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L’EVOLUZIONE DELLA BELLEZZA. CONOSCERE È CONTEMPLARE

L’evoluzione della bellezza – conoscere è contemplare, sapere è rendere testimonianza di questa memoria

Conoscere e non agire equivale a non sapere.” – Yukio Mishima (1925-1970)

“Conoscere”, avere nozioni riguardo a qualcosa, possedere tante informazioni può non tornare utile se poi esse non si “sanno” legare tra loro e a quanto già archiviato in memoria, e non si è in grado di trarre da tutto ciò nuovo “sapere”; un sapere dinamico (“sapere come”), maggiormente consapevole del semplicemente statico “conoscere” (“avere conoscenza di…” un certo quid), in uno strategico imparare per imitazione, e sperimentando (“learning by doing”), più proficuo nei confronti dell’immediatezza del mero “comprendere”. In lingua inglese: know non distingue tra sapere e conoscere, e si ricorre a learn, apprendere, hear, intendere, understand, capire, try, provare…; in francese: savoir, connaȋtre, apprendre, entendre, comprendre, essayer…; in spagnolo: saber, conocer, aprender, escuchar, comprender, intentar…; in tedesco: wissen, kennen, lernen, hören, verstehen, versuchen

È attraverso la sperimentazione che si riesce a oltrepassare il limite teorico della conoscenza, quella oggettiva, perché indistintamente alla portata di tutti, onde arrivare a qualcosa di nettamente personale, il sapere soggettivo, in quanto verificato in prima persona. Come verbo servile (tipo dovere, potere, volere e solere), “sapere” s’impiega proprio per ribadire il concetto, passivo, d’un’acquisizione pratica (“essere capace di…” fare qualcosa), anche se quando ci riferiamo a persone ricorriamo al verbo “conoscere” (“piacere… della sua conoscenza!”), che sottolinea il valore relazionale, e dunque diretto, d’un rapporto (sia pure formale) appena instaurato, attivamente. Scienze, arti, discipline umanistiche, e altre (statistiche, dell’informazione, ecc.) sono branche della “conoscenza”, di quell’atto inteso quale, educazione, certezza su certe cose, nonché possibilità di richiamo dei dati di base, acquisiti e compresi in precedenza.

Anche i verbi “comprendere” e “capire” possono essere distinti in un contenere, nel senso di includere, afferrare, per giungere, nel tempo, a una considerazione riorganizzatrice, e in un cogliere repentino, come pure nell’esservi rapidamente contenuto (latino capere). La comprensione include a sua volta percezione, comunicazione, ragionamento, apprendimento, associazione di capacità, abilità e appropriatezza di scopo e d’uso. Il sapere ha familiarità con questa elaborazione mentale, modalità di pensare e concettualizzare, di tipo intellettivo; la consapevolezza della connessione tra le informazioni, appartiene perciò a un livello più profondo della pura conoscenza, di fatto, essenziale proprio al fine di mettere a frutto quest’ultima (“Sapere equivale ad agire con conoscenza” dell’autore di Kamen no Kokuhaku). Sul momento l’informazione inizia a essere elaborata come argomento d’una qualche erudizione; compito della comprensione è quello di interpretare, spiegare, distinguere, e riassumerne i dati, che una volta acquisiti divengono passibili d’identificazione, etichettatura, elencazione, e richiamo mnemonico. Questa fase mentale in seguito deve farsi realizzativa, ponendo in relazione vecchie e nuove nozioni e aumentandone la portata con adeguata sperimentazione. È la lucidità strategica d’interazione di conoscenza e sapere a procurare l’insight, in cui l’improvvisa ristrutturazione di quanto era, o non era, incluso in precedenza, saltando a piè pari la costruzione analitica e consequenziale, si ritrova immediatamente collegata con intuizione, razionalizzazione e realizzazione risolutrici (εὕρηκα!). Il modello mentale è come “la mappa che non equivale al territorio” e quindi non corrisponde all’esperienza se non proprio in tale caso specifico.

