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IL POSTO DEL VENTO. STORIE CHE MERITANO UN ETERNO DI CRISTALLO

Due anni fa come oggi, pandemia compresa, usciva in abito di carta e parole, Il Posto del Vento, per Città del Sole edizioni. In ragione del fatto che sono stato io lo scrivente, ben lungi da me ogni forma di auto celebrazione. Lo scrivente, si sa, è solo un mezzo per far arrivare ai lettori le storie degli altri. E da questa contaminazione, che può suscitare tante emozioni, o viceversa nessuna, nasce la cultura basilare, di strada, di angoli da smussare, democratica, per tutti, per chi la sente.

Per chi pensa che la cultura sia un esercizio di popolo.

Ecco, l’ho detto.

Adesso, possiamo andare avanti.

Il posto del vento, che oggi compie due anni dall’uscita pubblica, ma in realtà è stato scritto nel corso di qualche anno precedente, è soltanto una lapidaria raccolta di storie.

Dieci, per tredici donne.

Solo un caso ha voluto che queste storie incontrassero lo scrivente.

Solo un caso ha voluto che le storie fossero declinate al femminile.

Credo sia giusto affermare che il ruolo di chi scrive sia di catturare parole narrate da altri, storie sofferte e vissute da gente sconosciuta, o conosciuta, e dare loro la dignità della memoria. Dell’eterno. Dell’attenzione pubblica. Della cultura di strada che ho, in modo forse azzardato, richiamato.

I momenti più belli durante un’impresa letteraria, mi venga passata questa enfasi aulica, sono quelli delle presentazioni pubbliche.

Poche, per Il Posto del Vento, a causa di un anno di pandemia.

Ma, forse, ci rifaremo.

Grazie a questo libro di storie rubate, alcune persone mi fermano per strada e mi dicono di aver rivisto la propria storia tra quelle pagine.

Lo fanno con gratitudine per aver trovato la dignità della narrazione.

Lo fanno con l’imbarazzo di aver vissuto una brutta vicenda.

Lo fanno con la leggerezza intrisa di soddisfazione per essersi salvati.

Ma chi narra si potrà mai salvare dalle storie che narra?

Il verbo narrare apre e chiude la frase, non a caso.

Si da il caso che la salvezza non può coincidere con l’indifferenza.

Mai.

E la condanna non può coincidere con l’empatia.

Mai.

Benvenute nella mia vita, e nella vita di chi legge, Ornella, Kubra e Olimpia.

Le loro storie, rubate ascoltando, meritano la dignità della memoria.

Le loro storie meritano un eterno di cristallo.

Un’ultima cosa, per finire questo anniversario, in un giorno inusualmente freddo.

Amo incontrare i ragazzi, e parlare con loro. E sentirli, mentre ascolto.

La ragazzina come tante, senza calzini, perché non si usano più, mi chiede del posto del vento. Parliamo per minuti. È serena. Tutti, in quella scuola Ionica, sono sereni, quel giorno di primavera.

Mi colpisce qualcosa che non capisco. So che c’è qualcosa per l’aria, che si aggancia alle parole scambiate. Ma non riesco a capire cos’è.

Non sempre è necessario capire.

Ho una copia in mano del libro, usata per parlare ai ragazzi di riscatto e cambiamento.

Gliela regalo, così, d’istinto.

Mi ringrazia, sorride. Con leggerezza, va via.

Apprendo, dopo tempo, il suo nome. La sua storia. La morte della madre vittima di violenza di chi avrebbe dovuto amarla.

Ma chi ama non uccide. Mai.

Ecco cos’era la storia sospesa che si agganciava alle mie, creando un ponte tra le parole e la vita.

Ecco il filo invisibile che lega lo scrivente alla realtà.

Ecco uno dei motivi per i quali, oggi, sono lieto di aver scritto un libro color seppia, insieme a tredici donne, che sono storie.

O forse quattordici, perché c’è pure una ragazzina senza calzini che spero possa trovare, presto, amore e serenità.

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