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L’ARTE DELLA COMMEDIA: UNA CHIACCHIERATA CON EDUARDO DE FILIPPO CHE A ROMA MORI’ IL 31 OTTOBRE 1984

Al San Ferdinando si giunge percorrendo l’intera via Foria, lasciandosi alle spalle il popolare quartiere della Sanità.

Si prosegue avanti, verso le palme dell’Orto Botanico, fiancheggiando palazzi malandati, i cui cortili celano magnifici giardini segreti semiabbandonati. S’oltrepassa la mole severa della Caserma Garibaldi e la via Fridiano Cavara.

La traversa successiva è via Giuseppe Antonio Pasquale, in fondo vi si vede la sagoma del Teatro.

Eduardo aveva aperto il suo Teatro ricostruendone le macerie, acquistate subito dopo la guerra. Voleva saggiamente far rivivere la storia di un Teatro glorioso e popolarissimo, sorto nel cuore del quartiere Vicarìa alla fine del ‘700.

E quelle macerie, impastate con storia e passione, Eduardo le comperò con tre milioni di lire il 25 febbraio del 1948. I lavori di abbattimento di quei ruderi e quelli di ricostruzione durarono fino al 22 gennaio del 1954, allorquando Eduardo donò al suo ppolo “Palummella zompa e vola” di Antonio Petito.

Eduardo lo concepì, quel Teatro, in maniera moderna, funzionale, tant’è che il ridotto è capace di ospitare mostre, dibattiti e soprattutto di accogliere un numeroso pubblico prima e dopo lo spettacolo.

E ancora: quattro scalinate portano alla sala, una platea concepita in leggero declivio verso il palcoscenico, come per un abbraccio che leghi pubblico ed attori, sopra una fila di palchetti che invece dell’abituale numerazione hanno i nomi di personaggi del teatro napoletano, Stella, Cammarano, Petito, Trinchera, e più in alto la balconata.

 

È lì, al San Ferdinando, che Eduardo mi da’ appuntamento. Giunto alla porticina che da’ sul retro, socchiusa, entro: il Teatro tace, non v’è nessuno. In fondo a un corridoio, simile all’interno di un convento, con porte che s’alternano a destra e a sinistra, ne noto una semiaperta: vien fuori una flebile luce. Accanto allo stipite di destra sta’ una targhetta: il direttore.

Con passo lento, col cuor che batte in folle modo, giunto innanzi la porta busso.

  • Chi è?

Una voce domanda dal di dentro, aggiungendo:

M’affaccio, rosso in viso e con la schiena allagata dal sudore dell’emozione, della tensione, del sogno che s’avvera.

  • Maestro…

Balbetto.

  • Venite, sedete, non fatemi perdere tempo. Lo sapete,vero? Io, c’ho la nomina: non di senatore (abbozza un sorriso), di orso…! Ho un carattere spinoso, che sfuggo… sono sfuggente. Non è vero. Se io non fossi stato sfuggente, se non fossi stato un orso, se non fossi stato uno che si mette da parte, non avrei potuto scrivere cinquantacinque commedie.
  • Maestro… riattacco io.
  • E smettetela con questo maestro. So’ Eduardo. E questo titolo me lo sono sudato.
  • Va bene E…E…Eduardo…
  • Bravo, ora mi piacete. Dunque, ditemi.
  • Ecco, volevo chiedervi di raccontarmi il segreto.
  • Gesù, il segreto… e quale segreto?
  • Edua’ voglio sape’ come nascono le commedie vostre…
  • Ho capito. Allora sedete, e aprite bene le orecchie.

Nella borsa, mia coperta di Linus, avevo il taccuino dalla morbida copertina ed una penna di verde inchiostro. Ma… pur stringendola tra il braccio e il braccio destri, non ricordavo d’averla appresso…

Ed Eduardo attacca: – premetto che, tranne per pochi lavori composti da giovane per esercitare la mano o scritti più tardi per necessità di mestiere, alla base del mio teatro c’è sempre il conflitto tra individuo e società. Voglio dire che tutto ha inizio, sempre, da uno stimolo emotivo: reazione a un’ingiustizia, sdegno per l’ipocrisia mia e altrui, solidarietà e simpatia umana per una persona o un gruppo di persone, ribellione contro leggi superate o anacronistiche con il mondo di oggi, sgomento di fronte a fatti che, come le guerre, sconvolgono la vita dei popoli, eccetera…

