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Mediterranea

IN “VIAGGIO NEL MEDITERRANEO” CON MARINA LEBRO

«Il Mediterraneo della preistoria, microcosmo dove tutto si è formato, è il modello perfetto per aiutarci a indagare il mondo globalizzato in cui viviamo», questo è un pensiero insieme antico e moderno, così com’è inserito in un recente saggio da Ciprian Broodbank. Pensiamo come in realtà, all’alba dei tempi, il Mare Nostrum non fosse affatto un luogo d’integrazione: infatti se lo fosse stato, l’Homo Sapiens dalla sponda sud e quello di Neanderthal da quella nord non avrebbero impiegato così tanto tempo per entrare in contatto. Ci siamo dovuti adattare alla navigazione che ha preso piede col Neolitico e si è diffusa sempre più, gradualmente. Ma il Mediterraneo con il suo fecondissimo sincretismo, è stato culla ineguagliabile della nostra Cultura. Una Cultura capace di accogliere e continuamente rigenerarsi, trattenendo dalle continue contaminazioni artistiche, culturali e religiose, sempre e solo il meglio, quasi come una sorta di magica rete tra le cui maglie passa solo il ‘bello’ ed il ‘buono’. Un Mare che è sì acqua che bagna le coste dei Paesi che vi si affacciano, ma anche propulsore di un continuo movimento che è cuore e spirito delle nostre genti. Mare che è ponte tra le culture, ponte tra le genti. E per popoli del Mediterraneo non dobbiamo pensare solo a quelli vicinissimi alle sue sponde, ma anche a quelli delle Regioni più interne, che ugualmente ne portano i valori umani e culturali. Ma il Mediterraneo non è il Mare a volte terribile del Nord, dove diventa impossibile a volte navigare, ‘muro’ d’acqua che separa, ma è invece il Mare del ‘viaggio’, ed il viaggio è sempre ‘comunicazione’, così come la comunicazione è porta dello spirito, e quindi dell’abbraccio. Possiamo anche dire che ogni viaggio, in questo senso, è anche ‘pellegrinaggio’. Per Hermann Hesse “il pellegrinaggio è un mezzo per raggiungere la saggezza e la pace dell’animo passando per luoghi e persone”. Percorrere la Via Francigena in Inghilterra, passando per Reims in Francia, attraversando le regioni e i comuni dell’Italia per arrivare a Roma è una occasione unica per conoscere quei territori e quelle culture. Lo stesso vale per chi prosegue sulla Francigena del Sud, che si snoda attraverso le regioni del Centro e del Sud d’Italia, passando per il Gargano per arrivare alle porte di Brindisi, che rappresenta un’apertura verso il Medio Oriente, ed infine proseguire il cammino verso Gerusalemme. Attualmente il paradigma turistico del viaggiare come uno svago fine a sé stesso sta arrivando al suo esaurimento, mentre comincia a manifestarsi l’esigenza di intendere il viaggio come una ricerca di significato e di esperienza maggiore oltre che più profonda, che le persone tentano di trovare. Insomma un ritorno alle radici del significato stesso del viaggio, come via esperienziale ad una conoscenza che è intima, e totale. Ed è così che l’uomo del nostro tempo, che vive nel “villaggio globale”, si scontra quasi col mistero del dolore, della precarietà. Zygmunt Bauman ha identificato la nostra società come “liquida”, fluida, cioè senza più sicurezze, punti fermi, ma adattabile al momento e nel momento. Quindi aperta sì, ma sul vuoto/nulla che ci minaccia, la mancanza di centralità si avvicina alla mancanza di un Dio. In questa società così strutturata, dove gli stessi luoghi sono dei ‘non luoghi’, non luoghi di incontro, ma di transito, l’importanza del viaggio è sempre più vicina al concetto ancestrale di rito di passaggio. Inoltre sempre più presente ai nostri sensi ed alla nostra mente è la metafora stessa del viaggio, non solo un ‘transitare nei luoghi’, ma ‘l’essere nei luoghi’, conoscendoli perché da noi intimamente riconosciuti. Il viaggio utilizza più codici di linguaggio, c’è un ‘linguaggio estetico’ che incontra l’Arte, ma c’è anche il linguaggio del mettersi alla prova, di chi abbraccia il camminare in silenzio, lottando con le proprie forze fisiche ed i propri limiti, che è a sua volta un’importante forma di espressione.
