Il Partigiano calabrese nella Resistenza: Sebastiano Giampaolo, nome di battaglia “Fiore”
La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...

La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...
L’ordine nascosto – Non è nello spazio il nostro futuro, ma in radici ben piantate nel sottosuolo
Nel dialogo di Platone Teeteto (Θεαίτητος, 174 a-174 c), Socrate racconta di Talete milesio intento a rivolgersi agli astri per individuare le verità fondamentali; e, «mentre guardava in alto, cadde in un pozzo», ricevendo i rimbrotti d’«una graziosa e intelligente servetta trace» che gli fece osservare come preoccuparsi di conoscere le cose che stanno in cielo non permetta di vedere quelle che si hanno davanti ai piedi.
Probabilmente, l’aneddoto era un’esemplificazione della definizione di epistème (ἐπιστήμη, scienza), fornita in risposta alla domanda: «cosa pensi sia …» (146c). L’unico modo che abbiamo per conoscere ciò che ci sta intorno, ed è in movimento (kinesis, κίνεσις), dunque soggetto a continui cambiamenti, consiste nel contatto diretto tra i nostri organi di senso e l’oggetto in studio, attraverso la concretezza delle sensazioni. In realtà, si trattava anche d’una critica all’antichissima dottrina del cosiddetto «eraclitismo segreto». Il sofista Protagora avrebbe rivelato solo agli allievi una constatazione (la dottrina dell’uomo-misura) ripresa dalla tradizione risalente, addirittura, all’epoca omerica.
Resilienza e sostenibilità
Negli ultimi anni nostri, uno dei temi più dibattuti riguarda ancora quell’antica domanda socratica («τί σοι δοκεῖ εἶναι ἐπιστήμη;», cosa pensi sia la scienza?), in relazione agli elementi cardine d’un rinnovato sistema alimentare globale, che dovrebbe profilarsi nei termini della sua migliore redistribuzione e, allo stesso tempo, diversificazione e, di conseguenza, rieducazione alla nutrizione; il quale sistema rispetti soprattutto i tanto abusati, ma poco applicati, moderni concetti di resilienza e sostenibilità. Questi due ultimi traguardi vanno insieme intesi quale unico impegno comune alla soddisfazione pure dei bisogni delle generazioni future, il che implica, in chiave socio-economica e ambientale, quella matura responsabilità votata a evitare il collasso definitivo dell’intero ecosistema, grazie a un elastico adattamento a fronteggiare improvvise, ma spesso non proprio imprevedibili, condizioni avverse.
Natura e cultura/ coltura
Un tale ordine dovrà fare i conti con il maggiore approfondimento delle conoscenze relative all’ecologia e al ciclo della vita vegetale e animale su d’un pianeta decisamente molto trascurato, nonché con un riordinamento delle medesime abitudini alimentari e consuetudini culturalmente apprese (durante la formazione: paidéia, παιδεία), in ambito gastronomico, praticamente a tavola, e colturali (da còlere, coltivare), nel senso agronomico, del suolo.
Piante perenni
A questo proposito, le radici profonde e la robusta struttura delle piante perenni potrebbero aiutarci ad apprendere, e comprendere, qualcosa di adeguato a resistere a quanto sembra abbia tutte le caratteristiche d’un imminente caos climatico. Le piante perenni ci offrono un lampante esempio di come si possa essere in grado di trovare sostentamento in piena autonomia: in primo luogo, si concimano da sole senza necessitare dell’intervento umano, spesso deleterio e, a lungo andare, perfino del tutto controproducente.
La fertilità
La fertilità non consiste, infatti, in una semplice misurazione di quantità di sostanze nutritive contenute, o da immettere, in un terreno (dato questo esclusivamente chimico), semmai dalla possibilità ch’esse siano disponibili quando occorre, e ben preservate nei pur necessari momenti di riposo vegetativo. Sotto l’aspetto chimico e fisico, a rappresentare la parte più attiva è l’humus, un aggregato supramolecolare, dotato di proprietà colloidale, dalla composizione complessa e abbastanza poco definibile.
