quale egli comprendeva anche l’appratamento – era invece «fast überall in Italien üblich» (in Italia quasi ovunque diffuso).
Rotazione o Maggese
Ricapitolando, in senso molto lato, per «maggese» s’intende la messa a riposo d’un campo esausto; in senso più “tecnico”, indica invece il riposo d’un terreno che può essere accompagnato o meno da lavorazioni atte a rivitalizzarlo, le quali però possono variare molto, sia nella sostanza che nelle modalità. Tale pratica, a detta di Scheuermeier, era attestata “appena solo un poco in centro Italia, alquanto più spesso nel meridione”; invece “quasi dappertutto abituale” sembrava la consuetudine di far succedere sul medesimo terreno, in un ordine regolare e predefinito, coltivazioni diverse: da rinnovo (quelle che a fine ciclo lasciano il terreno con una migliore struttura dovuta alle lavorazioni, per esempio: mais, colza); miglioratrici (principalmente le leguminose, azoto-indipendenti, es. erba medica, trifoglio…); depauperanti (generalmente le graminacee).
Presumibilmente, i raccoglitori dell’AIS, per la carta 1417 «maggese», avranno posto la domanda in termini piuttosto imprecisi tanto da riceverne dunque risposte approssimative, e relative a nozioni sostanzialmente differenti: campo che si ara o zappa o erpica, ma che poi si lascia riposare (francese jachère), e questo è, per esempio, il significato “tecnico” di maggese ancora vivo nel centro-sud Italia; campo che si lascia incolto per uno o più anni (francese friche); campo che si lascia «appratare», perché diventi pascolo, o produca fieno; terreno che è sempre stato incolto, anche nel passato. Quest’ultimo senso, a dire il vero, non avrebbe nulla a che fare col «maggese», oppure si dovrebbe dedurre che, già all’epoca delle inchieste dell’AIS, molti coltivatori non erano più in grado di formulare delle risposte in maniera pertinente alle domande a loro indirizzate, in quanto determinate pratiche, come il campo «lasciato a riposo», molto probabilmente non esistevano più nella loro cultura agricola, essendo state appunto sostituite da altre, come per esempio quella della «rotazione» di diversi prodotti. Quindi, o i materiali dell’AIS vanno interpretati con una certa cautela, oppure il principio stesso alle fondamenta della tecnica del maggese ha subìto nel tempo delle sostanziali modifiche.
“Défricher une terre en jachère”
Il maggese concepito quale riposo di un campo accompagnato da lavorazioni come l’aratura del terreno e l’eventuale fienagione non può precedere l’invenzione dell’aratro e della falce “fienaia“, o “frullana“, strumenti, rispettivamente, dell’età del Rame e del Ferro. Rappresenterebbe dunque un notevole progresso nella cultura estensiva, che non richiede più il ricorso all’addebbiatura, con bruciatura (pirodiserbo), successivo rimboschimento, e un lento avvicendamento, circa ventennale; il maggese si offre in grado di diminuire, e di molto, il tempo di riposo improduttivo, quasi drasticamente ad alcuni anni, fino a riproporsi poi solitamente biennale. Ma, proprio perché, nel concetto medesimo di maggese, resta implicita la «rotazione» di campi lasciati a riposo e di campi coltivati, non si potrebbe attuare in assenza di un’oculata gestione, diciamo, “individuale”, o familiare, degli appezzamenti e quindi del concetto di “proprietà”. Il che ritarda la datazione all’epoca in cui si può intendere diffusamente generalizzata la funzione della “privatizzazione” della terra, più in età del Bronzo e del Ferro. Quella del maggese potrebbe essere stata una tecnica introdotta dai Micenei, come ipotizzò Emilio Peruzzi (1924-2010), in “The Mycenaeans in early Latium” (1980), sulla scorta d’un interessante presupposto filologico relativo al termine latino “vervactum”, da vervagere, lavorare onde rendere coltivabile, in francese “défricher une terre en jachère”.