In tal modo il viaggio si rivela una ricerca che coinvolge tutte le dimensioni del nostro essere. Nasce nel viaggiatore più aperto l’esigenza che il suo viaggiare generi una maggiore evidenza del“senso” della vita e del tempo, una più profonda percezione della propria soggettività come possibilità in divenire, aperta alla comprensione della complessità del mondo e insieme della   Storia. Si ricerca nel viaggio una verità più grande come risposta alle domande esistenziali e personali che abitano nel profondo dell’uomo. Vorrei allora trasmettervi le mie personalissime, intime sensazioni di qualche anno fa, in Egitto, nel 2011, all’inizio della Rivoluzione che stava per attraversare il Paese. Notte sul Nilo, due giorni prima l’inizio della rivoluzione. Il battello scorre lento attraverso un Nilo che mostra la città del Cairo che si offre come caleidoscopio culturale che ci fornisce una contemporanea immagine di stratificazioni sociali, lusso e miseria. La polvere del Cairo, eccessiva, smog e sabbia, brucia la gola, una forma di livella sociale, paradossale, come tutto qui, la polvere rende meno stridente il contrasto tra lo straordinario del lusso e la quotidiana indigenza. Giro di giostra, la rivoluzione ha avuto inizio. Masse ordinate in un esercito che si muove secondo schemi arcaici, gli scudi dei poliziotti ordinati in fila sul ponte dei leoni, la massa avanza, comunque non arretra, dapprima solo proiettili di gomma, che però riescono ad uccidere. Arrivano da dovunque: dalle periferie, da Shubra ad esempio cosi come dal centro, prima i ragazzi studenti, figli del ceto medio di un Egitto che dice di non avere un ceto medio, cosi come afferma la sorella di un poliziotto che piange pensando ad una guerra fratricida, poi arrivano tutti, volti senza tempo, scavati nella sabbia, a due passi dal ponte danno fuoco alla sede del partito di Mubarak. La bellezza della vita contro la morte, e la morte non è solo fisica, la bellezza dell’immagine dei manifestanti inginocchiati a pregare davanti alle forze di un ordine che è stato destituito, ora e qui. La preghiera della sera rende surreale nella voce del Muezzin le voci della protesta. Ed è sera al Cairo. Poco tempo dopo, mi recai a Roma dove l’On. Stefania  Craxi così parlò in un intervento in occasione del convegno sul nuovo corso politico che si stava  prospettando in Egitto: “quale ruolo per l’Italia?” presso la Camera dei deputati, 16 febbraio 2011: ‘… Di fronte alle trasformazioni in atto, credo si debba invece guardare ai fatti con l’ampio respiro della Storia e non con il fiato corto della cronaca. Non si deve aver paura di dire, ad esempio, che l’Egitto di Mubarak ha svolto un ruolo fondamentale negli equilibri regionali, in un’area attraversata da innumerevoli tensioni. Ricordiamo che ai funerali del Presidente Sadat, assassinato per aver avuto il coraggio di fare la pace con Israele, non era presente alcun Capo di Stato arabo. L’Egitto era stato espulso dalla Lega Araba, completamente isolato. Nel corso degli anni l’Egitto di Mubarak è tornato ad essere uno dei Paesi leader del mondo arabo, ha rappresentato la voce del dialogo e della moderazione, è diventato un punto di riferimento per la leadership moderata dell’OLP, ha portato avanti senza esitazioni la linea della cooperazione con l’Occidente. La pace con Israele è stata una pace fredda, una pace sofferta, ma sempre difesa, mai rinnegata. Certo, a fronte di questa lungimiranza in politica estera, non si può ignorare la repressione interna, la compressione dei diritti civili e politici …’, ed è questo probabilmente uno degli interventi più equilibrati espressi dai nostri rappresentanti politici su quanto stava accadendo in quella Terra, valido a distanza di anni e forse ancora di più, specialmente quando continua col dire: “… È opportuno sottolineare, tuttavia, che il popolo egiziano il conto lo ha presentato anche a noi. A noi Occidentali’. E poi, concludendo, ‘…Il futuro dell’Europa o è nel Mediterraneo o non è: un’Europa assente nel Mediterraneo è condannata all’irrilevanza. ”Poi in questi anni, la salita al potere di Abdel Fattah al-Sisi , ha modificato nuovamente la situazione, e abbiamo potuto assistere a chiusure ed aperture nei confronti dell’Italia e dell’Europa in genere, e anche eventi tristi, come nel caso di Giulio Regeni, nel 2016. Torniamo all’importanza del viaggiare, perché come troviamo scritto nel Siracide, l’antico saggio della tradizione biblica: “Chi ha viaggiato conosce molte cose, chi ha molta esperienza parlerà con intelligenza. Chi ha viaggiato ha accresciuto l’accortezza. Ho visto molte cose nei miei viaggi; il mio sapere è più che le mie parole” (Sir 34,9-11). Per questo un certo viaggiare raffina la percezione di sé ed evidenzia la forma antropologica più pertinente, quella di essere l’uomo stesso, nella sua natura, un viaggiatore. per essenza e per esistenza.  