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LA CALABRIA, IL SUD E LA CRISI, INTERVISTA AL GIORNALISTA E SAGGISTA LUIGI PANDOLFI

Come ripensare il Sud alla luce di una crisi che l’Occidente contemporaneo non ha mai affrontato? Secondo molti, la crisi pandemica ha messo in luce l’insostenibilità sociale, umana, economica, ambientale del sistema capitalista-liberista. Come si colloca il Sud Italia in questo passaggio epocale, e come affrontare le nuove sfide che bussano alle porte? Questo interrogativo dovrebbe essere al centro di un’attenta analisi politica-economica e dell’impegno politico di qualsiasi schieramento.

Abbiamo chiesto la sua opinione a Luigi Pandolfi, calabrese di Saracena, giornalista e saggista, esperto di economia e politica nazionali e internazionali. Firma autorevole per Huffington Post, Volere La Luna, il Manifesto, negli anni ha collaborato anche a Micromega, Linkiesta e altre riviste di settore e studi specialistici. Da sempre impegnato in politica nelle file della sinistra militante, già vicesindaco di Saracena, ha ricoperto anche l’incarico di Presidente Comunità Montana del Pollino. Attualmente è candidato alle prossime elezioni regionali nella Lista “Un’altra Calabria è possibile”, a fianco di Domenico Lucano e a sostegno di Luigi De Magistris Presidente della Regione Calabria.

Recentemente Lei ha scritto che “le classi dominanti pensano alla salvezza del sistema, non certo alla sua riforma in nome del principio d’uguaglianza, della giustizia sociale e ambientale”. Ma l’attuale crisi può essere considerata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, oppure ritiene che quest’assetto economico continuerà ad adattarsi, reiterando i propri meccanismi, semplicemente “ritoccando” qualcosa?

La storia del capitalismo è una storia di strappi e ripartenze, di crisi cicliche che possiamo definire endogene (finanziarie, di sovrapproduzione) e di adattamento agli eventi avversi. La parola più utilizzata in questa fase è “resilienza”. Significa che gli strumenti messi in campo dai governi e dalle strutture sovranazionali mirano alla conservazione del sistema, non al suo superamento. Anzi, come è accaduto in altre occasioni, si coglie la crisi come opportunità per piegare ancora di più l’economia e la società agli interessi del capitale. Giorgio Lunghini avrebbe ricordato che “la capacità di mutare forma per conservare la propria sostanza è la caratteristica principale del capitalismo”. È quello che si rischia anche con le due “transizioni” previste dal PNRR. La digitalizzazione dei processi produttivi e dei servizi non è garanzia di per sé di un miglioramento delle condizioni di lavoro e di maggiore benessere per la società. Basta fare un salto indietro nella storia: la macchina a vapore e l’informatica non hanno reso più libero il lavoro salariato. Tutt’altro. La tecnologia, senza riforme sociali, fa risparmiare lavoro e può essere causa di maggiore alienazione e sfruttamento.

Il disastro ambientale è alle porte, lo abbiamo visto questa estate, con le temperature eccezionali, lo scioglimento dei ghiacciai, disastri e incendi devastanti. Come si declina il binomio sostenibilità ambientale-sostenibilità sociale? Ci dicono spesso che un cambiamento radicale di stili di vita planetari e di economie di larga scala porterebbe alla distruzione di milioni di posti di lavoro e al crollo di economie fragili. Come fare?

Risponderei con una bella frase di Papa Francesco: «Non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale. Ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri». In queste parole è racchiuso il senso di quella che viene definita “ecologia integrale”, dove la tutela della dignità umana, del lavoro, non è estranea alla tutela dell’ambiente. Occorre un radicale cambiamento di paradigma relativamente ai processi produttivi e riproduttivi del capitalismo. Redistribuire il lavoro che c’è, consentire ai lavoratori di beneficiare degli aumenti di produttività indotti dall’innovazione tecnologica, ad esempio.

Sembra ancora valida la vecchia impostazione che il Nord moderno e dinamico traini lo sviluppo delle regioni povere e arretrate. Vale per i Sud del mondo e il sud d’Italia? Le regioni meridionali italiane si sono impoverite ulteriormente con il Covid, difficoltà che si è aggiunta ai mali soliti, facendo emergere quella forte “diseguaglianza territoriale” che ben conosciamo ma di cui si parla poco. Pensa che il PNRR potrà servire a colmarla?

