Menomale che Giuseppe c’è
È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...

È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...
Stefano Tacconi chiede e ottiene un alloggio popolare. Simone Cristicchi chiede e ottiene consenso intorno a una malattia. Una Mini Cooper color neve, durante un corteo di maestre a Monaco, chiede e ottiene disordine e ferimento. Meloni e Schlein chiedono e ottengono 4 giudici costituzionali. I Duran Duran chiedono e ottengono, quarant’anni dopo, rinnovata visibilità. Tutti, in questo giro di vite della storia che stiamo attraversando, sembrano chiedere qualcosa. E’ una domanda inesausta. I diritti della comunità LGBT+. La fine delle guerre. Maggiore peso specifico dell’Unione Europea. L’emancipazione dai passati festival di Amadeus. Dazi che volano qua e la su alluminio, acciaio, farmaci e automobili. Persino, ho letto, Elon Musk che fa la guerra alla filosofia. Quest’ultima cosa è interessante! Scrive Rocco Ronchi su «Doppiozero»: «Se per la filosofia il momento è propizio lo si deve alla lucidità di cui hanno dato prova coloro che vogliono inaugurare una nuova narrativa, populista, sovranista e cripto-fascista». Infatti: «Elon Musk, a livello mondiale, con i suoi epigoni, a livello nazionale, non hanno forse messo al primo posto della loro agenda la fine dell’egemonia cultuale dei “marxisti” nelle Università e nelle istituzioni culturali?». Ma non è solo questo! Sovranismo, populismo e cripto-fascismo vuole dire prima di tutto reazione (rispetto a qualcosa). Non vuol dire: proposizione (di qualcosa). Si reagisce alla globalizzazione. Si reagisce alla crisi della democrazia. Si reagisce a un presente (che sembra voler dimenticare un certo passato). Ma dire reazione – e non proposizione, intervento, azione – vuol dire: votare contro e non per. Contro qualcosa. E contro questo qualcosa si domanda e si ottiene visibilità, successo o consenso. In nome di che? In nome di una reazione. Qualcosa che si ottiene con la seconda marcia, e non con la prima. E la filosofia, sia essa marxista o liberale, che fa? Cerca di interpretare il presente alla luce dell’intelligenza. Dunque, si pone come una spia del «tempo attuale»; un avanguardia – se questo sostantivo avesse ancora un senso in tempi di Simone Cristicchi, la cui prima canzone era «Vorrei cantare come Biagio Antonacci». Dunque: la filosofia è da abbattere: in quanto quinta colonna di un sistema rispetto al quale si intende reagire; non proporre. Tutti, a questo punto, chiedono e ottengono. Avanzano domande e hanno (beati loro!) risposte. Che differenza con noi umani che chiediamo – eccome se chiediamo -, ma nessuno ci sa dire proprio niente. Cioè: niente di importante! Niente per cui valga la pena. Niente cui poterci aggrappare. In questo giro di vite della storia tutti, invece, spinti da quella molla che è la curiosità (primo motore immobile della filosofia, secondo Aristotele) chiedono, come recita il meritorio titolo di una soap di Rai3, più che altro «Un posto al sole». Già il povero Umberto Eco, anni fa, aveva detto che il Web aveva sdoganato gli imbecilli. Poi abbiamo visto anche «Un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate», come diceva Francesco Guccini. Avvelenata per avvelenata, anche questa contemporaneità sputa sentenze. E bisogna accettare di tutto. «E’ la pioggia che va/ e ritorna il sereno». Se ritorna il sereno non lo sappiamo. Sappiamo che questa pioggia di richieste, di domande e di interrogativi davvero molto poco filosofici sta riportando alla luce proprio la filosofia. Perché il bisogno di avere un quadro generale (delle cose) si fa ogni giorno più insistente. Non sono Stefano Tacconi o i dazi di Donald Trump a ricordarci che tale quadro esiste, persiste e – nonostante tutto: resiste. C’è lo ricorda il bisogno di chiarezza che tutti noi sentiamo di fronte a tutta quanta questa gente che chiede e ottiene. Di fronte a tutto questo «innominabile attuale», sono parole di Roberto Calasso, cui pure dobbiamo sforzarci alla fine di dare un nome.
