Menomale che Giuseppe c’è
È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...

È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...
“Profumi indescrivibili/ nell’aria della sera…” per l’ipotesi messianica della IV Egloga in «Questo mare… pieno di voci…» dell’«Iter Siculum» pascoliano –
«Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni. Ululano ancora le Nereidi obliate in questo mare, e in questo cielo spesso ondeggiano pensili le città morte. Questo è un luogo sacro, dove le onde greche vengono a cercare le latine; e qui si fondono formando nella serenità del mattino un immenso bagno di purissimi metalli scintillanti nel liquefarsi, e qui si adagiano rendendo, tra i vapori della sera, imagine di grandi porpore cangianti di tutte le sfumature delle conchiglie. È un luogo sacro questo. Tra Scilla e Messina, in fondo al mare, sotto il cobalto azzurrissimo, sotto i metalli scintillanti dell’aurora, sotto le porpore iridescenti dell’occaso, è appiattata, dicono, la morte; non quella, per dir così, che coglie dalle piante umane ora il fiore ora il frutto, lasciando i rami liberi di fiorire ancora e di fruttare; ma quella che secca le piante stesse; non quella che pota, ma quella che sradica; non quella che lascia dietro sè lacrime, ma quella cui segue l’oblio. Tale potenza nascosta donde s’irradia la rovina e lo stritolio, ha annullato qui tanta storia, tanta bellezza, tanta grandezza. Ma ne è rimasta come l’orma nel cielo, come l’eco nel mare. Qui dove è quasi distrutta la storia, resta la poesia. … quando, or sono pochi mesi, mi trovai in quel lembo d’Italia, io ripensai subito al poeta, al Genio del luogo. Egli era bene un poeta, e il poeta, sapete, è quasi un creatore, poiché è colui che con le parole — fiat lux — illumina d’un tratto l’oscurità che ne circonda. Certo la stella e il fiore, la serenità e la tempesta erano anche prima che il poeta ne parlasse, e voi avevate gli occhi per vederle; ma voi non guardavate, e le cose belle erano come se non esistessero: la sua parola fu che per voi le creò. E così io pensava a questo poeta dell’estrema Italia, dove le onde greche si fondono con le latine, come a uno spirito misteriosamente remoto che da un suo speco vegliasse a creare questo mondo fantastico con le Nereidi ululanti dal mare e con le città morte pendenti nel cielo. Mi aveva l’aria, questo poeta segregato dal mondo, se m’è lecito dirlo, d’un Proteo vecchio marino verace, che sapesse i gorghi di tutto il mare.» (Giovanni Pascoli: Pensieri e discorsi, 1895-1906, 1914).
Il 27 giugno 1898, nel commemorare Diego Vitrioli, il latinista reggino autore dello Xiphyas (X. gladius, pesce spada, 1845), il vate di San Mauro di Romagna presagiva forse l’immane e drammatico disastro che avrebbe procurato quel tragico sisma di dieci anni dopo?
Alla stessa stregua, quasi, di come Virgilio preannunciò, nella IV delle sue Egloghe (da ἐκλογαί, “poesie scelte”), la nascita d’un salvifico puer con largo anticipo rispetto all’inizio della nuova era cristiana?
Humiles myricae
In fondo, “Sìcelidès Musaè, | paulò maiòra canàmus!” (O Muse di Sicilia, un po’ eleviamo la materia del canto!) è il verso di partenza, da cui Pascoli organizza le sue varie raccolte poetiche, da Myricae (le “umili tamerici” del secondo verso: «arbusta iuvant …») ai Canti di Castelvecchio (dove, in epigrafe, quelle medesime “humiles myricae” traduce cesti o stipe).
Il professore Pascoli a Messina
«Sull’esperienza messinese di Pascoli […] – scrive Fabio Stok nella prefazione a “Il professore Pascoli a Messina, l’Iter Siculum e l’alunno sacerdote”, a cura di Sergio Di Giacomo, Giuseppe S. Minutoli e Giuseppe Ramires (Città del Sole edizioni, Reggio C. 2023) – Si può certo ipotizzare che Pascoli abbia letto le Bucoliche in un suo corso messinese, ma forse un tramite più preciso può essere individuato nell’interesse di Pascoli per il Carmen saeculare di Orazio, un testo che ha indubbiamente forti consonanze con la quarta egloga. All’opera di Orazio Pascoli dedicò un lavoro pubblicato a Livorno nel 1895 [“Lyra Romana”], saggio che De Lorenzo [“l’alunno sacerdote”] conosceva e cita nella tesi [“L’ipotesi messianica nella IV Egloga di Vergilio”, 1903]».
Alme Sol
Tradusse i versi 9-12 («Alme Sol, curru nitido diem qui/ promis et celas aliusque et idem/ nasceris, possis nihil urbe Roma/ visere maius!»): “Sol di vita che con il fiammeo carro/ porti e celi il giorno, che sempre un altro e/ sempre quello sei, non veder di Roma/ Nulla più grande!…” (Giovanni Pascoli: “Traduzioni e riduzioni, raccolte e riordinate da Maria”, 1923), in modo talmente sgraziato, affettato e privo di naturalezza, che Puccini non li avrebbe mai messi in musica.
L’Epodo XVI di Orazio
Nell’Epodo XVI, lo stesso Orazio aveva espresso lo sconforto per il protrarsi e il rinfocolarsi delle guerre civili, forse ispirato da Sallustio che, in quei medesimi anni, ricordava, nelle Historiae, come, stanco delle guerre iberiche, Quinto Sertorio progettasse di salpare alla volta di “isole beate” nell’Oceano: “Vos, quibus est virtus, muliebrem tollite luctum… arva beata petamus, arva divites et insulas…” (Voi che avete coraggio, dismettete il lamento muliebre… dirigiamoci alle isole dai campi ricchi e felici… – v. 39-42, “felici”, sia nel senso di prosperi che di più fortunati).
A ciò fece eco Virgilio: “Àt tibi prìma, puèr, | nullò munùscula cùltu// èrrantìs hederàs | passìm cum bàccare tèllus/ mìxtaque rìdentì | colocàsia fùndet acàntho…” (Proprio per te, fanciullino, quali primi doni la terra non coltivata profonderà edere rampicanti qua e là con asari e rigogliose colocasie miste all’acanto… – vv. 18-20).