Rizosfera
In una condizione ottimale di salute del terreno, sono, però, le medesime colture a regolamentare, o contrattare, nel caso di necessità, delle relazioni strettissime con i batteri della rizosfera (dato più ampiamente biologico). Con il suo cooperante mutualismo, la rizosfera va correttamente interpretata quasi alla stregua d’un “intestino” esterno alla pianta, in un, non poi tanto azzardato, paragone con l’interno microbiota umano (o flora intestinale).
Microbioma
Entrambi i sistemi sono deputati a suddividere il materiale organico in composti più semplici da assorbire a fini nutritivi e difensivi. Come, nell’intestino del bambino, il disaccaride, formato da glucosio e galattosio, del latte materno nutre il microbioma, gli oligosaccaridi secreti nel terreno dalle piante assolvono alla funzione di sviluppare i batteri raggruppati attorno alle radici. I microbi delle nostre viscere svolgono funzioni immunitarie, respingendo gli agenti patogeni ostili e invasori, quelli della rizosfera stanno di guardia a protezione della stessa, inviando messaggi chimici che innescano reazioni difensive financo da parte delle piante vicine.
Deliberatamente, quasi la metà degli zuccheri che producono, grazie alla fotosintesi, le piante le rilasciano nel terreno. E prima di farlo, spesso li trasformano in composti d’enorme complessità da destinare volutamente alla zona prossima alle radici (rizosfera, dal greco rìza, ῥίζα, radice e sphàira, σϕαῖρα, sfera); e tutto questo per meglio poter gestire le loro relazioni sia con i batteri che vi pullulano che con le altre piante vicine.
Geosmina
Ed è questo insieme a costituire quel tipico odore terroso accompagnato da una nota muffita, o spermatica; quel mix, dunque, di muffa, terra e fungo, caratteristico della primavera, e soprattutto dopo un acquazzone, oppure dopo che si scava un po’ il suolo, è determinato dall’ancestrale relazione reciproca tra primitive creature a sei zampe, i collemboli (esapodi, Oligoentomata/ Paraentoma, dei quali si conoscono migliaia di specie), batteri Gram positivi del suolo dell’ordine degli Actinomycetales, dal complesso ciclo riproduttivo e dalla struttura filamentosa che li fa somigliare a funghi, e gli streptomiceti (Streptomyces), batteri che hanno un’importanza addirittura planetaria, e farmaceutica, per tutta una serie di composti organici, tra cui vere e proprie “armi chimiche” per combattere i loro nemici nel suolo, che vengono sfruttate industrialmente per uso umano quali «antibiotici» tra i più efficaci al mondo. Sono questi ultimi a rilasciare pure gli altri composti organici volatili, insieme con la geosmina (da ghê, γῆ, terra e osmè, ὀσμή, odore) che, anche a concentrazioni molto basse, conferisce quel forte sentore di terra, fungo e muffa avvertito nell’aria quando il suolo viene in qualche modo disturbato, oppure quando la pioggia bagna il terreno dopo un lungo periodo di tempo asciutto, alla stregua di quell’essenza, trasudata da alcune piante durante la siccità, assorbita subito dall’argilla (petricore, da pétrā, πέτρᾱ, pietra, e ichṓr, ἰχώρ, linfa).
L’ordine nascosto
“La storia della Terra ci parla di forme di collaborazione e di legami che risalgono a molto tempo prima della comparsa dell’uomo e si svolgono in una dimensione misteriosa e infinitamente piccola, popolata di spore, miceli, ife, ma anche di batteri e virus”, scrive Merlin Sheldrake, in “L’ordine nascosto – la vita segreta dei funghi” (Marsilio, Venezia 2020), indicandoci un percorso che non può non sollevare domande fondamentali sull’origine della vita, su ciò che intendiamo per intelligenza dell’universo, come pure identità di specie o di genere…
L’invito è a cambiare la prospettiva sostenuta da un pregiudizio narcisista, non ponendo più noi stessi in cima alla scala evolutiva. Le più infinitesimali radichette delle piante si ramificano a loro volta quasi fossero alberelli in miniatura, dalla superficie ricoperta d’uno strato appiccicoso tale da collegarli ai reticoli dei funghi che, a loro volta, li allacciano al suolo e alle radici delle altre piante. Senza queste intricate reti il suolo non sarebbe vitale e neppure esisterebbe la Terra per come la conosciamo adesso.