Debbio
In ogni caso, anche se il maggese è molto più recente del debbio, ha tuttavia in comune con quello la finalità di rinnovare la terra esausta. E questo potrebbe rivestire uno dei motivi per cui alcuni termini per “debbio” si sarebbero tramandati come equivalenti di maggese.
Dettagliatamente, il debbio corrisponde alla tecnica scientificamente chiamata “ignicoltura”, adottata dai primi contadini del Neolitico per il risanamento del suolo esaurito, o per l’estensione dei terreni agricoli, e consisteva nella combustione della vegetazione spontanea, o di ciò che restava dopo il taglio degli alberi, delle stoppie dei cereali, delle erbe tagliate e accumulate. Proprio per l’antichità della tecnica in sé, alcuni dei nomi relativi al debbio, e fra tutti per primo lo stesso debbio, coerentemente con il mito dell’arrivo dei Proto-Italici in epoca calcolitica, sono stati considerati preindoeuropei. Numerosissimi, infatti, sono i nomi dialettali del debbio, sia in Italia che altrove. A partire proprio dal più famoso e discusso fra di essi che è lo stesso debbio, ancora oggi ricordato nel verbo debbiare, sia in Toscana sia in Corsica, ma attestato pure nella toponomastica alto-italiana. Risale a quel debelus, che nella forma dell’abl. plur. debelis e dell’acc. pl. debelus si ritrova citato alcune volte nella Tabula Alimentaria (CIL XI, 1147, III 73, IV 38-39, VII 37), risalente al II secolo d.C., e trovata a Veleia, il prospero municipio romano-ligure, nei pressi di Libarna. Ricondotto al tema indoeuropeo dhegwhel-, dalla radice dhegwh- «scaldare, bruciare», da cui il latino favilla e foveo, per le sue caratteristiche fonetiche (perdita dell’aspirazione nelle due consonanti e labializzazione della labiovelare), si tende ad attribuire al Leponzio o Lepontico, lingua di cui si sarebbe accertata la “celticità”. Il termine sarebbe quindi stato introdotto nel settentrione d’Italia, da una delle tante ondate galliche. Ai nomi del debbio in area neolatina apparterrebbe la famiglia, comunissima, del runcare «svellere le erbe cattive, sarchiare, estirpare», in riferimento ai luoghi disboscati, con derivati, persino in Rumeno, dal significato di «terreno dissodato (nel bosco)», da cui il calabrese “arrunzari”, che, di per sé, vale: rabberciare, fare o prendere tutto, senza distinzione di sorta, etimologicamente denominale di un tardo latino runca, o falcetto, quasi con il significato di tagliar tutto, recidere (con la roncola) con approssimazione e indiscriminatamente. C’è poi la famiglia dei derivati del latino sarire «zappettare, sarchiare» di area gallo-romanza e alto-italiana occidentale, attestati anche in Italia centrale; sarìre, sàrcus e sàrculus, la piccola marra per ripulire dalle erbe selvatiche, imparentati al greco saraoo o sairo, spazzare, da cui la titolazione del mosaico inventato da Sosos di Pergamo di Asarotos Oikos, ovvero “stanza non spazzata”, in cui erano raffigurati avanzi di cibo lasciati sul pavimento, non tanto per nascondere la scarsa pulizia, piuttosto per evidenziare l’opulenza del proprietario e ostentarne il potere economico, ovvero, molto più verosimilmente, con intenti apotropaici, teso a placare l’invidia degli spiriti malvagi.