In “L’evoluzione della bellezza” (Adelphi, Milano 2020), Richard O. Prum, nel confermare il coinvolgimento della corteccia visiva (giunzione temporo-occipitale del giro fusiforme), deputata al riconoscimento dei volti (la cui lesione è responsabile del deficit percettivo definito prosopoagnosia), nell’attività di birdwatching, alla stessa stregua di ciò che avviene nell’ippocampo per i tassisti adusi a memorizzare la topografia cittadina, mette in connessione osservazione ed esperienza diretta, comprensione dei fatti e familiarità con le informazioni libresche.

Il greco antico ricorre all’aoristo (εἶδον) del verbo ὁράω (vedo, quindi ho visto) per dire “so” (oἶδα, da cui ἰδέα), accanto a γιγνώσκω (latino cognosco). Anche per gli antichi greci, non praticanti l’ornitomanzia, “sapere” era una conseguenza della “visione”, e dell’imitazione (μίμεσις) «di azioni e di vita», oltre che dell’ascolto (hear, entendre, escuchar, hörenerfahren). Basti ricordare la rappresentazione scenica come veicolo d’educazione, alla ricerca di senso e allo scopo d’ottenere la catarsi (κᾰ́θᾰρσῐς) dalla comprensione. L’esperienza visiva diretta di qualcosa che accade davanti ai nostri occhi non vuol dire soltanto capire, e imparare, bensì pure acquisirne consapevolezza.

Leonardo, che non era proprio un ornitologo, osservando il volo degli uccelli sviluppò il disegno delle macchine volanti, forse perché la sua immensa curiosità aveva reclutato quel meccanismo cognitivo che ci porta costantemente a domandarci perché accade quel che vediamo; e ciò senza neppure sospettare che probabilmente dalle piume (Archaeopteryx lithographica) si potrebbero essere evolute le ali, e la coevoluzione del desiderio e della bellezza desiderata potrebbe essere addirittura all’origine dell’evoluzione stessa di quegli uccelli sopravvissuti, grazie anche alle dimensioni piuttosto minute e a un tempo di riproduzione molto veloce, alla grande estinzione di massa dei dinosauri, nel Cretaceo (in tal caso la bellezza avrebbe già salvato la vita sulla terra, secondo l’auspicio dostoevskiano!).  

Οἶδα, εἶδον, εἰδέναι hanno la stessa radice εἰδ/οἰδ/ἰδ, che indica l’origine della conoscenza nella percezione sensoriale dello sguardo, la quale ne rende poi testimonianza: «Ιδού ο Αμνός του Θεού, ο αίρων την αμαρτία του κόσμου» (“Ecco l’Agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo”, Giovanni 1, 29); pochi versetti dopo, il Battista, nel ripetere: “Ho visto” (lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. Io non lo conoscevo… – Gv 1, 32), ricorre al verbo θεασθαι, che significa “contemplare”, come in una progressione dall’esperienza visiva verso lo stupore mistico, per raggiungere infine la sapienza misterica, ribadita successivamente (al v. 34) col perfetto έώρακα dell’ulteriore ripetizione “E io ho visto…”, che sottolinea come di questa testimonianza ne abbia conservato memoria.

Nel Fedro di Platone, dopo aver sentenziato “se Amore è, come è, un dio, non può essere un male”, il Socrate, che da “velato” resta a capo scoperto, ammette “la superiorità della vista su tutti gli altri sensi”, essendo la “mania amorosa” coincidente con la reminiscenza dell’idea stessa dell’immagine della bellezza, e questa l’unica idea che traluce nel mondo sensibile. Forse sta proprio qui la ragione per cui “chi insegue il bello” si dimostra sempre e comunque disposto a patirne “le conseguenze”. Gli strali di Cupido colpiscono infatti a prescindere da qualsiasi garanzia, fosse anche solo di prole futura.

Per quegli esseri come noi che sembra si siano evoluti relativamente solo di recente dai primati scimmieschi, grazie all’immeritato dono della favella, sono i vestiti eleganti che han preso il posto del piumaggio variopinto, dato che “le danze di corteggiamento” sarebbero rimaste suppergiù le stesse dei nostri antenati. La maggiore familiarità con quelle vibrazioni sonore assorte a valore di λόγος (dal greco λέγω, che inizialmente significava “scegliere”, e soltanto poi “parlare” – possibilmente dopo aver pensato), non garantisce al povero Don Chisciotte d’innamorarsi della Dulcinea più casta, quando Aldonza è fin troppo disponibile al gioco della seduzione e al piacere. La “mania amorosa” termina con il coito, in base a quella Post-coital tristesse (o Post-coital dysphoria, dalla celebre osservazione attribuita a Galeno: «‘Omne Animal Post Coitum Triste’, tranne la femmina umana e il gallo»), e alla sua variante, La petite mort.