Le mystère de la IVe eclogue
Sarebbe stata l’Oratio ad sanctorum coetum, attribuita a Costantino, a suggerire un’ipotesi interpretativa dell’Egloga virgiliana in chiave messianica, che, ancora nel 1930, costituiva un vero e proprio “mystère” per lo storico francese Jérôme E. J. Carcopino (Virgile et le mystère de la IVe eclogue). A cui recentemente s’è associato Daniel Hadas, ammettendo come “even the most sceptical must be struck by how much of the poem seems like it could refer to the coming of the Saviour” (anche i più scettici rimarranno colpiti da quanto la poesia sembri riferirsi alla venuta del Salvatore – Christians, Sybils and Eclogue IV, 2013), avvalorando quasi un passaggio valutativo della storia dal giudizio fenomenologico al criterio metafisico.
La testimonianza di Stazio
Dante non ebbe dubbi sulla preveggenza della sua mantovana guida nell’oltretomba, tanto da far rendere testimonianza al poeta latino Publio Papinio Stazio, autore d’una “Tebaide” (Thebais) in XII libri, della personale conversione alla fede cristiana, proprio grazie alla lettura della IV delle dieci Bucoliche (Βουκολικά, “pastorale”, da βουκόλος = pastore): «Tu prima m’inviasti/ verso Parnaso a ber ne le sue grotte,/ e prima appresso Dio m’alluminasti.// Facesti come quei che va di notte,/ che porta il lume dietro e sé non giova,/ ma dopo sé fa le persone dotte,// quando dicesti: ‘Secol si rinova;/ torna giustizia e primo tempo umano,/ e progenie scende da ciel nova’.// Per te poeta fui, per te cristiano… » (Purgatorio – Canto XXII, vv. 64-73).
Simbologia del sette
Al buon fratello massone, ed esoterista, Pascoli non poteva sfuggire l’implicito rimando alla filosofia pitagorica e al valore profetico del numero sette, presente nella suddivisione dei tre versi iniziali (che costituirebbero una sorta di proemio), seguiti da un gruppo di quattordici (due volte sette), uno di ventotto (4 volte 7), di nuovo un altro di quattordici, con l’explicit di quattro versi da sommare ai primi tre.
Il “Saeculum” Etrusco
Non era quindi difficile ipotizzare che Virgilio avesse potuto scrutare i responsi oracolari scritti nei Libri Sibillini, o meglio in quel poco di essi riuscito a conservarsi, dopo l’incendio nel tempio di Giove Capitolino dell’83 a. C., giusto l’anno in cui si faceva terminare l’VIII Saeculum Etrusco, il cui numero d’anni poteva eccezionalmente venire stabilito da prodigi, spesso astronomici, e non perentoriamente fissato in centodieci. Del resto, in quel decennio dal 91 all’82 a. C., sul territorio italico si combatterono tutta una serie di guerre, sociali, civili ed esterne, che, nel loro insieme, paventarono ci si potesse trovare di fronte a quegli sconvolgimenti del mondo allora conosciuto previsti dagli indovini nelle circostanze finali d’un Saeculum, e iniziali d’uno nuovo.
Un nuovo “magnus annus”
“Ùltima Cùmaeì | venìt iam càrminis aètas;/ màgnus ab ìntegrò | saeclòrum nàscitur òrdo” (L’ultima epoca è giunta del responso di Cuma;/ da capo nasce il grand’ordine dei secoli.). Il richiamo a Cuma, potrebbe sviare, o chiarire, una più enigmatica provenienza di quella Sibilla che aveva già svelato la discendenza divina di Alessandro il Grande?
Quale Sibilla?
Da Eritre, cioè, una delle dodici città della Lega della Ionia (in Asia Minore), la cui profetessa era pertanto denominata “eritrèa”; quella che, poi, nell’iconografia cristiana, venne più spesso ricollegata, appunto, all’annuncio della Redenzione.
Magnus Ordo
“Magnus […] ordo” rimanda alla tradizione diffusa a Roma, sempre tra le sette pitagoriche od orfiche e i circoli stoici, della ciclicità del grande “Annus” (di Ere ed Eoni), per cui dopo aver percorso l’intera loro orbita geocentrica, il sole, gli astri e i pianeti ritornano tutti nella posizione iniziale; un concetto ripreso nei versi successivi 11 e 12, con “decus hòc aevì” e “magni […] menses”, “quest’età gloriosa … di magnifici mesi”.
Una figlia di Astreo
“Iàm redit èt Virgò, | redeùnt Satùrnia règna,/ iàm nova prògeniès | caelò demìttitur àlto.” (Ormai torna anche Vergine, con i regni di Saturno,/ già una nuova progenie discende dall’alto del cielo.).
La Giustizia (Dike, Δίκη, figlia di Astreo), raffigurata nella costellazione della “vergine” (Astrea), che, secondo Arato di Soli (Phainòmena kai Diosemeîa, Φαινόμενα και διοσημεία, Fenomeni e pronostici: vv. 96 e sgg.) aveva abbandonata la Terra a causa del malvagio comportamento degli uomini, ricompare, assieme all’esiodea Età dell’Oro, coincidente con il primordiale regno di Crono-Saturno (Satya Yuga, per gli indù, a cui ha poi fatto seguito l’età dell’argento, o Treta Yuga, sotto il regno di Zeus; quella del bronzo, o Dwapara Yuga, era degli eroi della guerra di Troia; nonché l’età del ferro, Kali Yuga, o dell’oscurantismo, dell’ignoranza e della sofferenza spirituali).
Il tempo felice dei «Saturnia regna» Virgilio li menziona pure nell’Aeneis (IV, 6; VI, 41; XI, 252), dove chiama l’Italia, appunto, «Saturnia Tellus» (I, 569; VIII, 329).