Mutualismo
Per lo più, i batteri restano in attesa di ricevere idonee sollecitazioni ad attivarsi da parte delle sostanze chimiche trasmesse dalle piante; complesse sostanze, certo, come le sollecitazioni che innescano, in modo tale da allertare soltanto quei microrganismi favorevoli e interessati allo sviluppo e all’attività mutualistica, attraverso la produzione degli ormoni della crescita e lo sbloccaggio dei nutrienti da cui dipende il rigoglio vegetale.
Collemboli, dipluri, sinfili
I filamenti fungini sono un groviglio inestricabile che ingloba i collemboli dalle configurazioni più strane e dalle dimensioni più diverse, tondi acariformi simili a minuscoli granchi, piccoli artropodi Myriapoda (sinfili), che ricordano i millepiedi bianchi, Polientomati (dipluri) lunghi e piatti, dalle antenne di tipo “segmentato”, disposte da tutti e due i capi del corpo…
Una configurazione frattale
Il suolo si presenta, pertanto, come una vera e propria struttura biologica complicatissima, costituita da creature viventi la cui diversità costituisce la migliore garanzia di sopravvivenza. Sono esse a tenere aggregate tra loro le particelle minerali intorno ai labirintici passaggi che fanno fluire nutrienti, ossigeno e acqua piovana. Tali minuscoli insiemi ordinati vanno ripetendosi, sempre uguali a se stessi, in proporzioni più grandi, fino ad assumere una configurazione frattale.
Queste oscure materie
L’ambientalista britannico George Monbiot cita Sir Philip Pullman, l’autore della trilogia fantasy: His Dark Materials (Queste oscure materie), nella quale (precisamente Northern Lights, 1995) riprese un verso del Paradise Lost (Paradiso perduto) di John Milton: «Into this wild abyss,/ The womb of nature and perhaps her grave,/ Of neither sea, nor shore, nor air, nor fire,/ But all these in their pregnant causes mixed/ Confusedly, and which thus must ever fight,/ Unless the almighty maker them ordain/ His dark materials to create more worlds…» (In questo abisso selvaggio,/ Il grembo della natura e forse la sua tomba,/ Non di mare, né terra, né aria, né fuoco,/ Ma tutti questi al concepimento mischiati/ Confusamente, e quindi sempre in conflitto,/ Finché il creatore onnipotente ordini loro/ Da queste oscure materie di creare altri mondi…), mentre, in The Amber Spyglass (2000), concluse saggiamente che la Polvere (Dust) è necessario preservarla a ogni costo.
La “Polvere” di Sir Philip Pullman
Come la Polvere del romanzo, l’architettura intricata e ramificata del terreno, in cui, anche se inconsapevolmente, collaborano funghi, batteri e radici, avrebbe strutturato spontaneamente delle coerenti modalità di vita organica. È questa biologia che, lungi dall’essere la realtà d’un mucchio di polvere e oscure materie/ His Dark Materials, costituisce l’unica vera resilienza del suolo alla siccità, come alle alluvioni.
Qualora il terreno fosse mal coltivato, o ancor peggio fertilizzato da composti chimici azotati, che consumano il carbonio indispensabile cementante di quei microscopici cunicoli, tali pori respiratori crollerebbero, il terreno s’infradicerebbe all’acqua o si compatterebbe al calore, con conseguente asfissia delle radici.
Biodiversità
Aumentando il numero delle specie vegetali, invece che riducendole drasticamente, i batteri del sottosuolo possono aiutare ad alimentare tutte le piante nella loro naturale diversità, migliorando con tali scambi la struttura stessa di quell’invisibile “mondo coerente” che è il terreno; più specie si seminano, più batteri e funghi si stimolano, perché ogni pianta ha le proprie specifiche associazioni con le quali contribuisce a tenere insieme il sotterraneo e complesso sistema di radici e radichette.
Sono pertanto le piante mantenute più a lungo (perenni) che, crescendo nel tempo, instaurano, poi, rapporti maggiormente solidi con quei microbi in grado di fissare l’azoto dell’aria, rilasciare minerali e contribuire direttamente a trattenere maggior quantità d’acqua piovana.
