Sanremo e il talento calabrese: Fiat131 firma il successo di Serena Brancale al Festival
L’articolo è apparso oggi nella sezione Redazione-Sud Calabria de “Il Quotidiano d’Italia”, edito da Giuseppe...

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«Lo scrittore – dice Pasolini – sta diventando un po’ come un prete».
«Eh?», dico, e penso ai fotografi, a Jacqueline Sassard, ai milioni.
«Sì, ne parlavamo l’altro giorno con Moravia. Lo scrittore sostituisce quello che una volta era il consigliere spirituale. Riceviamo un’infinità di lettere tutti i giorni da gente che vuole aiuti finanziari e morali. Mi scrivono molti giovani, vogliono che legga i loro scritti, che li avvii verso la letteratura, che spieghi qual è il senso della vita».
«Le risponde?»
«Non ho tempo. E poi la roba che mandano è orribile. Ci sono dei buoni poeti, fra i giovani. Ma non sono quelli che mandano le loro poesie. Sono sempre gli altri. Certi giovani stanno facendo cose buone. La poesia ricomincia a interessarli. Bernardo Bertolucci ad esempio, è molto bravo».
«Cos ‘è per lei un autentico scrittore?»
«È un uomo che ha trovato un suo sistema, una specie di mondo chiuso dal quale, spesso, il pubblico è escluso. Per questo a volte certi scrittori bravi non suscitano che irritazione. Un vero scrittore dev’essere fedele al suo mondo, avere cose precise da dire, ed essere in grado di dirle».
È una gustosa fetta sottratta ad un’intervista che Pier Paolo Pasolini rilasciò, nel settembre del 1962, a Mirella Delfini. Uscì sul “Tempo illustrato” sotto al titolo: Ecco Pasolini, il ricco “maledetto”. E al sottotitolo: A dispetto della sua sete di vita e delle esperienze più o meno violente, quello che sta a cuore a Pasolini è la rappresentazione artistica. Il resto è tutta scena.

Son parole pronunciate in un tempo apparentemente lontano. Un tempo… altro, diverso, privo di tutto ciò che oggi distrae, istiga, fa vacillare.
Son parole attuali, sgorgate dall’animo di un visionario con i piedi ben piantati nell’oggi. Suo e… nostro.
Son parole che schiaffeggiano ogni donna ed ogni uomo che scelgono, della propria vita, di farne un’àncora per l’altrui salvezza.
Lo scrittore, in fondo, è la creatura che dà origine a quei mattoncini su cui poi poggia, il lettore, il peso esistenziale; dà origine a quelle mappe con le quali, il lettore, trova orientamento nella giungla che sta tra il primo vagito e il respiro ultimo; dà origine al panino che sazia il sogno di capire il mondo e ciò che su di lui accade.
Pasolini, però, non parla soltanto allo scrittore. Parla, scuote ogni donna ed ogni uomo che decidono di lasciarsi vincere compiutamente dalla vocazione per la quale sono stati chiamati alla vita.
Pasolini parla di irritazione nonché dell’esser fedele al suo mondo: Pier Paolo da Casarsa, insomma, si rivolge a coloro che dell’altrui vita dovrebbero garantirne le sorti. Pier Paolo Pasolini, puntando il dito sullo scrittore, prende a calci chiunque vuol mettersi in gioco.
Dunque, anche il politico.
E giacché la Reggio Calabria nata alla fede con la predicazione dell’Apostolo Paolo (a proposito, negli anni ’60 Pasolini lavora alla sceneggiatura d’un film dedicato all’Apostolo delle genti, alla predicazione paolina, incastonandolo nel mondo contemporaneo: non vedrà mai il primo ciak, ma il testo è stato pubblicato ed è esempio tangibile del genio mostruoso ch’era Pier Paolo) s’appresta a divenir proscenio di una lunga campagna elettorale, circoscrizione e comunale, a noi sembra buono e giusto consegnare ad ogni nato alla Vita sul fazzoletto di storia e umanità denominato, appunto, Reggio Calabria, il monito del Pasolini: un bravo politico anzitutto irrita, un vero politico è fedele al suo mondo, un buon politico ha delle cose da dire, un autentico politico sa dirle, quelle cose.
Il motivo di tal consegna sorge perché motivato è il timore nostro: oltrepassata la soglia del diciottesimo anno d’età, chi più, chi meno, tutti sognano d’occupar lo scranno in quel di palazzo San Giorgio o, adesso che son tornate, in uno dei consigli circoscrizionali.
Eppure, ben pochi, assai pochi, sono coloro che hanno qualcosa da dire, che sanno dirla. Soprattutto che hanno una idea di Città, o di Quartiere, che hanno un’ideologia cui aggrapparsi, che son desiderosi di assumersi la responsabilità di scelte che, piuttosto che accumulare “mi piace” sui sociali, provocano irritazione. Giacché le scelte – amministrative – che sortiscono effetti buoni per la comunità sono, pressocché tutte, antipatiche. Non portano voti. Sortiscono effetti nel tempo. La loro bontà la si scopre col passar del tempo, poiché mirano a modificar stili e pretese, nocivi, che erano oramai divenuti abitudini consolidate. Utili a pochi. O a pochissimi.
Per non parlar della coerenza, in politica: Pier Paolo Pasolini parla di coerenza al suo mondo: quanti dei nostri politici son disposti a restar fedeli al mondo loro? Non solo ideologico, soprattutto umano: si comincia gomito a gomito con uno, si continua facendo, a quell’uno, quanto meno lo sgambetto…!!!
Insomma, cinquant’anni fa Pasolini veniva assassinato: fortunatamente, per noi, però, le parole sue erano e restano vive, taglienti, dissacranti e fresche.
Riappropriamocene.
Meditiamole.
E chissà che anche in noi non sbocci l’istessa consapevolezza che albergava in Pier Paolo…: ho sempre pensato, come qualsiasi persona normale, che dietro a chi scrive ci debba essere necessità di scrivere, libertà, autenticità, rischio.