Il PNNR è stato congegnato per rimettere in moto il motore economico del Paese, che si trova al Nord. E si basa su una filosofia che, per semplicità, definiamo neoliberista. Soldi alle imprese e concorrenza, competitività e privatizzazioni. Il PNNR è innanzitutto un piano di riforme. Lo Stato non scompare, semplicemente si mette al servizio del mercato e delle grandi imprese. Certo, c’è anche la distribuzione territoriale delle risorse a disposizione. E, da questo punto di vista, come ha fatto rilevare Gianfranco Viesti, il Sud è fortemente penalizzato. Scorrendo l’elenco dei progetti e degli interventi balza immediatamente agli occhi che la clausola del 40%, la percentuale di risorse che dovrebbero andare al Mezzogiorno, non è affatto rispettata. A meno che non vogliamo considerare come risorse per il Sud anche gli incentivi, i bonus, gli sgravi, ai quali i cittadini e le imprese possono accedere per “domanda individuale”. Un dato su tutti: alla voce «Interventi speciali per la coesione territoriale», proprio gli interventi che dovrebbero servire ad accorciare il divario tra Nord e Sud, sono previsti solo 1,75 miliardi.

Ritiene che la Calabria si distingua da altre regioni del Sud? E perché?

Il Mezzogiorno non è un’area omogenea dal punto di vista economico e sociale. E la Calabria, nel contesto meridionale, si presenta con più elementi di fragilità. Su 409 comuni, ben 323 sono classificati come comuni periferici ed ultraperiferici (il 5.7% del totale nazionale). Il 90% del suo territorio è classificabile come “area interna”, con tutto quello che ciò significa in termini di accessibilità ai servizi e di benessere, che non è solo economico. Una fragilità che è alla base del fenomeno, sempre più incalzante, dello spopolamento di comuni e territori. La perdita di abitanti crea desertificazione economica, che, a sua volta, è causa di ulteriori perdite di popolazione. D’altronde parlano i numeri. Quelli relativi alla povertà e alla disoccupazione, ma anche quelli dell’emigrazione sanitaria. Ecco, la sanità: l’emblema del fallimento dei governi che si sono succeduti negli ultimi trent’anni, che fa della Calabria un caso particolare, in negativo, a livello nazionale.

Fatalismo e qualunquismo sono i mali endemici di questa terra. Mali tutti interni, anche se hanno avuto origini diverse, che solo internamente possono essere sradicati?

No, non è possibile che i problemi della nostra terra siano risolti esclusivamente dall’interno. C’è bisogno dello Stato. Dopo la fine dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno, il Sud, e la Calabria in particolare, hanno sofferto della mancanza di una strategia nazionale volta a compensare gli squilibri territoriali che connotano la geografia economica e sociale del Paese. Non è vero che il Mezzogiorno non può essere cambiato “dall’esterno”, come sostengono autorevoli economisti ed analisti economici. Ne è prova il fallimento delle politiche di stimolo alle forze endogene degli anni Duemila. Piuttosto, il problema è quello di ri-concepire l’intervento pubblico nel quadro di una strategia di crescita e di rinnovamento dell’apparato produttivo nazionale. La manifattura del Sud come anello imprescindibile della catena nazionale del valore, a sua volta agganciata alle più solide filiere produttive europee e globali. Insomma, un Sud, e una Calabria, con una loro specializzazione produttiva, affrancati dalla monocultura dell’industria turistica e dall’assistenzialismo invalidante, per migliorare la competitività dell’intero Paese nel mondo post-pandemico.

In Calabria la “normalità” sarebbe “rivoluzionaria”?

Riguardo ai problemi legati alla questione morale, alla degenerazione della politica, ed alla pervasività dei poteri criminali certamente sì. In generale, bisogna intendersi sul concetto di “normalità”. Se si intende un allineamento della Calabria agli standard di vita più elevati presenti nella comunità nazionale, ben venga l’invocazione della “normalità”. In questo caso la “normalità” sarebbe “rivoluzionaria”, perché ci tirerebbe fuori dalla situazione di sottosviluppo in cui ci troviamo.

Perché ha scelto di candidarsi oggi? Cosa l’ha convinta della proposta politica di De Magistris?

Sono sempre stato impegnato, sul piano politico ed intellettuale, per il cambiamento della mia terra. Il resto l’ha fatto l’incontro con Mimmo Lucano. “Siamo ciò che incontriamo”, ama ripetere nei suoi interventi l’ex sindaco di Riace. E per me “l’incontro” con l’esperienza di Riace è stato decisivo. Per quanto riguarda De Magistris, al di là della condivisione di valori ed idealità, credo che la sua “estraneità” al sistema costituisca una garanzia per il riscatto della Calabria.

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