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IL MIO VOTO E’ EGUALE AL TUO (FORSE) 

Storia del suffragio universale di Luciano Canfora 

«Si può dunque affermare che la democrazia politica, intesa come partecipazione effettiva dei cittadini, nasce con l’affermazione dei partiti operai». Non è male che Luciano Canfora – in questo suo Storia del suffragio universale (PaperFIRST, Roma, 2025) – ce lo ricordi! Ma che storia è questa storia? L’estensione del diritto di voto a tutti i cittadini, uomini e donne, senza vincoli di carattere economico o culturale, a partire da una determinata età, non è stata la risultante di un processo semplice. Il potere, la politica, lo stato, il governo dello stato e quella che Michel Foucault ha definito (nel suo corso al Collége del France del 1977-78, conosciuto con il titolo di Sicurezza, territorio, popolazione) la «governamentalità», hanno, da quasi sempre, bisogno del consenso elettorale. La forma dell’organizzazione politica di uno stato e, nelle parole di Foucault, «l’insieme di istituzioni, procedure, analisi e riflessioni, calcoli e tattiche che permettono di esercitare questa forma specifica», conferisce a una comunità lo statuto, per esempio, di democratica quando esiste un certo tipo di voto per elezione. Ma, quando, esiste? Il suffragio universale, scaturito da un allargamento, e «in contrapposizione a una tradizione liberale fondata sul suffragio limitato, ristretto e censitario» rappresenta tale risultato. Dalla lettura di Luciano Canfora, il livello di istruzione e il patrimonio dei cittadini emergono come i due maggiori ostacoli che la lunga corsa della democrazia ha dovuto affrontare. In Italia, l’esercizio del diritto di voto fa si che «chi non si reca a votare non subisce conseguenze penali, ma dovrebbe provare disagio per essersi sottratto a un dovere civico». Canfora ci avverte: «L’aggettivo più importante (…), è “eguale”». La Costituzione repubblicana, infatti, stabilisce che «il voto è personale ed eguale, libero e segreto». I disastri e gli attentati contro questo principio di eguaglianza si sono avuti nel passaggio dalle leggi elettorali proporzionali a quelle maggioritarie. Transitando da un sistema basato sul numero e la quantità a uno centrato sullo spazio e la posizione, si ha che «il risultato finale può essere paradossale: un partito che ha ottenuto meno voti a livello nazionale può ritrovarsi con un numero maggiore di seggi in Parlamento». In casi come questo, si ha un vero e proprio slittamento geografico. Se la legge elettorale proporzionale, infatti, predilige il «quanto», quella maggioritaria inaugura la stagione del «dove». «Perché ciò che conta non è il totale dei voti espressi, ma il numero di seggi conquistati». Inutile dire che, in tale situazione, i seggi sono espressioni di collegi che hanno una base territoriale … «Significa che non può esistere alcuna normativa legislativa che distingue tra un voto “utile” e un voto “inutile”. In altre parole, le leggi elettorali che non rispettano rigorosamente il principio proporzionale introducono un elemento di diseguaglianza tra i voti espressi dagli elettori». Il mio voto è «eguale» al tuo solo se stiamo votando entrambi con un sistema elettorale di tipo proporzionale. «Secondo il principio liberale, qualsiasi limitazione che si ponga all’esplicazione individuale e individualistica, in ambito economico e nei vari aspetti della vita sociale, qualsiasi misura di carattere egualitario viene vista come una limitazione della libertà». Anche questo postremo memento canforiano, non è male! Quando parliamo di «democrazia liberale» dovremmo ricordarcelo.   

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