Piante annuali
Dopo una qualsiasi catastrofe, dalla frana all’alluvione, dall’incendio all’eruzione vulcanica, che possa mettere a nudo la roccia del sottosuolo, sono le piante annuali quelle che tendono, per loro stessa natura a ri-colonizzare l’area disastrata, tanto che per favorirle dovremmo, quasi paradossalmente, mantenere, in certo qual modo, una sorta di continuo stato di stress territoriale.
Pertanto, un impegno nel selezionare colture perenni, di cereali o legumi, potrebbe probabilmente riuscire a risolvere i problemi attualmente legati all’annualità “catastrofica” dalla quale di solito traiamo la stragrande maggioranza del nostro cibo quotidiano.
Tranciatura
Allo scopo di favorire un’adeguata stimolazione dei microbi atti a rivitalizzare il terreno è sufficiente restituire a quest’ultimo il suo stesso prodotto triturato, o compostato, in funzione di fertilizzante naturale. Già la pacciamatura istiga i lombrichi a incorporare le pagliuzze della tranciatura per consentire il fissaggio del carbonio e dei minerali. Pur ingerendo grandi quantità di suolo, i geofagi lombrichi, si nutrono principalmente di residui organici presenti nel suolo, come lettiera e sterco. Alcune specie, come per es. Lumbricus terrestris, scavano profonde gallerie semi-verticali, nelle quali trascinano i detriti organici della superficie, così favorendo i movimenti idrici nel terreno; e, se non disturbate dall’aratura, tali gallerie potrebbero mantenersi intatte a lungo.
Un prato variopinto
Per evitare che la pioggia vada a erodere il suolo, privandolo dei nutrienti così faticosamente accumulati, non andrebbe mai lasciato vulnerabilmente scoperto alle intemperie, o meglio privo, e nudo, di quel sottile strato di pratolino verde che lo ricopre per sua stessa natura; non tutto da accusare sommariamente in quanto “erbacce”, soprattutto se cresce al di sotto delle larghe foglie di verzura, riempiendone i vuoti, e subito dopo il raccolto, colorandolo di fiori variopinti: il rosa della lupinella (Onobrychis viciifolia), il violetto/ scarlatto del trifoglio (Trifolium pratense), il malva della facelia (Phacelia tanacetifolia), il giallo del meliloto (Melilotus officinalis), l’azzurro della cicoria (Cichorium intybus) …
Orto/ giardino a mosaico
Dal puro punto di vista estetico, nell’orto s’andrebbe a costituire una specie di giardino “a mosaico” delle più svariate tonalità di verde, con da una parte cavoli e cavolfiori, da un’altra fitte colonne di germogli di fagioli, e poi file di bietole dagli steli variopinti, lattughe, cetrioli, rape, patate, pastinache, cipolle, sedani, carote, pomodori, peperoni, tutti magari inframmezzati dai fiori a trombetta delle zucchine.
Predatori naturali dei parassiti
Un’ulteriore accortezza potrebbe consistere nel separare le varie colture con spazi volutamente lasciati incolti per favorire il proliferare di erbe e fiori selvatici, idonei a ospitare quei predatori in grado di contrastare naturalmente gli eventuali parassiti delle colture. Al bando, quindi, diserbanti, pesticidi, minerali, fertilizzanti, o altri prodotti chimici o artificiali.
Una maggiore comprensione del suolo aiuterebbe a rigenerarlo, liberandolo dalle dannose tecnologie intensive e dalla controproducente agricoltura estensiva, sia modificando nella pratica, e in un senso molto più naturale e sano, il nostro costume alimentare, sia migliorando il rapporto che moralmente dovremmo perseguire con tutti gli altri esseri viventi.