I maschi d’anatra che, nonostante l’appariscente “livrea nuziale”, si dedicano alla “copula forzata”, rasentando la serialità dello stupro, sembrano trascurare la generale tendenza a sublimare in lusinghe, fascino ed estetica, libidine, foia ed eccitazione. Le femmine non possono impedire questo accoppiamento violento, ma possono attivamente limitarne i danni, intesi come probabilità di fecondazione, non collaborando a un appropriato rilascio del seme, mentre, se consenzienti, assumendo una postura consona e contraendo i genitali, non esitano a favorirlo. La considerazione platonica, “Per chi insegue ciò che è bello, è bello anche patirne le conseguenze”, vale allora per le anatre femmine fino al punto di far loro correre il rischio di ridurre le proprie aspettative di vita; forse perché la sopravvivenza non è tutto e pure l’ultimo respiro si vuole che sia un anelito di bellezza?

Non è appannaggio della sola specie umana la capacità estetico-cognitiva di contemplare e di conseguenza di scegliere un partner per mero piacere estetico, e non per ragioni di convenienza economica, o di scalata sociale, che tra i primati privi di pelliccia sostituiscono ruspanti motivazioni di adattamento all’ambiente e di rafforzamento della specie. Le rotondità di fianchi e seni femminili non si sarebbero plasmate in funzione evolutiva, bensì nell’imprevedibilità attrattiva del meccanismo desiderante del maschio; e a un “immorale capriccio femminile” si dovrebbe la sparizione del baculum penieno dei primati (la “costola” adamitica da cui nasce la progenitrice Eva, in Genesi 2, 21-23), che potrebbe aver contribuito ad affinare le capacità femminili di giudizio sulla virilità del compagno di turno.

Come procede il metodo di scelta d’un partner ai fini dell’accoppiamento (mate choice)? Prima cioè che qualcuno s’impegni con un potenziale compagno, quali aspetti indicativi vengono valutati? Di solito, un sesso tende a mostrarsi competitivo, mentre l’altro resta selettivo ed esigente. Il senso della bellezza non è tuttavia prerogativa esclusivamente umana, ma esperienza strettamente legata alla bizzarria del piacere. L’estetica ne comunica la promessa e con essa pure l’eccitazione di quell’oscuro risvolto della fatalità d’un rischio mortale. L’animale emblematico per questa particolare modalità evoluzionistica darwiniana, il pavone dallo spettacolare piumaggio che lo espone a tutti i pericoli procurati da una ridotta agilità e da quell’eccessiva visibilità, banalmente fin troppo vantaggiose per i predatori, appare rinnovare l’antico mito di Adone privo di difese nello scontro con il cinghiale selvatico. Cosa possiamo conoscere noi umani poco lungimiranti e poco sapienti di questo mistero?

In fondo, l’ideale di bellezza è mutato radicalmente nel tempo e a mala pena riusciamo a soffermarci su quello dell’ellenica bellezza esteriore direttamente proporzionale all’interiore, la καλοκαγαθία timidamente apparsa con lo stile severo del V sec. a. C., che avrebbe costituito, volendo, un semplice «segnale di onestà», relativamente a salute, fertilità e patrimonio genetico nella comune chiave della selezione naturale. All’epoca di Dante, la scissione della bellezza esteriore poteva condurre al peccato e la bellezza interiore diventava raggiungibile solo in prossimità di Dio. Nel Rinascimento, torna la memoria classica e di essa si dà ampia testimonianza. Ma adesso, ai giorni nostri, l’ideale di bellezza cos’è divenuto, se non lo stereotipo d’un’ossessione nevrotica imposta da convenzioni sociali?

Richard O. Prum: “L’evoluzione della bellezza” (trad. di Valentina Marconi), Adelphi, Milano 2020

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