Altra grande famiglia quella di (silva/terra) fracta, diffusa un po’ ovunque, sia nel Nord che nel Centro Italia, come «terra dissodata, disboscata», e nel meridione, in particolare, come «siepe, macchia naturale, campo incolto», oppure luogo impraticabile, poiché rotto, scosceso, intricato di pruni, arbusti e sterpi, da cui “fratta” (fragma), nel senso di chiuso, e “sfrattare” esiliare, mandare via, e inoltre: “farcire” e “frattaglie”. I derivati di bruciare (da brusiare, perurere, perustare, brusciare, e perustus e brusta, o dal sanscrito, bhrag, brace, friggere, fragrante, oppure, sempre dal sanscrito prush, greco pyr, tedesco brennen, brunst, brant, anglosassone brand, brando, tizzone di cui la spada imita il fiammeggiare, e ancora, con riferimento al colore, inglese burn, brown, tedesco braun, bruno), come l’antico brusada o brucata (da sub-lucàre, schiarire la selva per formare il lucus), in francese brûlis e in italiano brullo (da sbrullare, spogliare, poi brolo, verziere, oppure da experulare, depredare della bisaccia, perula; in tedesco baar, in inglese bare, nudo). Il ticinese e trentino regada, da eradicata, sradicata, estirpata. Il latino medievale ligure zerbata, da accostare al nizzardo degerbà, piemontese sgerbì, da exherbare. E infine i derivati di ardeo (dal sanscrito asa, da cui pure arido, ardente, ardore, arsura) come arsione e arsiccia, comuni anche in Francia (arselle), nell’antico frisone arsis, arsin, arsure, o nel provenzale arsino, e riportati anche nella toponomastica di Terrarsa, Camparso, Montarso, Boscarso, ecc. ecc.
L’ignicoltura risulta ormai una pratica detestata per i gravi rischi d’incendio che deturpano il paesaggio e, sopra ogni altra cosa, per i danni all’ecosistema in cui trovano rifugio insetti e animali vari, che contribuiscono al mantenimento della biodiversità e della vitalità del terreno.
Ver Sacrum
Bisogna, allora, anche a maggese riconoscere un’amplissima diffusione tra i nomi dialettali, essendo attestato dalla Toscana settentrionale fino alla Sicilia?
Riassumendo, tecnicamente, designa il campo arato (o lavorato) ma non ancora destinato alla semina. È una derivazione in -ensis di maius «maggio», dovuta, probabilmente, al fatto che in maggio aveva luogo la fienagione (del fieno detto appunto maggese). Così la datazione del termine si riconduce all’età del Ferro, in quanto la fienagione dipende in assoluto dall’esistenza della falce fienaia o “frullana”, la quale appunto ha lama in ferro. Così intesa, la nozione del maggese, si ricollega strettamente alla prima-vera e ciò trova numerose conferme dal loguderese (Mores, Padria, nella regione storico-geografica del Meilogu) beranile, vranili (Sorso, nel sassarese), gallurese branili. E veranu, infatti, è il nome della «primavera», sia in Sardo che in Corso, o nella penisola iberica, mentre in area veneta diventa Verta.
Secondo l’interpretazione dell’archeologa e linguista lituana Maria Gimbutas (1921-1994), in “The Language of the Goddess (1989), il nome della santa cristiana alemanna Verena, il cui culto soppiantò quello di Diana, più che un’estensione o continuazione del cognomen latino (poi nome personale) Vērus (e Vēra), derivante da vērus, “vero” (“che afferma la verità”), andrebbe pertanto ricondotto a quell’arcaica celebrazione in onore di Mamerte (Marte), in occasione di calamità o momenti difficili, del sacrificio (Ver Sacrum) dei primogeniti sacrati, nati da marzo ad aprile, per i Sabini, o a giugno per le altre genti preromane (Sanniti, Sabelli e altre popolazioni osco-umbre). I cuccioli continuarono a essere immolati ritualmente, mentre i bambini nati in quel periodo, giunti all’adolescenza, invece che soppressi, venivano allontanati, esiliati, fatti migrare, grazie alla “protezione divina” e alla guida di un animale totemico, dal cui comportamento trarre auspici e indicazioni per il viaggio, onde fondare delle nuove comunità: i Lucani, il cui totem fu il lupo, provenivano dai Sanniti, il cui totem fu il toro selvaggio, i Sanniti dai Sabini; anche i Piceni, che ebbero come totem il picchio verde, derivarono dai Sabini, mentre i Sabini discendevano dagli Umbri, da considerarsi l’etnia madre dei popoli pre-romani, non Latini, né Galli Sénoni, e neppure Etruschi.