Rivelando la sua identità primordiale di essere mobile verso un “centro”, l’uomo rivendica di essere “uomo-in-ricerca”, a volte disperata e disperante, della sua origine e del suo fine, in ricerca di sé stesso ma anche dell’altro di cui avverte l’assenza. I cambiamenti in atto generano un uomo nuovo, ancora in gestazione. Ma la sostanza dell’essere uomo permane, anche sotto morfologie diverse e apparentemente contrastanti rispetto al passato. Risposta a quanti vanno profetizzando imminenti ‘scontri di civiltà’, l’esperienza del dialogo interculturale ed interreligioso, in controtendenza, si prospetta come la strada privilegiata per governare il pluralismo che ormai caratterizza la società europea. In tal senso il Mediterraneo, da sempre laboratorio di fecondi e complessi intrecci culturali, è – per eredità storica e per collocazione geografica – la naturale cornice dell’incontro fra esperienze diverse.
Cercando il termine “viaggio” sulla maggior parte dei dizionari o delle enciclopedie si trova una prima definizione di questo tipo: «l’azione del muoversi per andare da un luogo all’altro». Di solito segue poi una definizione più specifica, si potrebbe dire più moderna: «giro attraverso luoghi o paesi diversi dal proprio, per vedere, conoscere, imparare, sviluppare particolari rapporti d’affari, o semplicemente per divertirsi». La terza definizione è quella di viaggio come sinonimo di «pellegrinaggio», quindi un significato ancora più specifico. Quindi il viaggio è, in primis, un evento di movimento, un’azione nello spazio e nel tempo: un qualcosa che accade a livello del mondo empirico. Il viaggio così definito è l’evento che unisce in atto lo spazio e il tempo, attraverso il movimento, e rende la vita umana sensibile e piena. Spazio e tempo sono quindi parte della struttura e ne condizionano modalità e diversità. Il fatto che il ‘significante viaggio’ abbia poi altri significati simbolici altrettanto impiegati, è solo indice della sua forza di significazione per tutto quello che riguarda l’uomo in generale, come si approfondirà più avanti. Il movimento, geometricamente, si svolge tra due punti, due luoghi e prevede un tratto che li congiunga; nella realtà abbiamo un luogo di partenza, uno di arrivo, e un transito più o meno lungo.  Il viaggio, nel suo iniziare hic et nunc ad opera di uno o più viaggiatori con il loro specifico «habitus», è esso stesso un prodotto culturale e, come tale, variabile dipendente della cultura. Ogni prodotto culturale, che sia un utensile o un «artefatto simbolico» come il viaggio, è «prospettico» nel senso che incorpora i punti di vista sul mondo di coloro i quali l’hanno prodotto – in questo caso i viaggiatori stessi.  Ma un’altra particolarità del viaggio – come si evince dal secondo significato riportato – è di avere il potere di aprire gli orizzonti non solo fisici ma anche culturali del viaggiatore, di permettergli di instaurare rapporti nuovi con quanto visto, di modificare la sua prospettiva sul mondo, di conoscere e capire; di modificare cioè le sue aspettative, il bagaglio di conoscenze con cui era partito. Il viaggio ha un forte ritorno causativo sui viaggiatori, ma anche sulla cultura che ne ha originato senso e modo attraverso la struttura (spazio, tempo e le tre fasi, i tre termini: partenza, transito, arrivo) e quindi su quel tipo di percezione che abbiamo chiamato culturale. Per Eric Leed il viaggio è addirittura il «motore stesso della storia umana» grazie al suo potere di plasmare e definire individui, società, confini geografici, politici o culturali. Capire e percepire questo concetto significa essere testimoni del nostro tempo, nel nostro tempo.

 Marina Lebro

 

 

 

 

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