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IL MONDO MAGICO/PSICOTICO DI ERNESTO DE MARTINO

«Nel mondo magico l’individuazione non è un fatto, ma un compito storico, e l’esserci è una realtà condenda…», quella “labile”, sotto tutti i punti di vista, dell’autoctono d’una dimensione primitiva, culturalmente ed evolutivamente.

Per via dell’incombente rischio d’intrappolamento della “presenza” in un contenuto che non si riesce a rendere “altro da sé”, e quindi a ben oggettivare, in certi casi (soprattutto condizioni psicopatologiche e proto-civilizzazioni d’interesse etnografico), potrebbe accadere di non più «udire la parola», bensì immedesimarsi, con modalità allucinatorie, né «la parola che ode». Ciò non accade all’uomo moderno, sano di mente, grazie all’immediatezza nella funzionalità della propria “presenza”, priva com’è d’una valenza metafisica, che non la rende affatto problematica, anzi del tutto ovvia, nella ferma credenza della realtà in sé e per sé. 

De Martino, in primissimo piano, tra i suoi collaboratori nel 1959 a Bella, in Basilicata


In certi “momenti critici dell’esistenza”, situazioni “di particolari sofferenze e privazioni, nel corso di una guerra, ecc. l’esserci può non resistere alla tensione eccezionale, e può quindi di nuovo aprirsi al dramma esistenziale magico…”.

“Magismo psicopatologico” e “magismo culturale”

De Martino si riferisce alla concezione janetiana di psicastenia, reinterpretandola poi per esprimere la teoria della differenza tra “magismo psicopatologico” e “magismo culturale”, determinata dalla presenza (nel secondo caso) o assenza (nel primo) d’una “storicizzazione” di valori condivisi dalla collettività. Una tale “culturalizzazione” delle manifestazioni psichiche è stata per lo più negata da quella psicopatologia “non consapevole dei propri limiti”, eppure intravista proprio da Pierre Janet, nell’offrire questo spunto all’antropologo napoletano, di far emergere cioè la funzione culturale del simbolismo mitico-rituale, ponendola a confronto col piano della storicità pure di follia impulsiva, catalessia, fenomeni ecolalici, in cui, oltre che nella psicastenia, si manifesta una caduta della «tensione mentale», con tutto ciò che ne consegue in termini di incapacità di concentrazione e sintesi, nonché di perdita di contatto, aderenza e adattamento alla realtà.

Psicastenia janetiana

La concezione “psicastenica” janetiana consente a De Martino di comprendere, in tutti i sensi espressi da questo termine, i disturbi psichici, incluse persino schizofrenia e paranoia, in quelle forme attraverso le quali si va esprimendo l’assenza di radicamento dell’Io nel mondo, tipica delle crisi esistenziali nelle culture di livello etnologico da lui indagate.

Folie à double forme

Ricollegandosi agli studi di Jules G. F. Baillarger (in particolare “Folie à double forme”, del 1854), Janet riconduceva l’intera storia della pazzia a una persistente descrizione d’un «automatismo psicologico» abbandonato a sé stesso “e questo automatismo, in tutte le sue manifestazioni, dipende dalla debolezza di sintesi attuale che è la debolezza morale stessa, la «miseria psicologica» …”. Follia e genio sono, pertanto, i limiti opposti d’ogni sviluppo psicologico e psicopatologico, e gli uomini ordinari, con modalità “bipolare”, oscillano tra questi due estremi.

Ecopsichismo d’imitazione

Janet ricorre alla designazione «ecolalia» per definire l’estensione alla catalessia d’un’imitazione che investa il linguaggio, dalla quale De Martino sviluppa le conseguenze del rischio della “presenza che non si mantiene”, potendo venire catapultata da una realtà emozionante nella passività d’un ecopsichismo d’imitazione del medesimo oggetto che ha procurato l’emozione.

Magia come esperienza esistenziale

Quando dall’imitazione sorge il rischio dell’esserci, con susseguente “riscatto della presenza nel mondo”, la magia si profilerà quale compiuto istituto storico-culturale. Per cui, alla domanda sull’esistenza degli spiriti, De Martino rispose: «Se per realtà si intende il dato deciso e garantito del nostro mondo culturale, gli spiriti non ci sono. Ma se riconosciamo una forma di realtà che nel corso del dramma esistenziale magico storicamente determinato emerge come riscatto di una presenza in rischio in un mondo in rischio, dobbiamo altresì accogliere la realtà degli spiriti per entro la civiltà magica. In questo senso, gli spiriti non ci sono, ma ci sono stati, e possono tornare nella misura in cui abdichiamo al carattere della nostra civiltà, e ridiscendiamo sul piano arcaico dell’esperienza magica».