Dall’incolto al “domito”, da veterem a vitulus, da sodo a sano, da saldo a soldo
I molti nomi del maggese di origine “italide”, che dimostrano una grande diversificazione linguistica nel II e I millennio a.C., si possono raggruppare in base all’analogia della motivazione: dalla domitina calabrese, corrispondente al latino domitus «acculturato, non selvaggio», che evidenzia la coscienza del controllo sulla produttività della terra, acquisito mediante la scoperta della nuova tecnica, al più recente meridionale annicchiaro, attestato anche nel settentrione della Sardegna (annighina), da annicularius, legato alla nozione del riposo annuale, e dunque all’avvicendamento, rotazione; dal solitario hapax nord-pugliese lavorìa, da labor- «pena», e lucano fatica, con esplicito riferimento al «riposo» lavorato, o viceversa alla “lavorazione operata mediante il riposo”, al sardo vetustu (vetristu), «terra lavorata l’anno precedente» e lombardo-veneto-nord-emiliano eder, veger, vegro, vegra ecc., derivanti dal latino veterem, da porre in relazione a una tradizionale opposizione «anno vecchio» (lavorato o no) anno presente (a riposo) o viceversa, riproposta pure in nomi di animali, come vitulus [da cui Vituli (o Viteli) e Itali].
La voce letteraria soda, e sodaglia, campo condensato, pareggiato, intero, integro, sano, palpabile, grumoso, non pulverulento, compatto (senza cavità o vuoti esterni), ma anche fermo, stabile, da solidus, presenta un areale che va dall’Emilia alla Campania, con un certo sviluppo autoctono che potrebbe suggerire un’eventuale, possibile derivazione da quest’ultimo dello stesso termine latino solidus,” sol’dus”. Soldo in opposizione allo spezzato frazionale, spicciolo, e quindi totalità di una moneta. Più a Sud compare come savid-, saud-, addirittura saur- e segur-; in Emilia nella variante saldo e saudo, da cui poi si potrebbe essere sviluppato il sodo toscano.
Da “sol’dus” a saldo, allo stesso modo che dal latino “domina” il francese dame. La variante campana sallone conserva il sall-, che ricompare nel nome Sallustio. I termini greci, come yertsu o chersu, da chérsos «solido, secco, sterile» (Chersoneso, e cherseía di Esichio di Alessandria) o chersóō «rendere incolto», richiamano l’immagine della «terra desolata», perché compatta, riarsa, integra… selvaggia (indomita, vergine). Una tale gamma di soluzioni presupporrebbe una maggiore e ben più netta distinzione nell’appropriatezza semantica della scelta di parole. Cosicché un campo può essere inteso “sodo” se, descrittivamente «non dis-sodato», corrisponda, per sua stessa definizione in negativo, al “non lavorato”.
Marca Marco Margiu
Gerhard Rohlfs attribuisce un’etimologia araba al calabrese margiu, affascinato forse da una possibile, ma improbabile, derivazione del medesimo termine siculo dall’arabo «palude», per cui terra incolta proprio in quanto paludosa. Analogamente dall’arabo ‘tarha, cosa che si mette in disparte, avremmo quelle aree non coltivate, marginali, non produttive, come siepi, fasce erbose e boschetti, generalmente presenti ai bordi dei campi, chiamate “tare” e indicate quali siti di svernamento per molti insetti utili, a cui dottrine e metodi di coltivazione naturale e biologica attribuiscono grandissimo rilievo in agricoltura come nel giardinaggio.