La nascita del bambino
In “Die Geburt des Kindes”. Geschichte einer religiösen Idee” (1924), il filologo classico e storico delle religioni tedesco Eduard Norden, che aveva già realizzato un apprezzato commento al libro VI dell’Eneide (discesa agli Inferi, catabasi, o Nekyia, νέκυια), propose l’interessante interpretazione che considera il puer quale personificazione del “Tempo” – Chronos (Χρόνος), più che il Kronos (Κρόνος), figlio di Urano e Gea.
Un’epifania
Una divinità assimilabile all’iranico Zurvan e all’Eros ( Ἔρως) orfico o Phanes (Φάνης, luce), detto Protogonos (πρωτόγονος, primordiale) ed Erikepaios (Ἠρικεπαῖος, donatore di vita), che ricomincia il suo ciclo, a partire dalla favolosa Età dell’Oro, o di Saturno (Satya, dal sanscrito sat, essere e, quindi, reale e vero), è pure Aion (Αἰών), la cui nascita, ad Alessandria d’Egitto, veniva festeggiata, guarda caso, il 6 gennaio, presso il santuario della “vergine” Kore, alla quale, secondo Epifanio di Salamina (Panarion, LI, 22, 3–11), ne veniva ovviamente attribuita la maternità.
La Palingenesi
La palingenesi (da πάλιν-, di nuovo e γένεσις, nascita) ha inizio con un fanciullino dalla vita simile a quella degli dei e degli eroi che reggerà un mondo già pacificato dalle patrie virtù?
Nelle Georgiche: “… anne nouum tardis sidus te mensibus addas,/ qua locus Erigonen inter Chelasque sequentis/ panditur…” (… aggiungi una nuova stella ai tardi mesi, dove il luogo d’Erigone s’apre tra le Chele che lo seguono…- I, 32-34), la definizione oroscopica riguarda chi nacque il giorno di transizione dal segno della “vergine” (Erigone) a quello successivo (Bilancia), originariamente occupato dalle chele dello Scorpione; e quel giorno fatidico corrisponde al 23 settembre, genetliaco, nel 63 a. C., del nouum sidus, e rex venturus (non tanto puer nascens), Ottaviano, e dunque punto di partenza del saeculum nouum?
Saeculum
In epoca arcaica, con saeculum, si designava il tempo intercorrente da quando era accaduto qualcosa di memorabile, tipo la fondazione d’una città, fino al momento in cui tutte le persone coinvolte con quegli avvenimenti non fossero decedute; a quel punto sarebbe terminato il saeculum.
Ab urbe condita
Quando, nel 17 a. C., anno 737 ab urbe condita, Augusto organizzò per la prima volta i Ludi saeculares, poiché era consuetudine valutare la durata approssimativa d’un saeculum in centodieci/120 anni, piuttosto che l’inizio, si celebrava la fine d’un periodo in connessione con il Natale di Roma. Nel 714 ab Urbe condita, durante il consolato di Pollione, dedicatario del carme concepito da Virgilio in occasione dell’intesa di Brindisi tra Marcantonio e Ottaviano, quale ciclo avrebbe avuto termine?
La “terminatio”
La terminatio, di cui parla la “Profezia di Vegoia” (o Vecuvia, una lasa, ninfa, profetessa, sibilla della mitologia etrusca, la cui caratteristica iconografia di nuda giovinetta alata con in mano una spiga di grano richiama quella della vergine dello zodiaco), sarebbe strettamente connessa all’avvento d’un saeculum “novissimum”, l’ottavo, e per la suddetta “Profezia” anche ultimo e conclusivo del medesimo nomen Etruscum.
Vulcatio
L’avvento, quindi, di questo novissimum saeculum coinciderebbe con la “fine della storia” del popolo Etrusco, probabilmente identificabile nel Bellum Perusinum proprio di quel fatidico anno 40 a. C., quando si sarebbe compiuto, anche per il computo alternativo di X, quel previsto “decimo” saeculum di soli quattro anni, il ciclo più breve di tutti, incominciato nel 44 a. C., alle idi di marzo, come ricorda Servio nel commento a Virgilio, Ecloga IX, 46-47 (relativa al “Caesaris astrum”): “Vulcatius aruspex in contione dixit cometen esse, qui significaret exitum noni saeculi et ingressum decimi. Sed quod invitis diis secreta rerum pronuntiaret, statim se esse moriturum, et nondum finita oratione in ipsa contione concidit.” (l’aruspice Vulcatio, disse alla riunione che c’era una cometa [la stella di Cesare] che avrebbe significato la fine del IX secolo e l’ingresso nel X. Ma poiché aveva rivelato i segreti delle cose contro la volontà degli dei, sarebbe morto immediatamente nel corso di quella stessa assemblea quando non aveva ancora finito di parlare).
Manvatara
L’esoterista francese René Guénon, che ritiene “simbolici” i dati tradizionali indù, nel compararli con altri, provenienti dalle civilizzazioni caldee e iraniane, s’azzarda a calcolare la durata d’un intero ciclo “chiuso” di manifestazione di “una” umanità (Manvatara) in circa 65.000 anni, secolo più secolo meno, scanditi secondo una progressione aritmetica e proporzione pitagorica 1-2-3-4; cosicché, andando a ritroso: il Kali Yuga dai nostri giorni al 4.400 a. C., il Dvapara Yuga dal 4.400 a. C. al 17.000 a. C., il Treta Yuga dal 17.000 a. C. al 37.000 a. C. e il Satya Yuga dal 37.000 a. C. fino all’inizio del ciclo, un periodo, quest’ultimo, su per giù equivalente a uno di precessione degli equinozi (25.920 anni).
Surya Siddhanta
Nel Surya Siddhanta, si legge qualcosa di un po’ più complicato: «… dodici mesi compongono un anno. Questo è chiamato il “giorno degli dei”…. Sei volte sessanta [360] di essi sono un “anno degli dei”… Dodicimila di questi anni divini sono denominati un’Era Quadrupla (caturyuga)… Le Ere sono qui chiamate Patriarcato (Manvantara); a ogni loro fine si dice che ci sia un “crepuscolo” che ha il numero di anni d’un’Età dell’Oro, e che corrisponde a un “diluvio”. In un kalpa (Æon) si contano quattordici di tali Patriarchi (Manu) con i loro rispettivi crepuscoli; all’inizio dell’Æon c’è una quindicesima “alba”, che ha la durata d’un’Età dell’Oro…».