Già, nell’Enzyklopädie der philosophischen Wissenschaften im Grundrisse (1817), Hegel ammetteva come, mentre la civilizzazione avesse ormai disfatto ogni legame simpatetico con la natura, presso i popoli «meno progrediti nella libertà spirituale» residuassero imprevedibili rapporti altrettanto «reali», tali da consentire, per esempio, previsioni o altre meraviglie. Non si tratterebbe, pertanto, di pure illusioni, e frodi, ma d’una «condizione fondamentale» in quel campo d’indagine, da cercare di poter comprendere senza restare «impigliati nelle categorie intellettualistiche». Secondo De Martino, però, Hegel cadeva egualmente nell’errore di contrapporre alla libertà dello spirito l’unità dell’uomo con la natura e di considerare quindi la magia come «un momento negativo», di non-cultura e non-umanità, lasciandosi sfuggire invece quel dramma d’una lotta intentata ad assicurare “la presenza dell’esserci”.

Un momento “negativo”

Per i lettori degli scritti crociani, Storia come pensiero e come azione (1938) o La natura come storia senza storia da noi scritta (1939), era pleonastico ribadire il concetto secondo il quale del “negativo” non si può scrivere e fare storia. Per cui, allorché Ernesto De Martino, in una lettera datata 19 febbraio 1941, sollecitò il giudizio del suo vecchio maestro a proposito di un iniziale saggio, molto probabilmente ora andato perduto, nel quale affrontava il problema del rapporto fra magia e razionalità occidentale, Adolfo Omodeo gli rispose: «a rigore di logica la storia del magismo non esiste, perché la storia si può fare del positivo e non del negativo: il magismo è una potenza di cui ci si spoglia nel processo della ragione, appunto perché si rivela inadeguata, e non creativa» (lettera di Omodeo a De Martino del 24 febbraio 1941, in “Dal laboratorio del mondo magico. Carteggi 1940-1943”, a cura di P. Angelini, 2007).

Weltanschauung magica

Per De Martino, la questione era cruciale, infatti, a cominciare dal suo primo libro poi effettivamente pubblicato, Naturalismo e storicismo nell’etnologia (1941), in cui s’era dedicato ad analizzare il passaggio dalla Weltanschauung magica all’umanesimo della civiltà occidentale. La magia, allora, rappresenterebbe soltanto una delle tante forme dell’immedesimazione fantastica con le cose naturali?

Come sosteneva Croce, nel concedere che anche la natura doveva avere una sua storia, dal momento che, in quanto realtà, non poteva sottrarsi al divenire, era invece la storiografia a doversi affrontare «come problema teorico nascente da un bisogno di azione o correlativo a questo bisogno». Il tentativo di conoscere le cose della natura sarebbe scivolato in un «vario processo di immaginazione», non soltanto quando nei miti e nelle “favole” un certo pensiero di ispirazione romantica le avesse trasformate in categorie metafisiche e le cose della natura in esseri indipendenti, superiori o “alieni”, ma anche quando «si sogn[ava] di entrare in relazioni di familiarità con loro per mezzo di una supposta arte e potenza magica».

Eppure, se è vero che questa “nostra” sia una storia “disindividuata”, perché «storia senza storia da noi scritta», ci fu un tempo in cui ciò che ora è “altro da noi”, perché “non ci parla” con la necessaria chiarezza pretesa dai moderni, fece parte integrante dei bisogni e degli interessi della proto-umanità.

In “Ernesto De Martino Il sognatore sveglio” (Europa edizioni, Roma 2021), Eugenia Marino sottolinea l’importanza, per il grande etnografo napoletano, dell’influenza di quella figura eclettica di archeologo e storico delle religioni, che fu il padre della sua prima moglie Anna, Vittorio Macchioro, a cui vanno aggiunti gli antropologi inglesi e tedeschi, la scuola sociologica francese di Émile Durkheim e Lucien Lévy-Bruhl, nonché l’autore del fondamentale testo, “Philosophie der symbolischen Formen”,  Ernst Cassirer; e innanzitutto non trascura di parlare dei contributi forniti dalla ricerca metapsichica di Ernesto Bozzano e dall’Automatisme psychologique di Pierre Janet al lavoro del fautore di quel metodo storicistico negli studi etno-antropologici.

Etnocentrismo critico

L’etnocentrismo critico divenne, allora, il suo concetto cardine, e proprio per il convincimento che le categorie interpretative sono sempre strettamente collegate alla cultura d’origine di chi le applica, con la conseguente facilità di far cadere, giusto con gli strumenti utilizzati, nell’errore di oscurare l’oggetto stesso d’indagine, oppure di proporre la propria prospettiva come assolutistica.

Trattandosi di studiare elementi che sono in tutto e per tutto costrutti culturali, la migliore via d’accesso al “mondo magico” consiste nell’anticiparne la comprensione con la consapevolezza che la visione più banalmente ovvia, quasi certamente non è l’unica, né quella appropriata. A fare la differenza è una più consona modalità di rapportarsi a quella realtà che non può essere se non “umana”, e sino alle estreme conseguenze; in quanto l’individuo di quel genere, e in quella dimensione, non ha ancora raggiunto l’autocoscienza e non si è ancora affermato in modo stabile tanto da poter dimostrare la propria “storicizzabilità”.

Il rischio di “non esserci”

Trovandosi il sé ancora in formazione, non s’è costituito in stretta connessione con un processo normativo, come ce lo aspetteremmo, in grado cioè di prevenire quel costante rischio di crollo che poi richiede rituali da mettere in atto per la salvaguardia della sua stessa presenza.