Mariella Bussolati, in “L’Orto diffuso” (2012), propone la sua personalissima tecnica detta dell’orto pigro, da affiancare a quelle più celebri di Masanobu Fukuoka, Bill Mollison (Permacultura), Emilia Hazelip (“agricoltura sinergica”). Da questo punto di vista, libri come “Elogio delle Erbacce” di Richard Mabey (2011), o “I messaggi segreti dei fiori” di Mandy Kirby (2011), “Dai diamanti non nasce niente” di Serena Dandini (2011), “Giardini e No” di Umberto Pasti (2010), ecc., sono illuminanti, da un’ottica sia naturalistica che estetica, almeno quanto “Natura come cura” (ancora Mabey, 2010) o “Invecchiare in giardino – De senectute in horto” di Gian Lupo Osti (2010) e altri, lo sono dalla prospettiva psicoterapeutica o di intrattenimento, oppure “Il Giardiniere Goloso” di Bay e Bonacini (2008) od “Oltre il giardino: le ricette di Libereso Guglielmi” (2008), per quanto riguarda salutismo a gastronomia.
Tornando alla tesi del glottologo tedesco, soprannominato “l’archeologo delle parole”, alla stregua di Babbaluci, Burnia, Cassata (da Qashatah), Cafisu (da Qafiz), Funnacu, Gebbia (da Giâbiah), Giarra, Giuggiulena (da Giulgiulan), Lemmu, Sciarra (Sciarrah), Tabbutu (da Tabut), Zagara, Zibibbo (Zbib), Zimmili, Zotta (Saut), o Zuccu (Suq), pure Margiu proverrebbe dall’arabo marg, «prato», mentre è molto più verosimile una ben più semplice derivazione da voce corrispondente al latino margo-inis «terra di confine», come spesso appunto era il terreno lasciato a riposo.
Nella lingua antica tedesca ‘marcha‘ significa confine, delimitazione. “Markstein” è la pietra che indica il limite di un territorio e ancora oggi parole, quali “marcare” (in tedesco: “markieren“) testimoniano questa origine; “Mark” divenne poi il nome del territorio di confine, per esempio “Danimarca” (regione dei danesi), “Mark Brandenburg” (nome tradizionale della regione tedesca) e persino “le Marche”, in quanto zona di confine con il Sacro Romano Impero. Tali feudi nei territori estremi si chiamavano, proprio per questo motivo, “marchesati”, da cui Marca di Fano, Marca di Camerino, Marca di Ancona, e dunque infine il nome della regione al plurale.
“Marchese”, in tedesco “Markgraf“, è cioè un nobile infeudato di una zona di confine. “Markant” sta per marcato, pronunciato; “die Marke” è contrassegno, marchio e la marca, die Markung, la demarcazione; die Briefmarke (francobollo) indica un valore, qualcosa che “delimita “, e dunque il peso di una merce di scambio, da cui una misura per il peso (la “marca coloniensis ponderis et puritatis” pesava 233,28 grammi, suddivisa in 24 “Lot“) diventa “die” (al femminile) Mark, la moneta.
Predisposizione stagionale
Il termine siciliano nord-occidentale kuntsarru (corrispettivo calabro conzàri, conciare) risulta abbastanza interessante, e non soltanto per la sua nozione di base, dalla voce corrispondente al latino comptiare « preparare, ordinare, adornare, accomodare, mettere in ben essere, assettare», conciare, acconciare, concime (sempre nel senso di ammannire, ammendare) ecc., che riflette il tipo d’intervento sul terreno lasciato a riposo, bensì soprattutto dal punto di vista linguistico per la presenza del suffisso in –arru, tradizionalmente considerato da Rohlfs pre-indoeuropeo, mentre per altri si tratterebbe presumibilmente di un’antica tendenza ad assimilare la -j- di –ariu, forse alla stregua dei toponimi come nel padovano Arre [Are, Ari, Aire, Ara (dalla Gens Arria, aia, oppure dosso, rialzo del terreno)], “punta sporgente dalle acque palustri” (ma stavolta si torna di nuovo alla “palude” e al “margiu” di Rohlfs).