Un kalpa (o Æon)
Diviso in quattordici “periodi di Manu” (Manvantara), ogni kalpa equivale a mille mahāyuga, l’insieme dei quattro yuga comprese le “albe” e i “crepuscoli” intermedi (sandhi). A ogni kalpa (giorno di Brahma) succede una “notte di Brahma”, della stessa durata del giorno (equivalente a un altro kalpa), durante la quale avviene una parziale distruzione del mondo (pralaya) per opera dell’acqua (diluvio), del fuoco (ecpirosi), o del vento. Un “mese di Brahma” conterrebbe trenta di questi giorni e notti.
Mahapralaya
Secondo il Mahābhārata, dodici “mesi di Brahma” (da 360 giorni e notti di Brahma) costituiscono un “anno di Brahma”, o “anno divino”, e cento anni di Brahma un ciclo di vita dell’universo (vita di Brahma), o Mahākalpa. Dopo ogni mahākalpa, Brahma stesso muore e avviene una totale distruzione dell’universo (Mahapralaya), che dura quanto è durata la vita di cent’anni di Brahma. E il ciclo è destinato a ripetersi ulteriormente.
Oggi sarebbero passati cinquanta anni di Brahma e ci ritroveremmo nel cinquantunesimo (dell’attuale Mahākalpa), ovvero l’era del cosiddetto “Cinghiale bianco” (Sweta-Varaha-kalpa), da Battiato tratteggiata di “Profumi indescrivibili/ nell’aria della sera…”.
Astreo
Dal titano Astreo (Ἀστραῖος, “stellato”) ed Eos (Ἠώς, l’aurora) erano nati anche i principali Anemoi ( Ἄνεμοι) direzionali dei venti mediterranei: Zefiro (Zéphyros, ovest), Borea (Βορέας, nord), Austro o Notos (Νότος, sud) ed Euro (Εὖρος, sud est); gli Astra Planeta visibili quando riflettono la luce del sole: Mercurio (Hermes, Ερμής), Venere (Afrodite, Αφροδίτη), Marte (Ares, Άρης), Giove (Zeus, Δίας) e Saturno (Crono, Κρόνος); nonché le stelle, tra cui Fosforo ed Espero, intesi come luce del mattino e della sera.
Proprio per questo Astreo sovrintendeva all’attimo crepuscolare intercorrente tra la scomparsa della luce solare e l’arrivo della luce degli astri nel buio notturno. In quanto titano delle stelle e dei pianeti, lo era anche dell’astrologia, degli oroscopi e delle profezie, e da lui si recò pure Demetra per conoscere il destino della figlia Persefone/Kore.
Le credenze astrologiche
In parte quale estremo risultato d’un diffuso e imperante fatalismo, in epoca ellenistica, le credenze astrologiche permeavano la vita religiosa e intellettuale dell’intera area mediterranea. Alla gran parte degli individui, tagliati fuori dalle loro tradizioni locali, ma liberi di muoversi a piacimento un po’ dovunque, l’astrologia soddisfaceva il bisogno di nuove e pregnanti simbologie che potessero aiutare a dare un senso alla vita quotidiana e che non fossero troppo identificabili con una particolare comunità, o località, come lo erano state le forme religiose più arcaiche. Indipendentemente da dove si viaggiasse, le configurazioni celesti apparivano dappertutto quasi le medesime e fornivano un’ideale materia prima a un sistema simbolico che si sarebbe così reso universale.
Influenze di stelle e pianeti
L’accettazione dell’astrologia comportò la crescente convinzione che la dimora degli dei fosse da ricercare esclusivamente in cielo. Durante il periodo ellenistico, divenne allora consuetudine associare i pianeti visibili ai nomi delle varie divinità greche, o latine, come Zeus (Giove) e Ares (Marte), o Hermes (Mercurio) e Afrodite (Venere). L’astrologia incoraggiò pure una nuova concezione escatologica della vita dopo la morte, secondo la quale, come si credeva in precedenza, l’anima non sarebbe finita agli inferi, per ascendere piuttosto, attraverso le sfere planetarie, fino a quella delle stelle fisse e poi oltre, in una parvenza paradisiaca ancora più esterna ed estrema. Un viaggio, comunque, immaginato difficile e pericoloso, che per essere effettuato necessitava di imprescindibili, e segrete, conoscenze iniziatiche.
Il Leontocefalo
Data la frequente ricorrenza di simboli astrologici nell’iconografia mitraica, in questa iniziazione in particolare, i concetti astronomici ricoprivano grandissima importanza, a partire dai dodici segni dello zodiaco e dai pianeti, sole e luna compresi, fino alla tauroctonia intesa anch’essa quale emblema astrale. Ed infatti per i credenti il tempio mitraico doveva essere proprio “un’immagine del cosmo” e a sovrintendere al movimento delle stelle e delle fasi dello zodiaco era l’invulnerabile e immortale Leontocefalo, con corpo di uomo, avvolto da un serpente, e alato, “Servo di Mitra”-Phanes, associato al Tempo e in relazione al percorso iniziatico. Un’immagine della divinità alla cui formazione hanno concorso motivi sia di ascendenza orientale, sia d’origine ellenistico-romana.
La Tauroctonia
Oltre al Toro, anche le altre figure di leone, cane, serpente, corvo, scorpione e coppa hanno, ciascuna, un preciso parallelo tra le costellazioni: Leo, Canis Minor, Hydra, Corvus, Scorpio e Crater. Sei di queste sette costellazioni si ritrovano collegate nel cielo così come nella tauroctonia; con la sola eccezione del Leone, situato invece lungo un percorso definito da un’antica posizione dell’equatore celeste, proiezione del terrestre sulla sfera superiore. Un cerchio immaginario inclinato d’un angolo di circa 23 gradi rispetto al piano dell’orbita eclittica che va a definire poi il circolo dello Zodiaco.