Regenesis
A proposito di agricoltura intensiva ed estensiva, e dei danni che provocano entrambe, l’autore di “Regenesis – Feeding the world without devouring the planet” (2022), George Monbiot, con un sottile slittamento grammaticale, sostiene come la questione non sia nell’aggettivazione, bensì nei disastri di cui si sono rese responsabili a pari demerito; il rimedio: ridurre al minimo il loro impatto, anche a costo di dover ricorrere a nuove, e sostenibili, forme tecnologiche (tipo la fermentazione di precisione); e le nazioni più povere di mezzi potrebbero compensare con la ricchezza in luce solare, imparando a fare buon uso di idrogeno verde…
Rewilding
In “Feral – Rewilding the Land, the Sea, and Human Life” (2013), s’era occupato del problema del ritorno allo stato naturale delle piccole mandrie, quale tentativo di riconciliare la fauna selvatica con il consumo carneo, visto che qualora la densità del bestiame fosse molto più bassa anche l’allevamento si sarebbe potuto considerare ancora compatibile con ecosistemi funzionali, soprattutto tenendo conto che i molti pascoli che vengono sottratti a boschi e foreste rischiano di lasciare ben presto quasi nulla alla natura selvaggia, di cui pure il pianeta ha bisogno ai fini di mantenere un minimo di biodiversità.
Il troppo stroppia
In termini percentuali, il degrado del suolo è talmente grave da lasciarlo totalmente esposto al dilavamento delle piogge invernali e al surriscaldamento estivo, eroso o compattato, e inoltre deteriorato sia da pesticidi che da fertilizzanti che contribuiscono a interrompere definitivamente ogni possibile catena alimentare terrena e sotterranea, ma, ciò che è più grave, a far perdere progressivamente, anche se impercettibilmente, ogni resilienza residua del suolo. Cosicché, in caso di prolungata siccità, il tasso di degrado può divenire tale da collassare in ampie distese di arido pulviscolo, cosa che equivale a una totale desertificazione di terre un tempo fertili. E, cosa ancor più pericolosa, a questo punto, è continuare a nutrire l’illusione che un sistema complesso, ma tutto sommato piuttosto fragile, possa continuare a resistere a tutte le angherie alle quali è stato sottoposto, e per incuria e per ignoranza.
Carenze qualitative
Alla problematica della quantità va aggiunta quella, pur seria, della carenza qualitativa delle colture sempre più povere dal punto di vista nutrizionale, di vitamine, soprattutto del gruppo B, di proteine e di minerali, quale lo zinco, che la combinazione delle più elevate concentrazioni di anidride carbonica e dell’innalzamento delle temperature hanno drasticamente ridotto. Per non parlare del fabbisogno d’acqua, divenuta molto difficile da tesaurizzare per i momenti di estrema necessità.
Sono più gli estinti che i sopravvissuti
L’agricoltura di stampo industriale, che persegue finalità esclusivamente redditizie senza il minimo rispetto per la natura, è indubbiamente da ritenere la causa principale del deterioramento degli habitat, e molto spesso della loro totale distruzione, con perdita di fauna selvatica sino agli estremi dell’estinzione di numerose specie.
Basti solo pensare che della stragrande maggioranza della biomassa dei volatili, quasi i due terzi, sono pollame da allevamento, o che circa la metà delle calorie al momento prodotte serve appena a nutrire il bestiame destinato al macello, per dedurre come, se non si dovesse al più presto cambiare drasticamente tendenza nello stile di vita alimentare, l’intero ecosistema sarebbe destinato miseramente a crollare.
Il cielo stellato sopra di me…
Se fino a un paio di generazioni fa le persone avevano ancora la possibilità di calpestare la terra dei campi, adesso ci troviamo nelle condizioni di camminare esclusivamente sull’asfalto cittadino. Eppure, la naturalezza d’un prato sotto la pianta dei piedi non ha paragone se non con l’osservazione del cielo notturno in un sito sufficientemente distante dall’illuminazione artificiale, ovvero «la cifra spirituale di Kant» quasi come la scansione del tempo mediante le fasi lunari quale legge morale.