Una voce meridionale (apulo-calabra) per «riposare», abbendare (siculo abbintári), proverrebbe dal latino adventare; prato (lasciare a prato ed espressioni simili) naturalmente da pratum. Il tipo ladino novale, da novalis (Noale in veneto, Novoledo nel vicentino, Novaledo nel trentino, ecc.), ci riporterebbe alla ricordata opposizione nuovo-vetusto; il ladino occidentale gir (giraun giranc ecc.), ricollegabile a gerwo-, o a vervactum (e Vervactor era il dio romano della prima aratura), i cui suffissi –anus e -an(i)cus ricondurrebbero a ver-anus, ver-anicus e, con i toponimi di Verona (dall’etimo etrusco veru, per poggio, balcone o verone), o il nome proprio di Verena (Verunia), ancora al “ver sacrum”, torna a richiamare i riti stagionali che si adeguano alla ciclicità della Natura, in Calabria linguisticamente rievocata dalla radice sanscrita [vas-, ardere (da cui la dea del focolare domestico, Vesta), o varsh- (virtù generatrice)] del libidinoso “verrijàri” del maiale in fase di monta.
Bibliografia essenziale:
Bay C. e Bonacini G. Il Giardiniere Goloso. Le erbe e gli ortaggi che val la pena di coltivare in casa o nell’orto, Ponte alle Grazie, Milano, 2008
Bussolati M. L’Orto diffuso, Orme, Roma 2012
Christmann H. H. Gerhard Rohlfs (1892–1986), Eikasmós, 4, 317–320, 1993
Dandini S. Dai diamanti non nasce niente, Rizzoli, Milano 2011
Gimbutas M. The Language of the Goddess: Unearthing the Hidden Symbols of Western Civilization, Harper & Row, San Francisco 1989
Kirby M. I messaggi segreti dei fiori, Garzanti, Milano 2011
Mabey R. Natura come cura, Einaudi, Torino 2010
Mabey R. Elogio delle Erbacce, Ponte alle Grazie, Milano, 2011
Osti G. L. Invecchiare in giardino – De senectute in horto, Ponte alle Grazie, Milano 2010
Pasti U. Giardini e No, Bompiani, Milano 2010
Peruzzi E. Mycenaeans in early Latium, (with an archaeological appendix by Lucia Vagnetti), Edizioni dell’Ateneo & Bizzarri, Roma 1980
Porchia C. (a cura di) Oltre il giardino. Le ricette di Libereso Guglielmi, Socialmente, Granarolo dell’Emilia 2008
Rohlfs G. Historische Grammatik der italienischen Sprache und ihrer Mundarten, 3 Bände, Francke Verlag, Bern 1949-1954
Rohlfs G. Lexicon graecanicum Italiae inferioris, Niemeyer, Tübingen 1964
Rohlfs G. Dizionario dei cognomi e soprannomi in Calabria. Repertorio storico e filologico, Longo editore, Ravenna 1979
Rohlfs G. Nuovo dizionario dialettale della Calabria (Con repertorio italo-calabro), Nuova edizione interamente rielaborata ampliata e aggiornata, Longo editore, Ravenna 1982
Rohlfs G. La Calabria contadina – Scavo linguistico e fotografie del primo Novecento (a cura di Panzarella A.), Edizioni Scientifiche Calabresi, Rende 2006
Scheuermeier P. Bauernwerk in Italien: der italienischen und rätoromanischen Schweiz, eine sprach- und sachkundliche Darstellung landwirtschaftlicher Arbeiten und Geräte, E. Rentsch, Erlenbach-Zürich 1956