X (chi)
L’equatore celeste attraversa questo zodiaco in quei punti dove si va a collocare il sole il primo giorno di primavera e il primo d’autunno, giusto agli Equinozi. Per rappresentare l’incrocio dell’eclittica e dell’equatore celeste, Platone, nel suo dialogo Timeo, ebbe a scrivere che il creatore dell’universo avrebbe iniziato la formazione del cosmo col modellarne la sostanza nella lettera X (chi).
La precessione degli equinozi
A causa della precessione degli equinozi, scoperta dall’astronomo greco Ipparco, intorno al 125 a. C., la posizione del sole nel cielo, in quegli specifici periodi dell’anno, si va spostando all’indietro lungo l’eclittica, per cui ogni anno l’equinozio cade leggermente prima. Il completamento avviene molto lentamente, nel corso di quasi 25.920 anni, mentre, per l’apparente “attraversamento” d’una costellazione, il sole impiega circa 2.160 anni.
Durante l’epoca greco-romana, l’equinozio di primavera era situato in Ariete, nel quale il sole era entrato intorno al 2000 a. C.; prima d’allora, però, stava in Toro, per cui, prevalendo diversi secoli prima, la disposizione delle costellazioni nella Tauroctonia mitraica corrisponde a una situazione astronomica abbastanza precedente. Pertanto, tutte quelle sei/ sette costellazioni si trovavano sull’equatore celeste come si sarebbe visto proprio quando l’equinozio di primavera si fosse posteggiato in Toro, e il “sacrifico” di quell’animale simbolo, avrebbe assunto, per i fedeli astrofili, tutt’un molto più intenso significato peculiare, di fine d’un’era zodiacale e inizio d’una nuova.
Ipparco di Nicea
Per chi avesse avuto una visione geocentrica del mondo, qualsiasi movimento terrestre, come la precessione, appariva coinvolgere l’intera sfera cosmica; se a questo s’aggiunge la ferma convinzione dell’influenza dei moti degli astri sul destino umano, la scoperta di Ipparco di Nicea, che ebbe il suo punto d’osservazione nell’isola di Rodi, rappresentava qualcosa di letteralmente sconvolgente, in quanto spodestava la stessa stabilità della sfera delle stelle fisse, a causa d’una forza sconosciuta e, apparentemente, più grande del cosmo medesimo.
Perseo
Con il sacrifico del Toro, il Dio avrebbe compiuto una vera rivoluzione cosmica e, nel provocare la precessione, rimesso in moto l’intero universo, nonché sopraffatto le avverse forze del destino, che risiedono nelle stelle, per garantire così all’anima dei propri seguaci quel sicuro trapasso attraverso le sfere planetarie. A confermare questa interpretazione, altre scene mitraiche mostrano il Dio contenere, sotto il proprio mantello, tutto il cielo stellato, oppure sorreggere sulle spalle, come Atlante, la sfera dell’universo, o ancora, in versione adolescenziale, tenerla in mano come una palla, mentre con l’altra è intento a far ruotare, a mo’ d’anello, lo stesso zodiaco.
Ma anche quel “giovinetto”, con in dosso il caratteristico cappello conico, o berretto frigio, e un pugnale, in agguato sopra il toro da immolare, rappresenta una costellazione, quella dell’eroe greco Perseo, venerato in Cilicia, la regione alla quale Plutarco fa risalire le origini del Mitraismo, a nord di Siria e Cipro e a sud di dove si ergono le montagne del Tauro.
Mitridate
Che una religione misterica nascondesse il vero nome della divinità non era affatto una novità, anzi una consuetudine molto diffusa un po’ dappertutto, dagli egizi ai romani. Perseo, per di più, ritenuto il fondatore della Persia, veniva ricollegato mitologicamente al dio iraniano della luce e della verità, appunto Mitra, che aveva poi dato il nome alla dinastia dei re del Ponto, i quali, per giunta, credevano pure di discendere dal figlio di Danae. In quel particolare frangente storico, non solo Mitridate controllava gran parte dell’Asia Minore, ma aveva pure stipulato una forte alleanza con i pirati della Cilicia.
Per il loro fatalismo e la tradizione di personificare le forze naturali sotto forma di dei ed eroi, i filosofi stoici della sua capitale, Tarso, erano portati a dare eccezionale rilievo e valore all’astrologia. E, probabilmente, il mitraismo sorse quando, speculando sulla forza responsabile della precessione degli equinozi appena scoperta, gli intellettuali di Tarso personificarono quel misterioso potere celeste proprio nel loro dio locale, già identificato come costellazione, la cui posizione diveniva allora una sorta di ulteriore responso oracolare da interpretare.
Sandan
L’altra idea, alla base di quasi tutte le religioni orientali e dei loro culti misterici, che imperversava giusto a Tarso, riguardava il dio Sandan, omologo del frigio Attis, come dell’Adone di Siria, in virtù dell’immagine di apoteosi d’un dio morente in grado di risorgere; la qual cosa, molto verosimilmente, avrebbe influenzato quel Shaul (Saulo), poi divenuto l’apostolo dei Gentili, Paolo. Del resto, anche i movimenti messianici del mondo ebraico non potevano non riflettere analoghe e comuni concezioni astrali e religiose.
Saoshyant
Prima ancora dell’apocalittico tema della Parusia, o della teologia negativa agostiniana e neoplatonica, che concepisce Dio come absconditus, ma nella storia “attivo”, con il rivelarsi attraverso il tempo, la credenza giudaica si soffermava sull’avvento d’un futuro re d’Israele, della stirpe di Davide.
I miti dei Magi, riecheggianti la nascita di Zarathustra, contemplavano un rinnovatore del mondo in forma di vaticinans puer; e per la loro escatologia, a guidare le forze del Bene alla vittoria finale sarebbe stato un Salvatore nato da una “Vergine”: Saoshyant.
Maitreya
Dalla nozione, propria del Mazdeismo, di Saoshyant (in avestico: Saošyant, in pahlavi: Sošyant), il “Salvatore” che dovrà compiere la trasfigurazione del mondo alla fine dei millenni, proverrebbe quella buddhista d’un Siddhārtha Gautama del futuro, Maitreya, un termine stranamente collegato al sostantivo maschile sanscrito “mitra” (mitta in pāli) che significa “amico”.
