Il Partigiano calabrese nella Resistenza: Sebastiano Giampaolo, nome di battaglia “Fiore”
La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...

La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...
La congiunzione di uno specchio e di un’enciclopedia permise al protagonista del racconto Il giardino dei sentieri che si biforcano del padre della letteratura argentina Jorge Luis Borges, di indagare sul mondo parallelo, misterico e labirintico della regione di Uqbar.
La congiunzione astrale, di due leggende del calcio moderno, Diego Armando Maradona e Lionel Messi, ha permesso oggi all’Argentina di vincere il suo terzo campionato mondiale, dopo le edizioni del 1978 e del 1986.
Un trionfo maturato al termine di una finale al cardiopalma, una partita pazza come non se ne vedevano da tempo, una delle migliori che a memoria d’uomo il Mondiale abbia mai offerto contro un’avversaria di indiscusso valore, la Francia, reduce dalla vittoria nel 2018.
La Seleccion regala la gioia del titolo a distanza di 36 anni dall’ultima volta a un Paese, martoriato dall’ennesima crisi economico-sociale, che nel sogno di rivivere quel magico momento di Mexico ’86 si è ritrovato tutto.
Il barillete cosmico della radiocronaca di Victor Hugo Morales contro l’Inghilterra è volato sul cielo di Doha, posandosi nell’area di rigore, dopo un funambolico 3-3 nei tempi supplementari.
Un’area in cui si è reso protagonista il portiere Emiliano Martinez, detto El Dibu (dal nome di un cartone animato), già decisivo durante i quarti di finale nella medesima veste di para rigori contro gli Orange olandesi (che nel 1978 perirono sotto i colpi di genio di Mario Kempes).
Talismano della Copa America nella spedizione dello scorso anno, l’estremo difensore ha inoltre neutralizzato un’occasione da rete colossale capitata sui piedi dell’attaccante transalpino Kolo Muani all’ultimo minuto.
Da registrare, nella cronaca degli sconfitti, la pregevole prestazione del fuoriclasse Kylian Mbappè, autore di una tripletta che ha rivitalizzato la Francia, non pervenuta per 75 minuti di gioco e il suo Presidente Emmanuel Macron.
Ma soprattutto questa è la serata di Lionel Messi, l’erede calcistico del Pibe Maradona che quella Coppa l’aveva alzata, l’idolo (cfr.Messi e la cultura degli idoli) che si è caricato sulle spalle i compagni di squadra, da autentico leader, in seguito all’inaspettato passo falso iniziale contro la compagine dell’Arabia Saudita.
È iniziata la festa nelle strade di Buenos Aires, cuore pulsante del godimento di un popolo che rivendica, con orgoglio, di essere sul tetto del mondo.
È la festa degli italiani che in Argentina sono emigrati senza nulla in tasca per cercare fortuna.
È la festa di chi è rimasto e di chi è tornato.
È la storia delle generazioni che si incontrano, delle piazze che si riempiono, di identità che si mescolano in un unico abbraccio.
Oggi come ieri, nella congiunzione tra un pallone e la bellezza del calcio, testimone del tempo e della vita.