  • Caspita… sussurro.
  • Tacete, fa’ Eduardo, e ascoltate. Dunque, dicevo: se un’idea non ha significato e utilità sociale, non m’interessa lavorarci sopra. E le idee, badate, mi nascono nel cuore prima che nel cervello. Poi ci lavoro su con la mente, e allora ho bisogno dei sensi per rendere le idee concrete, comunicabili, affidandoli a personaggi e dando ai personaggi parole per esprimersi. Occhi e orecchie mie sono sono stati asserviti da sempre, e vedete che non esagero, a uno spirito di osservazione instancabile, ossessivo, che mi ha tenuto e mi tiene inchiodato al mio prossimo e che mi porta a lasciarmi affascinare dal modo di essere e di esprimersi dell’umanità.
  • Capisco… provo a dire.
  • Capisce cosa? – riprende Eduardo – Lei non deve capire, deve ascoltare. Un’idea, stavo dicendo, non è tanto difficile averla; difficilissimo è invece comunicarla, darle forma. Solo perché ho assorbito avidamente, e con pietà, la vita di tanta gente ho potuto creare un linguaggio, che, sebbene elaborato teatralmente, diventa mezzo di espressione dei vari personaggi e non del solo autore. Per me, qualsiasi posto costituisce un campo di osservazione, e uno dei più importanti è stato senza dubbio il Tribunale di Napoli. A poco a poco misi insieme una folla di diseredati, di ignoranti, di vittime e di aguzzini, di ladri, di prostitute, imbroglioni, di creature eroiche e esseri brutali, di angeli creduti diavoli e diavoli creduti angeli. Ancora oggi essi sono con me, assieme a tanta altra umanità che man mano ha accresciuto la folla iniziale. Quando parenti e amici si meravigliano che io possa restare così a lungo solo, appartato, apperentemente inoperoso, non sanno che è con quella gente che io continuo a parlare e ragionare, ascoltando i loro casi, le loro aspirazioni, seguite troppo spesso da delusioni e immancabili proteste.
  • E trovata l’idea – m’inserisco io – cominciate a scrivere il copione, le battute… giusto?
  • Chi vi ha autorizzato a fare ragionamenti? – sbotta Eduardo, guardandomi con fare burbero – Dopo aver avuto l’idea e averla sommariamente rivestita di forma, comincia un altro periodo, lungo e laborioso, durante il quale per mesi, più spesso per anni, mi tengo l’idea e non mi sono mai pentito d’aver aspettato a mettere penna su carta. Se un’idea non è valida, poco alla volta sbiadisce, scompare, non ti ossessiona più. Me se è valida, con il tempo matura, migliora e allora la commedia si sviluppa come testo e anche come teatro, come spettacolo completo messo in scena e recitato nei minimi particolari esattamente come io l’ho voluto, visto e sentito e come, purtroppo, non lo sentirò mai più quando sarà diventato realtà teatrale. Solamente quando mi sono chiari l’inizio e la fine dell’azione e quando conosco perfettamente vita e miracoli d’ogni personaggio, anche secondario, mi metto a scrivere. Questo momento lo rimando finchè è possibile, perché mi rendo conto della responsabilità che mi assumo e so quante difficoltà dovrò superare per rimanere fedele al pensiero, senza lasciarmi sedurre dagli improvvisi capricci della fantasia. Però una volta che sono seduo al tavolino e ho riempito il primo foglio, lavoro spedito e con entusiasmo come se dettassi a me stesso.
  • Direttore – lo interrompe qualcuno, materializzatosi sull’uscio del camerino suo – fra venti minuti incominciamo…
  • D’accordo, mi preparo. – poi, a me rivolto – State tranquillo, ve lo finisco di raccontare il segreto. Anche perché siamo arrivati alla fine! La storia del mio lavoro termina con la parola fine, scritta in fondo all’ultima pagina del copione; poi ha inizio la storia del nostro lavoro, quello che facciamo insieme noi attori e voi pubblico, perché non voglio trascurare di dirvi che non solo quando recito, ma già da quando scrivo, il pubblico io lo prevedo. Se in una commedia vi sono due, cinque, otto personaggi, il nono per me è il pubblico: il coro. È quello a cui do maggiore importanza, perché è lui, in definitiva, a darmi le vere risposte ai miei interrogativi.
  • E se – provo a domandare… – osassi l’altra e ultima domanda, che tanto mi sta a cuore?
  • Dite… avanti, sbrigatevi…
  • Edua’ ma, il teatro vostro, cos’è, che scopo ha?
  • Mi farete perdere tempo – sbuffa – ma voglio accontentarvi. Non sono Brecht io, e non vorrei nemmeno esserlo. Non ammetto comizi al teatro. Ammetto sì che si possa mettere il dito sulle piaghe, ma non certo che si faccia dal palcoscenico della propaganda politica; il teatro è vita, è poesia, è un’arte che deve essere spoliticizzata, non contaminata. Scopo principale del teatro è la verità senza falsi pudori: noi avevamo una realtà da fermare, nel quadro della nostra letteratura. Una realtà chiusa fra le quattro mura e che per il famoso <<pare brutto>> dei napoletani non è venuta mai fuori. Nel mio teatro, io ho voluto distruggere questo <<pare brutto>>, dimostrare che la dignità, quand’è spinta all’esagerazione, può essere anche una colpa… Ecco, diciamo ch’io ho fatto un teatro che facesse venir fuori questa verità.