Kalki
Per la scuola tantrica tibetana Kalachakra, il leggendario regno di Śambhala, da fondare quando tutta l’umanità sarà illuminata, verrà governato dai Kulika. E, forse, raccogliendo queste tradizioni, gli induisti hanno elaborato una loro risposta profetica nel decimo avatāra di Visnù, Kalki, che apparirà in sella a un cavallo bianco proprio alla fine di quest’era, detta del kali-yuga.
L’«apocalissi» di Isaia
Le speranze apocalittiche degli ebrei erano contenute, in forma molto esplicita e prossima alla sensibilità virgiliana, in uno dei biblici Profeti, in particolare al capitolo undecimo di Isaia, più volte citato e ripreso: «καὶ ἐξελεύσεται ῥάβδος ἐκ τῆς ῥίζης Ιεσσαι καὶ ἄνθος ἐκ τῆς ῥίζης ἀναβήσεται» (E un germoglio spunterà dal tronco di Iesse e un virgulto germoglierà dalle sue radici.- XI, 1); un passo successivo offre anche un affresco assai simile all’agognata immagine ideale d’un mondo riconciliato con se stesso: «καὶ ἔσται δικαιοσύνῃ ἐζωσμένος τὴν ὀσφὺν αὐτοῦ καὶ ἀληθείᾳ εἰλημένος τὰς πλευράς καὶ συμβοσκηθήσεται λύκος μετὰ ἀρνός καὶ πάρδαλις συναναπαύσεται ἐρίφῳ καὶ μοσχάριον καὶ ταῦρος καὶ λέων ἅμα βοσκηθήσονται καὶ παιδίον μικρὸν ἄξει αὐτούς…» (E la giustizia sarà fascia dei suoi lombi e la verità cintura dei suoi fianchi. E il lupo dimorerà con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncino pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà. – Isaia XI, 5-6).
I cieli squarciati dallo Spirito Santo
Molto affine alle pratiche di mandei, nazareni ed esseni, il cristianesimo primitivo, faceva appello ad alcune delle medesime cosmologie. Così il Messia veniva spesso descritto come avente potere sul mondo delle stelle; e l’autore del più antico dei vangeli canonici, Marco, quale frattura dell’ordine cosmico ed espressione d’una potenza superiore, descrive il momento del battesimo di Gesù come la visione di “cieli squarciati” (εἶδεν σχιζομένους τοὺς οὐρανοὺς – I, 10).
Poi aggiunge la profezia: «Ἀλλὰ ἐν ἐκείναις ταῖς ἡμέραις μετὰ τὴν θλῖψιν ἐκείνην ὁ ἥλιος σκοτισθήσεται, καὶ ἡ σελήνη οὐ δώσει τὸ φέγγος αὐτῆς, καὶ οἱ ἀστέρες ⸂ἔσονται ἐκ τοῦ οὐρανοῦ πίπτοντες⸃, καὶ αἱ δυνάμεις αἱ ἐν τοῖς οὐρανοῖς σαλευθήσονται.» (Ma in quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più la sua luce, e le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno scosse. – XIII, 24- 25).
Epistola ai Galati
L’epistola di Paolo ai fratelli di Licaonia, Listra, Iconio, Derbe, Antiochia di Pisidia e di Ancyra, l’antica capitale di quella regione anatolica a est del Ponto e a ovest della Frigia, si sofferma, in una retorica exhortatio, sulla fine della dipendenza dei credenti, “fanciulli”, dalle “forze elementari del cosmo”, al momento della “plenitudo temporum”: «…ὅτε ἦμεν νήπιοι, ὑπὸ τὰ στοιχεῖα τοῦ κόσμου ⸀ἤμεθα δεδουλωμένοι· ὅτε δὲ ἦλθεν τὸ πλήρωμα τοῦ χρόνου, ἐξαπέστειλεν ὁ θεὸς τὸν υἱὸν αὐτοῦ, γενόμενον ἐκ γυναικός, γενόμενον ὑπὸ νόμον, ἵνα τοὺς ὑπὸ νόμον ἐξαγοράσῃ, ἵνα τὴν υἱοθεσίαν ἀπολάβωμεν. ὅτι δέ ἐστε υἱοί, ἐξαπέστειλεν ὁ θεὸς τὸ πνεῦμα τοῦ υἱοῦ αὐτοῦ εἰς τὰς καρδίας⸀ἡμῶν…» (Quando eravamo fanciulli, eravamo schiavi delle forze elementari del cosmo, ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare coloro che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito di suo Figlio…- Galati IV 3-5).
Il “nascenti puero”
Se la figura centrale della quarta egloga, il “nascenti puero”, è proprio questo “Figlio”, di cui parla Paolo di Tarso, il quale, però, storicamente, nacque tre decenni dopo, facendo financo una brutta fine sulla croce, e non l’erede di Asinio Pollione, Gaio Asinio Gallo, che, avendo avanzato il diritto di paternità sul rampollo di Tiberio e Vipsania, Druso, fu sempre malvisto dall’imperatore, – il quale non gli perdonò neppure d’essere troppo amico del prefetto del pretorio Seiano, – chi può asserirlo?
Messia o Cesare?
Soprattutto, senza incorrere in devianti suggestioni che escluderebbero, a priori, altri, predestinati forse a restare anonimi, “portatori” d’una altrettanto generica, ma radicale futura rivoluzione nella vita di quegli uomini che si auspicavano, in un determinato frangente, di poter finalmente godere d’una straordinaria età di pace e benessere, senza che per questo ciò dovesse rappresentare l’avvento d’una “nuova era” tout court, sotto l’egida d’un Messia o d’un giovanissimo Cesare?
Un princeps e non un puer?
A chiamare puer, ma in senso spregiativo e derisorio, il futuro Augusto, piuttosto che iuvenis, fu Cicerone, ma qualche studioso contemporaneo, come Andrea Cucchiarelli, nel commentare Le Bucoliche (tradotte da Alfonso Traina, 2012), intende quel puer per una sorta di “funzione politica” autorigenerantesi, sotto la guida d’un princeps a cui uniformare tutta una nuova schiatta di patrizi e senatori che l’avrebbe preso a modello.
