La notte di Crotone. Un incontro onirico tra Eleonora Duse e Corrado Alvaro
Pierfranco Bruni Crotone. Il tempo è un pasaggio di ombre.Era una notte di luna piena...

Pierfranco Bruni Crotone. Il tempo è un pasaggio di ombre.Era una notte di luna piena...
Al San Ferdinando si giunge percorrendo l’intera via Foria, lasciandosi alle spalle il popolare quartiere della Sanità.
Si prosegue avanti, verso le palme dell’Orto Botanico, fiancheggiando palazzi malandati, i cui cortili celano magnifici giardini segreti semiabbandonati. S’oltrepassa la mole severa della Caserma Garibaldi e la via Fridiano Cavara.
La traversa successiva è via Giuseppe Antonio Pasquale, in fondo vi si vede la sagoma del Teatro.
Eduardo aveva aperto il suo Teatro ricostruendone le macerie, acquistate subito dopo la guerra. Voleva saggiamente far rivivere la storia di un Teatro glorioso e popolarissimo, sorto nel cuore del quartiere Vicarìa alla fine del ‘700.
E quelle macerie, impastate con storia e passione, Eduardo le comperò con tre milioni di lire il 25 febbraio del 1948. I lavori di abbattimento di quei ruderi e quelli di ricostruzione durarono fino al 22 gennaio del 1954, allorquando Eduardo donò al suo ppolo “Palummella zompa e vola” di Antonio Petito.
Eduardo lo concepì, quel Teatro, in maniera moderna, funzionale, tant’è che il ridotto è capace di ospitare mostre, dibattiti e soprattutto di accogliere un numeroso pubblico prima e dopo lo spettacolo.
E ancora: quattro scalinate portano alla sala, una platea concepita in leggero declivio verso il palcoscenico, come per un abbraccio che leghi pubblico ed attori, sopra una fila di palchetti che invece dell’abituale numerazione hanno i nomi di personaggi del teatro napoletano, Stella, Cammarano, Petito, Trinchera, e più in alto la balconata.
È lì, al San Ferdinando, che Eduardo mi da’ appuntamento. Giunto alla porticina che da’ sul retro, socchiusa, entro: il Teatro tace, non v’è nessuno. In fondo a un corridoio, simile all’interno di un convento, con porte che s’alternano a destra e a sinistra, ne noto una semiaperta: vien fuori una flebile luce. Accanto allo stipite di destra sta’ una targhetta: il direttore.
Con passo lento, col cuor che batte in folle modo, giunto innanzi la porta busso.
Una voce domanda dal di dentro, aggiungendo:
M’affaccio, rosso in viso e con la schiena allagata dal sudore dell’emozione, della tensione, del sogno che s’avvera.
Balbetto.
Nella borsa, mia coperta di Linus, avevo il taccuino dalla morbida copertina ed una penna di verde inchiostro. Ma… pur stringendola tra il braccio e il braccio destri, non ricordavo d’averla appresso…
Ed Eduardo attacca: – premetto che, tranne per pochi lavori composti da giovane per esercitare la mano o scritti più tardi per necessità di mestiere, alla base del mio teatro c’è sempre il conflitto tra individuo e società. Voglio dire che tutto ha inizio, sempre, da uno stimolo emotivo: reazione a un’ingiustizia, sdegno per l’ipocrisia mia e altrui, solidarietà e simpatia umana per una persona o un gruppo di persone, ribellione contro leggi superate o anacronistiche con il mondo di oggi, sgomento di fronte a fatti che, come le guerre, sconvolgono la vita dei popoli, eccetera…
Eduardo s’alza, indossa la giacca e, voltandosi verso di me, chiosa: – Vi ho detto tutto, ora lasciatemi andare. Non vi caccio, però. Se vi va, restate ancora nel mio camerino: annusate, osservate. Sentirete quanto sia dolce l’odore della fame, della miseria, delle ossa gelate. È questo il teatro, ed io sono felicissimo di farne parte. Ed esce.
Faccio per alzarmi, allungare la mano, parlare. Ma non mi riesce niente. Rimango imbambolato.
Solo qualche minuto dopo l’uscita sua riacquisto un pizzico di vitalità. Non tocco nulla, osservo, scruto, guardo. A terra, accanto una vecchia borsa, noto un ritaglio di giornale. È un’intervista a Luca De Filippo, suo figlio.
Leggo: “le prime parole che papà rivolge alla compagnia, all’inizio dell’allestimento di uno spettacolo sono queste: il bravo attore è sempre comunque altruista. È uno che aiuta di continuo il suo collega, gli concede la possibilità di lavorare bene dandogli gli attacchi e le pause giuste, non si distrae mai durante lo spettacolo. Facendo questo non solo aiuta il suo parner sul palcoscenico, ma aiuta se stesso perché tutta questa generosità, prima o poi, gli ritorna. È la prima ma la più importante regola, da tenere sempre presente, se si vuole non solo ottenere successo professionale ma aumentare il piacere di fare l’attore”. E sulla nscita di uno spettacolo Luca aggiunge: “il primo giorno di legge il testo e basta. Senza commenti di nessun genere. Lui, come regista, già prima della lettura sa esattamente cosa vuole dagli attori. Lo vuole e lo pretende. Se ci sono dei dubbi sulla recitazione vengono chiariti durante le prove in piedi ma per quanto riguarda il testo lascia liberi gli altri di pensarla come vogliono, senza alcun commento. Come regista, invece, dà determinate indicazioni che aiutano a risolvere il personaggio. Quando papà vuol far capire un personaggio, come lo vede, non lo dice ma lo fa lui stesso. Non pretende, però, che un attore lo imiti nella recitazione perché sarebbe assurdo. Vuole soltanto che capisca l’intenzione”.
Dal palcoscenico giungono voci, nitide e confuse. È il tempo delle prove.
Esco dal camerino, anche dal teatro.
Mi stropiccio gli occhi, abbagliati dai fari di un’automobile: riaperti gli occhi, mi scopro sul divano di casa. Lì m’ero assopito. Da lì era partito il viaggio fra i vicoli di Napoli e le mura del San Ferdinando.
In vita mia non sono mai stato a Napoli, né ho mai conosciuto Eduardo… o forse si?
P.S. – mi piace sottolineare l’utilità di Eduardo: da scugnizzo a senatore, che Fiorenza Di Franco pubblicò con Laterza nel 1983, nonché i tanti ritagli di giornali che, fin dall’età di 8 anni, raccolgo e gelosamente custodisco, sempre a portata di mano!