Eduardo s’alza, indossa la giacca e, voltandosi verso di me, chiosa: – Vi ho detto tutto, ora lasciatemi andare. Non vi caccio, però. Se vi va, restate ancora nel mio camerino: annusate, osservate. Sentirete quanto sia dolce l’odore della fame, della miseria, delle ossa gelate. È questo il teatro, ed io sono felicissimo di farne parte. Ed esce.

Faccio per alzarmi, allungare la mano, parlare. Ma non mi riesce niente. Rimango imbambolato.

Solo qualche minuto dopo l’uscita sua riacquisto un pizzico di vitalità. Non tocco nulla, osservo, scruto, guardo. A terra, accanto una vecchia borsa, noto un ritaglio di giornale. È un’intervista a Luca De Filippo, suo figlio.

Leggo: “le prime parole che papà rivolge alla compagnia, all’inizio dell’allestimento di uno spettacolo sono queste: il bravo attore è sempre comunque altruista. È uno che aiuta di continuo il suo collega, gli concede la possibilità di lavorare bene dandogli gli attacchi e le pause giuste, non si distrae mai durante lo spettacolo. Facendo questo non solo aiuta il suo parner sul palcoscenico, ma aiuta se stesso perché tutta questa generosità, prima o poi, gli ritorna. È la prima ma la più importante regola, da tenere sempre presente, se si vuole non solo ottenere successo professionale ma aumentare il piacere di fare l’attore”. E sulla nscita di uno spettacolo Luca aggiunge: “il primo giorno di legge il testo e basta. Senza commenti di nessun genere. Lui, come regista, già prima della lettura sa esattamente cosa vuole dagli attori. Lo vuole e lo pretende. Se ci sono dei dubbi sulla recitazione vengono chiariti durante le prove in piedi ma per quanto riguarda il testo lascia liberi gli altri di pensarla come vogliono, senza alcun commento. Come regista, invece, dà determinate indicazioni che aiutano a risolvere il personaggio. Quando papà vuol far capire un personaggio, come lo vede, non lo dice ma lo fa lui stesso. Non pretende, però, che un attore lo imiti nella recitazione perché sarebbe assurdo. Vuole soltanto che capisca l’intenzione”.

Dal palcoscenico giungono voci, nitide e confuse. È il tempo delle prove.

Esco dal camerino, anche dal teatro.

Mi stropiccio gli occhi, abbagliati dai fari di un’automobile: riaperti gli occhi, mi scopro sul divano di casa. Lì m’ero assopito. Da lì era partito il viaggio fra i vicoli di Napoli e le mura del San Ferdinando.

In vita mia non sono mai stato a Napoli, né ho mai conosciuto Eduardo… o forse si?

 

P.S. – mi piace sottolineare l’utilità di Eduardo: da scugnizzo a senatore, che Fiorenza Di Franco pubblicò con Laterza nel 1983, nonché i tanti ritagli di giornali che, fin dall’età di 8 anni, raccolgo e gelosamente custodisco, sempre a portata di mano!   

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