Un “rex magnus de caelo”
Così come l’età dell’oro era stata profetizzata pure dalla Sibilla Eritrea, anche l’avvento d’un “sovrano” inviato a portare pace e giustizia nel mondo era già presente nella figura di quel rex magnus de caelo genericamente preannunciato dagli Oracoli Sibillini (III, 787-791) che avevano previsto il ritorno all’età beata (Oracoli Sibillini: III, 619-623; 652-656; V, 281-283).
La tradizione romana del saeculum
Nella sua “Storia della letteratura latina” (Sansoni, Firenze 1964 – pp. 370-371), Ettore Paratore scrive che in questa quarta bucolica «tutte le correnti mistiche che agitavano in quell’epoca la coscienza delle folle hanno lasciato traccia di sé […]: le tradizionali correnti orfico-pitagoriche, il rinascente culto sibillino, le dottrine filosofiche sulla palingenesi dell’umanità, la tradizione romana del saeculum, culti orientali connessi con figure di monarchi ed eroi, la tendenza, già vigoreggiante nella casa Giulia, all’apoteosi delle proprie figure eminenti […] e, non ultimo, il profetismo ebraico, l’attesa del Messia, di cui Virgilio doveva aver avuto notizia frequentando Pollione, presso il quale trovavano ospitalità i dotti ebrei di passaggio in Italia».
Storia del nomen Etruscum
L’inizio della storia del nomen Etruscum si può ravvisare nella ricostruzione mitica della cosmogonia etrusca, in analogia sia con il breve passo del commento di Servio all’Aen. IX 564 (“sustulit alta petens pedibus Iovis armiger uncis”, con riferimento agli artigli dell’aquila di Giove), sia con altre cosmogonie, come il racconto della Genesi, le profezie di Daniele, o la cosiddetta “Apocalissi” prospettata da Isaia, in un incontro tra teorie italiche e giudaiche.
Chiliadi
La tradizione d’origine etrusca, relativa alla creazione del mondo, ricorda che l’Universo è opera d’un demiurgo che l’aveva portata a compimento nel corso di sei periodi di mille anni ciascuno (o Chiliadi, χιλιάς -άδος «mille»), lasciando alle generazioni umane altre sei Chiliadi di tempo “fino alla fine” (μέχρι τῆς συντελείας).
Dodecaeterìs
Il numero che si raggiungeva così, complessivamente, di dodici Chiliadi, era adeguato alle dodici costellazioni, seguendo lo schema della Dodecaeterìs (Δωδεκαετερίς), o cosiddetto «anno caldeo», costituito di dodici «grandi anni» (Censorino, De die natali XVIII, 6-7: “Proxima est hanc magnitudinem, quae vocatur dodecaeteris ex annis vertentibus duodecim. Huic anno Chaldaico nomen est…”).
La teoria secolare etrusca
La teoria secolare etrusca, a cui fa riferimento Censorino (De die natali, XVII), è forse contaminata da quella della “translatio imperii” (successione di: Assiri – Medi – Persiani – Macedoni – Romani) riportata da Mamilio (o Emilio) Sura (De annis populi Romani, Αp. Vell. Pat. I 6, 6): «Aemilius Sura de annis populi Romani: Assyrii principes omnium gentium rerum potiti sunt, deinde Medi, postea Persae, deinde Macedones; exinde duobus regibus Philippo et Antiocho, qui a Macedonibus oriundi erant, haud multo post Carthaginem subactam deuictis summa imperii ad populum Romanum peruenit; inter hoc tempus et initium regis Nini Assyriorum, qui princeps rerum potitus, intersunt anni MDCCCCXCV» (Emilio Sura nel De annis populi Romani: gli Assiri si impadronirono per primi dell’impero universale, poi in successione lo fecero i Medi, i Persiani, i Macedoni; alla fine, quando, dopo la sottomissione di Cartagine, furono sconfitti due re, Filippo [V] e Antioco [III], che erano Macedoni di origine [cioè negli anni successivi alla fine della seconda guerra punica nel 203 a.C., della seconda guerra macedonica nel 196 a.C. e della guerra siriaca, con la pace di Apamea, nel 188 a.C.], l’impero universale arrivò ai Romani; tra questo momento e l’inizio del regno di Nino, re degli Assiri, trascorsero 1995 anni).
Censorino
Censorino assegna al popolo etrusco una decade di saecula, mentre, per esempio, la cosiddetta “Profezia di Vegoia” solo otto, secondo una concezione tipicamente etrusca che accorda, come a ciascun individuo, a ogni popolo un tempo perfettamente definito. Entrambi sono però concordi nel considerare la storia etrusca ‘lineare’ e ‘a termine’, ossia senza possibilità di proroghe e di palingenesi, come invece sarebbe potuto accadere per Roma.
Pax deorum
Cosicché il pericolo della fine dell’Urbe, a seguito delle guerre civili, può essere sventato dall’espiazione dello scelus (scellerataggine) che ne ha messo a repentaglio la sopravvivenza. Ed è la pietas allora che rende possibile un rinnovato patto con le potenze superne (pax deorum) e la ripresa della storia attraverso una nuova Età dell’oro.
Sotto l’influenza dei Libri Sibillini, il “secolo religioso”, in base al quale si sarebbero celebrati i ludi secolari del 17 a. C., venne calcolato approssimativamente di 110/20 anni; e fu in base a questo computo che forse Virgilio fece coincidere il consolato di Pollione del 714 ab Urbe condita con il compimento dei Quattuor Saecula dalla più importante vittoria contro gli Etruschi di Veio, o dalla cacciata dei Tarquini, al termine dei quali 440/70 anni sarebbe dovuta cominciare, per Roma, la nuova Era di Apollo e Lucina, impersonati dai fratelli della dinastia giulia, Ottaviano e Ottavia?
La prole di Gaio Asinio Pollione
All’amico Quinto Asconio Pediano, Asinio Gallo ribadì orgogliosamente d’essere lui quell’enigmatico puer, nonostante fosse nato prima dell’anno del consolato del padre, impegnato invece in Gallia (e da qui il cognomen Gallo); un’ambiziosa convinzione che forse lo intestardì a impattarsi contro uno sfortunato destino sfidato con fin troppa avventatezza.