È per questo motivo che la magia va compresa pel tramite d’una ricostruzione storica, sì, ma soprattutto del suo significato ultimo esistenziale. Le categorie dello spirito, nucleo essenziale della “presenza”, sono ontologicamente legate all’umanità, pure qualora non fosse possibile individuare il momento della medesima loro formazione. E nessuna cultura, neanche quella occidentale, può nutrire la presunzione di restare esente dal rischio d’una caduta.

A causa d’una presa non ancora ben salda sul mondo, foriera di crisi radicali, il singolo vive l’esperienza psicopatologica d’una tale labilità. Ma, a differenza dei malati, i primitivi si possono muovere all’interno d’un orizzonte culturale condiviso; e il fatto di poter contare su una comunità, già da solo e di per se stesso, ne salvaguarda la sanità. Cosicché l’autoctono che cade, per esempio, nella reiterazione anancastica di movimenti ripetuti, nella convinzione d’essere vittima di fatture che attentano alla sua salute, trae giovamento dall’ossessività musico-coreutica del contesto o dalle sembianze salvifiche d’un attore predefinito appartenente al proprio ambiente.

Fragestellung, dilemma e soluzione

Se la natura corrisponde a tutto ciò che non può essere tematizzato come elemento in grado di soddisfare una necessità, e pertanto non è oggetto d’attenzione storiografica, la storia del mondo umano-primitivo è invece «possibile di diritto e di fatto», essendo sufficiente che nasca da un «bisogno dell’azione, da una Fragestellung», ovverossia formulazione di domanda, ma anche “questione di coscienza”?

Compito d’un’etnologia storicistica sarebbe dovuto essere quello di percorrere il tragitto che dal moderno a ritroso riconducesse al primitivo, riportando alla luce il significato storico dell’inizio del processo di civilizzazione?

Programmazione desiderante (“pensa di essere un bue, ti spunteranno le corna!”)

In Spiritualità della natura (1939), Alberto V. Geremicca sosteneva che nel percorso onto-filogenetico, da embrioni, la fisiologica “programmazione desiderante” verteva su «la formazione e lo sviluppo di ciò che siamo soliti chiamare il nostro fisico» ed eravamo in grado di «richiamare, ad es., gli umori in una parte più che in altra e promuoverne o temperarne la crescita». Da ciò De Martino arrivava a dedurre che una tale familiarità con la nostra natura più intima suggerisce di supporre «un tempo in cui potevamo a volontà arrestare i battiti del cuore», o «un tempo in cui potevamo attraversare il fuoco senza bruciare le nostre carni».

“Il” momento “positivo”

A maggior ragione, dinanzi all’angoscia che questa latente labilità riesce a generare con la conseguente reattiva «volontà di esserci come presenza davanti al rischio di non esserci», e cioè puro “negativo” e assoluta mancanza, nascerebbe il contraltare “positivo” del rituale magico, con quel riscatto, mediante la costituzione di forme culturali definite, d’una nuova, strutturata, e forse più fiera, consapevolezza della propria esistenza.

E la storia?

Com’ebbe a scrivere nella prefazione a “Le origini dei poteri magici” (1951) di É. Durkheim, H.-P.-E. Hubert e M. Mauss, riprendendo la distinzione crociana fra le categorie e i concetti delle categorie, le prime eterne e i secondi sottoposti al mutamento, «non è mai storia delle categorie, ma si svolge per entro le categorie».

Del resto, non s’era mai intestardito nella ricerca d’una qualche “presenza” indipendente e precedente alle categorie del fare, ma aveva accertato come, in alcuni momenti delicati dell’esistenza, l’individuo corresse realmente il rischio di andare incontro a una “perdita” della propria capacità di realizzarsi in forme culturali, e la “crisi della presenza” si affacciasse, allora, quale possibilità concreta e “storica”.

 

Berardini S.F. Ethos presenza storia. La ricerca filosofica di Ernesto De Martino, Università degli Studi di Trento, Trento 2013

Di Donato R. (a cura di) La contraddizione felice? Ernesto De Martino e gli altri, ETS, Pisa 1990

Galasso G. Croce, Gramsci e altri storici, Il Saggiatore, Milano 1969

Ierace G.M.S. Il morso della Tarantola sacra, Essere secondo Natura (Speciale Suono), 16, 26-35, agosto 1987

Ierace G. M. S. Le vedove di Carnevale, dal mito di Erigone e dal Tarantismo alle bambole di pezza, Il Minotauro, XLVII, 2, 113-21, dicembre 2020

Ierace G. M. S. Teoria antropologica e metodologia della ricerca, secondo Ernesto de Martino, https://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/teoria-antropologica-e-metodologia-della-ricerca-secondo-ernesto-de-martino/9161/

Lattarulo L. Esistenza e valore. Croce, De Martino e la crisi dello storicismo italiano, Cadmo, Roma 1987

Marino E. Ernesto De Martino – Il sognatore sveglio, Europa edizioni, Roma 2021

Sasso G. Ernesto De Martino fra religione e filosofia, Bibliopolis, Napoli 2001

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