L’Origine des manières de table
Il sole, la fotosintesi, sono la nostra prima cultura, da coltivare come la terra. La nostra stessa identità dipende da questi primi apprendimenti dalle infinite potenzialità educative, in grado di farci capire da dove veniamo, chi siamo, cosa vogliamo, perché questo ci piace e di quell’altro abbiamo repulsione, come dare senso all’umile lavoro di chi pianta semi per poi raccoglierne i frutti e portarli in tavola, dopo le eventuali trasformazioni che distinguono il crudo dal cotto; la semplice natura dall’elaborazione intellettuale, la quale potrebbe ridursi all’offerta d’un secondo giro di pietanza, o d’una scarpetta, in barba alle “bonnes manières à table”, di cui spesso non conosciamo quell’origine studiata da Claude Lévi-Strauss, oppure all’aiuto a pulire un desco condiviso con familiari od ospiti, che hanno contribuito a trasmettere la convivialità e l’allegria d’un ambiente rilassato, privo della crudeltà che, per lo più, si riversa su degli animali indifesi e poi reificati a piatto di portata.
Un’alimentazione non cruenta
Al posto della carne, e del pesce, basta ricorrere alla soia testurizzata o al seitan (contenente le due proteine liposolubili, gliadina e glutenina del frumento, che insieme formano il glutine); basta preoccuparsi di rendere gustose le pietanze, di cui distinguere i sapori, magari, con il giusto apporto, alla salsa di pomodoro, di cipolla e carota, per togliere al primo ingrediente quel tanto poco d’acidità che presenta, e persino una zucca, in inverno, risulta più deliziosa al palato. Servire porzioni piccole, con possibilità di ulteriori assaggi, equivale a dosare adeguatamente le quantità in modo che non vi siano sprechi. Aggiungere un posto a tavola all’ultimo minuto è sempre possibile, laddove un arrembaggio è invece davvero caotico.
Economia domestica
Questa, una volta si chiamava banalmente “economia domestica”. Si privilegino i prodotti locali (a chilometro zero), quelli di stagione e biologici, il che consente di offrire pasti sani a ottimo prezzo. Occorre tuttavia sensibilizzare i più sull’importanza di mangiar bene, che vuol dire ridurre il consumo di alcuni alimenti, e abituarsi alle insalate e alle verdure; partecipare poi alla preparazione delle pietanze a partire dalla gestione d’un orto o d’una compostiera. Anche questo è un utile strumento didattico, che non vede esclusi elementi di matematica (il calcolo del volume della compostiera) e di scienze (processo chimico, anabolico, che permette alle piante verdi di trasformare, in presenza di luce, l’anidride carbonica atmosferica e l’acqua metabolica in sostanza organica), per affrontare di petto, e propedeuticamente, i problemi della sostenibilità, o del cambiamento climatico.
Siamo quello che mangiamo
La sensibilità verso il tema del mangiar sano è sicuramente aumentata molto, perché, in fondo, abbiamo un po’ tutti digerito l’adagio feuerbachiano “siamo quello che mangiamo”, e questo impone che anche l’alimentazione faccia parte della nostra educazione, onde prevenire disturbi d’ogni tipo, promuovendo abitudini salutari.
Bibliografia essenziale:
Ierace G. M. S. Del vitto pitagorico, Elixir, X, 26-31, Rebis, Viareggio 2011
Ierace G. M. S. Il Mistero del Pane sulla Tavola di Dio, Elixir, XIII, 86-91, Rebis, Viareggio 2016
Ierace G. M. S. Cotto: storia naturale della trasformazione, https://calabriapost.net/cultura/cotto-storia-naturale-della-trasformazione
Ierace G. M. S. Pitagora e il pitagorismo alle radici della filosofia, https://calabriapost.net/cultura/pitagora-e-il-pitagorismo-alle-radici-della-filosofia
Ierace G. M. S. Commedia psicopatologia e psicanalisi, https://calabriapost.net/cultura/commedia-psicopatologia-e-psicanalisi
Ierace G. M. S. Il valore dello sterco, https://calabriapost.net/cultura/il-valore-dello-sterco
Monbiot G. Feral – Rewilding the Land, the Sea, and Human Life, Allen Lane, Toronto 2013
Monbiot G. Regenesis – Feeding the world without devouring the planet, Penguin Group, London 2022
Pullman P. The Amber Spyglass, David Fickling Books, Oxford 2000
Sheldrake M. L’ordine nascosto – la vita segreta dei funghi, Marsilio, Venezia 2020