Gli Asinii
Provenendo dalla marrucina (osco-umbra) Teate, i primi Asinii portavano il praenomen osco Herius (Erio), molto diffuso tra i loro antenati, mentre loro principali cognomina furono Agrippa, Celere, Pollione, Gallo e Salonino. Da triumviro agris dividundis, Gaio Asinio Pollione non sembra sia riuscito a preservare il podere di Virgilio, dopo l’inclusione in Italia della Gallia Transpadana. Nonostante avesse partecipato alla guerra di Perugia del 41 a. C. contro Ottaviano, l’anno successivo ebbe ugualmente il consolato in base all’accordo già stabilito anni prima con Antonio; e, nell’ottobre di quello stesso anno, fu tra i delegati di quest’ultimo allo scopo di concordare la pace di Brindisi.
L’enigmatico sorriso
Un Salonino, così chiamato in relazione alla città dalmata di Salona, che, se non proprio figlio, sarebbe forse stato nipote di Pollione, avrebbe avuto vita brevissima, facendo allora interpretare a Servio Mario Onorato, come foriero di sventure, e fin troppo sarcastico, quell’«incipe… risu cognoscere matrem» (inizia … a riconoscere la madre dal sorriso –v. 60), dai moderni psicanalisti appaiato tuttavia agli ultimi due dell’altro invito: «Ìncipe, pàrve puèr: | qui nòn risère parènti// nèc deus hùnc mensà, | dea nèc dignàta cubìli est» (Inizia, o fanciullino: chi non sorride ai genitori, né un dio lo ospita alla sua mensa né una dea l’accoglie nel talamo – vv. 62-3).
Qui nòn risère parènti
Nel loro insieme, sono parafrasati quasi come una ridefinizione, in cambio dell’iniziale reciprocità di sorrisi e affetti familiari, d’una matura sessualità ed equilibrata socializzazione, atte queste ad assicurare serenità e soddisfazione a tutta la vita adulta. Ed Elio Donato aveva ricordato, nella biografia di Virgilio, che lo stesso poeta non pianse alla nascita, mostrando: “adeo miti vulti […] ut haud dubiam spem prosperioris geniturae iam tum daret” (un volto così gentile […] da offrire senza dubbio la speranza d’un parto di tanto in tanto più agevole – Vita Vergili), in luogo di quei “dieci mesi dai molti fastidi” (màtri lònga decèm | tulerùnt fastìdia mènses – v. 61).
Un erede mancato
Il cattivo presagio intravisto da Servio avrebbe avuto ripercussioni successive sull’asse ereditario della gens giulia, a partire dall’unica figlia di Ottaviano, nata lo stesso giorno in cui la madre, Scribonia, seconda moglie del futuro Augusto, poiché imparentata con la famiglia di Sesto Pompeo, venne ripudiata dal marito, il quale aveva necessità d’allearsi con l’altra gens patrizia dei Claudii, sposandone una rappresentante, Livia Drusilla.
Giulia “Maggiore”
Anche Giulia “Maggiore” terminò tristemente i suoi giorni, dopo essere stata sospettata d’aver congiurato contro il padre naturale, insieme con Iullo Antonio, figlio di Marco Antonio e Fulvia; e, mentre l’amante fu costretto al suicidio, lei venne esiliata, dapprima all’isola di Pandataria, e, a distanza d’un lustro, a Rhegion, ribattezzata nel frattempo Rhegium Iulii, dove morì poco dopo il padre.
Agrippa Postumo
Augusto aveva designato suoi eredi Gaio e Lucio, nati dal matrimonio di Giulia con Agrippa. E, solo dopo la morte di questi, adottò il figlio che Giulia partorì quando il marito era appena scomparso, e per tal motivo detto Agrippa Postumo, il quale però ebbe la colpa d’essere rimasto l’unico erede maschio diretto di Ottaviano e quindi d’ostacolo al passaggio dei pieni poteri (un’altra translatio imperii?) alla gens Claudia. Dall’unione con Tiberio Giulia avrebbe avuto un bambino che non sopravvisse all’infanzia.
Un’altra puella
Dopo il tragico periodo delle guerre civili, conclusesi con la pace di Brindisi, Marco Antonio e Ottavia “Minore”, sorella di Ottaviano (la Lucìna del decimo verso?), appena sposatisi nell’estate della composizione delle Bucoliche, concepirono, in realtà, una puella, Antonia “Maggiore”, destinata a essere impalmata da Lucio Domizio Enobarbo e divenire ava di Nerone.
I Gemelli tolemaici
Sempre in quello stesso anno, Cleopatra VII, detta Filopator (φιλοπάτωρ, che ama il padre), diede alla luce due gemelli, Cleopatra Selene e Alessandro Elio, da Marcantonio subito nominato “Re dei Re” e sovrano d’Armenia, nonché, almeno potenzialmente, poiché non ancora conquistate, anche di Media e Partia.
Un semplice carme genetliaco?
Se l’intera poetica neoterica di Catullo – e, in particolare, il Carme LXIV, dove l’Epitalamio di Pèleo e Tètide si pone in rapporto al racconto del risveglio di Arianna abbandonata a Nasso, in una sorta di contaminazione in un unico epýllion (ἐπύλλιον, piccolo epos) di due distinti poemetti redatti in lingua greca e rielaborati di seconda mano – potrebbe venire considerata un continuo esercizio di stile, se non proprio una “cacozelia” (da kakós, κακός, cattiva e zêlos, ζήλος, imitazione), perché, -peraltro seguendo Günther Jachmann (1953)-, con tutti quegli evidenti riferimenti all’oraziano Epodo XVI, – arricchiti da rimandi alla tradizione epica, e soprattutto al De rerum natura di Lucrezio -, non guardare alla meno teocritea di tutte le Bucoliche, invece che a un carme genetliaco (in onore d’un nascituro, un puer appena nato, oppure ancora in fasce), come alla semplice espressione encomiastica d’una speranza da concretizzare in un immediato futuro?
